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A 46 anni dalla sua pubblicazione su “Gong”, un articolo che invita ancora ad alzare la voce per cambiare il mondo

Di Maurizio Baiata

Il numero di “Gong” con la Lettera Aperta

3 Agosto 2022

Un mio articolo intitolato “Lettera Aperta – In difesa di Francesco Guccini” venne pubblicato nel numero 4 dell’Aprile 1976 di “GONG”, mensile di musica e cultura, concorrente di “Muzak” nel cui Collettivo di Redazione militavo come responsabile del Rock. A quel che ricordo, il pezzo su Francesco mi fu richiesto dal Direttore di “Gong” Antonino Antonucci Ferrara e dal caposervizi Peppo Del Conte, durante una mia visita a Milano. Eravamo in macchina insieme al mai dimenticato Marco Fumagalli. Si parlava dei cantautori, nei confronti dei quali il periodico nutriva un malcelato “distacco”, se non avversione, come provavano le sue pagine sempre prive di articoli sui nostri cantautori. Io invece ne amavo uno svisceratamente, Francesco Guccini e mi dissi disponibile a scrivere un pezzo su di lui. Lo avevo incontrato e intervistato già un paio di anni prima per Ciao 2001 e Guccini, dal canto suo, aveva scritto “L’avvelenata” indirizzandola ai critici musicali, in particolare il recensore più famoso del settimanale romano (“il prete”), e la “penna” più prestigiosa di “Gong” (menzionato con il cognome). 

Il contenuto di questo articolo, qui riproposto integralmente, credo sia attuale ancora oggi. Se nella “Lettera Aperta” di allora invitavo Francesco ad esporsi ancora di più riappropriandosi del suo ruolo di cantore delle cose vere, piccole o grandi che fossero, per cambiare la società anche sapendo che essa non sarebbe mai cambiata, oggi, in un Paese pressoché ridotto al silenzio e musicalmente avvilito nel totale e conformistico “disimpegno artistico”, quanto vi accingete a leggere sarebbe bello fosse recepito dalle voci non allineate, che vogliano tornare ad ergersi “cantori delle cose vere”, assestando così mortiferi ganci sinistri al fegato del cicaleccio politico e dei media asserviti al potere. Lasciandoli senza fiato, piegati su stessi, sorretti dai secondi sino all’angolo uscendo pietosamente di scena. A questo serve l’arte della parola, cantata nel vento. 

Ospitandomi sulle sue colonne, nel corsivo introduttivo alla “Lettera Aperta a Francesco Guccini”, la Redazione di “Gong” presentava le ragioni della propria scelta editoriale. Eccole.

Abbiamo sempre manifestato la nostra profonda diffidenza per il filone cromato in oro dei cantautori italiani, per il loro facile e sospetto successo commerciale. Ospitando questo intervento non intendiamo cospargerci il capo di cenere, né fare precipitosamente macchina indietro. Semmai vogliamo dimostrare che non esistono in Gong atteggiamenti settari e chiusure irrazionali. Molti di noi condividono solo in parte gli argomenti di Baiata, ma da essi è comunque possibile avviare sulla sostanza e non sui miti un dibattito che giustamente si muove dal musicista più rappresentativo, capostipite forse involontario di un modo di far musica all’italiana.

«La casa sul confine dei ricordi, / la stessa sempre come tu la sai / e tu ricerchi là le tue radici / se vuoi capire l’anima che hai… »

«Si alza sempre lenta come un tempo / l’alba magica in collina, / ma non provo più quando la guardo / quello che provavo prima, / ladri e profeti di futuro / mi hanno portato via parecchio, / il giorno è sempre un po’ più oscuro, / sarà forse perché è storia, / sarà forse perché invecchio…»

Due anni separano questi testi ed il mare gucciniano è mutato profondamente, la sua forza cresciuta, nella violenza fatta a se stesso di raccontare la propria vita – son sempre qui a vivermi addosso – nella sincerità di una storia personale che Francesco offre ormai senza ricorrere più a simbolismi e favole, mentre il suo linguaggio pessimista, ancora dolce, va giusto in fondo all’anima – «bere il vino sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore» – e ti accorgi che questa musica, queste parole ti appartengono, come le avessi scritte tu, anche nella fatica di un riconoscersi scomodo, forse squallido. Guccini, ovvero una generazione che in lui si riflette, lasciata andare nel Dopoguerra e nel mito, persa nelle contaminazioni delle storie di partito, nelle non realtà di una vita quotidiana che ha rinunciato all’ideale politico, ha finito la speranza.

Eppure la crescita di questa generazione è stata cantata nel segno di una disfatta del coraggio, nel racconto di piccole storie quasi insignificanti – la canzone della triste rinuncia, la canzone della bambina portoghese – in cui esiste un’interazione che Guccini ha sempre cercato, voluto nonostante i suoi racconti divenissero col tempo più freddi e difficili, coraggiosi in quanto sinceri, dalla lotta infantile alla grande rivoluzione di classe, tutto ha un suo significato reale, che è coscienza dei fatti e speranza senza ipocrisia, proprio nella vita quotidiana.

Due anni, ed il passaggio dai temi del «tempo andato» a quelli della realtà di ogni giorno: non c’è stata frattura, non sono analisi di due diverse realtà sociali, bensì la logica di ogni giorno, nei pensieri spesi alzandosi al mattino, chiedendosi i perché di una giornata da vivere intensamente. Ed è giusto in questo il rifiuto, da parte del modenese, di cantare il tout court, magari stupendo gli ascoltatori nel coraggio con cui il tema è esposto, quando Francesco va a scegliere il suo «momento storico» con coscienza, analizza il tempo di vivere, non più quello di sognare sulle cose perdute o mal fatte.

Le «stanze» dimostrano i rifiuti per le cose piccolo-borghesi, i rifugi ai quali approdare nei momenti di sconforto, le isole irreali ma razionali che sono la droga ed il bere, sono il viversi addosso «da poeta ed ubriaco, quando picchierai la testa contro i tuoi perché», sono la coscienza di non chiudersi nel ghetto dei ricordi e delle omissioni, quando in Guccini esprimere la vita quotidiana è ormai segno di consapevolezza politica.

Cosa ci ispirava, cosa ci colpiva di lui? Gli anni, i mesi ed i giorni che passavano, il riflusso di esperienze quotidiane, il déjà vu di dolci esperienze d’amore e quindi era il sogno, quando il sogno non ha valore né significati, perché l’uomo che basa la sua vita, anche per un solo istante, sulla segretezza di un ricordo, di un momento passato, non è più uomo, non crea, non vive, né individualmente né socialmente.

Questo stato di cose, il comprenderle, ecco il problema che tanto scotta ai gucciniani convinti, ai convinti assertori di vite che sono il riflesso di altre vite, di passioni che sono rimembranze, di strade di provincia cui incatenarsi per giungere alle nuove città del pensiero, di solitudine di esistenza di amore a metà di comunicazione falsa, insomma le cose che fanno una canzone, cioè quello che Francesco ha sempre combattuto.

Lentamente, questo poeta che poeta non è, ha superato una fase critica gravissima, si accosta ai quaranta con una gioia inimmaginabile, e resta il solo in grado di comunicare pienamente – forse insieme e soltanto ad un Gaber – una sua verità personale, che ci appartiene perché specchio di ogni giorno, perché è politica, lotta in famiglia, in fabbrica, perché è vivere da immigrato e in servizio militare, in banca o alle presse della Fiat. Ed è questo per Guccini l’uscire dal ghetto, solo attraverso l’appartenenza ad una coscienza di classe, e non ai giochi del sistema. Si potrà obbiettare che tutto questo, alla luce degli album, discografici, non appare. Si potrà dire di un Guccini ermetico, schivo all’abbraccio caloroso con la gente, si potrebbe accusarlo di revisionismo, di far musica per una élite ristretta, non si comprenderà il Guccini liberato finalmente dalla paura di cantare La locomotiva o Primavera di Praga, di urlare in faccia alla gente, con rabbia.

Del vecchio Francesco, per quello che ci attendiamo da lui, dovrebbe apparire tra poco il suo nuovo Lp, di nuovo a due anni di distanza dal precedente, non è rimasta che la maturazione, la musica «dylaniata» estrapolata finalmente dal contesto americaneggiante, mitico della giovinezza, è nata in lui una prosa realistica, che non ha bisogno dell’America per esprimere quanto avviene in Italia, non cerca il sogno per simboleggiare una realtà scottante, non crede in terre mitiche o bolle pontificie con le quali suggellare e chiudere una persona nel suo nuovo ghetto che anche Francesco, un tempo, può aver aiutato a costruire, sbarrando il passo al verismo quotidiano, rifugiandosi, sull’Isola non trovata od alla ricerca delle sue Radici.

Francesco comunque ha fatto, e deve fare soprattutto, ben altro, ed il prossimo lavoro lo vorremmo più immediato e polemico, che parli senza inutili enfasi della condizione operaia, che dica dei lunghi mesi di naja, che racconti della droga governativa, che riporti lo scandalo di un paese come il nostro, che le sue stanze si allarghino alle strade, respirino senza «cultura millenaria sospesa in aria»: Francesco ha fatto promesse che vanno mantenute.

Dovrà ancora una volta spogliarsi di tutto, lasciare che le cose gli scorrano intorno e cantarle, ancora più crudamente e con coraggio, una forza che non gli è mai mancata ma che potrebbe stemperarsi nell’età, mentre «le strade sono piene di una rabbia che urla più forte» e gli anni hanno privato di bellezza anche quel Sessantotto che l’uomo ha vissuto… Ed ora un mare di domande, l’anarchia affiorante nei testi, il socialismo, il populismo, la «cultura» di cose americane, la professione, ma insomma ci attendiamo solo delle precise risposte, che Venditti e De Gregori e Dalla sembrano voler lasciar alla «poesia», al successo delle cose dette a metà; e Francesco, solo lui, sarà ancora lo specchio di una generazione, delle sue irrealizzazioni, della sua paura di vivere.

Compito durissimo, quello di Guccini, rendere testimonianza ad ogni passo, in barba anche ai più neri pessimismi. «E poi e poi gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose; e tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote; e tutti, sai ti san dire come fare, quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual è il vero vero; e poi e poi, tutti chiusi in tante celle, fanno a chi parla più forte per non dire che stelle e morte fan paura». Sono parole di Francesco, di qualche tempo fa – La canzone della bambina portoghese – che non tutti hanno compreso, un dramma che era speranza, non la gioia semplice ed inutile di un’esperienza negativa, gucciniana, e quanto è stato scritto mentre non si comprendeva che il succo era che «quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere».

Maledizione, Francesco è riuscito a dirlo, senza mezze frasi, perché il suo vivere è anche il nostro, chiede semplicemente un dialogo che l’industria, la società, il sistema gli negano come uomo e come artista.

Ancora una domanda – la lettera aperta, ecco la formula giusta per un articolo – di avere coraggio sino in fondo, di sapersi divertire come ha fatto nel più misconosciuto dei suoi lavori, quell’Opera Buffa che solo i modenesi hanno compreso, o ne hanno saputo ridere in pochi, perché è musica fatta per strada, quando reinventa la Genesi e pennella furiosamente sulle canzoncine della sbarbata mattutina, quando attacca la cultura scolastica e gli accidenti che ne vengono, e la politica clericale e fascista, tutto con la sua lingua raffinata, suadente, la sua erre moscia che scopri piace tanto al compagno di banco o al garzone del macellaio, quell’equilibrio elegante che è semplicemente frutto di un uomo ormai alle strette, allo scoperto, emotivo, che si deve conoscere, disprezzare o amare: questo fino ad ora ha proposto, senza salire in cattedra, con umiltà, questo c’è da rendergli, con coraggio.

Le armi del potere contro i dissidenti, i sovversivi e gli assertori di versioni contrarie al mainstream. Una prassi che arriva da lontano…  

Di Maurizio Baiata

1 Agosto 2022

Tratto da Leonardo Sciascia, il film di Elio Petri “Todo Modo” nel 1976 denunciò la capacità delle élite di chiesa e politica di corrompere ed eliminare qualunque ostacolo. Con ogni strumento, legale e illegale. Erano i cosiddetti “anni di piombo” e la cinematografia italiana, con il coevo “Cadaveri Eccellenti” di Francesco Rosi (ancora derivato da un romanzo di Sciascia), nei film-inchiesta prendeva spunto da fatti di cronaca per mettere a fuoco piani eversivi, alleanze assurde e l’impotenza della sinistra di partito di opporsi realmente al potere vigente. Allora come oggi, chi si confronti con questo “sistema”, subisce le conseguenze del proprio impegno per la verità. 

Contro i dissidenti, le armi del potere sono: la disinformazione, l’insabbiamento (cover-up), la diffamazione (mirata alla rovina della reputazione), i provvedimenti disciplinari (applicati sulla professione), costruzione di castelli accusatori fasulli, minacce e tecniche intimidatorie e, infine, la soppressione. Come si diceva una volta, “a mali estremi, estremi rimedi”.  

Se consideriamo tutto questo nell’ottica ufologica, dobbiamo tenere conto di una premessa, a mio avviso fondamentale, quella che segue:

“Credo che i governi succedutisi in questi anni abbiano detto una tale massa di menzogne che oggi si trovano in una situazione senza via d’uscita e non possono più dire la verità”. John Lear (pilota aeronautico ed ex agente CIA, scomparso nel marzo 2022).

Un sistema senza via d’uscita può solo reprimere. Si devono a John Lear e al giornalista George Knapp le prime conferme dell’esistenza dell’Area 51 e del lavoro che il fisico Robert Lazar avrebbe svolto sui sistemi propulsivi di UFO recuperati, studi da lui condotti in una sezione super segreta dell’Area 51, la S-4 sita nel perimetro della Nellis Air Force Base, a una ottantina di km a nord di Las Vegas. Sul finire degli anni ‘80 quanto divulgato da Lazar venne etichettato come un misto di informazione e disinformazione. Le sue credenziali non erano verificabili, perché del passato professionale di Lazar non era stato possibile reperire neppure una traccia. Per questo, il fisico nucleare canadese e ufologo di altissima levatura, Stanton Friedman, bollò il caso Lazar come fraudolento.

Robert Lazar

Si consideri però che in ufologia la disinformazione è insita in quella che appare comunicazione corretta e veritiera.

Si immettono, in tutti i media e soprattutto attraverso il web, notizie fasulle che appaiono interessanti, persino eclatanti e, a volte, si inneggia con entusiasmo e ingenuità alla “pistola fumante”. A guardare meglio, però, la loro consistenza si infrange sul muro dell’impossibilità di controllarne le fonti, spesso anonime, o del tutto assenti, con indizi frammentati o inconsistenti e testimonianze non comprovabili.

A mio avviso questo non rientra nel caso Lazar, tuttavia i depistatori e i guastatori (i “debunkers”) lo portano ad esempio per proclamare che quanto arriva dai “whistleblower”, o gole profonde, è sempre privo di fondamento. Se invece cogliessimo, con Lazar e in diversi altri casi, il clima da guerra fredda che caratterizza la moderna storia ufologica, lo scenario apparirebbe più plausibile. Non solo, il destino dei rivelatori e degli oppositori al regime di segretezza è legato a una scelta: parlare o rinunciare. Qualora essi persistano nella divulgazione, davanti a loro si profilano solo tre possibilità: l’epurazione, il pentimento, l’asservimento.

Come tutto è cominciato

Il 7 Dicembre 1997 a Brasilia, durante il Primo Forum Mondiale di Ufologia, intervistai G. Cope Schellhorn, professore di Inglese, futurologo e scrittore. La sua relazione era stata una bomba: Shellhorn affermò che un gran numero di ricercatori UFO erano morti in circostanze mai chiarite e per ragioni ignote.

G. Cope Shellhorn

Le cause dei decessi: arma da fuoco, avvelenamento, soffocamento, inoculazione di virus mortali. E Shellhorn, dopo aver minuziosamente descritto molti casi di ufologi eliminati o “suicidati”, concluse lapidariamente: non solo la ricerca UFO è potenzialmente pericolosa, ma la durata media di vita degli studiosi più seri ed esposti è decisamente più breve della media nazionale. La sua relazione suscitò un vespaio. I più autorevoli ufologi del mondo la accolsero con sospetto e derisione.

Ma avevano torto, perché esistevano dei precedenti.

Nel 1971, lo scrittore e ricercatore Otto Binder pubblicò un articolo sulla rivista “Saga” intitolato “L’eliminazione degli UFO inquirenti”. Binder aveva studiato le morti di “almeno 137 ricercatori di dischi volanti, scrittori, scienziati e dei testimoni morti nei precedenti 10 anni”, molti in circostanze misteriose.

Cadaveri eccellenti

Scienziati astronautici, ingegneri aerospaziali, microbiologi, genetisti, fisici quantistici, esperti di sistemi radar e missilistica, di sofisticati apparati di Difesa, di guerra batteriologica, Star Wars Project (SDI), Free Energy, Informatica, Mind Control, Visione a distanza. Questi, i soggetti da tenere sotto controllo ed eventualmente da epurare e/o eliminare. Una lista interminabile che, in Ufologia racchiude testimoni di Incontri Ravvicinati, inquirenti, editori, giornalisti e scrittori. Ma anche in altri settori, personaggi che apparentemente nulla avevano a che fare con le scienze di frontiera, avrebbero potuto risultare molto scomodi, come alcuni visionari registi cinematografici. Su tutti, Stanley Kubrick, morto per cause naturali (“arresto cardiaco”) il 7 Marzo 1999, a una settimana dal completamento del montaggio del suo film di più pura denuncia dell’esistenza di un sistema di potere occulto, “Eyes Wide Shut”. E Bruce De Palma, fratello maggiore del regista Brian. Fisico, pioniere della Free Energy e inventore della “N-Machine”, nel 1997 De Palma sarebbe morto a 42 anni in Nuova Zelanda, per cause naturali. La sua pagina di Wikipedia, non esiste più.

Bruce De Palma

Nessun mistero avvolge la fine dello scienziato Michael Wolf Kruvant, avvenuta il 18 Settembre 2000 dopo lunghi anni di lotta contro un male incurabile. Di Wolf ho parlato diffusamente e in questo blog sono reperibili diversi articoli a lui dedicati e spezzoni tratti dal suo libro “The Catchers of Heaven – A Trilogy”, da me tradotto e in seconda edizione intitolato “I Guardiani del cielo” (Verdechiaro Edizioni). All’indomani della sua morte, il suo appartamento ad Hartford, in Connecticut venne completamente ripulito, “bonificato” dai servizi di intelligence per i quali Wolf ha lavorato sino all’ultimo. Il secondo volume della trilogia era terminato e Wolf lo aveva raccolto in un dattiloscritto di cui non è stata trovata traccia, come tutta la sua biblioteca e gli effetti personali. Tutto sparito. Wolf non deve esistere.  

L’Ammiraglio del Majestic 12

Fra i più illustri casi di sospetto suicidio resta emblematico quello dell’Ammiraglio James Vincent Forrestal. Membro del Majestic 12 e Segretario alla Difesa, secondo la versione ufficiale, il 22 Maggio 1949 Forrestal si uccise lanciandosi dal 16.mo piano dell’Ospedale militare Bethesda, gestito dalla US Navy, in Maryland. Forrestal era stato ricoverato a causa di una fortissima depressione e di turbe psichiche a seguito delle dimissioni impostegli dal Presidente Truman. Ammettendo come reale l’esistenza del Mj-12, composto anche da membri ai vertici militari statunitensi, Forrestal sarebbe stato fra i pochi a conoscenza della questione EBE, le Entità Biologiche Extraterrestri. Al Bethesda, il 23 Novembre 1963 fu eseguita l’autopsia sul corpo del Presidente Kennedy.

L’ammiraglio Forrestal

 Il geologo della battaglia di Dulce

Anche la morte di Phil Schneider, avvenuta nel Gennaio 1996, è stata archiviata come suicidio. Ex geologo e ingegnere governativo, per due anni Schneider aveva tenuto conferenze negli USA rivelando di aver lavorato in progetti segreti e alla costruzione della base sotterranea militare di Dulce, in New Mexico. Disse di aver partecipato alla cosiddetta “battaglia di Dulce”, un confronto armato avvenuto nel 1979 tra creature umanoidi e personale militare (66 vittime umane). Dei tre sopravvissuti, Schneider ne uscì con il petto ustionato e tre dita di una mano amputate. Phil Schneider iniziò a parlare dopo il controverso suicidio del suo amico Ronald Rummel, ex ufficiale Air Force ed ex agente intelligence USA, con il quale aveva pubblicato l’opuscolo “Alien Digest”. Phil era il figlio del capitano della Marina nazista Oscar Schneider, catturato dagli americani era stato portato negli USA nell’ambito della Operazione Paperclip e poi con cittadinanza americana, era entrato nella US Navy e aveva raggiunto il grado di capitano, trovandosi a suo dire coinvolto nell’Esperimento Philadelphia.

Nel documentario “The Underground – A Hidden Reality and the True Story of Phil Schneider” le rivelazioni di Philip vengono analizzate da Richard Dolan, Richard Sauder, Neil Gould e Cynthia Drayer (vedova di Schneider). Nello schema del mondo della segretezza, secondo Schneider, erano sequenziali e fondamentali i rapporti tra la Germania nazista, gli Stati Uniti e la Cina con tre tipologie aliene: i grigi, i rettiliani e gli insettoidi.

La scena apparsa agli inquirenti nell’abitazione di Schneider

Dopo una prima certificazione di morte causata da ictus, Cynthia chiese di vedere il corpo del marito prima che fosse cremato.

Fu dissuasa dal direttore dell’impresa funebre, dato l’avanzato stato di decomposizione. Tuttavia, Cynthia non se ne fece una ragione e il giorno dopo incalzò il detective Randy Harris, che le confermò che “qualcosa non quadrava”, giacché non vi erano segni sul collo del marito che confermassero l’ipotesi della seconda certificazione di morte stilata in base al rapporto della polizia che lo aveva dichiarato “suicidio da strangolamento”. Il corpo di Philip Schneider fu quindi sottoposto ad autopsia dalla dottoressa Karen Gunson, medico legale della Multnomah County, Oregon. L’autopsia confermò che Phil era morto per asfissia e il caso era stato chiuso come suicidio. Schneider si era stretto al collo un catetere il cui altro capo aveva annodato alle sue gambe. Resta da comprendere con quale forza Philip, che era semi-paraplegico e deambulava con tutori di contenimento, abbia potuto legarsi un catetere al collo, facendo trazione con le gambe sino a bloccare il flusso di sangue alla testa, per poi perdere i sensi e infine morire.

Una condanna a vita

Di Bob Shell, uno dei più titolati foto-esperti americani, direttore della rivista di tecnica fotografica “Shutterbug” – noto nella comunità ufologica internazionale in seguito al suo coinvolgimento nelle analisi su un frammento di pellicola del Santilli Footage (fotogrammi rivelatisi datati 1947, ma privi di immagini del corpo dell’essere sul tavolo autoptico) – pochi sanno che aveva contatti con insider collegati alle basi sotterranee.

Bob Shell

  

Dal 2007 Shell sta scontantando una condanna a 32 anni di carcere per omicidio e profanazione di cadavere. Secondo l’accusa, avrebbe causato la morte della sua ragazza, la diciannovenne Marion Elizabeth Franklin, avvenuta il 3 Giugno 2003 nello studio fotografico di Shell a Radford, in Virginia. L’uomo le avrebbe procurato la droga, dopo di che le avrebbe iniettato una mistura letale di cocaina, morfina e altri stupefacenti, causandone il decesso. Poi, avrebbe abusato del suo corpo senza vita.

Durante il processo, Shell ammise la sua relazione con la ragazza e dichiarò che durante un rapporto sessuale consensuale, la Franklin sarebbe stata stroncata da un attacco cardiaco. I suoi difensori contestarono le accuse di omicidio a sfondo sessuale e droga e si scagliarono contro l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Radford, che non aveva fornito prove conclusive a carico di Shell. Bob Shell, oggi 65enne, che si è sempre proclamato innocente, subisce una condanna che lo porterà a morire in carcere. Tutti i suoi ricorsi in appello sono stati respinti. Vale riportare questa e-mail che Shell mi scrisse dal carcere di Radford in risposta a una mia nella quale, a fronte della campagna diffamatoria orchestrata dalla frangia “politicamente corretta” della comunità ufologica statunitense che applaudiva alla pena che gli era stata inflitta, gli espressi il mio sostegno morale e, per quanto possibile, professionale.

“25 Agosto 2004. Hello Maurizio,

Mi fa molto piacere sentirti. Nonostante io abbia mantenuto un silenzio pressoché totale dal tempo del Santilli Footage, non ho mai perso il mio interesse per gli UFO e per i fenomeni a essi collegati. Navigando su UFO Updates non ho potuto esimermi dal rispondere ad un “post” da parte di qualcuno che diceva di volersi mettere in contatto con Philip Corso! (il colonnello è deceduto nel 1998, N.d.R.). Mi spiace, ma non conosco l’italiano quindi non sono in grado di leggere l’articolo che mi riguarda pubblicato sul tuo sito web (DNA magazine, da anni non più attivo, N.d.R.), ma apprezzo molto il tuo supporto. Appare chiaro per chiunque mi conosca che le accuse nei miei confronti sono totalmente ridicole e infondate. È importante sapere che la maggioranza degli articoli pubblicati dai quotidiani è basata su resoconti scorretti. Innanzitutto, non sono sotto accusa per omicidio volontario, come molti hanno scritto. Il perito in patologia forense ha infatti stabilito che la morte di Marion è avvenuta per cause accidentali. L’accusa quindi è di omicidio colposo, non volontario o premeditato, ed è stato inteso come morte accidentale occorsa durante la perpetrazione di un altro reato. Marion era la mia fidanzata e io l’amavo moltissimo. Non le ho fatto nulla di male. La persecuzione che sto subendo è completamente politica nelle motivazioni e nulla ha a che vedere con alcun dato di fatto. Le prove a mio carico sono di natura totalmente fraudolenta. Il caso si basa esclusivamente su menzogne raccontate da un dipartimento di polizia corrotto. Il dipartimento di polizia di questa città è fuori da ogni controllo ed è costantemente oggetto di articoli dei quotidiani. Personalmente, sono solo una delle tante persone finite nelle trame di tale scandalo… Non esitare a pormi altri quesiti, qualunque quesito, quando lo desideri. Non ho segreti per nessuno. Con i più sinceri auguri, Bob”.

Inganno alieno sul filo della fiction  

Di Maurizio Baiata

I ricercatori che si cimentano in conferenze sugli UFO sanno che un contatto visivo assai intenso e insistente con alcuni astanti, a volte cela qualcosa di drammatico: domande per loro importanti e prive di risposte. Personalmente, l’ho provato diverse volte, quando al termine degli incontri una coppia si avvicina al palco e ci si accorge erano loro a fissarvi fino a pochi istanti prima.

“Signor Baiata, può concederci un momento per favore?”.

“Certo, come posso aiutarvi?”.

“Beh, non lo sappiamo. Siamo preoccupati per gli strani sogni che fa Tommy, il nostro bambino. Ha quattro anni e al mattino ci racconta che ha sognato di aver giocato con un suo amichetto in giardino, che è un simpatico coniglio bianco”.

“Oh, capisco, giocano e cos’altro fanno?”.

“Il coniglio è buffo. Ha gli occhi grandi e neri e gli parla con dolcezza, e Tommy è felice… sa, non ha amici con cui giocare… Ma vede, non crediamo affatto che il suo amichetto sia un coniglio, o che Tommy stia sognando, perché al mattino abbiamo trovato le sue pantofoline sporche di fango ed è successo più volte. Chi è quel coniglio che lo sta portando via? Dove vanno, cosa significa questa cosa? Siamo costernati. C’è modo di fermarla?”.

Il “grigio” nel test HIRT di Budd Hopkins.

Come sappiamo, è difficile rispondere. Ci hanno provato in America, soprattutto lo psichiatra John Mack e il grande esperto del fenomeno, Budd Hopkins, con il quale ho avuto modo di confrontarmi diverse volte. Hopkins, con l’aiuto di psicoterapeuti di mente aperta, a proposito dei bambini apparentemente coinvolti nelle cosiddette “esperienze di contatto” con esseri non umani, aveva elaborato un test assai efficace, denominato HIRT, teso al “riconoscimento”, ovvero al delineare una sorta di identikit dei “rapitori” sulla base della testimonianza visiva fornita dal bambino. Ne parleremo in altra sede.

Per il momento, ho voluto solo accennare al fenomeno abduction dal punto di vista di chi lo ha vissuto o vi è stato coinvolto in prima persona e che a me si è rivolto sapendo che anche io avevo vissuto qualcosa di simile. Avevano interpellato i medici, i quali spesso hanno semplicemente proposto terapie a base di psicofarmaci, altri sono incappati in famosi studiosi che hanno loro proposto le ipnosi quali soluzioni liberatorie e definitive, altri ancora sono finiti nelle mani di operatori dell’occulto e di esorcisti, con ovvie ripercussioni.

L’occasione per tornarne a parlare è il film “Il Quarto Tipo” in onda questa sera sul canale Italia2 del digitale terrestre alle 21:15 e in replica domani alle 23:15. Diretto da Olatunde Osunsanmi, “The Fourth Kind” uscì nel 2009 e negli USA fece un certo scalpore, frutto della furbesca promozione che lo aveva lanciato quale film documentario basato su esperienze reali di rapimento alieno. Come nella casistica “alien abduction”, i Grigi entrano nella mente dei soggetti prescelti e si inseriscono nella loro realtà spazio-temporale in modo impercettibile, inducono immagini e situazioni familiari alla persona, spesso utilizzando l’immagine di animali, nel film le “vittime” hanno avuto ripetute visioni di gufi, invece dei coniglietti di Tommy. Fattore intrigante della pellicola è la ricostruzione dei fatti attraverso ampi spezzoni di “docu-drama” misti alla narrazione cinematografica, alla mera fiction. Qui, vengono inserite immagini che sembrano riferite a fatti realmente accaduti in un tradizionale contesto filmico da “fanta thriller”. Milla Iovovich ne è la protagonista, la psicologa/terapeuta Abigail Tyler che conduce le sedute di regressione ipnotica ed è coinvolta nelle esperienze dei suoi pazienti in un crescendo di effetti horror basati sul “vedo e non vedo”.

È vero, nella trama de “Il quarto tipo” tutta strutturata su storie di presunto rapimento alieno, emerge di prepotenza il trauma dell’isolamento sofferto dai testimoni, e questo può essere riconducibile alla episodica a noi nota, ma nel film gli addotti vengono dipinti come emotivamente instabili e degni di essere confinati in un cella di prigione (perché sono bugiardi e criminali), in manicomio (perché sono così mentalmente sconvolti da dover essere allontanati dalla società “normale”) o nella stanza degli esorcismi (perché i preti della chiesa devono espellere i demoni). Lo sforzo di Osunsanmi, di rapportarsi a questi episodi può anche essere giudicato lodevole, ma il regista sta raccontando solo una parte della storia – che gli alieni sono cattivi e malevoli.

Peccato, perché Milla Jovovich è superlativa e tutto il cast è di alto livello.

Che il film sia solo una mera finzione, seppure del quarto tipo, chi scrive ne è ampiamente convinto. Le ricerche condotte a Phoenix dalla redazione del periodico “Open Minds” allora sotto la mia direzione, consentirono di appurare che non esisteva alcun riscontro in merito all’identità dei personaggi principali, la psicologa, dottoressa Abigail Tyler e il dottor Abel Campos della della Chapman University.  Di accertato sussisteva un solo elemento: il solo obiettivo della produzione era il profitto, non certo la corretta informazione. Avevano dichiarato che era un film-documentario, ma non lo era, tutti coloro i quali vi appaiono sono attori o persone ingaggiate per ricoprire quei ruoli. Nessun testimone è reale.  

Nome, la cittadina dell’Alaska dove “Il Quarto Tipo” è ambientato esiste davvero e, in anni precedenti, era stata teatro di inquietanti fatti di sangue e sparizioni inspiegabili. Probabilmente questo è l’elemento di congiunzione fra una parziale realtà e la totale fiction de “Il Quarto Tipo”.

Anche se il film mette in luce alcuni elementi comuni e “ben documentati” sulla realtà delle abduction aliene – il che contribuirebbe ad aumentare l’attenzione e la presa di coscienza almeno di alcune fasce della popolazione sul tema – purtroppo sabbiamo a che fare con un esempio di premeditata disinformazione cinematografica, progettata per incutere la paura dell’alieno malvagio nell’opinione pubblica.

Nel Luglio 2009 visitai con Jesse Marcel Jr. il “Campo dei Rottami” nel Foster Ranch, dove tutto ebbe inizio 75 anni fa.

Di Maurizio Baiata

5 Luglio 2022

Alla luce del deprimente spettacolo offerto la notte del 2 Luglio scorso dal canale DMAX del digitale terrestre che, in occasione del “World UFO Day”, ha programmato lo speciale britannico “Roswell 75: The Final Evidence”, sarebbe facile per me smentire i debunker, ma preferisco ritornare sui luoghi teatro dell’incidente del Luglio 1947 per come li ho vissuti tredici anni fa, inquadrandoli in maniera sufficientemente completa, contenutisticamente e fotograficamente. 

Le figure chiave dell’Incidente di Roswell. In alto da sx Bill Brazel e lo sceriffo Wilcox. Al centro da sx il Maggiore Jesse Marcel, Sheridan Cavitt del controspionaggio, il comandante Blanchard e Walter Haut, che emise il comunicato stampa che annunciava il ritrovamento di un disco volante. In basso da sx, il Generale Roger Ramey, Il fisico Stanton Friedman e il deputato Steven Schiff. Su sua richiesta, si è appreso che la documentazione sulle attività della base di Roswell nei primi di Luglio 1947 è andata distrutta in un incendio.

Con Paola Harris e Jesse Marcel Jr. ci eravamo dati appuntamento all’aeroporto di Albuquerque, capitale del New Mexico e da lì in macchina eravamo partiti alla volta di Roswell, insieme al britannico Nick Pope e al collega Alejandro Rojas della rivista Open Minds che allora dirigevo. Vi risparmio la cronaca del viaggio, fatto è che dopo aver perso la rotta ed esserci trovati in the middle of nowhere, giunti a Roswell a sera inoltrata, dopo un indimenticabile snack in albergo, eravamo andati a dormire.

Jesse Marcel Jr., Paola Harris e il sottoscritto all’aeroporto di Albuquerque. (foto: Paola Harris)

Con la luce diurna, la cittadina nulla offre di attraente, appollaiata com’è sulla lingua di asfalto della Main Street e tranne pochi edifici bassi e tristanzuoli altro non c’è se non i negozietti per i turisti e il Roswell Museum, che avrei visitato alcuni giorni dopo. Di buon mattino, Paola Harris mi ha presentato Chuck Zukovsky e la sorella Debbie, ricercatori del MUFON Missouri, con i quali abbiamo stabilito di fare gruppo insieme al figlio del mitico Maggiore Jesse Marcel e al video operatore Matt Morgan, destinazione il cosiddetto Debris Field, il campo dei rottami dove nella notte fra il 2 e il 3 Luglio 1947 un oggetto non identificato planò e rimbalzò sul terreno e riprese quota, per schiantarsi altrove (a ridosso della Capitan Mountain e/o nei Piani di San Augustin, ma i particolari costituiscono altra storia).

Paola non è con noi. Altri impegni giornalistici la aspettano ed è già stata al Foster Ranch, dove negli anni Quaranta era solito pascolare il suo gregge il mandriano William Mac Brazel. La mattina del 3 Luglio ’47 Mac trovò il terreno cosparso di strani rottami e la storia umana dell’incidente di Roswell ebbe inizio in quel momento.

Brazel ebbe la luminosa idea di avvertire del ritrovamento lo sceriffo George Wilcox della Contea di Chaves, il quale si preoccupò di informare il colonnello William Blanchard, comandante della base di Roswell. Insieme, Blanchard e Wilcox sembra abbiano raggiunto il luogo del crash, dove l’oggetto aveva trovato la sua destinazione finale, ad oggi ancora avvolta nel mistero e da approfondire in altra sede.

Blanchard incaricò subito il maggiore Jesse Marcel e l’agente del CIC (controspionaggio), capitano Sheridan Cavitt, di andare al Foster Ranch. Marcel sulla sua Buick e Cavitt su una jeep, eseguirono gli ordini e le cose apparvero loro esattamente come descritte da Brazel: sul campo c’erano rottami e detriti di vario aspetto, ma non associabili a qualcosa di conosciuto, secondo la stima di Marcel, che era un super esperto di velivoli di ogni genere, americani e non. Ne raccolsero tutto il possibile sino a riempire i due mezzi. 

Jesse Marcel Jr., Debbie e Chuck Zukovski (foto: Maurizio Baiata)

Le tappe del nostro viaggio

Noi, in questa prima mattina del 2 Luglio 2009, siamo sul potente Nissan 4×4 di Chuck Zukowski, che conosce i posti a menadito e ci spiega che il punto di riferimento è un mulino, ridotto ormai a un rudere e non facilmente distinguibile nello scenario desertico. Siamo a una ottantina di miglia (130 km) a nord di Roswell e abbiamo lasciato la strada asfaltata per seguire un primo tratto di sterrato abbastanza agevole, per alcune miglia. Ad un certo punto il sentiero sparisce e Chuck va ad istinto percorrendo i campi su un fondo da affrontare con una moto enduro o un’auto fuoristrada. A tratti riappare uno sterrato che costeggia ampi lembi di terra semi desertica e altri con vegetazione. Le nostre guide dicono che è la zona in cui è compresa quella che un tempo era la proprietà dei Proctor, una famiglia di allevatori vicini a Brazel e ai quali un giorno dei primi di Luglio “Mac” mostrò uno strano frammento trovato nel suo campo, affermando che secondo lui quella trovata sul suo campo non era roba terrestre.

Il corral, recinto che delimita l’area del capanno degli attrezzi. (Foto M. Baiata)

Facciamo sosta nei pressi del barn, il famoso capanno, o granaio che – un tempo in legno – fungeva da deposito degli attrezzi agricoli e che ora appariva rinforzato in muratura. Si trova all’interno del corral, un terreno recintato con lo stesso robusto filo spinato di un tempo. Fu in quel capanno che Marcel e Cavitt sistemarono alcuni rottami e trascorsero le prime ore della notte. Jesse Marcel Jr. visita per la prima volta quei luoghi tanto importanti per il padre, per la sua famiglia e per tutta la storia ufologica a noi nota e sembra che questo pesi sul suo cuore. Nelle oltre due ore dalla partenza da Roswell si è espresso solo a monosillabi, ponendo solo qualche domanda a Chuck e Debbie. Nell’impossibilità di scavalcare la recinzione e arrivare al capanno, scattiamo qualche foto e poi ripartiamo.

Jesse Marcel Jr. posa per noi davanti al capanno degli attrezzi. (foto M. Baiata)

Ci aspetta ancora una mezz’ora e saremo al debris field, nel ranch che fu di Mac Brazel. Ma Chuck fatica ad orientarsi. Sbaglia direzione, anche se aveva lasciato come riferimento dei paletti metallici a seguito degli scavi condotti nel 2002 e 2006 dal famoso ricercatore UFO e specialista di Roswell, Don Schmitt e supervisionati dall’archeologo Bill Doleman dell’Università di Albuquerque, sponsorizzati dallo Sci-Fi Channel e dalla NBC. La ricerca non produsse risultati significativi. Qualche tempo dopo invece, Debbie e Chuck avrebbero avuto maggior fortuna portando alla luce alcuni frammenti di tessuto di uniforme militare e soprattutto un frammento metallico sepolto sotto una decina di centimetri di terra. Ovviamente, non doveva trovarsi lì ed era sfuggito alla “bonifica” effettuata dalle squadre di militari inviate sul posto a più riprese dalla base di Roswell nei giorni successivi all’incidente. Quindi, questo costituisce una prova: i militari avevano setacciato accuratamente il terreno, ma non avevano occultato del tutto tracce della loro presenza sul posto. Chiunque riesca a spingersi sin qui si accorgerà che il luogo corrisponde alle caratteristiche e alle descrizioni testimoniali. La certezza assoluta non si ha ancora, ma Schmitt, Tom Carey e il team archeologico che vi hanno lavorato per oltre dieci anni ne sono convinti.

Sopralluogo di ricercatori nel Debis Field. Al centro Donald Schmitt, a destra Yvonne Smith (foto: Don Schmitt ©)

Cosa accadde quella notte?

Il Debris Field è un’area a occhio calcolabile in circa 500 metri di lunghezza e trecento di larghezza, protetta da un basso costone collinare su cui ipoteticamente l’UFO avrebbe impattato, per poi scendere repentinamente, toccare il suolo e produrre una larga infossatura (presumibilmente poi riempita di terra dai militari) e infine riprendere quota.

Siamo al centro del campo. Ci restiamo per più di due ore. Si parla, si discute, si fanno congetture, si guarda verso la Capitan Mountain, si immagina cosa possa essere accaduto quella notte e in quei giorni. Ho registrato su audiocassetta tutte le conversazioni e appena possibile ne renderò noti i contenuti.

Jesse Marcel ha ormai passato la settantina, è malfermo sulle gambe e si aiuta con calzari adduttori, ma gironzola ed è difficile tenerlo a bada. Chissà quali interrogativi si starà ponendo, immedesimandosi nel padre… Per quanto mi riguarda, da più di 20 anni (nel 2009, N.d.A.) studio il caso Roswell e ora sono qui, con bravi ricercatori americani e un autentico testimone oculare. Il maggiore Marcel raccolse e portò a casa quanti più rottami possibile. Il figlio ricorda che quando il papà arrivò nel cuore della notte era al volante della sua berlina Buick carica anche sui sedili posteriori di sacchi e scatoloni pieni di cose strane… che mostrò a lui e alla mamma sparsi sul pavimento della cucina. Disse loro che non era materiale degli americani, né di forze militari di altre nazioni, non era roba terrestre, ne era certo. Spero ci sia occasione per parlarne un’altra volta con Jesse Marcel Jr. e chiarire se fu Cavitt a caricare sulla jeep il grosso dei rottami, che portò la mattina dopo al colonnello Blanchard.

L’estensione del campo dei rottami fotografato dal rilievo collinare. (foto M. Baiata)

Le mie impressioni

Se vi capitasse di sorvolare queste zone e osservarle dall’alto, ciò che appare è un territorio desertico a perdita d’occhio. Anche se non del tutto arido fa una certa impressione, soprattutto se si pensa che nella notte del 2 Luglio 1947, forse a causa di una perturbazione geomagnetica o di interferenze radar, qualcosa di inspiegabile davvero vi accadde e tu – misero visitatore di un altro pianeta o un’altra galassia – ti vai a schiantare nel nulla più totale. E invece ora sei tu, umile giornalista italiano, a trovartici nel bel mezzo e calpesti questa terra… pensi al fatto che se degli alieni, uno o più equipaggi extraterrestri a bordo dei loro oggetti volanti fossero incappati in un’avaria che li avesse costretti a scendere sino a sfiorare il suolo, beh, allora ti dici che sì, fra tutti i luoghi possibili questo poteva essere quello giusto. Appena arrivati qui oggi, ho avuto subito la sensazione che il luogo corrisponde alle descrizioni testimoniali, e poi c’è quel rilievo alto qualche decina di metri che poteva aver costituito l’ostacolo su cui una macchina volante impattò, arrivando da lì su, dallo stesso cielo che ora vedono i miei occhi e poi discese e toccò il terreno dove ora ci troviamo e rilasciò detriti e grandi e piccoli rottami e poi riprese il volo. Io ne sono convinto. Tutto è cominciato qui nel mezzo del nulla del Foster Ranch, nella notte fra il 2 e il 3 Luglio 1947. E non è affatto una leggenda.  

Il rilievo su cui potrebbe aver impattato l’UFO prima di discendere sul campo. (Foto M. Baiata)

Zukowski: “I militari erano stati lì”

Il testo che segue è stato redatto dall’amico e ricercatore Chuck Zukowski, specialista negli studi sul fenomeno delle cosiddette “mutilazioni animali”.

«Fu solo verso la fine degli anni Settanta che Stanton Friedman, il fisico nucleare canadese noto come “il padre di Roswell”, portò alla luce la storia del crash. Quindi, tranne alcune persone che vi erano state coinvolte, dal 1947 ad allora nessuno ne aveva mai parlato. Nel 2002 fummo contattati dal Roswell Museum. Cercavano dei volontari per effettuare scavi archeologi nell’area individuata come possibile campo dei rottami, insieme ad un team dell’Università del New Mexico guidato dall’archeologo Bill Doleman. Fu lui che decise uno scavo a strisce nei punti dove io avevo notato tracce di erosione causata dall’acqua, desumendone che nel corso dei decenni un fenomeno naturale avrebbe potuto produrre lo spostamento di frammenti di qualunque genere dalla superficie del suolo interessato dall’impatto verso le zone caratterizzate da erosione… e proprio lì noi avremmo scavato. Per cinque giorni effettuammo tre scavi da un metro e mezzo circa ciascuno, dai quali ottenemmo alcuni risultati significativi, riportati nel nostro rapporto “The Roswell Dig”.

Debbie Ziegelmeyer, Jesse Marcel Jr., M. Baiata, Chuck Zukovski (Foto M. Baiata)

Dei reperti ritrovati e considerando che il museo stesso non aveva stanziato alcun fondo per le analisi, arrivammo al 2008, quando con mia sorella riuscimmo a individuare e portare alla luce un oggetto apparentemente metallico che corrispondeva alle caratteristiche descritte dai testimoni nel 1947. Quindi, nel 2008 ho deciso di sostenere i costi di due separati scanning al microscopio elettronico e il frammento si è rivelato composto da alluminio e silicio, anche se non è stato possibile definire se si trattava di una lega di alluminio e silicio, ma il punto è che avevamo rinvenuto qualcosa in alluminio a sette, otto centimetri nel sottosuolo del Foster Ranch. Si tratta di un manufatto, che non dovrebbe trovarsi nel bel mezzo del deserto. Fra gli altri reperti, c’era anche del materiale simile a filamenti di tessuto verde, tipico di un’uniforme militare e un pezzo di suola in gomma, forse di uno stivale militare di vecchia fattura. Ed erano sepolti nel terreno fra sei, otto, dieci centimetri di profondità. C’era anche del materiale arancione rinvenuto dagli archeologi una settimana prima del nostro arrivo sul posto e non ne conosciamo la natura. Nell’Aprile di quest’anno abbiamo emesso un comunicato stampa sui ritrovamenti del 2002, allo scopo di interessare dei laboratori esterni che potessero analizzarli pro bono, quindi per noi a costo zero. Le ricerche continuano».

Jesse Marcel Jr. è venuto a mancare nell’Agosto 2013.

ROCK MEMORIES

SCRITTI RIBELLI E SINCRONICITÀ DI UN GIORNALISTA MUSICALE

Volume Primo

               Prefazioni di Susanna Schimperna e Renato Marengo

VERDECHIARO EDIZIONI

Un giorno nacque il Rock e il Mondo non fu più lo stesso

1970: dal frastuono del Piper al Dark Sound inglese, dal Blues dei neri d’America ai Corrieri Cosmici tedeschi, dai crocevia di ogni follia underground all’energia dirompente del “muro del suono”, dalle maschere prog partenopee alla prima intervista con un essere speciale: Franco Battiato.

Queste le sincronicità testimoniate dagli incontri con tante stelle del Rock, da David Bowie a New York ai Gentle Giant, EL&P e Colosseum intervistati in Italia, dalla miriade di concerti e di vinili a creare inarrestabili onde sonore e ad accompagnare l’urlo pacifista di un’intera generazione.  

Gli articoli che compongono “Rock Memories” (Volume Primo) apparvero sul settimanale Ciao 2001 fra il 1970 e il 1974. Il format del libro consente di consultarne gran parte nella loro originalità ma, a 50 anni dalla loro pubblicazione, l’Autore ne ha curato un nuovo editing in sintonia con il Presente.

I protagonisti del nostro viaggio

Gran Bretagna: Black Sabbath, King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Gentle Giant, David Bowie, Colosseum, Soft Machine, Quintessence, John Mayall, Joe Cocker, Alexis Korner, Rory Gallagher (Irlanda).

Stati Uniti: Jefferson Airplane, The Shadows, Iron Butterfly, Spirit, Tim Buckley, The Doors, Frank Zappa, Captain Beefheart, The Beach Boys, Shawn Phillips, David Crosby, Miles Davis, Weather Report, Santana.

Italia: Claudio Rocchi, Osanna, Il Balletto di Bronzo, Francesco Guccini, Angelo Branduardi, Antonello Venditti, Il Perigeo.

Da altri mondi: Magma, Franco Battiato, Third Ear Band, Popol Vuh, Tangerine Dream, Can, Amon Düül II, Klaus Schulze, Karlheinz Stockhausen, Faust.

Il corredo iconografico è tratto dall’archivio dell’Autore. 

In copertina, i Colosseum al Piper di Roma.

La Copertina è stata realizzata da Pablo Ayo

Il libro sarà disponibile nelle migliori librerie italiane dal 29 Luglio 2022 e sarà ordinabile negli store online (Macro, Giardino dei Libri, Amazon) e al sito della Verdechiaro Edizioni, dal 22 Luglio 2022. Pagine 352, grande formato, prezzo: € 23,00.

Di Maurizio Baiata 

La mente torna ai tre anni trascorsi a Phoenix a cavallo del 2010, quando mi apparve chiaro che l’Arizona era diventata il sancta sanctorum dei ricercatori UFO americani e stranieri, scegliendola come loro residenza. Fra questi, due autentici “veterani”, come Wendelle Stevens, l’ex colonnello USAF che abitava a Tucson e il sergente maggiore dell’US Army Robert O‘Dean che viveva ad Awatukee, con i quali avevo instaurato un sincero rapporto di amicizia e ormai venuti a mancare da diversi anni. Lo stesso era accaduto con la psicologa Ruth Hover, stimata terapeuta della famiglia, formatasi nello studio delle “Abduction” accanto al compianto dottor John Mack e responsabile del settore Esperienze di Contatto della sezione MUFON (Mutual UFO Network) Arizona, a Phoenix guidata da Stacey Wright e Jim Mann, che ne hanno poi preso le redini per l’intero Stato. Fra gli inglesi, il britannico Nick Pope si è trasferito in Arizona nel 2011 e ha scelto Tucson per viverci con la moglie americana, Elizabeth.

L’ingresso della Redazione di Open Minds

Open Minds

Personalmente, avevo deciso di trasferirmi a Tempe due anni prima, frazione di Phoenix vicina alla elegante Scottsdale, a seguito della proposta di impiego triennale come Direttore della rivista Open Minds, incarico che avevo accettato con grande entusiasmo, che però mi avrebbe portato a vivere un’esperienza coercitiva e dolorosa sino a costringermi al rientro in Italia nel Marzo 2011. Dirigere il bimestrale, dovendone costruire da zero un “editorial department” adeguato alle richieste del committente (il signor John Rao), ovvero una redazione al top negli USA, mi aveva consentito di entrare in contatto con il gotha dell’ufologia americana. Di quel periodo possiedo ancora gran parte degli articoli originali dei collaboratori americani, pubblicati e non, da me coordinati nel primo anno e mezzo di direzione, prima del mio declassamento a staff editor. Il MUFON Arizona per me costituiva un supporto importante.

Da altri punti di vista, l’appeal dell’Arizona si spiega velocemente. Oltre a Roswell in New Mexico e al Nevada con la mitica Area 51, l’Arizona era e resta sinonimo di fenomeni UFO, grazie alle cosiddette Phoenix Lights, le luci che ne invasero il cielo nel Marzo 1997. Altri punti di forza sono le meravigliose montagne rosse e i vortici di energia di Sedona, il Grand Canyon, il gioiellino Flagstaff e le White Mountains dove avvenne il rapimento di Travis Walton… cos’altro chiedere come polo d’attrazione per gente avvezza agli UFO skywatch notturni in tutto lo Stato?

La scena dell’esplosione della villa nel film “Zabriskie Point”

E poi spunta un capolavoro di Michelangelo Antonioni come “Zabriskie Point” a completare il quadro, con una citazione cinematografica. La Casa della Cascata, la villa sospesa nel vuoto con le sue immense vetrate e i cui interni furono scelti dal regista italiano per mostrarne la modernistica “grandiosità”, si trova a Cave Creek, nel deserto a Nord Est di Phoenix. Realizzata dal famoso architetto Frank Lloyd Wright, ovviamente, la struttura non è quella che si vede esplodere davanti agli occhi della meravigliosa protagonista Daria Halprin nella spettacolare sequenza con il micidiale sottofondo dei Pink Floyd. Buona parte del percorso dei due giovani, che faranno l’amore nello scenario mozzafiato della Death Valley, si svolge lungo la highway desertica che collega Los Angeles a Phoenix e ha il suo climax allo Zabriskie Point. E ancora, andando a ritroso nel tempo nei luoghi che ho avuto modo di visitare, ci sono le molte aree di insediamento dei nativi americani, ricche di petroglifi e di sacralità stellare e poi c’è Tombstone, scenario intatto rimasto tale dall’epoca della sfida fra gli uomini di legge con Wyatt Earp e il clan dei Clanton all’OK Corral.

Le Luci di Phoenix

L’aria che si respira nella Valle di Phoenix, se è rovente per buona parte dell’anno, è unica e per me, rappresenta un crocevia di esperienze di vita indimenticabili e di conoscenze importanti, che mi auguro di riuscire a descrivere in un prossimo libro. Fra le conoscenze, l’analista ottico Jim Dilettoso, gli inquirenti Jim Nichols (famoso illustratore e ricercatore UFO, scomparso all’inizio del 2022) Len Kasten, autore di un saggio sul caso “Serpo”, il giornalista aerospaziale Larry Lowe e la dottoressa Lynn Kitey, specialisti delle Phoenix Lights.

Nella copertina del libro di Lynn Kitey, la foto da lei scattata di tre oggetti luminosi in formazione

Dei diversi incontri ai quali ho partecipato come osservatore e relatore, ricordo soprattutto l’edizione 2010 del meeting dedicato ai fenomeni delle Luci di Phoenix del 13 Marzo 1997. In quell’occasione, Larry Lowe, allora in forza al quotidiano online “Examiner”, insieme a testimoni oculari Mike Fortson e Tim Ley, e alla battagliera consigliera comunale Frances Barwood, ebbero il coraggio di denunciare l’amministrazione della capitale dello Stato per l’assurda incuria, sul piano civile e politico, nella gestione delle “Luci di Phoenix”, il più importante avvistamento di massa dell’era moderna. Ricostruiti millimetricamente da Larry Lowe, gli eventi ebbero una dinamica complessa e mai “risolta” dalle spiegazioni di comodo di allora, come il lancio di razzi di segnalazione o di “flares” dell’Aeronautica Militare USA. L’incipit del suo intervento basato su analisi tecniche e grafiche, fu il seguente: “Se una fotografia vale più di mille parole, allora una ricostruzione animata al computer ne vale migliaia perché, solo considerando il gigantesco triangolo volante avvistato dalla torre di controllo di Sky Harbor (l’aeroporto civile di Phoenix, N.d.R), nessun discorso può riprodurre l’impatto che tale visione ebbe sulla popolazione. Secondo la testimonianza di Mike Fortson, tuttavia, sembra che tutto il personale aeroportuale in servizio in quel momento fosse impegnato a guardare in un’altra direzione, cercando di capire cosa fossero quelle luci che si vedevano a sud della South Mountain. Un giorno, in qualche modo, dovremmo essere in grado di mettere insieme i tasselli di questo puzzle e cercare di fare chiarezza su quanto avvenne quella sera”.

Larry sottolineò che avremmo dovuto porre nella giusta prospettiva le Luci di Phoenix e comprendere perché, a distanza di tredici anni, nonostante una gigantesca astronave e diversi altri oggetti non identificati si fossero palesati in modo tanto spettacolare su una metropoli statunitense – e in questo la mancanza di migliori documenti fotografici e di video si fa ancora sentire – simile manifestazione non era stata sufficiente a smuovere le coscienze dormienti di tutta la nazione americana. Inoltre, quelle “luci” potrebbero essere state solo un’avanguardia, una sorta di avvertimento di qualcosa di molto più grande che prima o poi potrà accadere e che non è detto si riveli positivo.

Da sinistra, Larry Lowe, M. Baiata, Jim Nichols, Bob Dean e Dee Andrews

Contattismo di Massa all’italiana

Personalmente, sosterrei la tesi di Lowe, di guardare al fenomeno UFO con la massima apertura mentale e di non escludere alcuna prospettiva che possa derivarne. Altrimenti, dovremmo accettare passivamente gli oltre settanta anni di segretezza governativa e dar credito all’idea che qui sulla Terra esistano o siano esistite situazioni stanziali che avrebbero visto razze aliene in contrasto fra loro, come nel caso italiano “Amicizia”.

In tal senso, i colleghi del MUFON Phoenix, nel 2009 furono affascinati dalla pubblicazione negli USA di “Mass Contacts”, edizione in inglese del libro “Contattismi di Massa” dell’ingegnere Stefano Breccia. Anche lui, come altri testimoni più o meno diretti dell’intera vicenda, aveva preferito restare in silenzio per lunghi anni su un presunto processo di infiltrazione di due razze aliene avvenuto nel nostro Paese con il favore di un numero imprecisato di compartecipi rimasti quasi tutti nell’ombra. E ora, improvvisamente, se ne parlava. Sotto la mia direzione, su “Open Minds” apparve un ottimo orticolo in due parti a firma del ricercatore croato Nikola Duper, che riportava le dichiarazioni di un “insider” di “Amicizia” a supporto dell’autenticità del caso.

L’edizione statunitense del libro di Stefano Breccia “Contattismi di Massa”

In seguito, certi ricercatori americani fecero notare come dal libro di Breccia (e dal suo sequel “50 Years of Amicizia”) non emergessero elementi valevoli a sorreggere fattualmente un racconto che pretendeva di ricostruire venti e più anni di una vicenda rimasta sempre sommersa, sino al “conflitto finale” tra le fazioni aliene W56 e CTR, quando nel 1978 il mare Adriatico fu teatro di eventi drammatici e fenomeni inspiegabili associati alla presenza di UFO, meglio sarebbe dire USO (oggetti sommersi non identificati). Senza la possibilità di approfondire, scomparsi Breccia e testimoni che si sono portati nella tomba la verità, il caso vale soprattutto per la preziosa testimonianza, le fotografie e le audio registrazioni in possesso di Gaspare De Lama, a parte quella poco credibile del W56 “Kenio” alto tre metri, ma lascia in bocca un sapore amaro. Nella complessa vicenda infatti sarebbero rimaste invischiate persone in buona fede, forse vittime di un raggiro di colossali dimensioni, con un inquietante risvolto giudiziario. Sussiste il sospetto che tutto possa essere stato architettato ad arte sulla base di un assunto che suonerebbe così: “Facciamo credere a tutti che qui in Italia gli alieni ci sono stati per anni e anni, ben nascosti nelle loro basi sotterranee. Noi lo sapevamo, ma non lo abbiamo mai rivelato”.

In mancanza di riscontri oggettivi, sul “caso Amicizia” mi atterrei alla prudente posizione del grande ufologo e fisico nucleare Stanton Friedman, il quale era solito riporre i casi privi di spiegazione logica ed evidenze in un suo “grey basket”, un cestino pieno di oggetti né bianchi né neri…

Articolo aggiornato e pubblicato qui per la prima volta.

19 Giugno 2022

Di Maurizio Baiata

Cosa si siano detti i partecipanti della sessione a porte chiuse successiva all’audizione pubblica sui “Fenomeni Aerei Anomali” (UAP – denominazione più indolore di “UFO”) svoltasi lo scorso 19 Maggio nell’edificio del Campidoglio degli Stati Uniti, a Washington, non è dato sapere e non ci verrà rivelato, se non per intervento divino. Possiamo esserne certi. Tutto il dibattito è consultabile a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=aSDweUbGBow&t=1s

Portorico anni 80: nulla del genere appare nei files divulgati dal pentagono.

In un’ora e mezza di audizione congressuale, il Vice Direttore della Naval Intelligence, Scott Bray e il Sottosegretario alla Difesa per l’Intelligence e la Sicurezza, Ronald Moultrie, dopo le ricapitolazioni iniziali sono state proiettate immagini (con tempi morti inaccettabili) che mostravano prima delle sferette nel cielo “prive di spiegazione”, poi dei suggestivi triangoli luminosi librati in atmosfera terrestre, che a detta di Bray, sarebbero riconducibili a velivoli senza pilota, la cui forma triangolare è il risultato di luce rifratta dei visori notturni, registrata da una camera ad infrarossi”.

Dopo di che, la reticenza di Bray e Moultrie si è palesata a fronte degli interrogativi più importanti posti dai rappresentanti del Congresso, ai quali è stato risposto più volte: “Ora non possiamo parlarne, lo faremo più tardi, a porte chiuse”. A quanto dato sapere, tale incontro super riservato era previsto per un paio di ore dopo, intorno mezzogiorno. Gli stessi membri della commissione pubblica presieduta dal democratico André Carson, saranno stati tutti poi ammessi all’audizione a porte chiuse? Non si sa ma, in caso affermativo, avranno ribadito le stesse domande mosse in precedenza agli onorevoli Bray e Moultry? E, se da un dibattito presumibilmente acceso, i delegati hanno ottenuto le informazioni richieste, saranno poi in grado di divulgarle all’opinione pubblica? Probabilmente no, visto che tutta la questione resta ancora coperta da ragioni di Sicurezza Nazionale.   

Quanto il Pentagono ha allestito è stato un mortificante UFO-Cover Up Show, in due parti. La prima, censurata per noi mortali, la seconda riservata solo ai congressmen muniti del necessario need to know, una sorta di diritto assoluto di sapere, che supera le restrizioni oltre il Top Secret.

L’imperturbabile Scott W. Bray ha sottolineato che dal rapporto militare anno 2021 destinato ai legislatori non è emersa alcuna prova che si tratti di “alieni” e che sino ad ora non è mai stato scoperto nulla che sia “di origine non terrestre”, anche se permangono alcuni incidenti inspiegabili.

In estrema sintesi, a seguire, si elencano i quesiti di maggior spessore cui non è stata data risposta. 

Il deputato repubblicano Brad Wenstrup dell’Ohio ha chiesto: “Gli alleati o gli avversari hanno segnalato avvistamenti simili?”, Risposta all’unisono: “Argomento da trattare nella sessione a porte chiuse”.

Il deputato democratico della California Adam Schiff ha osservato: “Che spiegazione avete dato ai casi di rilevamento sia visuale sia radar da parte dei piloti?”. Bray ha risposto: “In merito ai dati dei rilevatori multi sensori parleremo nella sessione successiva”.

Il più agguerrito si è dimostrato il congressman repubblicano di Green Bay, Mike Gallagher, che ha incalzato i suoi interlocutori a più riprese. A proposito dell’incidente occorso il 16 Marzo 1967 nella base USAF di Malmstrom e testimoniato dal capitano Robert Salas all’epoca responsabile della rampa di lancio dei missili nucleari, i cui sistemi elettronici furono bloccati da un UFO che stazionò sulla installazione per diversi minuti, è stato dichiarato che a loro non risultano indagini o informazioni inerenti tale incidente… “Allora a chi spettano tali indagini?” ha detto Gallagher, al quale Moultrie ha detto: “Attendiamoche una figura autorevole le richieda e allora saranno disponibili le risorse per farlo”.Gallagher ha replicato: “Non pretendo di essere una figura autorevole, ma per quello che vale gradirei lo esaminaste”. Moultrie ha farfugliato un “Lo farò”.

Gallagher, infine, ha toccato la questione degli UFO files del vice ammiraglio Thomas Wilson, una “grana” per il Pentagono venuta a galla nell’Aprile 2019, quando l’autorevole storico Richard Dolan ricevette da fonte anonima un documento contenente i dettagli di un incontro risalente al 2002 fra lo stesso Wilson e il fisico Eric Davis, in cui i due discussero dell’esistenza di un programma speciale clandestino del Dipartimento della Difesa, che si occupava di tecnologia aliena. La struttura segreta sarebbe stata finanziata con fondi neri da black projects e gestita con appaltatori esterni. In questo caso il no comment di Bray e Moultrie è stato ancora più lapidario. E ancora Gallagher, tanto per finire, ha domandato se agli atti risultassero dati concernenti rottami o frammenti di oggetti non identificati e recuperati. Ed è toccato a Moultrie dichiarare: “Lo affronteremo in una sessione a porte chiuse, signore”. Scott Bray ha specificato, in tal senso: “Non siamo in possesso di materiali la cui natura suggerisca un’origine extraterrestre, perché i dati sono insufficienti”. 

Il deputato democratico dell’Illinois Raja Krishnamoorthi ha posto i seguenti interrogativi: se il Pentagono sia in possesso di documentazioni concernenti gli USO (Oggetti sottomarini non identificati). La risposta di Moultrie: “Un tema che sarebbe appropriato affrontare in una sessione a porte chiuse, signore”.

Infine, ancora Krishnamoorthi, ha chiesto se siano stati registrati casi di near miss (mancata collisione), di comunicazioni e di ostilità con e da parte di UAP.Bray ha risposto:“Nessuna comunicazione, nessuna ostilità”.

Cosa possiamo dedurre dai risultati resi pubblici di questa importante iniziativa politica del Governo USA? Da un lato, appare demenziale che il Pentagono dichiari e che ovviamente l’Amministrazione Biden ne convenga in nome della sicurezza nazionale, la propria volontà di mantenere il cover-up su aspetti fondamentali della questione UFO, dichiarando nel contempo di volerla liberare dalla connotazione negativa che da decenni ridicolizza la materia sia a danno degli studiosi di mente aperta e non corrotti, che dei testimoni più attendibili. Una strategia, questa, attuata in tutto il mondo da 75 anni. Dall’altro, è opinione di chi scrive che il Pentagono si sia cacciato in un “cul de sac”. Perché l’atteggiamento dei deputati del Congresso non si è dimostrato affatto indulgente nei confronti dei servizi di Intelligence militare statunitensi coinvolti nella questione UFO-ET. Anzi, anche se a porte chiuse, una guerra sul piano politico e dell’informazione sembra essere appena iniziata. Se non altro perché è inaccettabile continuare a sovvenzionare la menzogna.    

Di Maurizio Baiata

La sera dell’8 Dicembre 1980 filava tranquilla, nel loft al n.81 di Murray Street le cui finestre si affacciavano sulle Twin Towers, con i miei amici roomates venuti anch’essi dall’Italia e Dado, il Grande Cane da montagna dei Pirenei. Mia moglie Silvia era in taxi, stava rientrando dal lavoro in Queens, quindi sarebbe arrivata a casa una mezzora dopo. Avevamo appena cenato e, come al solito, a TV spenta, avevo sintonizzato la radio su WPLJ Fm, la stazione che in quel periodo a Manhattan imperava fra le AOR (Album Oriented Rock) insieme a WNEW Fm. Erano le mie preferite, con una formidabile rotazione di brani dagli anni 60 in poi.

Tutto a un tratto, all’interno di una programmazione piuttosto vivace e hard rock, una canzone di cui non ricordo il titolo viene bruscamente interrotta e parte “Imagine” di John Lennon. Strano, mi dico. Giro su WNEW e stanno trasmettendo un pezzo dei Beatles. Coincidenza. Giro sulla più istituzionale CBS Fm e in onda c’è un’altra canzone di Lennon. Forse è una notte speciale dedicata ai quattro di Liverpool. Ma ora la CBS si collega con il Roosevelt Hospital di Manhattan. Un coroner, portavoce dell’ospedale, sta dicendo che ogni tentativo di salvare la vita di John Lennon è stato inutile. Il suo cuore aveva cessato di battere già prima dell’arrivo in ospedale, i medici avevo fatto tutto il possibile per rianimarlo, ma non c’era stato nulla da fare. Ci guardiamo increduli. Accendo la TV. Tutti i canali stanno dando la stessa notizia. È orribilmente vero. Discuto per un po’ con i miei amici. Fuori fa un freddo glaciale e sono le undici suonate. Non so cosa fare. L’istinto mi dice di andare, di prendere subito un taxi, visto che la subway sta quasi per chiudere. Ma devo andare da solo, non posso costringere nessuno a venire con me. Mi interrogo. A cosa serve raggiungere ora il Dakota, il palazzo un po’ gotico sulla Settanduesima che si affaccia sul Central Park e con solo il registratore a cassette? Però, è una testimonianza diretta, necessaria. Interrompo le registrazioni dalla radio, chiamo Glenn Lowery, video operatore con il quale realizzavo servizi per televisioni private e mi dice che mi raggiungerà al Dakota presto la mattina dopo per le riprese. Mi infagotto nel parkas (il freddo è micidiale) e parto. Quello che ho visto quella sera al Dakota lo descriverò al mio ritorno a casa, svegliando con una chiamata telefonica Renato Marengo, giornalista già caporedattore di Ciao 2001, il settimanale musicale per cui corrispondevo da Manhattan. Lascio a lui la parola.

«Non dimenticherò mai la notte dell’8 Dicembre 1980. Erano gli anni di piombo… Erano quasi le quattro e dormivo con Patrizia, la mia compagna che presto sarebbe diventata la mia seconda moglie e al terzo, quarto squillo, dopo l’inevitabile sobbalzo e col cuore a mille, ci fissavamo negli occhi temendo il peggio, per un genitore, un parente o un amico. A quell’ora? A New York erano passate le 22 e sì, a chiamarmi era un mio amico e collega di rock, Maurizio Baiata che un anno prima si era trasferito a Manhattan e collaborava come corrispondente dagli USA per il programma di Radio 1 “Combinazione Suono” che conducevo con Ludovica Modugno e Italo Moscati.
“Maurizio?! Ma lo sai che ore sono?” – pensai subito, ecco sarà uscito da un concerto e mi chiama per parlarmene, ma non avrà fatto caso al fuso orario.

“Maurizio?! Ma Che succede?” 

“Renato – rispose con voce agitata e carica di emozione – Ѐ morto John Lennon… Gli hanno sparato cinque colpi, è morto e la notizia l’hanno data le radio e le televisioni. Mi sono precipitato al Dakota, sulla Settantaduesima, abito al Village e non è distante. Lo avevano portato in ospedale da poco. Ho visto subito da lontano gente ferma davanti a transenne e cordoni della polizia, mi sono avvicinato il più possibile, c’era grande capannello di persone alla sinistra dell’androne del palazzo. Molti in lacrime. Gli agenti sbarravano la strada. Non potevo avvicinarmi di più. Questo ho visto, Renato. Ѐ tutto maledettamente vero”.

Il nostro John Lennon. Non ci potevo credere, il più pacifico degli uomini, che aveva scritto di “Immaginare un mondo senza violenza e senza guerra”, per noi non era solo un grande artista, era un punto di riferimento, un  filosofo, un leader carismatico del libero pensiero e della musica, un poeta immenso.
E Maurizio, stravolto in quel momento ha pensato di doverlo dire subito a qualcuno in Italia, di urlare quella tragedia a noi, ai suoi amici, ai colleghi, di farlo sapere al resto del mondo, di poter condividere quel dolore. E ha pensato a me anche per informare qualcuno in RAI, visto che collaborava al mio stesso programma magari per un collegamento telefonico con la radio, se esisteva una possibilità in diretta in quel momento…

E infatti io, ancora sotto shock, telefonai in Rai. Feci tutti i numeri che conoscevo, dal centralino al direttore di rete, alle redazioni del GR. Per 5, 10 minuti nessuno mi rispose, poi riuscii a farmi passare qualcuno, uno speaker di turno che subito disse: “Io senza il direttore o un caporedattore non poso dire nulla”; mi passarono il famoso “funzionario di servizio” che dopo un vero e proprio interrogatorio, … ma lei chi è, ah… ma come faccio a sapere che è davvero lei, “beh le do il mio numero, mi richiami”… provai a dirgli . “Ma, ora vedo cosa posso fare”. Gesù, John è morto e questo non batte ciglio, non mi fa andare in onda, non chiede il numero di New York di Maurizio per avere una testimonianza a caldo su quello che è successo…. Silenzio per altri 10, 15 minuti, poi finalmente all’altro capo del filo arriva un collega del GR in notturna che mi dice: “Ma scusa Marengo, ma tu sei sicuro?… Sei proprio certo che hanno ammazzato John Lennon? Qui sulle agenzie non c’è nulla, Ansa, ADN Kronos, Italia, niente”. “Ma guarda le agenzie straniere!” – gli dico. Aspettai inutilmente altri 10 minuti. Si erano fatte le 4.30, quasi le cinque, John era morto e io e Maurizio non riuscivamo a farlo sapere ai tanti che lo amavano in Italia. La notizia fu data col GR delle otto. Cinque ore dopo la mia prima inutile chiamata in Rai».

Prestissimo, la mattina dopo, presi la subway e raggiunsi la Settantaduesima Strada dove si ergeva l’austera mole del “Dakota”, residenza di John e Yoko Ono. Dovevano essere le sette. Dieci gradi sottozero. Glenn Lowery mi aspettava con la videocamera Beta professionale. Tanta gente si accalcava in fila sui marciapiedi, dall’una e dall’altra parte della Strada. Fiori dovunque, candele accese, altoparlanti che diffondevano canzoni dei Beatles e persone che cantavano. Una scena irreale. Lacrime ghiacciate sui visi affranti. Cercai di descrivere quello che era avvenuto con voce tremula e fra i singhiozzi al microfono che mi tremava in mano. Glenn aveva il passi come operatore rilasciato dalla polizia di New York.  Riprendeva tutto. Ho superato con lui il cordone e sono riuscito ad arrivare all’ingresso dell’androne del palazzo. C’era ancora il sangue di John sul pavimento. Glenn è andato al suo studio, ha montato il tutto e ne era venuto fuori un servizio di una decina di minuti che si chiudeva con questa mia frase: “New York è il centro del mondo e gli anni Ottanta saranno bellissimi”. Il gelo e l’emozione mi facevano balbettare. E purtroppo non sapevo quello che dicevo. Nella tarda mattinata, con la cassetta Beta sottobraccio raggiunsi la RAI Corporation, sulla Cinquantasettesima. Bussai timidamente alla porta dell’ufficio di Paolo Frajese, allora corrispondente del TG1. Mi accolse, mi sedetti e gli dissi che avevo il servizio pronto. Mi rispose seccamente che non se ne parlava e che se ne sarebbe occupato lui. Il mio servizio non è mai andato in onda su nessuna emittente italiana. Forse aveva ragione Frajese, ero solo un giornalista musicale free lance a cui piacevano tanto i Beatles e i Rolling Stones. Ma New York era la mia città.

Roma, 9 Dicembre 2020

L’articolo è stato pubblicato l’8 Dicembre 2020, sul quotidiano online LA VOCE DI NEW YORK, fondato e diretto da Stefano Vaccara. Ringrazio l’amico e collega Massimo Jaus, responsabile della pagina di Politica interna USA de LA VOCE, per avermi richiesto il pezzo, che sul sito della testata newyorchese è leggibile a questo link: https://www.lavocedinewyork.com/people/nuovo-mondo/2020/12/08/quando-corsi-al-dakota-per-raccontare-allitalia-che-john-lennon-era-stato-ucciso/?fbclid=IwAR33N0nb4vjin2E2_D20B26OTVuVA5zjoBoNybd3LfVBcPV0qnGxJ8DLpL4

 

Il Virus Livella

di Maurizio Baiata

La flotta delle testate cartacee e radiotelevisive mainstream, ovvero ufficiali, da settimane ci ammannisce un messaggio che a suon di spot martellanti proclama: “Solo noi siamo i garanti della serietà di informazione”. Con il pretesto della lotta alle fake news, le testate e i media omologati hanno dissotterrato l’ascia di guerra contro i comunicatori fuori dal coro (siti web, ricercatori e blogger indipendenti) che in merito al coronavirus (COVID-19) abbiano osato proporre visioni o posizioni alternative, invariabilmente accusate di complottismo.mediaset censura

A corollario di programmazioni per lo più scacciapensieri, come in una sbilenca ed epica kermesse a reti unificate, i network radiotelevisivi fanno a gara a ospitare i soloni della medicina tradizionale schiava delle industrie farmaceutiche, esperti e tuttologi che all’unisono si affannano a dichiarare il nulla cioè il tutto e il contrario di tutto, purché consono alla univocità dello standard  accademico, militare o religioso che sia. Propongono e impongono i loro protocolli e dogmi, ma nessuna soluzione, sempre rimandata nelle mani di chi comanda. Nel contempo, però, assolvono al pestilenziale lavoro dei monatti, censendo i dissidenti e denunciandoli alle competenti autorità. Valga l’esempio il video blog http://www.byoblu.com  di Claudio Messora, che spicca fra le voci online, equilibrata e capace di informare correttamente e su cui la mannaia censoria potrebbe presto calarsi. Una crociata in piena regola, il cui fine è silenziare chiunque esprima un punto di vista diverso, cancellandone il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. La scorsa settimana su Iris è andato in onda “Eyes Wide Shut”, ultimo film del maestro Stanley Kubrick, scomparso una settimana dopo averne terminato il montaggio. Solo un’opera cinematografica, oppure il testamento incompiuto di un cinema di denuncia al sistema? Ci si voleva a OCCHI TOTALMENTE CHIUSI. Ma oggi, a fronte della devastante onda pandemica in atto, a chi abbia gli occhi ben spalancati sulla realtà non può sfuggire l’agonizzante e perversa natura di una élite le cui lugubri ombre si stagliano sempre più nettamente sulla nostra povera Italia. Infatti, anche perché tutto questo è già avvenuto. All’ufologia, alla sua forza rivoluzionaria e al suo messaggio di apertura della mente e di crescita di coscienza, nel nostro Paese è stato messo il bavaglio. Se è vero che nessuno ha mai potuto esibire un ET in carne e ossa (sotto qualunque sua forma di vita biologica) in televisione, o presentare la pistola fumante che ne provasse l’esistenza, è soprattutto vero che il potere costituito ne ha sempre negato e confutato la presenza e perseguitato chi la sostenesse.toto-jpg_1510916160

Solo in una cosa le voci fuori dal coro possono concordare con i padroni dei mezzi di comunicazione di oggi e di sempre: sul fatto incontrovertibile che NO ONE HERE GETS OUT ALIVE, come diceva Jim Morrison. Si accorgeranno prima o poi, gli egregi signori del mondo, che la libertà è un virus altamente mortale. Per loro, è come la livella di Totò.

Roma, 3 Aprile 2020

 

 

 

 

Un pensiero per i grandi musicisti che sono stati in contatto con la Divinità.

 

PINK FLOYD: L’ELETTRONICA AL SERVIZIO DELLA MUSICA

Nell’Agosto 1977 sullo speciale“I GRANDI DEL POP” del periodico “Best” della casa editrice SOPI diretta da Elisabetta Ponti, apparve un’ampia scheda tecnico-artistica a mia firma dedicata ai Pink Floyd. Su di loro avrei scritto altri articoli e curato la voce “Pink Floyd” nell'”Enciclopedia Pop” di Mauro Radice e A.V. edita da Celuc nel 1976.

La copertina dello speciale BEST in cui appare l’articolo sui Pink Floyd

Nati nel 1965, i Pink Floyd sono fra i gruppi rock più famosi al mondo. Hanno venduto centinaia di milioni di dischi e, seppure non suonino più insieme da oltre dieci anni, come singoli artisti imperversano ovunque con tour mastodontici, mentre la magnifica mostra itinerante The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, ne narra le gesta. Inoltre, nella sola Italia, si contano 170 fra tribute e cover band, alcune delle quali (ad esempio Pink Floyd Legend) si muovono sull’onda della testimonianza e della resa quanto più fedele possibile alla loro matrice. 

A precedere la scheda riproposta nelle sue tre pagine originali – che descrive la storia della prima decade pinkfloydiana con il mio taglio da avamposto critico barricadero e psichedelico – a mo’ di flash introduttivi ne propongo alcuni stralci con un minimo adattamento rispetto alla versione stampata.

La scena: Cambridge e Londra. Dal 1965, momento della nascita del primo organico con Syd Barrett, Nick Mason, Roger Waters e Richard Wright e sino alla seconda metà del ’66, con i mezzi tecnici a loro disposizione, i Pink Floyd saranno in grado solo in parte di esprimere una musica fatta di pura immaginazione, quella di Barrett. Con i primi singoli, il gruppo si configura come “psichedelico”, in pieno trip Barrett.

PRIMO ALBUM 1967. “THE PIPER AT THE GATES OF DAWN”. Roger Waters dice di Syd “è difficilissimo seguirlo senza doverlo abbandonare. E talvolta lo vorrei proprio lasciar perdere, ma nessuno ci potrebbe guidare più lontano”. Ogni composizione è la metafora della pazzia di Syd, in cui si racchiudono le gioie, le frustrazioni, il linguaggio paradossale e divertente di un puro alieno, di un marziano a passeggio per Londra… nella diversità – di tutti i brani dell’album – nell’uscire dal ghetto in cui la logica chiude i pazzi, c’è liberazione sociale, si potrebbe parlare di un primo momento di presa di coscienza politica di una classe che Syd incarna… un lavoro di comunicazione che sarà vero terrorismo nei confronti della organizzazione musicale anglosassone.

SECONDO ALBUM 1968. “A SAUCERFUL OF SECRETS”. Barrett crolla alla prima tournée americana. Gilmour lo sostituisce, ma ci sono suoi sprazzi nell’album, dominato da pezzi spaziali.

I Pink Floyd in uno dei due concerti romani al Piper Club.

Fra le date europee del ’68, i Pink Floyd arrivano anche a Roma, dove suonano al Piper e al Palazzo dello Sport.

Quindi, due lavori ad impiego cinematografico: “MORE” e “ZABRISKIE POINT” in cui il regista Michelangelo Antonioni impiega brani dei Pink Floyd. Poi “UMMAGUMMA”. La nuova etica di una musica meditativa e strutturalmente SINFONICA esce con questo doppio album, la cui facciata live raccoglie il meglio, i Pink Floyd si avventurano nel cosmico-sperimentale, ancora di difficile comunicazione di massa. Perdendo Barrett hanno perso il treno della musica raccolta un po’ per strada, tra la gente, un po’ nei meandri di un cervello contorto, ma luminoso. Pink Floyd Ha rinunciato a gridare la propria alienazione dal contesto sociale.

Con “ATOM HEART MOTHER” nel 1970 il gruppo esplode… coglie aggressivamente il suono ad effetto, scintillante, maestoso e del tutto comprensibile. Fatta eccezione per la lunga porzione sognante e metafisica di “Fast Old Sun”, l’album è una suite fatta di tensione continua verso grandi paesaggi e di improvvise stupefazioni che colpiscono e confondono il cervello e il cuore di tutti.

“Atom”  sembra la risposta al “Sergent Pepper’s” e al doppio bianco dei Beatles, dominati da George Martin nell’uso della sinfonica, le cui composizioni orchestrali pongono quasi entrambe le formazioni, che inizialmente hanno molti punti di contatto, in chiave prog. Si può dire si concluda qui la seconda fase del suono PINK… e il 1970 segna l’abbandono della formazione della musica d’avanguardia, la nuova esperienza è quella di un’elettronica di massa che con “MEDDLE” avrà il suo punto più alto e l’inizio della parabola discendente. Opera intenzionalmente dedicata a Barrett… la suite “Echoes” ha una realtà meno ridondante di “Atom”… le tinte forti di “One of these days” dimostrano come ormai gli strumenti, gli oscillatori, i mellotron, i synth, le percussioni siano piccoli giocattoli nelle loro mani…

Buona lettura.

Maurizio Baiata, 15 Luglio 2018

La pagina di apertura del numero di Best dedicato ai Pink Floyd, numero 8, anno I, Agosto 1977.

 

di Maurizio Baiata

“La verità, quando la nascondi, diventa il tuo peggior nemico; se la riveli, è la tua amica migliore”. Così si esprimeva  il Colonnello Corso in un capitolo del suo best seller letterario “The Day After Roswell”. Una dichiarazione che non lascia dubbi sulle convinzioni e l’integrità morale di un militare che, dopo essere stato al centro di una strategia di segretezza che per cinquant’anni aveva coperto l’incidente di Roswell, decideva di rendere la propria testimonianza un atto d’accusa nei confronti del “sistema” che aveva fedelmente servito sino in fondo. Una sfida che ora torna alla luce in tutta la sua assoluta forza con la pubblicazione in Italia dei suoi due libri fondamentali, “L’Alba di una Nuova Era” e “Roswell – Il Giorno Dopo”.

Il libro del Colonnello Corso “Roswell Il Giorno Dopo” (edizioni Nexus-Verdechiaro 2017)

Ruota consapevole dell’ingranaggio, dall’alto dei suoi nullaosta di segretezza, Corso non apparteneva alla cerchia degli invisibili burattinai del Majestic 12 che hanno deciso il cover-up. Ha fatto il suo dovere, rispettando il vincolo del silenzio per proteggere il suo Paese – “just in case”, nell’evenienza che una minaccia aliena da potenziale divenisse concreta. Nulla di diverso dalle esperienze nelle campagne di guerra alle quali ha preso parte, sia in prima linea sia nei servizi segreti dell’esercito americano. Alla fine però un altro dovere lo chiamava. Chiudere con coerenza la sua esistenza terrena, testimoniando quello che di Roswell lui sapeva e andava rivelato, dando un nuovo volto alla moderna ufologia: quello della verità.

È questo, l’uomo che un raro privilegio mi concesse di conoscere, incontrandolo e trascorrendo con lui lunghe ore in occasione delle sue due visite in Italia, la prima nel 1997, quando rispose al nostro invito al Congresso “Il Contatto” di Montesilvano e la seconda, l’anno successivo al Simposio di San Marino. Continua a leggere »

Sono ancora frastornato. Ho negli occhi scene, spezzoni, raffiche a flash del film. Hanno lasciato il segno. Percorro in fretta dalla metro i 400 metri che mi separano da casa, serata fredda si preannuncia anche questa e aumento la frequenza dei miei passi, sono lontani i tempi in cui andavo a correre e poi sto misurando le forze dato che, mi hanno detto, il freddo incide negativamente sulla pressione, che da un mese e mezzo cerco di tenere sotto controllo. Il film la pressione me l’aveva alzata.

Amy Adams, splendida protagonista del film "Arrival" (courtesy: Warner Entertainment)

Amy Adams, splendida protagonista del film “Arrival” (courtesy: Warner Entertainment)

Sui titoli di chiusura, si riaccendono le luci della splendida sala dell’Anica che ha ospitato la proiezione di “Arrival”. Gli onori di casa di questa anteprima romana ad inviti li aveva fatti il Centro Ufologico Nazionale, organizzatore con la Warner Entertainment. Un’occasione di incontro con diversi colleghi ufologi di un tempo, fra i quali il segretario generale del CUN (al suo cinquantesimo anno di vita) Roberto Pinotti e il presidente Vladimiro Bibolotti. Sono loro che dopo il film invitano il pubblico a dire la propria impressione a caldo, coinvolgendo anche me. Ma l’emozione mi aveva tolto il fiato e quel poco che ho detto ha lasciato intendere che se avessi dovuto scriverne in quel momento mi sarei ritrovato 30 anni indietro e nel futuro allo stesso tempo e che quanto avevo appena vissuto era stato indescrivibile. Non molto, in una sala piena di critici cinematografici.

Un’ora dopo. Infilo la chiave nel cancello sulla via dove abito e noto un tizio con una leggera casacca rossa e senza berretto, che mi viene incontro ciondolando un po’ e farfugliando qualcosa. “L’illuminazione… cosa è l’illuminazione?!” esclama, mentre il suo sguardo fissa il vuoto in alto alle mie spalle, fra il cielo e un cornicione e poi mi sorpassa e con voce chiara e alta dice: “Illuminazione è mettere in ordine le cose”.

Ora comprendo. Quelle due ore dirette da Denis Villeneuve (al quale è stata affidata la regia di “Blade Runner 2049”) sono due secondi, sono pochi attimi della nostra vita a contatto con una realtà entrata di prepotenza nel presunto presente delle moltitudini di persone che vivono nei Paesi di tutto il mondo. Sono il nostro quotidiano quindi che ci spinge ad amare e a volte ad odiare la nostra esistenza quando il dolore si fa grande portatore di una discesa senza fine e, giunti al fondo della corsa, possiamo solo tentare di risalire. Non esistono ascensori e non ci sono musiche di sottofondo. L’aspetto peggiore è la solitudine, quando per anni hai provato il contatto, l’affetto, la gioia di una presenza accanto a te, poi d’un tratto essa ti viene strappata.

Ma se. Se solo. Se in quel micro secondo ci sentiamo esseri infiniti, eterni, meravigliosamente seppure incomprensibilmente connessi con l’Universo e con il Tutto, con l’Amore Infinito, se riusciamo a fissare l’immagine di un ciotolo levigato dall’acqua in cui il tempo e la natura lo hanno depositato e una piccola mano lo raccoglie e te ne fa dono, allora le cose vengono messe in ordine.

Ma se. Se solo un film, un’opera di ingegno cinematografico, con tutte le sue implicazioni e complicanze di ideazione, di produzione, di casting, montaggio, colonna sonora, distribuzione, non fosse stata realizzata per il mero intrattenimento, ma procurasse nello spettatore il risultato di bloccarne contemporaneamente le facoltà percettive, intuitive e intellettive e le tenesse in sospeso per una quantità di tempo non quantificabile. E in quello stato di grazia, lo spettatore capisse di far parte della storia alla quale ha assistito e che l’Illuminazione in un solo attimo ha messo almeno alcune delle cose a posto.

Allora “Arrival”e la materia che lo compone, sono materia vivente, perché siamo noi, gli Osservatori, a percepirla come nostra e le sue vibrazioni sono talmente potenti che, in questo momento, la mia vecchia scrivania viene scossa dalle onde di un terremoto.

Maurizio Baiata

18 Gennaio 2017

 

 

Tutto potrebbe avere inizio dal DNA di famiglia. Non capisci il perché di quella strana sensazione che ti spinge a guardare verso l’alto e, anche con il sole a picco, gli occhi bramano altri punti del cielo… o a scrutare la quiete scintillante del firmamento notturno.

Puoi essere a Roma, solo, in una piazza vuota di gente, o in una New York City gelida e per amici hai solo i marciapiedi privi della coltre di neve che ricopre le strade prima dell’alba, oppure calpesti la terra rossa di Sedona e fra le maestose rocce ad alta concentrazione energetica – dicono dai tempi delle paleo tribù native dell’Arizona – insieme a una dozzina di anime ti ostini nello skywatch, ma quelli, vengono quando vogliono loro. Potrebbe essere il titolo di un brano a cui dare un tappeto sonoro blu profondo, come gli abissi marini e le vastità del Cosmo. E pensare che gli uomini da decine di anni inviano segnali lassù inutilmente. Quale spreco di menti ingegnose, mezzi ingenti e avanzatissime tecnologie radiotelescopiche per arrivare a concludere che non ci risponderanno mai e, seppure il SETI (Search For Extraterrestrial Intelligence) avesse ricevuto segnali intelligenti, col piffero, che lo avrebbe rivelato.

Flashback, anni Settanta. Ascolti “Extraterrestre” di Eugenio Finardi (che sembra non la scrisse pensando agli alieni…) e ti accorgi che la tua passione è condivisa da migliaia di persone che non vivono in un abbaino, ma anelano a un loro futuro arrivo. Allora, per te, il termine UFO inizia ad avere un significato che risuona con il tuo essere interiore.

Andai a vedere “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” al cinema Barberini di Roma, con Silvia – mia prima moglie – e con l’amico e critico musicale Gino Castaldo. Piansi e nascosi il viso fra le braccia. Volevo celare l’emozione enorme provocata dal finale catartico del capolavoro di Spielberg. Se le lacrime affiorano, se l’emozione ha il sopravvento sulla ragione, inutile porsi domande.

Al calare delle tenebre con gli occhi non vediamo le luci intelligenti che volteggiano al di fuori della nostra atmosfera, eppure sono lì – usando visori notturni di tipo militare si notano miriadi di punti luminosi che danzano, manovrano, collidono – e alcuni di loro possono anche scendere e venire a farci visita. Al di là degli avvistamenti, anche plateali e di massa, quando gli UFO si manifestano, ci poniamo una ridda di interrogativi. Cosa vogliono da noi. Cosa accade dentro di noi. Cosa significano i fenomeni di Contatto e perché sembriamo incapaci di trovare il bandolo della matassa? Cosa ci manca? Una mente aperta? Un cuore puro? Un amore incondizionato per l’Universo? Una nuova Scienza e una Nuova Filosofia?

Sono questi gli interrogativi ai quali l’Ufologia dovrebbe cercare di dare risposta, disinteressandosi del voler colmare le distanze che la separano dalla Scienza ufficiale e ortodossa. Già, ma l’Ufologia tutto ha tranne che un costrutto junghiano, l’ufologia è cartesiana e non guarda alla realtà delle cose e alla natura della mente come fa la Fisica Quantistica, il cui fine ultimo sembra essere ad anni luce da quello che a scuola ci insegnano. Si tratta infatti di una meta lontana eppure enormemente vicina, insita in quel “conosci te stesso” di antica memoria, il cui principio lega l’esistenza alla ragione e allo spirito. Al divino dono che l’Universo ci ha fatto infondendoci la Coscienza.

L'archeologo Bill Doleman, Università di Albuquerque, New Mexico, ha guidato due operazioni di scavo al Foster Ranch alla ricerca di reperti derivati dal Roswell crash. Nel 2007 ha trovato la pistola fumante, ma è uno scherzo...

L’archeologo Bill Doleman, Università di Albuquerque, New Mexico, ha guidato due operazioni di scavo al Foster Ranch alla ricerca di reperti derivati dal Roswell crash. Nel 2007 ha trovato la pistola fumante, ma è uno scherzo…

Tornando gli UFO e agli ET, sulla scena ufologica mondiale in tempi recenti ha fatto irruzione la nuova corrente dell’esopolitica, una via che intende opporsi democraticamente al cover-up sulla “Questione Extraterrestre”. Dagli alfieri dell’esopolitica arriva il vibrante j’accuse rivolto ai governi (in primis quello di Washington) complici – se non artefici – e responsabili dell’embargo sulla verità. Ma, attenzione. Non si tratta di aderire a un movimento con tessera in tasca. Si tratta di avere una visione diversa, perché il nuovo paradigma esopolitico pone l’accento sulla posizione e il ruolo di ogni essere umano non più solamente rispetto alla società in cui egli vive e al luogo che lo ospita, ma a livello ultraplanetario. Aprendoci a questo concetto, potremmo uscire dal gioco perverso che caratterizza l’attuale scena ufologica, anche italiana, dove imperano disinformazione e caos, dove internet e i social network danno luoghi e spazi alle foto e ai video burla, alle testimonianze farlocche e a ogni tipo di scempiaggine.

Si moltiplicano gli esempi del “cover-up” effettuato dai mezzi di comunicazione di massa, in Italia in particolare allegramente dominati da una casta di giornalisti servitori del buon padrone e di pseudo informatori scientifici (Carl Sagan si rivolta nella tomba) colpevolmente incapaci e pagati per narcotizzare la mente e la coscienza. Su internet impazzano siti da burlesque e in questo sfascio, mentre nessun indizio si ha sulla pistola fumante, si finisce per ignorare le testimonianze più autorevoli e attendibili, persino quelle di premi Nobel. Ed è ancora internet ad alimentare il crescendo di attese di un intervento salvifico per il genere umano da parte di esseri che giungeranno dallo spazio. Una pia illusione.

Infine, sia con una notevole dose di ipocrisia, sia perché imbeccati a dovere, sia per scrupolo di coscienza, ex esponenti degli apparati di intelligence spesso malati terminali originano informazioni che pongono sotto accusa i governi, o meglio, i governi ombra che gestiscono la questione attraverso il segreto assoluto.

Uomini come il colonnello Philip Corso e il microbiologo Dan Burisch che hanno rotto il silenzio. Solo che, nonostante le notizie giungano direttamente da individui di cui si è certi abbiano fatto parte dell’intelligence e si propenda a dare loro il massimo credito, il buon senso consiglia comunque di fare un cinquanta e cinquanta e di lasciarsi il beneficio del dubbio… un po’ in equilibrio, giusto quel tanto per tenere ancora aperta la partita fra noi e il potere.

Maurizio Baiata, Roma, 13 Dicembre 2016

 

UNA DOVEROSA PRECISAZIONE

QUANTO SEGUE RISALE AL NOVEMBRE 2011. L’ARTICOLO TERMINAVA CON UN “GRAZIE, CORRADO” CHE OGGI NON MI SOGNEREI NEPPURE DI SCRIVERE. GIÀ PRIMA DI ALLORA SI ERANO EVIDENZIATE DISTANZE FRA IL DOTTOR CORRADO MALANGA E IL SOTTOSCRITTO, IN TERMINI DI COLLABORAZIONE, DI AMICIZIA E DELLE RISPETTIVE POSIZIONI RIGUARDO ALLE ESPERIENZE DI CONTATTO O “INTERFERENZE ALIENE” COME LUI LE AVEVA DEFINITE, MA ERO ANCORA PROPENSO A LASCIARE UNA PORTA APERTA E L’ARTICOLO LO DIMOSTRA. IN SEGUITO, TALI DISTANZE SONO DIVENUTE INCOLMABILI E OGGI TALI RESTANO. MAURIZIO BAIATA, 8 Ottobre 2016. 

Considero Corrado Malanga un vero pioniere, rispetto agli UFO ricercatori italiani che ho conosciuto direttamente, o dei quali ho saputo per averne letto, o per interposta persona. Malanga ha portato l’Ufologia italiana a un altro livello. L’ha fatta uscire dal ghetto della “minuteria UFO” (mia libera interpretazione di “nuts and bolts”, “i dettagli pratici”), promuovendola da disciplina che si occupa di accertare se il fenomeno degli Oggetti Volanti Non Identificati esista o meno, a materia di studi che esplorano le ragioni della presenza di esseri non umani – un tempo definiti “UFO occupanti” – in interazione con noi, come genere umano nel suo complesso.

Se con Malanga non si può più parlare solo di studi ufologici sin dalla seconda metà degli anni ’90, quando la nostra amicizia si consolidò e iniziai a comprendere cosa gli frullasse nella testa, già alla fine degli anni ’50 il console Alberto Perego aveva capito, probabilmente toccato con mano e scritto, cose che travalicavano i confini dell’ufologia tradizionale. Continua a leggere »

UN IMPORTANTE AGGIORNAMENTO/CORREZIONE

L’INCONTRO CON RON GARNER NON AVVENNE NEL 2009, MA AI PRIMI DI MARZO DEL 2006, SEMPRE IN OCCASIONE DELL’INTERNATIONAL UFO CONGRESS DI LAUGHLIN.

Questo articolo si basa su informazioni che Ron Garner mi fornì durante un incontro avvenuto a Laughlin, in Nevada, nel Febbraio 2009. Garner si presentò come referente del microbiologo Dan Burisch, all’epoca operativo nel settore tecnico scientifico del Majestic 12, il gruppo super segreto a cui da oltre 50 anni farebbero capo le attività di intelligence USA (e non solo) rispetto alla presenza – dal 1947 ad oggi – di Entità Biologiche Extraterrestri (EBE) nelle basi sotterranee in territorio statunitense. Ron Garner è morto a Los Angeles il 14 Marzo 2015. Poco prima di morire aveva rilasciato un’intervista in video all’autorevole ricercatore Bob Wood. Qualunque sua documentazione è scomparsa. Quanto segue è la fedele cronaca delle conversazioni intercorse fra Ron Garner e il sottoscritto.  

La

La “clean sphere”, la biocapsula asettica situata al quinto livello sotterraneo della S-4 (Area 51). Illustrazione di Michael Schratt.

Maurizio Baiata (al telefono) – Pronto?

Parlo con Maurizio Baiata?

M.B. Sì, sono io, con chi ho il piacere?

Il mio nome non ha importanza, in questo momento non le direbbe nulla. Paola Harris mi ha dato il suo numero. Se non le dispiace vorrei proporle di incontrarci qui in albergo, mi trovo a Laughlin, ma riparto subito, dovremmo vederci domani mattina.

M.B. Mi scusi. La ragione di questo incontro?

Gliela spiego domani.

M.B. Va bene. Se Paola le ha dato il mio numero…

Esatto. Domani, stanza n. (x), alle 10 AM. Va bene?

M.B. Ok, a domani.

Cominciò così in un tardo pomeriggio di un giorno di fine Febbraio 2009, all’Aquarius Hotel & Resort, a Laughlin, una striscia di terra riarsa e qualche chilometro di alberghi ed edifici divisa dal fiume Colorado nel cuore desertico del Nevada, il mio incontro con un presunto emissario del Majestic 12. Le vie del Signore sono infinite e ad accettare l’appuntamento non ci pensai troppo. Il clima della 18.ma edizione dell’International UFO Congress era rovente di per sé e gli incontri con grandi personaggi dell’ufologia mondiale si susseguivano a ripetizione. È il più grande consesso ufologico del mondo e tante facce le riconosci, ma tante altre sono sconosciute e certamente c’è chi ne approfitta per osservare, tenere d’occhio, infiltrarsi… fidarsi è bene, ma… Continua a leggere »

È sera. Al volante della tua auto, viaggi nell’abitacolo moderno e confortevole, con la musica a tenerti compagnia. Fra non molto giungerai a casa, in campagna, lontano dalla nevrosi della grande città. I fari squarciano l’oscurità della strada, mentre il cielo, lo hai visto prima guardando fuori dal finestrino aperto per fare entrare un po’ di aria fresca, è limpido e stellato. Stanco, dopo una lunga giornata di lavoro, ma felice, pochi chilometri ancora e riabbraccerai la tua compagna, i bambini già a letto ti aspettano per il bacio della buona notte. È tutto nella certezza e nella consuetudine di una vita che di disordinato non ha nulla da anni. E ci pensi su, sorprendendoti ancora per le scelte fatte. Mettere su famiglia, accettare un lavoro, l’unico possibile che desse sicurezza, anche se ti tiene per troppe ore lontano dagli affetti. E sei ancora on the road, ma sai dove andare…fire-in-the-sky-walton

Improvvisamente, una luce intensa, un bagliore abbacinante, un flash davanti agli occhi. Istintivamente, accosti l’auto al ciglio della strada. Hai subito percepito che quel lampo voleva dire qualcosa, ma non sai quale. Esci dall’auto e scruti tutto intorno. Sui due sensi di marcia non ci sono veicoli preannunciati dai fari. E dai boschi, dove termina il profilo della pianura costeggiata dal serpente di asfalto su cui metri vai ogni mattina presto e ogni sera, nulla che richiami a una fonte luminosa. Lì non ci sono case, fattorie e neppure le propaggini di un insediamento agricolo. Allora, non ti resta che alzare gli occhi in alto e ora… è strano, non vedi più le stelle, ma una massa scura, oblunga, i cui contorni sembrano tratteggiati da impulsi di colore, irreali e irregolari. Nessun rumore. “Dove è il cielo?” – Solo quella cosa, grande almeno una dozzina di metri che riesci a stimare calcolando da un bordo all’altro la superficie compatta che blocca la visuale di quel tratto di volta celeste e che sembra immobile nell’aria. Allora realizzi. Un UFO. Come nei racconti di tanta gente, ma stavolta tocca a te. Continua a leggere »

Sono passati “solo” 41 anni dall’incidente sulle White Mountains, Arizona, che vide protagonista il ventunenne boscaiolo Travis Walton e sei suoi compagni di lavoro e ancora se ne discute. Da una parte ci sono pattuglie di scettici incalliti, che con monotono languore periodicamente cercano di demolire il caso   – si trattò di una montatura, un’invenzione di Walton e del suo amico Mike Rogers, il capogruppo, che convinsero gli altri per ottenerne fama e danaro. Dall’altra ci sono Walton e – visto che quattro di loro hanno preferito non esporsi dopo il can can mediatico successivo al “rapimento” – due dei sei amici coinvolti, Steve Pierce e John Goulette, che si sono fatti avanti negli ultimi tre anni ribadendo per filo e per segno la loro versione dei fatti, coincidente con quella di Travis.

Travis Walton, Sitgrave National Forest, sul luogo dell'incidente. Immagine tratta dal documentario "Travis" che verrà presentato a Milano.

Travis Walton, Sitgrave National Forest, sul luogo dell’incidente. Immagine tratta dal documentario “Travis” che verrà presentato a Milano.

E quante persone in tutti questi anni si sono presentate a Snowflake, la cittadina dove da sempre vive Walton, affermando le cose più assurde: “Io so come sono andate le cose… ero suo amico, ero suo collega, sono stata la sua fidanzata, aveva sposato me prima della moglie attuale, sono un suo parente stretto…”, o quello che diceva che era stato a un party a casa di Travis per festeggiare il suo ritorno, scena che c’è nel film “Bagliori nel buio” ma mai avvenuta nella realtà? Altra licenza hollywoodiana, la favola che vuole Travis nudo come un verme al suo ritorno, mentre fu “riconsegnato” con gli stessi indumenti che aveva nel momento dell’incontro ravvicinato. Già, dettagli marginali.

Oppure, l’amico che giura di aver ricevuto lui la prima chiamata di Travis dalla cabina telefonica, mentre invece Travis fece solo una chiamata, quella alla sua famiglia e l’operatore ascoltò la conversazione e informò subito lo sceriffo. O quel tizio che fece finta di essere Walton per partecipare a un talk show radiofonico? Sono cose in fondo normali, che puoi aspettarti dalla gente che inventa di tutto per un attimo di notorietà. Sembrerebbero anche fattori poco importanti, rispetto a una vicenda tanto intricata quanto ormai vecchia e risaputa. E invece importanti lo sono, perché la storia di Walton ha un immenso valore documentale e probatorio rispetto alla casistica ufologica moderna e, anche se non sarà mai possibile farvi luce piena, la sua unicità resta dirompente.

Proprio per questa ragione i debunker si sono disinteressati dei sopraccennati pittoreschi visitatori di questo sottobosco immerso nelle montagne dell’Arizona, per concentrarsi invece su pesanti azioni di discredito: hanno sostenuto la teoria dell’allucinazione collettiva, quella dell’intossicazione da alcool, o del lie detector che aveva fatto cilecca e che non provava nulla e che tutti e sette i testimoni avevano concorso in una truffa a fini di lucro, insinuando persino che lo sceriffo della Navajo County non fosse quel Marlin Gillespie che aveva deciso per il non luogo a procedere in quanto la versione fornita dai sette tagliaboschi reggeva, ma un certo Sanford “Sank” Flake che era un ufficiale giudiziario estraneo alle indagini.

Il rapporto dei test al poligrafo condotti sui testimoni del caso Walton.

Il rapporto dei test al poligrafo condotti sui testimoni del caso Walton.

poligrafo-2Fra le false accuse, quella che i sei tagliaboschi non si erano trovati davanti ad un UFO accecante da cui dopo pochi secondi sarebbe partito un raggio che tramortì il loro compagno, ma che si erano scolati troppe birre e, visto che Walton era scomparso, avevano inventato la storia dell’UFO e andava bene dare la colpa agli alieni. Era tassativamente vietato bere durante il lavoro e Walton e i suoi colleghi non lo avevano fatto, né quel giorno, né altri. Lo sceriffo Gillespie disse ai giornalisti: “Nel furgone non abbiamo trovato tracce di alcool e ho parlato a lungo con ciascuno di loro e nessuno dava segni di intossicazione da alcool”.

Altro punto sostenuto dai debunker: i testimoni avevano erroneamente valutato la visione del pianeta Giove e/o quella di un elicottero militare in manovra a distanza ravvicinata. Dice Travis Walton: “Nessuno avrebbe potuto scambiare un elicottero per un disco metallico incandescente, in bilico a meno di trenta metri di distanza. Le pale dell’elicottero avrebbero tranciato gli alberi, per non parlare dello spostamento d’aria e del frastuono tipici degli elicotteri. Una spiegazione ridicola. Il raggio blu di energia che mi colpì fu fortissimo e istantaneo, tanto che uno dei miei compagni lo descrisse come la cosa più brillante che avesse mai visto in vita sua e in nessun modo potevano essere i riflettori di un elicottero”.

Travis Walton a Roma, il 24 Settembre 2011, foto: Maurizio Baiata

Travis Walton a Roma, il 24 Settembre 2011, foto: Maurizio Baiata

In conclusione, Walton specifica: “Non prendete il film ‘Bagliori nel Buio’ come la vera storia dell’incidente di quella sera. Se avevamo bevuto? Facevamo un lavoro troppo pericoloso per consentirci di bere. L’incidente avvenne pochi minuti dopo che avevamo finito il lavoro e il gruppo fece rientro a Snowflake poco dopo l’incidente. Se avessero bevuto, i miei compagni non avrebbero mai passato i test ai quali li sottoposero. Secondo la giustizia di questo Paese, la testimonianza di sei persone che in un tribunale dichiarassero (anche in assenza del test al poligrafo) di aver assistito a un omicidio e ne avessero riconosciuto l’autore, giustificherebbe una condanna alla pena capitale, senza possibilità di appello. Invece, quando e se si tratta di un UFO, l’ombra del dubbio grava anche sulle testimonianze più attendibili. Per la prova del poligrafo c’è sempre una piccola percentuale di errore ma, a proposito dell’incidente di Snowflake, Edward Gelb, il presidente della American Polygraph Association, ha detto: ‘Le probabilità che sei persone ingannino con successo un esaminatore esperto, anche solo su un singolo punto, sono più di un milione contro una’. A oggi, sono 16 i test correttamente condotti e superati inerenti questo caso. E tutti e sette i componenti di quel gruppo non hanno cambiato una virgola della loro testimonianza”.locandina-figli-stelle

Domenica 25 Settembre, a Milano, avremo la possibilità di ascoltare dalla viva voce di Travis Walton il racconto dei fatti accaduti sulle White Mountains in Arizona il 5 Novembre 1975. Travis si è reso disponibile, accettando l’invito di Sabrina Pieragostini al IV Meeting Internazionale di Esobiologia “Figli delle Stelle – Ipotesi e Suggestioni sulla Vita Extraterrestre”, a rispondere a tutte le domande del pubblico, a chiusura del suo intervento che avrò il piacere e l’onore di tradurre.

Ricordo anche che verranno trasmessi alcuni segmenti del documentario “Travis – The True Story of Travis Walton” diretto da Jennifer Stein e inedito per l’Italia, con sottotitoli in Italiano.

Maurizio Baiata, 19 Settembre 2016

 

Per saperne di più: https://mauriziobaiata.net/2015/07/20/parlano-altri-testimoni-del-caso-travis-walton-cosa-accadde-veramente-quella-notte-di-bagliori-nel-buio/

Il link al sito di Sabrina Pieragostini, che presenta il convegno di Milano del 25 Settembre, le modalità di partecipazione e il programma degli interventi:

Figli delle Stelle

 

Tutto dipende dal periscopio con cui osserviamo la libertà di informazione in questo Paese. Come punto di partenza, torniamo a un momento tragico della nostra storia recente: Undici Settembre 2001, immane tragedia vissuta sul piano globale e che ha innescato e giustificato – come allora promise il presidente USA George W. Bush – la “guerra santa” dei paesi occidentali al terrorismo di presunta matrice islamica. Passava il tempo e per tutti restava impossibile liberarsi dalle immagini terribili dell’attacco al WTC, mentre interrogativi sempre più inquietanti e senza risposta logica e adeguata mettevano in discussione la versione ufficiale di Washington.

Montaggio di immagini dell'11/9/2001. Fonte: Wikipedia

Montaggio di immagini dell’11/9/2001. Fonte: Wikipedia

I media italiani avevano sposato quella versione come unica possibile e veritiera, giudicandola consona alla preparazione e maturità del popolo italiano. Ne conseguiva che nessuno spazio, in un servizio giornalistico, un programma di attualità o un talk show, venisse concesso alle informazioni e alle tesi alternative che circolavano su internet. Valutazioni tecniche e dati di fatto alla mano, la rete indicava le ragioni che denunciavano un plausibile “inside job” la cui origine riconduceva agli interessi della famiglia Bush e alle mire di Dick Cheney e Donald Rumsfeld, mentre gli esecutori materiali restano ancora senza nome, a meno non si voglia dar credito alla matrice di al qaeda. Una gran parte della Nazione Americana ne era consapevole, ma non il resto del mondo, né i mezzi di informazione tradizionali con i paraocchi.

Sul piano personale, l’abbattimento delle Torri Gemelle mi aveva ferito profondamente. Nei primi Ottanta mi ero svegliato ogni mattina aprendo le finestre che dal loft su Murray Street si affacciavano a un paio di isolati dal World Trade Center. Ero stato più volte ospite del Maurizio Costanzo Show (MCS) in qualità di esperto del settore UFO e Misteri e avevo un eccellente rapporto con la redazione. Mai mi era stato messo un bavaglio. Continua a leggere »

Il valore dell’amicizia si ritrova fra persone che mai si sono incontrate, ma che da sempre amano il Rock e il cui cuore ancora sa intenerirsi… Grazie, Marino, per il bellissimo post che mi hai dedicato e che qui pubblico. E grazie ancora a Francesco Coniglio, Direttore di Classic Rock. Maurizio Baiata    

… Ho ritrovato la mia copia dimenticata di CLASSIC ROCK di Marzo e ho cominciato a sfogliarlo… Mi soffermo a leggere la lettera introduttiva in prima pagina. Parla di BLACKSTAR di David Bowie…

Riscopro che è la cronaca d’ascolto, non la recensione, del “testamento” di David scritta da uno storico critico italiano ora “amico ” e condivisore, Maurizio Baiata

La recensione di "Blackstar" di David Bowie apparsa come Editoriale di "Classic Rock (Marzo 2016, n. 40).

La recensione di “Blackstar” di David Bowie apparsa come Editoriale di “Classic Rock (Marzo 2016, n. 40).

Sono cresciuto con CIAO 2001 e GIOVANI, poi con MUZAK e GONG, tutte gloriose riviste musicali dei ‘settanta passando per Rockerilla e Buscadero arrivando a MUSICHE, grande rivista di nicchia di musiche diverse e TEMPIDISPARI, fino alla fanzine di Paolo Carnelli Wonderful Stories…
Leggere di Musica è da quando ascolto e compro dischi è uno dei miei momenti preferiti e ritrovare Maurizio Baiata, dopo averlo letto più di 40 anni fa su CIAO 2001, su CLASSIC ROCK e spero prossimamente su PROG, mi ha dato un brivido antico…

In questa epoca di Web la vecchia carta riserva ancora un certo fascino come tirar fuori un disco in vinile dalla busta e metterlo sul piatto… specie per noi vecchi ma sempre “giovani” appassionati.

Marino Passarella, grande esperto di Rock.

Marino Passarella, grande esperto di Rock.

 

Welcome back Maurizio e, come dice il direttore, bella recensione, di quelle che ti fa venire voglia di sentire il disco se non l’hai ancora fatto…

di Marino Passarella, dalla sua pagina Facebook, 11 Aprile 2016 

OAK – “VIANDANZE”

recensione di Maurizio Baiata 

L’aver chiuso le frontiere della passione e dell’invenzione in nome della ragione, in questi ultimi anni nella pop music ha assunto proporzioni parossistiche. La ragione ha imposto le definizioni, le classificazioni, categorie e sottocategorie e, per chi abbia superato i cinquanta, entrare in un negozio di dischi oggi e orientarsi grazie a quelle etichette che fanno da marker, da indicatori di direzione, a tratti appare utile, a tratti ci fa assalire dalla sensazione frustrante di esserci svegliati nel secolo sbagliato. Poi invece, ti capita un cd come “Viandanze” e le cose tornano al posto giusto. Sì, non hai bisogno di ansiolitici per districarti, qui ci sono solo menestrelli e cantori, ma elettrificati e battaglieri, e saltimbanchi e pifferai, ma ben accordati, che fanno tutti lo stesso gioco, suonano e cantano per la gioia del nostro spirito. Non da poco, per l’epoca in cui viviamo.

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“Oak” la quercia, simbolo delle radici che affondano in un terreno per restarci e crescere, incarna un gruppo che appartiene a un modo di fare comunicazione acustica e visuale, non Rock come linguaggio, ma come simboli che evocano immagini ed emozioni senza tempo. Simboli che troviamo subito nell’incedere chiaro e pulsante di “Magica Noce”, brano di apertura caratterizzato dal flauto di Jerry Cutillo e dalle voci bianche degli alunni della scuola elementare di Faido, un paese della Svizzera Italiana dove sono stati realizzati i mixaggi, negli studi Sound Avenue di Bellinzona. Come a dire che una tradizione risalente al tempo di danze gioiose che la macabra inquisizione volle trasformare in roghi e tragedie, in realtà era il girotondo e il salterello per trovare il contatto con l’essenza della natura, fra il femminile e il maschile, nel compimento di un’opera alchemica tesa al centro dell’essere, il super essere androgino. Continua a leggere »

Con la scomparsa di Keith Emerson avvenuta il 10 Marzo scorso, la storia del grande Rock ha perso una delle sue figure più carismatiche. Prima con i Nice, poi con Emerson, Lake & Palmer, gli anni Sessanta e Settanta furono segnati dal suo genio che, oltrepassate le linee di demarcazione fra Jazz, Rock e Classica-Sinfonica, attraverso l’elettronica, l’improvvisazione e le super amplificazioni aveva indicato la strada per la Teoria Unificatrice, per il nuovo mondo che qualcuno anni dopo avrebbe definito propriamente o meno “Progressive Rock”.

 

Keith Emerson articolo Manuel 28:7:74 n. 30Tutto questo ebbe un costo. ELP furono accusati di aver disperso la propria vena creativa, compositiva ed esecutiva in nome della spettacolarizzazione e della mercificazione di se stessi, ridotti a mero “prodotto di consumo”. Anziché unire, ELP stavano dividendo e, rispetto a tale situazione anomala, Emerson, Lake & Palmer, la rock band allora più famosa, finì sotto il tiro incrociato di gran parte della critica mondiale. Continua a leggere »

PABLO AYO: VISITATORI DA ALTRI MONDI 

-Casi, Testimonianze e Studi sugli INCONTRI RAVVICINATI DEL QUARTO TIPO

Armenia Editore 2016

“Mai Smettere di Cercare” – Prefazione di Maurizio Baiata 

Dotato degli strumenti utili per approcciare una materia vasta e difficile che si attanaglia all’inconscio e fatica ad emergere proprio perché appartiene e deriva dalle zone d’ombra del nostro piano di esistenza, Ayo racconta una storia molto diversa da quella che sinora ci era stata raccontata.

"Visitatori da Altri Mondi", il libro di Pablo Ayo (Armenia editore, 2016) appena uscito nella collana Miti senza Tempo.

“Visitatori da Altri Mondi”, il libro di Pablo Ayo, uscito nella collana “Miti senza Tempo” (Armenia editore, 2016).

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UFO e Piloti

Nell’illustrazione di Alberto Forgione, un caccia iraniano all’inseguimento di un UFO nel cielo di Tehran. Era il 19 Settembre 1976.

La situazione ufologica italiana appare triste riflesso di quella politica. Immobile, sottomessa alla regola secondo la quale lo status quo conviene molto di più del cambiamento. Per questo, all’avvicendarsi al governo di compagini partitiche di segno diverso, nulla cambia. Tali forze, sono infatti accomunate dalla medesima finalità: il malaffare. Orecchie tappate e bocche cucite. A nessuno, nei posti di potere, conviene parlare di UFO. Nessuno si fa portatore di istanze parlamentari in merito agli UFO. Nessun segnale giunge neanche dal Movimento Cinque Stelle, come fosse ignaro della cosa, nonostante per sua stessa natura dovrebbe avere ottime ragioni per occuparsene.

Forse, i grillini non la ritengono una priorità, o hanno timore di avventurarsi in un territorio che ritengono non di loro competenza, o forse pensano che sarebbe una battaglia persa in partenza. Al contrario, non dovrebbe, il Movimento Cinque Stelle chiedersi come mai – cosa sia mancato sul piano dell’efficacia politica – tutte le interrogazioni sugli UFO al Parlamento Italiano non abbiano avuto successo e che anche in sede europea siano fallite? Non sarebbe una bella sfida, questa, per il M5S? Vediamone alcuni passaggi storici, prima in Europa.

Nel 1993 un eurodeputato belga di origine italiana, il socialista Elio Di Rupo propose al Parlamento Europeo l’istituzione di un Centro Comunitario di studio sul fenomeno UFO. Nonostante l’appoggio dell’illustre fisico Tullio Regge, l’iniziativa non fu accolta con favore dai maggiori Paesi sotto l’ombrello NATO, per ragioni di opportunità, per priorità più rilevanti, o per incompetenza. Gli Inglesi, pur ammettendo che se ne occupavano formalmente, si trincerarono nel loro consueto distacco britannico; gli Italiani si espressero solo con un sussiegoso cenno dell’Aeronautica Militare; i Francesi e gli Spagnoli non si dimostrarono disposti, né preparati a sostenere un impegno di divulgazione sulla reale portata del problema. L’idea di un organismo europeo super partes morì sul nascere.

In Italia la questione era stata dibattuta già nel lontano 1950, con un’interrogazione parlamentare al Senato. Al termine di una breve scaramuccia, l’allora sottosegretario alla difesa, il democristiano Nicola Vaccaro sentenziò: “Gli osservatori di meteorologia dell’Aeronautica non hanno mai segnalato alcun fenomeno che potesse avere una qualche attinenza con quanto è stato riferito genericamente, e talvolta anche in modo contrastante, dalla stampa e dalla voce pubblica sull’apparizione dei dischi in territorio italiano”. Il silenzio che ne seguì fu rotto solo dagli sporadici belati di ufologi tenuti al guinzaglio da logge massoniche e aderenze militari.

Devono passare 28 anni, prima che di UFO si torni a dibattere in Parlamento. A furor di popolo. A seguito dell’eccezionale “flap” (ondata di avvistamenti) del 1978, il socialista Falco Accame si rivolge al Ministro della Difesa Ruffini, chiedendo la derubricazione dei casi studiati dalla nostra aeronautica. La bordata di Accame non arriva al ponte di comando del Paese. Ci riprovano sei anni dopo i democristiani Abete, Fiori, Scaiola e il socialdemocratico Scovacricchi, con un’interpellanza presentata al Presidente del Consiglio Craxi. Il solo effetto positivo che ne scaturisce però è importante: messo alle strette, il governo deve ammettere che una sezione del Secondo Reparto dello Stato Maggiore dell’Aeronautica studia il fenomeno a fini statistici e raccoglie i dati derivati dalle segnalazioni. I casi archiviati erano poche centinaia e di scarsa rilevanza, ma non si poteva più dire che le nostri militari ne fossero all’oscuro.

Tredici anni dopo, la situazione cambia leggermente, a seguito di una nuova ondata di avvistamenti. Sono i deputati verdi Mauro Paissan e Massimo Scalia a inoltrare un’ennesima interrogazione, preoccupati soprattutto dagli avvistamenti registrati in prossimità di installazioni militari (Ciampino e Pratica di Mare). Potevano esservi implicate “sperimentazioni o esecuzioni militari segrete”? Nessuna risposta.

Nel Novembre 2010 l’onorevole Mario Borghezio della Lega Nord chiede al Parlamento europeo di approvare una dichiarazione nell’intento di creare una “commissione europea sugli UFO”, un osservatorio comune composto dai 27 governi membri dell’UE. Paesi quali Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia, eccetera, avrebbero dovuto aprire i loro archivi classificati e rilasciare tutti i documenti relativi agli UFO. “Il mio obiettivo è ottenere l’apertura degli X files segreti dei governi europei” dichiarava Borghezio, affrontando secondo lui in maniera “politicamente corretta” un problema che riguarda la nostra storia moderna. La sua iniziativa fu accolta con un misto di noncuranza e curiosità. Alcuni Paesi in seguito hanno derubricato alcuni files, ma qualcuno ricorda di cosa si trattava? Specchietti per le allodole.

D’altra parte, la nostra classe politica brilla per trasparenza e correttezza, vero? Quindi, perché mai dovrebbero i suoi esponenti, di qualunque partito che sia oggi o sia stato in passato al potere, farsi paladini di una “crociata” ad alto coefficiente di rischio, laddove  la questione UFO implica i servizi segreti, i finanziamenti occulti, le black ops, le prove sparite, la soppressione di testimoni scomodi, e alla quale sarebbe molto difficile far fronte efficacemente e in maniera compatta? Meglio far finta che il problema non esista. Esattamente quello che da sempre fanno i vertici dell’Aeronautica, attraverso le dichiarazioni dei loro portavoce. Ad esempio, quella che nel 2009 fornì il Generale Roberto Di Giorgio, capo del Reparto sicurezza dell’Aeronautica Militare, intervistato da Claudio Brachino per il programma televisivo di Rete 4 “Top Secret”. Con un dribbling alla Gianni Rivera (già sottosegretario alla Difesa e anch’egli chiamato a rispondere nel 2000 a un’interrogazione proposta da Delmastro delle Vedove) Di Giorgio affermava che alcuni avvistamenti potrebbero essere UFO, ma che, anche se lo fossero, non sono navi spaziali aliene, tutt’al più potrebbe trattarsi di prototipi segreti di altre nazioni. Il che significa che i nostri cieli sono impunemente sorvolati da velivoli sconosciuti, ma che non c’è da preoccuparsene. In realtà, la gente vuole e merita risposte vere, non le “negazioni plausibili”, anche se la domanda riguarda “solamente” l’avvistamento di un UFO.

Proprio su questa smaccata incongruenza, il Movimento Cinque Stelle potrebbe porre  al Parlamento la questione, chiara e semplice, sottolineando la necessità di proteggere i nostri cieli da intrusioni di velivoli potenzialmente ostili. Lo impongono le avvisaglie di una crisi geopolitica mediorentale dalle conseguenze disastrose per una nazione tanto vulnerabile nel Mediterraneo. Lo impone, soprattutto, la logica di un impegno sociale e civile da sostenere apertamente in sede politica, per vedere rispettato il diritto dei cittadini di sapere quello che viene loro nascosto da decenni.

Maurizio Baiata, 20 Febbraio 2016

Questo Editoriale si basa su riferimenti “storici” tratti da un articolo, dello stesso autore, pubblicato nel 2012 dal quotidiano online L’Indro.

http://www.lindro.it/in-parlamento-e-silenzio-sugli-ufo/?pdf=9024

 

 

 

Ravvedimenti tardivi e pilotati, confessioni-bomba a mezzo stampa, libri-verità o video interviste su Youtube, dopo una vita passata nell’ombra, personaggi legati all’intelligence americana, improvvisamente vuotano il sacco facendo “outing” su segreti UFO ed Extraterrestri dei quali sono a conoscenza. Sembrano seguire un copione scritto da qualcuno “dietro le quinte” (escludendo mani aliene) e la gente ci crede. Sono i “whistleblowers” (spifferatori), da noi meglio noti come “rivelatori”, o gole profonde. Soffermiamoci su due casi recenti, fra i più significativi.

L'ingegnere aerospaziale Boyd Bushman mostra una delle foto di un presunto alieno.

L’ingegnere aerospaziale Boyd Bushman mostra una delle foto di un presunto alieno.

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Lou Reed al Bottom Line. Foto tratta dal video "A Night With Lou Reed.

Lou Reed al Bottom Line. Foto tratta dal video “A Night With Lou Reed”.

Washington Square Park, Manhattan, 1983, al centro del Greenwich Village, cuore culturale e artistico di New York. Siamo nella parte West – mentre a East, nella cosiddetta Lower East Side sconsigliano di mettere piede, feudo dei Portoricani, degli spacciatori neri, dei drogati e dei reietti, dei “bums”, gergale per homeless, i senza tetto. Figure rannicchiate per terra, appoggiate ai muri o negli anfratti dei palazzi che vanno dalla Avenue A alla Bowery, grandi strade parallele e altre piccole che si intrecciano e insieme costituiscono la cosiddetta Alphabet City, per via delle lettere che denominano le avenues: A, B, C, D… Non a caso, in quegli anni il Punk newyorchese stava trovando luogo, ragioni e forza espressiva proprio in quella zona malfamata. I locali di punta erano il CBGB e il Max’s Kansas City, ma altri venivano su come funghi invisibili e da lì la musica New Wave e Punk avrebbe squassato le fondamenta del Rock e fatto piazza pulita Continua a leggere »

Jim Morrison (© Elektra - photo by Joel Brodsky)

Jim Morrison (© Elektra – photo by Joel Brodsky)

Molti sanno chi era Jim Morrison, James Douglas Morrison, la “voce” del gruppo The Doors. Jim era un poeta. Ne siamo certi perché le parole delle canzoni dei Doors erano sue poesie, nude e crude, migrate su un’intelaiatura musicale. Il tessuto che ne nasceva era un misto di Rock scarno ed essenziale basato sulla punteggiatura delle tastiere di Ray Manzarek e la base ritmica creata dal chitarrista Robbie Krieger e dal batterista John Densmore. In pratica, un trio. La voce di Morrison dominava, come un urlo di luce nel buio della notte. Il gruppo si formò a Los Angeles, California, nel 1965 e il nome The Doors derivò dal titolo del libro dello scrittore visionario Aldous Huxley, The Doors of Perception, Le Porte della Percezione. In breve, per la serie la Storia della Grande Musica Rock, personalmente inserisco i Doors nella top ten delle band più importanti di sempre e il nome Jim Morrison al primo posto in assoluto fra le voci soliste maschili.

Ora, Jim morì nel 1971, una meteora nella nostra vita. Ray Manzarek , in un’intervista rilasciatami nel 1982, lo disse a chiare lettere: «Jim e io eravamo su una spiaggia a Venice una sera, circa tre mesi dopo aver costituito i Doors. Discutevamo. Si parlava della vita e della morte. A un certo punto Jim mi ha chiesto: “Hey man, dimmi, tu quanto pensi che vivrai?” E io: “Ma, non so, penso che mi piacerebbe vivere fino… forse… fino a 87 anni. Perché, tu invece cosa pensi?” – E Jim: “No, non io, man, non so quanto vivrò, ma certo non sarà ancora per molto… Vedi, io penso a me come a una shooting star (una stella cadente), sai come capita, stai in giro la notte, alzi gli occhi al cielo e la vedi. E ti dici ‘guarda come è bella!’ e intanto anche gli altri la vedono e dicono ‘Wow! Guarda!’ e poi… feeeewww… e la stella cadente brilla fulgida in mezzo a quel paradiso e poi… puff, è andata’. Ecco come mi vedo io, amico.» 

Esattamento questo è successo con l’apparizione e la breve presenza nel nostro piano di esistenza di Jim Morrison. Tanto breve anche fu la storia dei Doors che mai vennero in Italia e infuocarono le stagioni della California musicale dei secondi anni Sessanta. Non tutto fu “Flower Power” e pacifismo, non tutto fu psichedelia e la voglia di far nascere una nuova nazione giusta e pulita. Era tale, infatti, il marciume dell’Occidente che si rifletteva sulla giungla di asfalto di Los Angeles, che Jim Morrison e i Doors non avrebbero potuto fare altro che urlare e lottare, con la loro arte inarrivabile. Fu una breve lotta. E fu il mondo intero a perderla alla morte di James Douglas Morrison.

Una poesia di Jim Morrison

(da Wilderness: The Lost Writings of Jim Morrison, Villard Books, New York, 1988)

Cold electric music 

Damage me

Rend my mind

w/your dark slumber

Cold temple of steel

Cold minds alive

on the strangled shore

Veterans of foreign wars

We are the soldiers of

Rock & Roll Wars

 

Fredda musica elettrica

Feriscimi

Strappa la mia mente

con il buio del tuo dormire  

Tempio di freddo acciaio

Fredde menti vive

sulla riva strangolata

Veterani di guerre straniere

Noi siamo i combattenti 

delle Guerre Rock & Roll

 

Maurizio Baiata, 11 Febbraio 2016

 

 

La Psicomagia di “Blackstar”

Come David Bowie ha trovato se stesso 

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Seppure trascorsa l’onda emozionale, ascoltare “Blackstar” (in vinile, prima stampa) è esperienza traumatica. Cercare di annodarne i fili significa ripartire da capo e proiettarsi nel futuro, compiere un viaggio con Bowie dai banchi di scuola al luogo in cui le ceneri di un essere umano sono destinate a essere sparse, nel vento dall’alto di una roccia a strapiombo sul mare. E la cerimonia inizia con il brano che apre la facciata A e che all’album dona il titolo. “Blackstar” si distingue in due parti che a ¾ si fondono. La prima sembra uscita da una pagina crimsoniana, la seconda da una dei Dead Can Dance. La voce al centro del tutto, una cadente dimora medioevale – «In the Villa of Ormen» dai segreti e significati esoterici impenetrabili e di libera interpretazione – in cui Bowie si muove come bardo ossianico. Invito spettrale, ma dal momento in cui il Farfisa intesse la seconda parte, orchestrale, la sua maestosa estensione dice che il viaggio psicomagico ci condurrà dalle radici del beat alla vetta della montagna sacra di ogni avanguardia Art Rock.  

Il secondo brano “’Tis a Pity She Was a Whore” ha un incipit martellante che ti trascina in una lounge fumosa e malfamata di una città anni ’50, dove un crooner sta in scena accanto a qualcuno che picchia monotonamente su una batteria sgangherata. I fiati qui rasentano la follia. Jazzisti formidabili guidati da Bowie e Tony Visconti senza una sbavatura, da metronomo. Fra di loro, ai fiati Donny McCaslin, al basso Tim Lefebvre, batteria e percussioni Mark Guiliana.

Con “Lazarus” le cose cambiano e i brividi corrono, per la sua consistenza alla finale di “Blade Runner”, il tempo ormai fermo. Bowie lo fotografa nella sua amata New York, dove sussurra “ha vissuto come un re sperperando il suo denaro”. David chiude il cerchio, trova se stesso. Sei al mix del tuo ultimo album agli Electric Lady Studios cosciente che morirai a breve e dici a quel sax come deve entrare e lo strumento ubbidisce e ti sorride, anticipando i colpi di una chitarra sospesa nel cielo plumbeo della tua anima.DAVID-BOWIE_LP_-1000x600

La side B si apre con “Sue” ha una struttura da sezione ritmica tagliente britannica, di batteria/percussioni/basso su cui Bowie usa la voce per innestare a cascata, le tastiere. Ostinandoci a voler dare un “senso storico” a questa musica di Bowie potremmo azzardare un suo lontano ipotetico parallelo con quello che i King Crimson non sono stati dopo la loro prima incarnazione, se al posto di Lake ci fosse stato Bowie e al basso fosse entrato Jannick Top dei Magma. Impietoso e sempre più furioso, il materiale sonoro qui, come se alla regia ci fosse una creatura alla Frankestein, la testa di Bowie, le gambe di Vander e le braccia di Fripp.

Se sin qui ti sei lasciato prendere, “Girl Loves me” rischia di farti lasciare. Tanto il testo, quanto la musica diventano favola schizofrenica, saltellante, manicomiale, non fosse per i cori che Bowie mantiene miscelati a tappeto. Il brano si dipana come su un teatrino delle marionette e in questo forse ha sempre avuto ragione lui, lasciare che la vita resti in sospeso, zen allo stato puro. Il testo è senza fili, la filastrocca grottesca, operazione zappiana con una sua logica sottotraccia, nelle partiture di archi, bruscamente interrotte a mo’ di finale cinematografico.

“Dollar Days”, sin dall’inizio si annuncia come una ballad da cattedrale elettronica, il beat della creazione del tutto in un’epoca in cui ancora le grandi orchestre facevano la musica che la gente ascoltava seduta ai tavoli in abito da sera… E Bowie canta elegantemente la sua morte qui, la spiega nel suo essere sincero sino in fondo,«I’m Dying To» che suona «Too» si capisce per come lo pronuncia. Le ultime mani del suo poker con la vita Bowie le gioca con un complice, un sax che Gerry Mulligan avrebbe voluto suonare, incantato ed epico come nella “Gandharva” di Beaver & Krause. Senza soluzione continuità arriva il finale, “I Can’t Give Everything Away”. Non posso dare via tutto. Qui Bowie gira le riprese della scena finale sul set del suo film, per una trama alla quale non voleva mettere la parola fine, costretto da esigenze di copione. Deve molto alla frippertronics, dal momento in cui dice«I know something is very wrong» e costruisce un’invocazione iterativa, a noi rivolta, scandita dalla chitarra che entra lancinante dentro, deve ripetersi, ancora e ancora e ancora e ancora.

La luce della lampadina accanto alla scrivania si affievolisce lentamente, emette flash sempre più fiochi, come respiri che si spengono, mentre termino gli appunti al primo ascolto di questo capolavoro. Mi alzo e mi avvicino al giradischi su cui la testina gira ancora, la alzo e torno a sedermi. Nella stanza resta acceso solo lo schermo del computer.

Maurizio Baiata, 5 Febbraio 2016

 

Per abbracciarlo, seduto sul suo scooter elettrico con cui gironzola agevolmente, bombola a ossigeno con cannule nelle narici, devo piegarmi su di lui. Wendelle stende le braccia mentre il viso scarno e profondamente segnato si illumina in un debole sorriso. Ci sistemiamo al grande tavolo rettangolare della redazione della rivista “Open Minds”, che mi vede ancora direttore. Questo sarà il nostro ultimo incontro. È il 25 Agosto 2010.

Il colonnello Wendelle Stevens nell'ufficio di John Rao, Open Minds, a Tempe, AZ. (foto: Maurizio Baiata)

Il colonnello Wendelle Stevens nell’ufficio di John Rao, Open Minds, a Tempe, AZ. (foto: Maurizio Baiata)

Wendelle passa a trovarci regolarmente ogni mercoledì, se le sue condizioni glielo consentono. Negli ultimi tempi, l’età e i malanni hanno avuto il sopravvento. Dal mio arrivo a Tempe nell’Aprile 2009, l’ho visto deperire rapidamente, ma nella conversazione resta acuto, coinvolgente, impossibile quasi interromperlo nelle sue digressioni, molte delle quali ho registrato e ho intenzione di pubblicare al più presto.

Torniamo indietro, a poco più di un anno prima, nella sua casa di Tucson a poco meno di 200 chilometri da Phoenix. Continua a leggere »

UNDICI GENNAIO 2016

Sono sconvolto dalla notizia della morte di David Bowie. Ho avuto il grandissimo onore di incontrare questa meravigliosa creatura artistica e umana, figlia della nostra Terra e di altri luoghi del Cosmo e dell’Anima, che per qualche recondita ragione volle concedermi un’intervista a New York nel 1981. La più importante della mia vita.

Grazie, David!

Il seguente testo, di introduzione all’intervista, risale al 15 Novembre 2014.  

Un amico, giornalista e producer musicale che vive a New York e non vedevo da lunghi anni, mi ha detto alcuni giorni fa che intervistare David Bowie oggi è impresa pressoché impossibile. A tre anni dai 70, la sua salute sembra tenerlo lontano da incontri con la stampa. Io ho avuto la fortuna di intervistarlo molto tempo fa e tutto quello che allora mi raccontò fu audio registrato su una cassetta che possiedo ancora. Non si è smagnetizzata.music_26_aprile1981_uno

Vivendo e lavorando come giornalista musicale a New York per quasi tutti gli  Ottanta, prima attraverso le corrispondenze scritte per il settimanale “Ciao 2001”, poi con quelle radiofoniche per diversi programmi di Radio Tre, poi come capo servizi Cultura e Spettacoli del quotidiano “Il Progresso Italoamericano”, ebbi il privilegio di trovarmi faccia a faccia con mostri sacri del mondo dello spettacolo, alcune Rock star internazionali e grandi attori e registi del Cinema Italiano.

Nel Dicembre 1980 Mark David Chapman, che spero marcisca in galera sino alla fine dei suoi giorni, uccise John Lennon colpendolo con cinque colpi di pistola nell’androne del Dakota, il palazzo sulla 72.ma Strada. Chapman era un suo fan e lo era anche di Bowie, che in quei giorni era in scena con “The Elephant Man” al Booth Theatre di Broadway.

Se non fosse riuscito a far fuori Lennon, avrebbe poi detto in seguito, la sua seconda opzione sarebbe stata David Bowie, che dal Settembre 1980 e sino Gennaio 1981 avrebbe calcato il palcoscenico del Booth Theatre a Broadway, interpretando il personaggio dello sfortunato John Merrick, reso grottescamente deforme dalla neurofibromatosi, che nel film di David Lynch del 1980 era John Hurt.  Continua a leggere »

La gente di ogni nazione ha il diritto di sapere la verità sugli UFO. Una realtà tenuta celata da strutture di potere, palesi e occulte, che perpetuano una strategia del silenzio grazie a due fattori che mettono a posto la coscienza di responsabili politici e capi di governo.

Il Presidente USA Barack Obama con l'allora consigliere della Casa Bianca,  John Podesta, a Washington, DC, il 21 Maggio 2014.        (Foto: JIM WATSON/AFP/Getty Images)

Il Presidente USA Barack Obama con l’allora consigliere della Casa Bianca, John Podesta, a Washington, DC, il 21 Maggio 2014. (Foto: JIM WATSON/AFP/Getty Images)

Il primo fattore è costituito dal principio secondo cui la segretezza è data dalla natura sconosciuta, quindi potenzialmente ostile, di oggetti volanti non identificati che possono costituire una minaccia per qualunque Stato della Terra. Se di tale aspetto si fanno notare le premesse e le conseguenze ad un militare di alto grado, la sua reazione sarà di malcelata insofferenza. Chi si azzardasse ad insistere, sottolineando che gli intrusi penetrano indisturbati nei nostri cieli – in barba al NORAD e a qualunque altro sistema di super controllo radar – esibendosi in manovre e con prestazioni che surclassano ed eludono la sorveglianza e/o i tentativi di intercettazione e/o di abbattimento da parte delle forze di aria, di terra e di mare terrestri, beh, allora il colorito del nostro interlocutore passerebbe al livido e dalle sue labbra sfuggirebbero minacce. Ovvio, il suo ruolo viene messo in discussione, impotente di fronte ad autentiche manifestazioni UFO, non di droni o di prototipi strani costruiti dall’uomo, amico o nemico che sia. 

Il secondo fattore, connesso anch’esso con la sicurezza internazionale e globale, riguarda le popolazioni, che i poteri ritengono non pronte al salto evolutivo della presa di atto e di coscienza della realtà della presenza Extraterrestre. Le genti vengono ingannate sistematicamente, dichiarando che il fenomeno non esiste e, qualora esista, le forze militari sono in grado di gestire la situazione. 

È vero il contrario: sono le persone e non i governi, ad essere in grado di gestire la verità.

Il 22 Ottobre 2002, in una conferenza stampa al National Press Club organizzata dalla Coalizione per la Libertà di Informazione, il giurista italoamericano John Podesta, presidente della campagna presidenziale 2016 di Hillary Clinton e da sempre uomo di fiducia di Barack Obama, chiedeva la derubricazione di tutti i documenti UFO contenuti nei fascicoli governativi, perché “molto francamente, gli Americani POSSONO gestire la verità… e perché  lo impone la Legge”. Il suo appello restava inascoltato.

Tredici anni dopo, appare chiaro che anche l’attuale Presidente degli Stati Uniti non ha i poteri per fare la mossa che attendiamo da decenni: il riconoscimento formale dell’esistenza di esseri extraterrestri in contatto con la razza umana. Né ha il potere di rendere di pubblico dominio i files delle agenzie e dei servizi segreti che si occupano del fenomeno. I suoi predecessori, da Truman a Eisenhower, da Carter a Ford, da Kennedy a Reagan, non possono non avere fatto i conti con la stessa questione. E tutti – chi in un modo chi in un altro – ne sono usciti sconfitti.

E sconfitta ne è uscita quella che ci ostiniamo a credere una civiltà moderna ed evoluta. Un’intera civiltà occidentale basata sulla menzogna.

Maurizio Baiata, 28 Dicembre 2015

Carlo Barbera.

Carlo Barbera

Prologo, per mio Fratello

Di Carlo Barbera

La storia di ogni essere umano, lascia una traccia indelebile nell’esistenza collettiva della nostra razza, un solco inciso nella memoria dell’intero Universo che annullando il tempo e lo spazio, diviene patrimonio di conoscenza e saggezza condivisa fino alla radice della materia e dell’energia, fino agli elementi fondamentali della vita cosmica. Ogni essere umano è quindi un protagonista dell’universo e, come tale, creatore e distruttore di vita, di realtà e di mondi.

La storia di Maurizio Baiata è quella di un protagonista, con la sua energia, le sue idee, le passioni, la lotta, le vittorie e le sconfitte, le delusioni e i successi, le gioie e le sofferenze, l’amore. Ha cercato l’amore, Maurizio, quell’amore che “muove i mondi e le altre stelle”, quella forza motrice dell’universo che lo ha voluto protagonista della sua generazione, lo ha chiamato a vivere, tenacemente, lo ha voluto fortemente presente nel suo tempo, come un combattente, come un vero karateka, innamorato della vita perché alla vita riportato da quelle invisibili mani che ora scopre essere state con lui, per lui, mani di amici invisibili che lo hanno amato davvero. Continua a leggere »

Roma, Domenica 14 Ottobre 2006, 11 del mattino. Via del Corso è affollata come sempre. L’incredibile andirivieni della gente che fa shopping si interrompe entrando nella sfarzosa e ovattata hall del Grand Hotel Plaza, dove mi attende Jack Sarfatti, il fisico eretico. Una delle menti più fervide di quella generazione di scienziati hippie e ribelli che ha segnato l’avvento della fisica quantistica nella scena scientifica mondiale. All’intervista ha preso parte la collega Paola Harris, da anni amica di Sarfatti, che ringrazio immensamente per aver stabilito con lui il contatto e reso possibile questo nostro incontro nella capitale.  

Jack Sarfatti, Paola Harris e Maurizio Baiata, a Roma nel 2006. (foto: Archivio Maurizio Baiata)

Jack Sarfatti, Paola Harris e Maurizio Baiata, a Roma nel 2006. (foto: Archivio Maurizio Baiata)

Maurizio Baiata: Dottor Sarfatti, lei sembra tenersi in disparte, quasi un cane sciolto, fuori dalle dispute e dalle sciocche diatribe tipiche della comunità scientifica. Come mai?

Jack Sarfatti: Perché mi dà la libertà di pensare. Nel mondo scientifico la repressione è simile a una mafia, a fronte dei finanziamenti che, da parte della scienza ufficiale, diminuiscono. Due nuovi libri sulla teoria delle stringhe, Not Even Wrong di Peter Woit del dipartimento di Matematica della Columbia University e The Trouble with Physics di Lee Smolin del Perimeter Institute, fondato da un multimiliardario in Canada per cercare di superare le barriere dell’ortodossia scientifica ufficiale, denunciano il fatto che la fisica teorica è monopolizzata dalla teoria delle stringhe ed è diventata come una chiesa, una religione. Tutto ciò che abbiamo è una matematica, molto affascinante. I matematici provano ad occuparsi di fisica e producono dati interessanti, ma dalla teoria delle stringhe non hanno tirato fuori alcuna previsione che corrisponda alle osservazioni empiriche. Non sono riusciti a far luce su nessuno degli enigmi della scienza, come l’energia oscura dell’Universo, o perché l’Universo sta accelerando, o cosa sia il campo antigravitazionale che, secondo me, è collegato alla propulsione degli UFO. E, siccome la comunità scientifica ha totalmente rifiutato i dati sugli UFO e sul paranormale, è rimasta con un database di informazioni veramente ridotto. Inoltre, non avendo collegato i dati sugli UFO e sul paranormale, per vedere la cosa nella sua totalità in modo che ogni tassello prendesse posto nel puzzle e acquistasse un senso, la fisica si è avvizzita in un vicolo cieco. Continua a leggere »

Per il libro “Gli Alieni Mi Hanno Salvato la Vita” chiesi ai miei amici Ernesto Assante e Carlo Barbera, di scriverne la prefazione, non appena avessero letto la bozza della prima edizione. Mi hanno fatto un grande regalo. Due prefazioni bellissime, scritte con il cuore. Ancora adesso, per me, a quattro anni dall’uscita della prima edizione, l’emozione che provo nel leggerle è viva e forte ed è difficile da descrivere. La miglior cosa da fare è condividerla.

Iniziamo con la Prefazione di Ernesto Assante, intitolata “Il Sapere in Una Canzone”.

Ernesto Assante (foto: La Repubblica)

Ernesto Assante (foto: La Repubblica)

Il Sapere in una Canzone

Di Ernesto Assante

Conosco Maurizio Baiata da molto prima che lui conoscesse me. Ero un lettore di “Ciao 2001”, un avido consumatore di letteratura Rock e lui era una delle “figure di riferimento” per me, che sognavo di fare il suo lavoro, il giornalista musicale. Leggendo le cose che scriveva ho imparato a fidarmi di lui, dei suoi pensieri, delle sue idee.

E solo anni dopo, quando l’ho conosciuto davvero ed è diventato mio amico, ho avuto conferma che quello che pensavo era vero: Maurizio vedeva più lontano degli altri. Bene, il libro che state per leggere parla esattamente di questo, di guardare oltre, sempre e comunque, di vedere quello che normalmente non si vede, sentire quello che normalmente non si sente, provare quello che normalmente non si prova. Ovvero la vita di Maurizio Baiata, una straordinaria esistenza che può diventare materia, come in questo caso, di letteratura, di un racconto, di un “romanzo”, fatto però di vita vera e vissuta.

In fondo, fare il critico musicale è esattamente questo, provare a vedere quello che non si vede, a sentire quello che non si sente e raccontarlo agli altri. Maurizio non ha cambiato mestiere affrontando altri argomenti e lo si vede, lo si legge benissimo, nelle pagine di questo libro. Maurizio ci porta altrove, sempre, sia che parli di musica, sia che ci racconti di esperienze sensoriali differenti, sia che parli di UFO. E l’altrove è un luogo meravigliosamente ricco, affascinante, dove non tutti possono, vogliono, riescono ad arrivare. Maurizio vede più lontano, e ci racconta la sua storia, con la semplicità di chi non considera la sua esistenza qualcosa di “strano”, perché è abituato, da sempre, a vedere oltre, a vivere oltre. Il Rock, gli UFO, o qualsiasi altra cosa catturi la sua attenzione, la sua inarrestabile passione, la sua creatività, i suoi sentimenti, diventano immediatamente materia per vivere, per respirare, materia da condividere con gli altri, cibo per la mente e per l’anima.front cover verdechiaro

Ed è di questo che è fatto questo libro. Cibo per la mente e per l’anima, una storia, mille storie che diventano una, percorsi di una lunga avventura fatta di luci, di ombre, di passioni, di sogni, di visioni, di amori, di amicizie, di parole. Bisogna leggerla con il cuore aperto, bisogna provare a vedere oltre quello che Maurizio Baiata scrive, capire cosa scrive, come scrive. Perché la sua è una stupefacente canzone, come quella dei Dead Can Dance che troverete alla fine di questo volume e, in ogni canzone, è nascosta la vita. Non c’è bisogno di credere a quello che leggete. Dentro di voi, come quando ascoltate i brani di Hendrix, o degli Who, o entrate nelle spirali di Terry Riley, sapete già tutto. Tutti noi sappiamo tutto.

Chi è Ernesto Assante

https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Assante

Ho conosciuto in anni recenti persone di vario genere che si sono chieste cosa avesse una “Archangel’s Thunderbird” di una potenza tale che nessuna altra band di allora avrebbe potuto esprimere… o una suite come “Yeti” dove volesse andare a parare. Ricordo le costernate espressioni dipinte sui volti dei critici davanti agli Amon Duul 2 nella loro prima, unica ed epica performance al Piper Club di Roma. Io glielo avevo detto che erano la dimostrazione di come fra gli orizzonti del Rock cosmico di Berlino e Dusserdolf e quelli californiani non ci fosse alcuna distanza. Qualcuno di loro, non appena vide che sul palco le batterie erano due comprese all’istante che la cosa non prometteva nulla di scontato e premasticato.amon duul apertura ciao 2001

Ne avevo scritto, sul Ciao 2001, francamente sorprendendomi di come la Direzione accettasse pezzi di quel genere, che non venivano fuori per far piacere a una casa discografica, o agli impresari che si arricchivano a tutto spiano portando in Italia le band europee, soprattutto. Articoli che sembravano dover durare giusto un batter di ciglia per essere sostituiti nell’interesse dei ragazzi da quelli del numero successivo, una settimana dopo, potrebbero non essere altro che materia cartacea inanimata, con la copertina sgualcita e le pagine erose e ingiallite. Ciao 2001 AMONDUUL testo 1E invece? No, alcuni, molti, quelle riviste le conservano con amore. L’ennesima riprova l’ho avuta al mio ultimo incontro a Roma, quando uno spettatore si è avvicinato e ha tirato fuori da una custodia in plastica trasparente una copia del Ciao 2001 con in copertina uno strillo e una foto del grande bluesman anglosassone bianco John Mayall. E io gli ho detto: “Bello questo titolo!” E lui mi fa “Ma guarda che l’hai scritto tu il pezzo, apre le pagine e arriva alla firma, la mia. Non ricordavo di aver mai scritto di Mayall. E lui: “Me lo autografi per favore? Lo conserverò per sempre”. Avevo le lacrime agli occhi. Come ringraziarlo? E come ringraziare un “Rock Expert” come Danilo Jans che, sotto le vesti sgargianti dei suoi siti Helaberarda e Mondo Popolare, recupera e conserva articoli degli anni Settanta, ponendosi a metà fra l’umile amanuense che tramanda in silenzio il segreto, e il dottor Frankenstein? AMONDUUL 3

Lo ha fatto con questo articolo sugli Amon Duul 2, intitolato “Le Dinastie di Ghiaccio”, di cui ripropongo ben leggibili le pagine (cliccateci su), o che potete consultare qui: http://mondopopolare2.blogspot.it/2014/08/amon-duul-le-dinastie-di-ghiaccio-di.html

Buona lettura!

Maurizio Baiata, 12 Luglio 2015

Alberto Negri di SPAZIO TESLA incontra Maurizio Baiata, in Piazza Cavalli, a Piacenza, il 18 Aprile 2015.

Questo il link per vedere l’intervista:

Ringrazio Spazio Tesla e Alberto Negri per la squisita ospitalità, sublimata dalla strepitosa cucina piacentina, per l’organizzazione millimetrica delle interviste con Radio Sound 95 e Telelibertà, per l’amicizia e per la fiducia dimostratami. Con la reciproca promessa che presto, entro la fine di quest’anno ci incontreremo di nuovo e, ancora nella sala del Centro Congressi Galileo, riprenderemo e approfondiremo le tematiche che abbiamo insieme toccato in Aprile, anche con altri relatori.

Grazie ancora ad Alberto Negri e Spazio Tesla. Per saperne di più:

http://www.spaziotesla.it/

https://www.youtube.com/user/SpazioTesla

https://it-it.facebook.com/SpazioTesla

Buona visione!

Maurizio Baiata, 11 Luglio 2015

Significa qualcosa non possedere più i tre dischi in vinile di Nick Drake, “Fives Leaves Left”, “Pink Moon” e “Bryter Layter” e di questo soffrire.

Nick Drake.

Nick Drake

Provare nel cuore amore per un oggetto discografico e sentirne la mancanza fa parte della dimensione nella quale abbiamo scelto di incarnarci, scendendo dal cosmo, lungo fiumi di stelle brillanti e poco importa che non sia una macchina da scrivere scalcinata a darti il viatico per esprimerti, anche questa tastiera che mi accompagna da sei anni ha lo stesso valore di una Olivetti 32 che lo fece per una dozzina almeno. Continua a leggere »

Nel Febbraio 2012 nei pressi di Phoenix, in Arizona, si teneva la terza edizione dell’International UFO Congress per la gestione della Open Minds Production, impresa multimediale ufologica filiazione di Secure Medical, colosso del direct marketing farmaceutico statunitense. Sotto i riflettori del Fort McDowell, elegante resort e casinò scenograficamente ambientato in uno scenario da Far West, per quattro giorni la manifestazione raccoglieva nomi altisonanti della comunità ufologica internazionale, fra studiosi e teorici multidisciplinari, diretti interessati e appassionati della materia.

Steven Hirsch Linkedin

Il fotografo Steven Hirsch (fonte: Linkedin)

Fra le file di una guarnigione di circa novecento persone si aggirava il fotografo Steven Hirsch, veterano del tabloid “New York Post”, intenzionato ad individuare gli “experiencers” per creare una galleria di volti di persone che con gli alieni dicono di aver avuto incontri faccia a faccia. Intenzione un tantino… lombrosiana, come si evince dagli scatti impressionistici realizzati da Hirsch in un set ricavato in una saletta dell’albergo, dopo aver facilmente individuato i soggetti giusti, come pesci dalla livrea nera in un acquario di pesci rossi.

Il programma stesso della manifestazione, per molti anni organizzata dalla famiglia di Bob Brown a Laughlin, Nevada, una lingua di cemento che segue un fiume artificiale su cui si affacciano i grattacieli di una decina di Continua a leggere »

Grazie all’amico Danilo Jans e al suo prezioso sito Helaberarda, torniamo al lontano 1973, per parlare attraverso le pagine del settimanale “Ciao 2001” di uno degli album fondamentali di Franco Battiato: “Sulle Corde di Aries”.

BUONA LETTURA!

Maurizio Baiata 20 Giugno 2015

Franco Battiato - Sulle Corde Di Aries - Front

Questo il link all’articolo:

http://helaberarda.blogspot.it/2012/12/battiato-sullonda-della-musica-di.html

Battiato 1 Battiato 2 Battiato 3 battiato 4

In this exclusive interview, Lt. Colonel (USAF Ret.) Wendelle Stevens tells everything he knows surrounding several strange deaths of prominent UFO researchers. The impossible “double suicide” of the great physicist and ufologist, James McDonald.

Lt. Colonel Wendelle Stevens, one of the greatest UFO researchers of all time, passed at 87 on September 10, 2010 in Tucson, Arizona. The following interview was given by Col. Stevens to Maurizio Baiata in Montesilvano (Italy) in November 1997. The full transcript has been reviewed and approved by Col. Stevens, in view of publication by the bimonthly magazine Open Minds. The article never found room in those pages and I am honored to presented it here for the very first time.

The last picture I took of Col. Stevens in 2010, at Open Minds premises, in Tempe (AZ). (photo: Maurizio Baiata)

The last picture I took of Col. Stevens in 2010, at Open Minds premises, in Tempe (AZ). (photo: Maurizio Baiata)

I had the fortune to meet Col. Stevens several times in Tucson and in Tempe (AZ) in 2009 and 2010, when I took the pictures depicted in this article. Continua a leggere »

“Gli UFO sono il prodotto di intelligenze sconosciute in possesso di motivazioni e poteri sconosciuti”, definizione che andrebbe tenuta a mente dai vertici di quelle nazioni che si dicono “grandi potenze”, dalle quali miasmi di espansionismo extraplanetario appestano l’aria già di per sé molto malsana che respiriamo.

Non siamo sciocchi. Non crediamo all’esplorazione dello Spazio a fin di bene e con la benedizione della Chiesa che si predispone ad evangelizzare altri “corpi celesti” – termine certamente gradito agli esegeti – con i propri coraggiosi missionari. Farebbe qualche differenza, rispetto allo sterminio dei nativi del Sud e Centro America per mano dei conquistadores benedetti dai papi di Roma?

Tutta la storia dell’esplorazione spaziale terrestre, che abbia visto protagonisti gli USA, l’ex Unione Sovietica attuale Russia, la Cina, o persino il Giappone, nasconde la dislocazione di avamposti militari su altri pianeti per dare agio alle mire colonialiste anche extra sistema solare, ma pur sempre alla portata di propellenti che inneschino catastrofiche conseguenze. Continua a leggere »

In passato ci eravamo arrivati vicini. Una decina d’anni fa, dopo un polemico scambio con Massimo Polidoro, Segretario Nazionale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) sui cui fondi avevo posto degli interrogativi, mancò poco si giungesse a un confronto – che avevo proposto in diretta televisiva – sul fenomeno UFO e le questioni che vi afferiscono. In occasioni successive, con l’ufologo del CICAP Marco Morocutti, abbiamo dibattuto in modo del tutto inconcludente, fra rasoi di Occam e sciami di lampade cinesi ovunque solcanti i notturni cieli italiani.Cartello Luoghi Misteriosi

 

 

 

 

 

Ideato e organizzato da Sergio Succu e Isabella Dalla Vecchia, responsabili del sito http://www.luoghimisteriosi.it stavolta il confronto – a distanza – con un rappresentante del CICAP intitolato a parlare di UFO c’è stato, nella persona di Francesco Grassi, ingegnere elettronico e segretario del CICAP Lombardia.

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Ho aderito all’istante all’invito, che si è tradotto nelle riprese dell’intervista effettuate al termine del mio intervento alla conferenza “Figli delle Stelle” tenutasi a Segrate il 27 e 28 Settembre scorso. Dietro le quinte, Sergio ha atteso con pazienza, videocamera e microfono pronti. L’ho raggiunto, ho ripreso fiato e poi, a mio avviso con occhio alquanto vitreo, ho risposto alle domande. Tutte pertinenti, tutte puntuali, tutte strettamente “ufologiche” e con pochissimi accenni alla questione Contatti/Abductions, che dovranno essere trattati in altra occasione.

La formula dell’intervista fulminante a specchio, cara a “Striscia la Notizia” e a “Le Iene”, nel nostro caso appare giustamente dilatata e “rallentata” per consentirci di essere maggiormente esaurienti. Ora, a posteriori, in alcuni passaggi mi sembra di essere stato sin troppo sbrigativo. Se ha prevalso l’immediatezza, rispetto a risposte più ragionate ed elaborate, si vede che doveva andare così.Intervista Grassi Baiata 1

Desidero ringraziare i promotori dell’iniziativa, Sergio Succu e Isabella Dalla Vecchia e a Francesco Grassi rivolgere una cordiale stretta di mano, per ora solo virtuale.

Per seguire la doppia intervista basta cliccare qui:

https://www.youtube.com/watch?v=FuJWVFsPw34

Buona visione!

Maurizio Baiata, 2 Novembre 2014

Se oggi con Photoshop è possibile costruire filmati UFO e spacciarli per autentici, altra cosa è essere autori e rei confessi della truffa del secolo (scorso) e continuare a vivere felici e indenni da ripercussioni giudiziarie. Non ci sarebbe giustizia a questo mondo se le cose andassero così e Santilli e Shoefield la dovessero far franca, considerando che sono 12 anni che su questo argomento ho nel cassetto un libro che inizia a sembrare “la storia infinita” e che non sono in grado di terminare per la semplice ragione che: il caso non è chiuso, né risolto, a dispetto di quello che dicono Pinotti e soci. A cui rode il fegato per non essere mai arrivati alla soluzione e, proprio per questo,  dopo averla cavalcata alla grande, l’hanno bollata come falsa. Opportunismo a vagonate che però, nella storia che sto per raccontare, non deve interessare. Continua a leggere »

Sono sempre stato affezionato all’articolo che a breve leggerete. Lo scrissi nel 1984, dedicandolo a Jaco Pastorius. Fu pubblicato cinque anni dopo, sul secondo numero del 1989 di “Storie”, una splendida meteora editoriale diretta da Gianluca Bassi.

Avevo vissuto sette anni in America, fra New York City ed Emerson, in New Jersey ed ero un giornalista che scriveva di musica Rock. Trasferivo le cronache sulle pagine dei giornali con i quali collaboravo e sulle onde di un programma della RAI, “Un passo avanti”, trasmesso da Radio3. Raccontavo ciò che vivevo, cercando di rendere tangibili le emozioni che provavo, grazie alla fortuna di trovarmi in quella Manhattan che ogni sera riservava sorprese, nuovi appuntamenti con piccole e grandi leggende del Rock.

Di gente strana ne conoscevo. E uscire la sera, immancabilmente con Maurizio Mancini e Kent Sandell, voleva dire andare all’avventura. Salivamo su una macchina scassata e si raggiungeva il posto, un locale, un pub, uno stadio, una grande sala concerti, la musica era ovunque. Spesso mi trovavo da solo sulla Subway ed era meno divertente e bisognava sempre tenere gli occhi aperti. Da Harlem in giù, ogni quartiere aveva i suoi punti caldi, un po’ decadenti le strade del West Village, più “in” quelle di Soho e Tribeca, ancora da evitare quelle della Lower East Side, dove abitavo. Il locale dove andai a sentire Jaco Pastorius era a Soho. Continua a leggere »

Sino al mio rientro in Italia dagli USA, alla fine di Febbraio 2011, avevo ritenuto che lo studio dei fenomeni di Contatto fosse meno inquinabile e inquinato rispetto a quello degli UFO in sé. A me l’Ufologia italiana da anni sembrava e continua ad apparire un triste e tetro coacervo di malizie, veleni, insulti, tradimenti, voltafaccia, deliri egemonici, e così via. Purtroppo durante l’anno appena trascorso, se da un lato ho constatato quanta brava gente ancora ci sia e si ostini nonostante tutto ad occuparsi di queste materie – moltissimi i più giovani – dall’altro ormai bisogna ammettere che siamo nella completa stagnazione. Perché? Continua a leggere »

Credo che esista un grande piano, che riguarda persone consapevoli di appartenere alla medesima dimensione e capaci di salire al gradino più alto dell’esistenza umana.    

Esiste un volere superiore che sta alla base delle esperienze di Contatto con creature sconosciute che ci visitano e percepiamo. Superare la paura e aprirsi alla loro presenza è possibile. Spesso è un processo doloroso, traumatico e difficile. Spesso ci si sente soli e respinti. Attraverso la disponibilità e la condivisione, la condizione degli “experiencers” diviene il riconoscimento di chi si è, nel profondo. In questo sono certo di non essere solo. Continua a leggere »

Il concetto stesso dell’esistenza di esseri Extraterrestri che interagiscono con noi è rivoluzionario. Si oppone al potere vigente e parlarne serve ad aprire la mente della gente verso questioni politiche, sociali e di libertà di pensiero che altrimenti soggiacciono alle regole del gioco. Un gioco nel quale la comunicazione di massa, attraverso il mezzo televisivo, trova la sua massima espressione di asservimento culturale e sociale utilizzato dal sistema per educare e controllare noi tutti.

Per questo, partecipare a un talk show televisivo italiano, invitati per parlare di UFO e alieni, non è un passatempo. È un impegno importante e da affrontare responsabilmente, sia che il programma venga trasmesso da un network nazionale, sia che venga gestito da un’emittente di minori proporzioni e bacino di ascolto, a livello regionale e locale.

Non contano le dimensioni della televisione che ti ospita. Conta il fatto che chi accoglie un invito a parlare di UFO e Alieni lo faccia per la giusta causa della migliore informazione che si è in grado di comunicare. Con la consapevolezza che il più delle volte si avranno di fronte scettici di professione, ufologi/debunkers, tirapiedi dei militari e dei servizi segreti, rappresentanti del clero, scienziati pusillanimi, giullari di corte, mitomani e svitati. Continua a leggere »

TOP SECRET

Bozza,  Giugno 1947

Relazioni con Abitanti di Corpi Celesti

Relazioni con uomini extraterrestri non rappresentano, fondamentalmente, un problema nuovo per la prospettiva della legge internazionale; ma la possibilità di confrontarsi con esseri intelligenti che non appartengono alla razza umana farebbe insorgere problemi la cui soluzione sarebbe difficilmente concepibile.

Oppenheimer-Einstein Memo page 1

La prima pagina del Memorandum redatto da Oppenheimer ed Einstein

 In linea di principio, non vi sono difficoltà nell’accettare la possibilità di giungere a un’intesa con loro, e di stabilire ogni tipo di rapporto. La difficoltà consiste nel tentare di stabilire i principi su cui tali rapporti dovrebbero essere fondati.

 In primo luogo, sarebbe necessario stabilire una comunicazione con loro attraverso una forma di linguaggio o altrimenti, dopodiché, come prima condizione per tutte le intelligenze, dovrebbero avere una psicologia simile a quella umana.

Ad ogni modo, le leggi internazionali dovrebbero predisporre  una nuova legge di base diversa, che potrebbe chiamarsi “Leggi fra Popoli Planetari”, che segua le linee guida trovate nel Pentateuco. Naturalmente, l’idea di rivoluzionare le leggi internazionali per poter essere in grado di fronteggiare nuove situazioni ci costringerebbe ad apportare delle modifiche nella loro struttura, modifiche così basilari da renderle non più leggi internazionali, per come oggi le concepiamo, bensì qualcosa di completamente diverso, tanto da non poter più portare lo stesso nome. Continua a leggere »

 It took me too long to write this note. I wanted to do it sooner and I regret I have done it only now. Some memories quickly fade away, inside me. Of this account a video recording of the conscious regression does exist. Once and if I will obtain it, I will surely have a more precise recall of the abduction experience. Psychotherapist Ruth Hover performed the regression about four months ago. I totally trust Dr. Ruth, an extraordinary woman who for decades, has dealt with the abduction phenomena and has helped hundreds to cope with the situation and overcome their fear. My experience occurred in Italy in an undefined night of September 1999.  Few people came to know it back then. First, my second wife Wendy d’Olive, and Cristoforo Barbato, both working in the magazine “Stargate” that I managed and directed. The other person I informed was Corrado Malanga, Chemistry professor at the Pisa University. Malanga and I had already left Cun (National UFO Center of Italy) an organization unable to approach the abduction phenomenon the right way. So, the next morning I informed Malanga by phone and he suggested a hypnotic regression. However, I thought that my experience was closed exactly as I recalled and I declined his invite. I was wrong. Continua a leggere »

È ora di scrivere questa cosa. Dovevo farlo da mesi e mi rammarico del tempo passato, perché la memoria in me tende a offuscarsi. Di quanto sto per raccontare esiste una registrazione in video, effettuata dalla regia di Open Minds, dalla quale ho ottenuto copia in dvd, per mia consultazione. Fornirò una ricostruzione più precisa, rivedendo il filmato della regressione cosciente condotta su di me tre mesi fa dalla dottoressa Ruth Hover. La proposta di tale regressione e relative riprese mi è stata fatta dal regista Tom Ruffin, responsabile delle video produzioni di Open Minds. Tom, sapendo della mia esperienza, ha creduto opportuno richiedermi una testimonianza in “presa diretta”, senza bias o filtri. Ho accettato per la fiducia che ripongo in Ruth Hover, una donna straordinaria che si occupa da decenni di fenomeni di abduction. All’epoca ne vennero a conoscenza poche persone in Italia. Fra queste, la mia seconda moglie Wendy d’Olive, che lavorava con me nella rivista “Stargate”. Poi Cristoforo Barbato, anche lui in redazione (un villino al ventesimo chilometro della via Nomentana, fuori Roma) e Corrado Malanga, che informai telefonicamente la mattina dopo. Continua a leggere »