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Ho deciso di pubblicare una serie di stralci tratti dal libro “I GUARDIANI DEL CIELO” di Michael Wolf Kruvant, per consentire a chi lo leggerà di entrare nella mente di questo personaggio straordinario. Il brano è tratto dalla prefazione dell’Autore.

Maurizio Baiata, 22 Giugno 2026

di Michael Wolf Kurant

Di una cosa sono felice: che ho ripulito la mia coscienza di scienziato che come scienziato credeva di avere un senso etico e morale. Mai dimenticherò che quando il progetto S.D.I. (“Guerre Stellari”) ricevette l’attenzione delle telecamere e dei microfoni dei media, con mio sommo stupore (sebbene al tempo mi trovassi d’accordo con lui), sentii uno scienziato che lavorava su un progetto di laser dire: “Sono disposto a costruire armi che uccidano i bambini (che Dio mi perdoni!) per ottenere fondi per la ricerca”.

La ricerca base è sotto finanziata. Le usuali fonti economiche sono state prosciugate dai tagli di governo proposti e portati avanti dall’amministrazione Reagan e da quelle successive. Tutti fondi tagliati, tranne quelli ai militari. Reagan ha dato a “Cap” Weinberger (Caspar Willard “Cap” Weinberger, Segretario alla Difesa, N.d.R.) miliardi di dollari per foraggiare i militari. Foraggiare? Armi Intelligenti immagazzinate in posti segreti. Armi molto Intelligenti e posti molto segreti. Veniamo al dunque. Che ne direste se il nostro stesso governo, senza pubblico consenso, progettasse un “uomo” (uno dei nomi era “Project Sentinel”) per rimpiazzare i marines “ingrugnati” (chiedo scusa per la terminologia, non mia, ma in uso in ambienti di governo) sempre i primi a scendere in battaglia? E cosa dire dell’acido lisergico dietilammide (LSD), o del “BZ” (benzfetamina) e di altri composti di solfato di metanfetamina somministrati in quantità industriali a ignari soldati, prima e dopo il combattimento? E ancora, che dire dei test di nuove biotossine geneticamente progettate? Cosa si può pensare anche solo di alcune di quelle atrocità?

Per me è oltremodo difficile espiare completamente questa colpa. La “Compagnia” mi reclutò al campus universitario, molti anni fa, quando dichiararsi patriottico era un atto di coraggio. Poco tempo prima, avevo risposto a un annuncio su un giornale che diceva: “RAGAZZI, VOLETE VEDERE IL MONDO E PAGARVI GLI STUDI? FATE I CORRIERI!”

Beh, una cosa era avere la retta pagata, un’altra era scoprire che, di tanto in tanto, mi toccavano consegne o ritiri di “depositi bancari”, come i miei superiori chiamavano quei pacchetti destinati alla DDR ovvero Repubblica Democratica Tedesca, o altrimenti Germania dell’Est. Un agente del KGB che stava cercando di proteggermi “finché non arrivano i tuoi”, mi portò in un bar e io gli offrii molti drink (amava lo scotch). Scoppiò a ridere appena gli dissi che lavoravo per una certa banca con casella postale in un posto in Virginia. Ormai ubriaco, parlava tanto da poter riempire tutte le caselle vuote. Quando non erano presi dai “loro affari”, per me era sorprendente vedere operativi della CIA e del KGB fra loro così cordiali e lesti nel condividere un bicchiere e un’informazione. C’era però solo un argomento che si sfiorava appena e di cui mai si parlava ufficialmente: gli UFO. Gli UFO erano trattati in termini vaghi e generali e ancor più sorprendente era che il KGB sembrava saperne di più rispetto alla nostra vecchia e assonnata “Compagnia” chiusa nel “borbottio” di Langley, Virginia.

Qualche tempo dopo mi sarei reso conto che le cose non andavano per niente in quel modo. Nella fase due della mia carriera, facendo mio il detto “Confidiamo nella Tecnologia”, avrei scoperto che più lauree conseguivo, più in alto salivo nella spirale ascendente della segretezza. Un team di super esperti era stato costituito sotto il controllo del MJ-12 (i capi della “Compagnia” credevano di essere loro in controllo). Archibald MacLeish, noto poeta e critico letterario che era anche a capo della Biblioteca del Congresso (LOC), aiutò a organizzare il Brain Bureau, un gruppo di accademici e specialisti responsabili dell’analisi d’intelligence; ebbene, anch’essi furono esclusi dal Gathering Group, che raccoglieva il meglio delle prove documentate sugli UFO. Una frazione limitata della comunità d’intelligence si rendeva conto che i loro compiti si riducevano a due obiettivi di missione: il debunking (demolizione sistematica, N.d.R.) di ciò che non si poteva facilmente confutare, e fare da supporto agli accordi a trattato internazionale stipulati con diverse specie di “Forestieri”, secondo protocolli che stabilivano quasi de facto l’implicito assenso alle procedure genetiche sugli esseri umani addotti, effettuate dai Grigi (Reticuliani) e dai loro aiutanti, in cambio di tecnologia. Ancora una volta, “Confidiamo nella Tecnologia”.

Attività queste che, ovviamente, tagliavano fuori tutti i singoli ricercatori UFO privati e ne liquidavano le ricerche, a prescindere dal loro grado di preparazione e raffinatezza.

Con tutti gli sforzi che ho fatto per imprimere alla mia vita una certa e intensa razionalità, il vuoto è cresciuto in progressione geometrica. La sola persona alla quale non ho mai provato a chiedere adeguatamente scusa è… il mio stesso io e il suo spirito che avvizzisce.

Non ho semplicemente lavorato sulle Armi Neurotossiche (NWs) per la guerra biotossica. A Livermore, in California, presso i laboratori Lawrence Livermore, lavorai su quello che, come mi disse il dottor E. Teller, quel viscido ciarlatano di scienziato atomico, sarebbe divenuto un nuovo sistema di ARMI DIFENSIVE. Così era solito dire ogni qual volta uno lo guardava con mancanza di rispetto. In una piattaforma di lancio ICBM avremmo potuto piazzare quattro, anche sei, testate balistiche nucleari, per ottenere “il massimo con la minima spesa” e applicando la vecchia filosofia “da usare o come vuoto a perdere” (“sfruttalo o gettalo via”).

Usando sei MIRV (“Multiple Impact Re-entry Vehicles”) avremmo fatto fuori sei città con esplosioni in aria. In pratica, far esplodere ciascuna delle sei testate a un miglio d’altezza dai loro sei obiettivi. (Hey, un momento, ragazzi: “Bombe che esplodono in aria” mi sembra di averlo già sentito da qualche parte… Un missile, sei città andate! Vaporizzate! Poof!

“Hey, un attimo, ragazzi, questo non è un sistema difensivo – e una volta mi ricordo che glielo dissi – forse non è una buona idea”. E loro mi risposero: “Qualcosa non va, amico? Non ami più il tuo paese? NON PUOI DELUDERCI! Devi stare nel gioco di squadra. Sii patriota, amico e mostraci di che pasta sei fatto. Dopotutto, è un punto di forza, per il nemico, non sparare per primo i suoi missili!

“Hai capito?”

“Ho capito!”

“Bene!”

A nessuno di noi verrebbe in mente di azionare centinaia, forse migliaia di “getti” termonucleari per emettere laser a raggi X, almeno finché si discute della reale efficacia del laser a raggi X. Un punto tanto cruciale, per i ricercatori scientifici non sarebbe stato altro che totalmente inaccettabile! Nessuno di noi poteva immagine lo spiegamento di centinaia di ordigni termonucleari in orbita.

Reagan informò Gorbaciov che gli USA avrebbero continuato test nucleari sotterranei, il cui nucleo sarebbe stato costituito soprattutto da emissioni laser a raggi X. Intendeva renderla una componente molto utile del sistema di missili balistici spaziali anti-intercontinentali, l’ombrello difensivo americano contro ondate di missili in arrivo. Il sistema S.D.I., una volta testato e dislocato, avrebbe menomato e annientato i missili sovietici ancora in fase di lancio.

Tuttavia, molte delle nostre più intricate simulazioni al computer dimostrarono che il sistema aveva una bassa percentuale di sopravvivenza; sì, tale sistema di ombrello spaziale anti-nucleare da miliardi di dollari, non avrebbe resistito a un attacco! Così noi, almeno la maggioranza, archiviammo il progetto richiedendo al Congresso di tagliarne i fondi. Sapevamo che l’“impero del male” sovietico possedeva laser batteriologici di terra tanto potenti da distruggere l’ombrello S.D.I.

Ce ne convincemmo quando neutralizzarono alcuni satelliti spia (“ferret”-“byrds”) e paralizzarono momentaneamente diversi piloti di jet, usando di nuovo i laser chimici da stazioni di terra. 

Ovviamente, tutto ciò “ufficialmente, non è mai accaduto”. In effetti, moltissimi eventi “non sono mai accaduti, ufficialmente”. Se oggi la minaccia di un distruttivo attacco missilistico non appare più della massima priorità, l’organizzazione della S.D.I. si è resa conto che le sue strane tecnologie possono trovare impiego per proteggere i cieli dal traffico di cosiddetti veicoli alieni ostili?

Le armi cinetiche, le armi a fasci di particelle neutre e altri sistemi d’arma avanzati potrebbero essere usati per scopi diversi? Perché il Presidente Ronald Reagan ha spesso spronato le nazioni della Terra a unirsi contro una comune minaccia proveniente dall’“esterno della nostra atmosfera”?

Queste considerazioni sono tipiche dei “romanzi” di spionaggio; ufficialmente, non sono mai avvenute, ma ufficiosamente sono realtà di ogni giorno. Così può accadere che un piccolo e anonimo ponte (il “Glienike” a Potsdam, N.d.R.) tra Berlino Est e Berlino Ovest divenga nevralgico per lo scambio di spie di fama mondiale (come ad esempio Gary Frances Powers, il pilota U-2 abbattuto quando la Russia era “il male”).

di Maurizio Baiata – 20 Giugno 2026

Intervistai il Professor Auguste Messeen, fisico dell’Università Cattolica di Lovanio, durante il Simposio di San Marino del 1997. Per conto della Reale Aeronautica Militare del Belgio e della SOBEPS, fu Messeen a studiare le tracce radar degli avvistamenti UFO sul Belgio che dall’Ottobre 1989 a tutto il 1990 vennero registrati a centinaia. Gli oggetti luminosi, spesso descritti come enormi e di forma triangolare, furono ripresi anche da diverse videocamere amatoriali. I jet supersonici F-16 dell’Aeronautica Belga inseguirono gli intrusi, simultaneamente tracciati dai radar di bordo degli aerei e di terra. Il governo belga cooperò completamente con gli inquirenti UFO civili, una mossa senza precedenti nella storia.

La foto dell’UFO triangolare di Petit-Rechain resta la migliore dell’ondata belga del 1989-1990.

Il capo operazioni della Reale Forza Aerea Belga, il Colonnello Wilfried De Brouwer (poi General Maggiore e vice capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica) organizzò un’unità speciale perché lavorasse con la Gendarmeria per indagare sugli avvistamenti e, alla fine delle indagini, il 6 luglio 1990 De Brouwer convocò una storica conferenza stampa in cui delineò tutti i dettagli tecnici dei tracciamenti radar dei caccia F-16 avvenuti nella notte tra il 30 e il 31 marzo 1990 e l’impossibilità dei caccia belgi di intercettare gli intrusi. Fra le migliaia di testimoni ci furono numerosi militari e agenti di polizia, piloti, scienziati e ingegneri.

Il generale dell’Aeronautica Belga Wilfried De Brouwer durante la conferenza stampa del 6 Luglio 1990.

L’ondata fu documentata dalla Società Belga per lo Studio dei Fenomeni Spaziali (SOBEPS), organizzazione privata di Bruxelles, che pubblicò due volumi sull’ondata OVNI nel Paese. In merito al flap sul Belgio ebbi modo di incontrare il professor Auguste Messeen, il quale mi concesse l’intervista che qui leggerete, rimasta sinora totalmente inedita.  

Maurizio Baiata: Professor Messeen, come scienziato accademico impegnato nelle ricerche su un fenomeno non convenzionale quale quello degli UFO, qual è secondo lei è la situazione?

Auguste Messeen: Certo che non è un fenomeno convenzionale, ma è quello che succede. E per me è cominciato 25 anni fa, quando iniziai ad interessarmene e scoprii cose straordinarie che nessuno sembrava capire. Come scienziato, mi sentii in dovere di approfondire gli studi su quanto avevo scoperto. Avevo diversi esempi di studi degni di approfondimento, incoraggiando scienziati più giovani ad impegnarsi perché se c’è qualcosa da capire, allora bisogna lavorarci sopra.

M.B.: Lei ritiene che gli scienziati più giovani debbano fare riferimento a un diverso approccio di coscienza, o di conoscenze alternative a quelle tradizionali, per affrontare l’argomento UFO?

Il professor Auguste Messeen.

A.M.: Mi scusi, ma non capisco la domanda.

M.B.: Mettiamola diversamente: quando ci si imbarca in questi studi, lo si fa, secondo lei, per motivazioni ed esigenze culturali, o solo per una curiosità specifica?

A.M.: Io cominciai ad occuparmene spinto dalla domanda che mi pose uno dei miei figli, allora aveva tredici anni: “Cosa c’è di vero a proposito dei dischi volanti?”. Gli risposi che non lo sapevo e questo mi spinse a volerli studiare. All’epoca in Belgio era stato appena pubblicato un libro, seguito da diversi articoli su pubblicazioni scientifiche, che riguardava la propulsione.

Lessi tutto e la mia prima reazione fu che nessuna di quelle analisi e le relative conclusioni fossero giuste ma, se non lo erano, restavano i fatti. Mi misi allora alla ricerca di altre possibilità in base alle evidenze, perché la prima cosa è l’indagine. Una teoria può essere costruita solo su tale premessa. E devi farlo secondo una metodologia strettamente scientifica. L’ho seguita sin dall’inizio delle mie ricerche. L’ho applicata propriamente e non ho mai avuto alcuna difficoltà con i miei colleghi.

M.B.: Quando alla fine degli anni Ottanta ebbe inizio il flap ufologico in Belgio, lei venne coinvolto nelle ricerche da subito o qualche tempo dopo?

A.M.: Sin dall’inizio. Interrogai, posso dirlo, la Gendarmeria dalla prima osservazione e fu molto importante, perché le persone avevano avvistato gli stessi oggetti nel giro di due ore. Interrogandoli, trovai testimoni che non volevano rivelare la propria identità, ma che mi parlarono sinceramente, erano in molti e nessuno li aveva influenzati. Ed erano testimonianze importanti, perché immediate.

Durante la prima serata, quella del 29 Novembre 1989, erano state registrate circa 25 osservazioni tutte da una regione relativamente piccola e in molti avevano visto e descritto qualcosa di sconosciuto. Com’era possibile che così tante persone avessero semplicemente immaginato la stessa cosa nello stesso momento? Impossibile. Mi convinsi subito che era qualcosa di reale, anzi un flap eccezionalmente importante. A quel punto volevo sapere cosa fosse accaduto sui radar. Non fu semplice, ma ottenni informazioni dirette dall’aeroporto civile, da due stazioni di terra militari e da quello che i jet F-16 avevano acquisito sui radar durante lo “scramble”. Tutto doveva essere analizzato, ma era difficile, perché in quel momento nessuno capiva nulla di quello che era accaduto. Scrissi un rapporto e il resto è storia.

M.B.: Cosa spinse il generale De Brouwer, allora colonnello, ad indire una conferenza stampa così importante e senza precedenti?

A.M.: Prima di tutto, De Brouwer era di mente aperta. All’inizio del flap lo contattai, non aveva raggiunto ancora il grado di generale ed era già a capo di tutte le operazioni. Di mente analitica, mi impressionò favorevolmente il suo approccio aperto, teso alla ricerca della verità. Gli dissi che non potevamo perdere un’occasione simile, senza guardare seriamente a quello che era accaduto sui radar. Dopo aver analizzato i dati, mi rivolsi al Ministero della Difesa. Non avevano capito molto, ma non importa, perché l’importante era che per la prima volta delle autorità, un ministero e alti esponenti dell’Aeronautica, avessero deciso di lavorare congiuntamente, nell’analizzare l’accaduto, con mente aperta anche se critica. Questo spero rappresenti un esempio incoraggiante per le altre nazioni, perché è ciò che dovevamo e dobbiamo fare.

M.B.: Un suo specifico incarico riguardò l’analisi delle tracce radar. Cosa ne scaturì?

A.M.: Dal momento che ero stato io a chiedere di analizzarle, e che vi avevo riscontrato qualcosa che nessuno sembrava aver capito, approfondii le ricerche, ricombinando tutte le informazioni ottenute e collegandole: cinetiche, e meteorologiche, lavoro duro ma interessante. I fenomeni spiegabili con cause naturali li avevo individuati, ma c’erano due tracce non identificate che risultavano davvero inspiegabili. Lo sottolineo. Un punto importante è che se si studia un fenomeno, cioè quello che feci io, e si scopre qualcosa – come è generalmente accaduto nel campo degli UFO – allora questo qualcosa va divulgato e la verità deve essere detta.

I tracciati radar analizzati da Messeen.

M.B. Le pongo ora una domanda delicata. Sa qualcosa dei tracciati radar di Ustica? È uno dei momenti più importanti nella storia degli incidenti aerei accaduti in Italia e ci si chiede cosa videro realmente i radar americani e della Nato, e perché le registrazioni radar che mostrano le tracce ufficiali non siano state consegnate alle competenti autorità italiane.

A.M.: Prima di tutto la prassi prevede di non fornire le informazioni a persone competenti del campo, quindi questo con noi scienziati non viene fatto. Questa è politica, non è un atteggiamento scientifico. Il secondo punto è che, per quanto riguarda i rilevamenti radar, possono esistere molte tracce o effetti computerizzati che possono confondere. A volte si tratta di erronee interpretazioni, in altri casi no, ma questo significa che si ha sempre una maggiore chance di trovare la verità se più persone competenti si impegnano nello studio, piuttosto che un gruppo ristretto e chiuso. Se l’obiettivo è quello di trovare la verità, allora c’è la possibilità di farlo. Se l’obiettivo è quello di nascondere la verità, allora davvero preferisco non esprimermi. Ma qual è il senso di tutto ciò? Il vero problema oggi, l’essenza del problema per l’ufologia è che i fatti sono reali, che gli oggetti volanti esistono, anche se non sappiamo da dove vengono e come sono propulsi. Dovremmo chiudere gli occhi davanti alla realtà, oppure, alla fine del millennio, come umanità dobbiamo guardare al fenomeno al meglio delle nostre possibilità… chiediamoci dunque dove è giunta la nostra scienza oggi. È umiliante per la scienza e per l’umanità, che ci siano alcuni gruppi, militari o politici, o di altra natura, che ci allontanano dalla possibilità di studiare questo fenomeno, uno studio di enorme importanza per il genere umano. Non dico che sia extraterrestre, ma c’è una concreta possibilità che lo sia e se c’è una possibilità è da stupidi non prenderla in considerazione.

M.B.: Se l’incidente di Roswell accadde realmente nel 1947, ovviamente le stazioni radar americane coinvolte nel tracciamento dell’oggetto o degli oggetti immediatamente allertarono gli apparati militari competenti per procedere al recupero. Quali erano allora le procedure radar standard in caso di registrazioni di tracce anomale, e quali sono oggi?

A. M.: Devo chiarire che ci sono almeno due tipi di oggetti volanti non identificati. Il primo tipo è di forma circolare classico, che funziona in una certa maniera e che stiamo studiando. E un secondo tipo, quello osservato in Belgio, che non sono di forma circolare e che non funzionano alla stessa maniera. Ritengo quindi che gli oggetti discoidali classici possono essere detectati (individuare, localizzare, N.d.A.) dai radar e se ne possono definire le caratteristiche. Mentre quelli del Belgio erano molto difficili da detectare. Non c’è nulla di strabiliante in questo, perché si schiudono solo altri interrogativi con tracce problematiche. È normale trovarsi di fronte a problemi del genere. Ciò che non fu normale allora è che tutti i fatti, in quel momento, vennero occultati e lo si può capire perché eravamo al termine della Guerra Fredda, e forse allora certe cose potevano non essere capite dalla gente, ma non oggi! E il governo statunitense non può comportarsi ai danni del popolo americano, occultando le prove della realtà degli UFO e ignorando il principio stesso della democrazia e della libertà dell’informazione. Se invece non ci fosse nulla di inspiegabile, allora che aprano i loro files consentendo agli scienziati di poterli analizzare e che scelgano le persone giuste per studiarli in maniera obiettiva. C’è qualcosa di scioccante, in questo atteggiamento. La verità non può essere nascosta per secoli, quindi un giorno verrà fuori e quel giorno non sarà onorevole per chi l’ha occultata.

M.B.: Dai suoi studi sulle possibilità di propulsione di queste “macchine”, come potrebbe spiegare nella maniera più semplice il loro funzionamento?

Analisi computerizzata dell’UFO triangolare di Petit-Rechain effettuata dai tecnici della SOBEPS.

A.M: Certamente non è qualcosa che si scopre improvvisamente, di punto in bianco. Ci ho lavorato per 25 anni e ho seguito lentamente un’idea dopo l’altra e mettendole insieme. La prima idea era che se il fenomeno è reale, si devono e si possono usare i mezzi della scienza. Le fantasie non servono. Il che vuol dire che si lavora sul principio di azione/reazione. Cioè procedere concettualmente. Semplicemente, oggi si può intensificare l’aria, quindi se si agisce sulle particelle caricate mediante campi elettromagnetici spingendo le particelle in una direzione, l’oggetto verrà propulso nell’altra direzione. In questo non c’è nulla di speciale, può essere fatto negli acceleratori. Il che può già spiegare un certo numero di caratteristiche degli UFO. Ma poi bisogna cercare di trovare fenomeni specifici ed elementi che risultino speciali. In merito stiamo facendo progressi. Ho studiato un sistema che considero ragionevole: consiste nella creazione di un campo elettromagnetico oscillante attorno all’UFO. Di quale tipo di oscillatore parliamo? Diciamo un apparecchio che usa la super-conduttività, vi si possono scrivere le equazioni e applicare tutte le condizioni matematiche, ottenendo dei risultati scientifici, qualcosa di estendibile sperimentalmente ad altri processi, ma questo consente di guardare ad altri effetti del fenomeno UFO.

Faccio un esempio che chiunque può sperimentare in laboratorio. Mi riferisco a due rapporti, i primi due provenienti da Parigi, che indicavano che l’ago della bussola della cabina di pilotaggio compiva un giro completo e che c’era un oggetto brillante nelle vicinanze dell’aereo. Stupefacente. L’oggetto si è allontanato e tutto è tornato normale. Ho applicato la telemetria, ponendo la bussola in un campo magnetico potevo cambiare l’intensità e la frequenza e alla fine – è accaduto veramente – in un certo raggio di frequenza l’ago girava sempre su se stesso. Ma se non era in un quel raggio di frequenza, l’ago reagiva caoticamente. È un esempio di come si possano creare dei sistemi che in certi momenti agiscono in maniera ordinata e in altri momenti in maniera caotica. Quindi, di nuovo qualcosa di interesse scientifico.

L’informazione riguardante gli UFO è che essi producono un campo magnetico quindi, se influenzano la bussola entro un certo raggio di frequenze, non li vedi con i tuoi occhi, ma sono qui. Dobbiamo trovare altre informazioni, ancora non percepibili. Consideriamo poi il suono. Gli UFO sono silenziosi, il che ci dice che viaggiano su una frequenza. A volte abbiamo registrato dei suoni. Ne abbiamo isolato uno. Anche questo costituisce un dato da approfondire. Con quello che ci siamo detti, spero di aver contribuito a sfatare la leggenda degli aerei sperimentali e dei prototipi segreti americani che svolazzarono sul Belgio fra il 1989 e il 1990.

M.B.: Grazie, Professor Messeen.

A.M.: Grazie a lei.

Intervista raccolta da registrazione dell’Autore ed editata nuovamente per questo blog.

CHI È AUGUSTE MESSEEN (da AI)

Auguste Meessen, a 94 anni, prosegue la ricerca teorica come professore emerito dell’UCLouvain. Nel Febbraio 2026 ha pubblicato studi sulla superconduttività ad alta temperatura nei metalli puri, cercando analogie fisiche con le caratteristiche dei fenomeni UAP (UFO). Nella Fisica Teorica continua a sviluppare il suo modello di quantizzazione dello spazio-tempo, ipotizzando l’esistenza di una “lunghezza minima” fondamentale che superi i limiti della fisica standard. Nella ricerca avanzata, indaga la fusione nucleare a bassa energia (LENR) e le interazioni tra oscillazioni del plasma e barriere di Coulomb, applicando il rigore matematico a settori considerati di frontiera o non convenzionali. Il suo metodo resta lo stesso: applicare la fisica teorica rigorosa a fenomeni anomali per cercare spiegazioni scientifiche testabili anziché speculative.

Di Maurizio Baiata – 1 Giugno 2026

Nel Dicembre 2008 usciva nelle sale italiane, in contemporanea mondiale, “Ultimatum alla Terra” (“The Day Earth Stood Still”) diretto da Scott Derrickson, remake della omonima pellicola di Robert Wise del 1951. Lo vidi, in compagnia di Adriano Forgione, sprofondato in una comoda poltrona di una saletta dell’Anica a Roma. Era una proiezione in anteprima per un pubblico selezionato fra giornalisti di spettacolo, ufologi di varia levatura, c’era persino il mio vecchio collega e critico musicale Dario Salvatori, quello sempre vestito a colori sgargianti. Appena spente le luci, un addetto alla sicurezza passò accanto alle file degli spettatori scrutando con un visore a infrarossi ad evitare che qualcuno riprendesse anche un solo fotogramma.

Michael Rennie è Klaatu nell’originale “The Day the Earth Stood Still” di Robert Wise.

In tempi in cui la tecnologia cinematografica già usufruiva della computer grafica, non ancora della intelligenza artificiale e tutto doveva emozionare, spettacolarizzare, rendere rapido, squassante e soprattutto illogico. Rispetto ai tempi dilatati, sofferti e didascalici della narrazione di Wise, mente in bianco e nero seguita a distanza ravvicinata dal Pentagono, al nuovo “Ultimatum alla Terra” interpretato da Keanu Reeves, mancava la maestosa discesa del disco volante e il poetico atterraggio sullo spiazzo davanti la Casa Bianca, ma poco male, il micidiale “Mars Attacks” aveva tolto ogni speranza già una dozzina di anni prima.  

Il Presidente è un filo telefonico

Nell’“Ultimatum” di Derrickson c’è nuovamente una donna, la scienziata interpretata da Jennifer Connelly che nel ruolo originale di Patricia Neal interagisce con l’alieno Klaatu. Ne percepisce il valore morale, superiore a quello dei comuni terrestri. Non si sa da quale pianeta provenga, ma partito da 400 milioni di chilometri fuori dal nostro sistema solare, ha raggiunto la Terra. Klaatu rappresenta la Confederazione Galattica, unione interplanetaria che ha eliminato le guerre affidando il controllo della sicurezza a potentissimi robot distruttori, come Gort. Nel film c’è una fase preparatoria, che ci fa intuire che non siamo soli nell’Universo e che il Contatto, quando avverrà, ci lascerà a bocca aperta, mozzerà il fiato degli allibratori di Wall Street, farà crollare le economie, metterà in discussione il potere, quello ufficiale, che è sempre Washington ad amministrare, ma senza poter gestire la situazione. Infatti, il Presidente USA mai si vedrà, è un filo telefonico, al quale Kathy Bates-Segretario di Stato si avvinghia fino alla fine, inutilmente. “Lack of power” si direbbe, assenza di autorità e capace di affrontare la questione solo con le armi. “Prima spari e poi chiedi chi sei” e infatti questo accade. Non ci sono balsami per il cuore. C’è persino un papa Ratzinger benedicente, presenza furtiva giustificata dalla filosofia dell’accoglienza cosmica in nome di un credo dogmatico.

Klaatu e il torreggiante Gort rappresentano un sistema di controllo e non sono in missione di pace. Klaatu è un essere puro, nato da clonazione, ma lo strano, obliquo e irrisolto che ci controlla è già fra di noi sotto le spoglie umane di un anziano cinese, del quale nulla si saprà neppure nel finale. Il nostro destino appare invece chiaro già nella parte centrale della pellicola: all’impossibilità di perdonare l’uomo per quanto egli compie su questo pianeta, si oppone la fermezza della punizione taumaturgica che ci attende. Tanto, non ne siamo consapevoli, nessuno lo è di nulla in questa vicenda. Neanche Klaatu, energia di luce che si installa in un involucro biologico e il cui processo di umanizzazione non si completerà, perché la sua frequenza si compenetra con la Sfera, non con la carne.

Una pellicola a paradigma galattico

D’altra parte, il film non parla di un contatto programmato e gestibile come in “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”. Manca anche il tramite, la scala pentatonica di Kodàly che ci fa riconoscere agli Alieni come degni di un incontro. La musica scelta da Derrickson è effettistica, non ha significati ed è priva di struttura. Il che non corrisponde al progetto di “trasmissione spaziale” annunciato dalla Twentieth Century Fox al fine di entrare nella Storia trasmettendo il primo film, per intero, nello spazio profondo. “L’idea è di dimostrare agli Alieni che la Terra accetta l’idea di visitatori dallo spazio” aveva dichiarato Jim Lewis, Direttore esecutivo della Deep Space Communications Network, compagnia composta da un gruppo di ingegneri radiotelevisivi ed esperti della comunicazione. Come dire, una pellicola a paradigma galattico: in coincidenza con l’uscita nelle sale, tutte le immagini furono inviate con un’antenna parabolica di cinque metri verso una possibile civiltà orbitante intorno al sistema stellare di Alpha Centauri, i cui abitanti avranno potuto vederlo prima del 2012, un’apocalisse mai verificatasi. Chissà se lo hanno mai visto. Filosoficamente, il film non scende nella spirale interiore, sale sulla superiore mostrandoci che il solo essere degno di entrarci è l’Alieno Klaatu/Reeves. In questo, nel suo addio alla Terra, se ne tornerà a casa più morto che vivo… brutta esperienza, in fondo.

Gli scienziati del Caltech

Da un punto di vista scientifico la pellicola però fa riflettere. Invitati al campus del California Institute of Technology per una conferenza stampa con dibattito pre-proiezione con la fisica delle particelle Maria Spiropulu, l’astrofisico statunitense Sean Michael Carroll e l’ingegnere e specialista di robotica Joel Burdick, Keanu Reeves e il regista Scott Derrickson sono stati applauditi per le buone intenzioni. Ormai la scienza sembra obbligata ad accettare l’idea che non siamo soli e, in ragione del disgregarsi delle proprie certezze potrebbe guardare alla questione del Contatto non più con il solito sarcastico miserere. In effetti, il monito originale di Klaatu (mediato prima agli scienziati) nel famoso discorso rivolto ai terrestri, nella rivisitazione di Derrickson non c’è. Si capisce solo che gli Americani hanno altro a cui pensare e glielo puoi spiegare in tutte le salse, tanto non ti prestano ascolto. Egualmente, è difficile cogliere le parole “Klaatu Barada Nikto” (“Sono ferito, aiutami, ma non distruggere”) che il robot Gort pronunciava nel film di Wise, una sorta di litania d’uso comune negli anni Cinquanta, mentre ora sono un sussurro di Klaatu ferito che ordina a Gort di “non intervenire”.

Appena usciti dalla anteprima, Dario Salvatori disse a voce anche piuttosto alta: “Che moralismo! Vinciamo sempre noi!”. Non mi sembrò affatto una battuta opportuna. Da “Ultimatum alla Terra” i terrestri non escono affatto vincitori… le inarrestabili cavallette robot (nanotecnologie letali) hanno fatto piazza pulita di flora, fauna e cemento e quindi, se un monito c’è, è che per i controllori di un’ipotetica Federazione interplanetaria siamo impotenti di fronte alla punizione celeste. Per questo è più giusto lasciare a casa il sogno del primo “Ultimatum alla Terra” del 1951, prima di andare a vedere il nuovo Spielberg di “Day of Disclosure” con la consapevolezza e il disincanto dei giorni nostri.

A cura di Maurizio Baiata. 26 Maggio 2026

La fonte della lettera indirizzata a Bill Hamilton a proposito di Dan (Crain) Burisch, è “Marci” McDowell, a lungo stretta collaboratrice, co-autrice e portavoce del microbiologo, che nel 1998 ha co-firmato il libro “Eagles Disobey: The Case for Inca City, Mars”, incentrato sulle anomalie e strutture artificiali sul pianeta Marte. La diffusione del libro causò pesanti ripercussioni nella vita di Dan Burisch, costringendolo ad allontanarsi dalla comunità scientifica, ma dal 2004 Marcia in poi ha gestito le pubbliche relazioni e le interviste per lui, fungendo da filtro e curando i dettagli biografici e scientifici inoltrati alle piattaforme ufologiche, come nelle interviste rilasciate a Project Camelot. Con Bill Hamilton ebbi modo di conversare a lungo durante la sua visita in Italia, dove lo invitai per partecipare al Convegno “Il Contatto” a Montesilvano nel Dicembre 1998. Inspiegabilmente, invece della tematica prefissata, le basi sotterranee USA, Hamilton presentò una relazione sulle Luci di Phoenix. Un cambio programma a cui non opposi resistenza, data la risonanza che l’avvistamento su Phoenix stava generando nel mondo.

Per inquadrare il personaggio, va specificato che William F. Hamilton III è stato un inquirente ufologo e scrittore statunitense di primissimo livello, e che è deceduto, ma in data e luogo imprecisati. Fra suoi libri di maggiore impatto vanno annoverati “Cosmic Top Secret: America’s Secret UFO Program” e “Alien Magic”. Inoltre, Hamilton è stato direttore di area per il MUFON (Mutual UFO Network) e ha partecipato attivamente alle prime indagini sui misteri della base di Dulce, insieme a John Lear. Il resoconto dei due giorni trascorsi dallo scienziato a Tempe, Arizona, su invito della Direzione della Open Minds Production, fa parte di un file su cui sto lavorando da tempo e che costituirà la trama del mio video dedicato al “caso Dan Burisch. Ora, il testo della lettera inviata a Bill Hamilton, che rappresenta una “summa” circostanziata delle vicende che hanno caratterizzato la vita di Dan Burisch.

Dan Burisch (Daniel Catselas Crain) da me fotografato nella sede della Open Minds Production, a Tempe, Arizona, nel 2010.

Spettabile Mr. Hamilton

Comprendendo le ragioni della sua richiesta, abbiamo deciso di risponderle. Danny è stato la riluttante star nel rilascio di informazioni, un individuo considerato importante già molto prima della sua nascita. Nel 1958, come parte del programma di scambio di informazioni previsto per quattro anni, il “Jrod” che in seguito avrebbe incontrato Danny, informò il governo degli Stati Uniti della necessità di stabilire trattati formali che avrebbero portato al culmine di un “paradosso temporale” (una contraddizione logica che si viene a creare quando si ipotizza la possibilità di viaggiare nel tempo, N.d.R.) dell’umanità, 54 anni dopo, nel 2012. Dato ottenuto mediante calcoli numerologici. Una volta informati, i componenti del gruppo segreto voluto dal Presidente Truman (il Majestic 12, N.d.R.) lo confermarono ai rappresentanti governativi dei Jrod. Gli esseri provenienti da Orione attestarono nuovamente le informazioni nel 1967 e si tenne un incontro immediato fra i tre gruppi, a White Sands. Allora non lo sapevamo: questi (gli Orionidi, N.d.R.) avevano predisposto una base lontana 15 anni luce, nel nostro 1958.

Nel 1973, ultimo di un concordato valido per 15 anni, preceduto da nove anni di abduction già verificatesi e con il benestare della famiglia Crain, Danny venne prelevato per aiutare a preservare il futuro, mentre stava giocando in un parco della California. Vennero presi anche altri bambini. Fino ad ora ha creduto di essere stato preso in quanto campione casuale e solo oggi gli viene rivelata la verità esposta in questa lettera. L’incrocio tra lui e un altro figlio, Michael, si verificò come gli era stato raccontato, ma si era trattato di un’operazione pianificata. Michael stava morendo di cancro. Durante la trattativa del 1976 venne stabilito che Danny potesse avere un ruolo nel successivo rilascio di informazioni riservate riguardanti il “Paradosso”, a seconda della direzione che avrebbe preso la sua vita. Durante quello stesso anno, Danny venne presentato alla Microscopical Society of Southern California, di Los Angeles, attraverso un medico che godeva di stretti legami, rientrando così nella sfera esterna delle nostre influenze. Tali influenze si diramarono durante il suo incarico in Inghilterra e osservammo come giunse ad una decisione su quale parte stare. Scelse la direzione del Majic, e non quella degli Illuminati.

All’epoca della trattativa del 1985, Danny si stava distinguendo all’Università del Nevada come studente ribelle e piantagrane! Rimandammo le discussioni per un altro anno dal momento che non era ancora stato trovato un candidato adatto. Robert Lazar era nel gruppo dei candidati. Nel 1986 decidemmo che Bob Lazar era forse uno dei migliori in questo senso, ma presto andò fuori controllo e non si rese conto delle porte che gli erano state aperte, per via della sua natura incontenibile. Anche molti altri soggetti sono stati incaricati di aiutare il rilascio di informazioni. Mentre il signor Lazar si mise da parte e lo osservavamo a distanza a causa della sua natura ingovernabile, mettemmo gli occhi su Danny. Danny venne arruolato nel 1986 e gli fu quasi subito fornita una piccola quantità di informazioni da tenere segrete. Non era consapevole che, all’epoca, tali informazioni fossero di scarsa importanza, poco più di quanto Lazar avesse già divulgato. Il primo test di rilascio venne fatto con giornalista George Knapp e Danny si comportò brillantemente, negando tutto, ma mostrando una disposizione psicologica a dire la verità su un argomento tanto importante per l’umanità. Tale rilascio controllato da noi a Knapp continuò e progredì col passare del tempo in una serie di rivelazioni autorizzate al pubblico, con due obiettivi: 1. perseguire un impegno etico e morale a sviluppare determinate informazioni come richiesto nei trattati, subordinate ad un aperto rilascio governativo che potrebbe provocare il panico nella popolazione e, in seguito, 2. la decisione di rilasciare informazioni “Lotus” alle fonti giuste che lo tramanderanno come mito nel futuro. Questo mito ispirerà eventualmente la creazione del modello “Lotus” al momento giusto.

Danny venne messo in contatto con l’Università di New York, ma il Comitato di Maggioranza (Majority Committee) decise in seguito di censurare Danny per aver rilasciato informazioni non autorizzate su Marte e gli fece pagare cara la sua disobbedienza. Una censura che è ancora in vigore, dal momento che il Majestic 12 non ha annullato le vecchie decisioni prese durante il periodo di amministrazione del Comitato. Nel 1991 Danny fu assegnato per un breve periodo ad un gruppo operativo in azione in Israele, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait e Iraq. Si è fatta allusione alla natura del suo incarico, ma non è pertinente in questo contesto. Nel 1994 Danny venne selezionato dal Jrod per essere l’uomo facciata nella ricerca biologica della sua malattia neurale. La sua selezione avvenne ad un prezzo, giacché esisteva una grande rivalità per la posizione. La rivalità venne sedata quando rendemmo noto agli altri scienziati che quel particolare Jrod era a bordo dello stesso velivolo del prelievo di Danny nella sua infanzia. Non erano informati dell’incrocio e questi argomenti restano ancora controversi, perché tutti, salvo i pochi che non furono direttamente coinvolti con “Aquarius” in quegli anni, sono ormai deceduti. (“Project Aquarius” è la denominazione di un programma segreto governativo USA nato negli anni ’50 e ’60, allo scopo di catalogare e studiare informazioni, tecnologie e biologia E.B.E., N.d.R.). Danny servì come leader dell’Aquarius – j-Rod Biological Working Group, con onore. Il gruppo fallì nel guarire la malattia, ma cominciò a prendere provvedimenti in tal senso.

Dan Burisch e Ruth Hover a Laughlin nel 2009. A sinistra di Dan, Marci McDowell.

Decidemmo di rilasciare a Danny le informazioni sul “Paradosso”, e non si trattò di un qui pro quo. Scusa Dan! (Speriamo che tu possa capire tutto questo e che mi perdonerai. Fu una decisione presa a fin di bene.) Danny ci fornì le informazioni che aveva ricevuto dal Jrod, mentre si trovava ancora in uno stato mentale crepuscolare a causa dell’incidente. Sapevamo che per Danny sarebbe stato impossibile tenere queste informazioni per sé, data la sua visione etica e morale della vita, persino dopo il prezzo che aveva pagato molti anni prima.

Nel 2003 ci incontrammo in occasione di trattative. Il trattato era stato posto in sospeso per il periodo di un anno, per molte ragioni. L’aspetto più comico era che una delle ragioni elencate era che in questo modo la successiva conferenza non si sarebbe tenuta nel 2012, ma come tre sezioni separate nel 2013. I numerologi Jrod erano superstiziosi! Una preoccupazione più sobria e un’altra ragione per la sospensione, fu la presenza di una fazione di Jrod che non condividevano la nostra visione di un futuro felice. Si sentivano superiori agli altri gruppi, incluso noi, e si erano alleati con gli Illuminati. I numeri rendevano difficile la situazione. Noi, in accordo con i Jrod e la Fratellanza Universale di Orione, agiamo per eliminare la minaccia. Nel corso degli anni si è verificato il contatto con intelligenze aliene intra-galattiche, in buona fede (per nulla in relazione a questa faccenda). Chi aveva il compito di cercare il consiglio di queste intelligenze, benevole ed enormemente avanzate rispetto alla nostra, lo ha sempre fatto. La loro opinione, come quella di coloro che rappresentano le molte culture e religioni, verrà preso in considerazione nel momento in cui procederemo per contrastare queste minacce per l’umanità. Danny non è mai stato coinvolto in progetti con queste intelligenze. Questa è la prima volta che ne sente parlare, da parte di una fonte autorizzata.

Dan Burisch e J-Rod all’interno della capsula asettica nella sezione S-4 dell’Area 51.

Ci stiamo avvicinando ad un tempo limite determinato da un trattato (1 Giugno 2004) per informare il pubblico, e di conseguenza fornire una quantità sufficiente di informazioni per completare la perpetuazione della storia nel lontano futuro. In tale data, a Danny verrà ordinato di non parlare più al pubblico per i giorni restanti della sua vita. Egli ha richiesto di poterla contattare  e noi confidiamo, in base alla sua parola e alla sua storia personale, che terrà per Lei queste informazioni. (Danny, N.D.R.) si è spinto oltre, nel rivelare che Lei sarà di aiuto nella sua continua ricerca dell’origine della vita. Date le influenze apparentemente sovrannaturali che sembrano circondare lui e il suo lavoro, non siamo nella posizione per controbattere questo argomento. Considerata la situazione di accordo per il non-disclosure tra Lei e noi, confidiamo che una nostra relazione continuativa non rappresenterà alcun pericolo per tali questioni. Come tutti coloro che sono coinvolti, avremo fiducia in Lei. Può fornire il succo di queste informazioni a chi avrà scelto con cura.

Ci auguriamo un luminoso futuro per l’umanità.

“Presentato, J1 per il Majestic 12, come approvato”.

Di Maurizio Baiata, 22 Maggio 2026

Articolo da me elaborato su un pezzo originale scritto da mio fratello, Claudio, che era un grande fan di George Romero.

George Andrew Romero, regista e sceneggiatore, nato nel 1940 nel Bronx, New York, per 45 anni è stato residente a Pittsburgh, dove si trasferì nei primi ’60 laureandosi alla Carnegie Mellon University, per poi rimanervi fino al suo trasferimento a Toronto nel 2004. Nessuno più di lui ha affrontato con coerenza il tema dei “morti viventi” che, animati da impulsi primordiali, affamati di carne divorano qualsiasi vittima. Non più Haiti e i riti woodoo di zombificazione dei vivi per addomesticarli. Con Romero i morti che camminano hanno preconizzato di quasi 30 anni l’avvento seriale di “The Walking Dead”: la sua mano c’è tutta nel linguaggio post-apocalittico di Greg Nicotero, regista ed esperto di effetti speciali che iniziò la sua carriera sotto la magica guida del maestro dell’horror e di Tom Savini. Romero esordisce in bianco e nero nel 1968, con “La notte dei morti viventi” che seppur girato a fondi limitati è divenuto negli anni un “cult” per gli appassionati del genere e spartiacque rispetto alla produzione del tempo. Romero da subito affermava la sua indipendenza da Hollywood alleandosi ad un realismo fantastico che segnava la presa di coscienza socio-politica, radicato a sinistra utilizzava l’horror per denunciare il sistema. Una visione progressista che ha influenzato tutta la sua filmografia, rivolta in particolare contro il razzismo, il consumismo e il militarismo.

Fondata la “Image Ten Production”, casa cinematografica con centomila dollari racimolati qua e là, realizzò una pellicola con attori semi sconosciuti, che ebbe un inaspettato successo sia in patria che all’estero, tranne che da noi, visto che passò quasi inosservata grazie alla carente distribuzione e alla totale mancanza pubblicitaria. L’impatto di “Night of the Living Dead” è di grande efficacia dai primi fotogrammi… l’arrivo al cimitero dei due fratelli crea atmosfere angoscianti e le immagini si fanno mano a mano più vivide e terrorizzanti. Storiche quelle in cui una bimba “zombizzata” sbrana entrambi i genitori in cantina e ne trangugia le interiora. Per pathos espressivo siamo davvero alle radici della saga di “The Walking Dead”. Quella della aggregazione in gruppi di sopravvivenza dopo una catastrofe globale di origine sconosciuta, è la motrice di un meccanismo che si esaspera ad ogni inquadratura. Se quel gruppo di persone si rifugia in una casa di campagna per fuggire dalle mani dei non-morti, non c’è speranza, né via di uscita: le quattro mura saranno il loro sepolcro. Infatti, il finale è acido come una aranciata lasciata al sole per mesi.

Il poster del remake di “Night of the Living Dead”, diretto da Tom Savini nel 1990.

Ben, protagonista nero che a differenza degli altri assediati non ha perso la ragione e ha scelto di resistere ad oltranza, ormai ultimo superstite verrà stroncato da una fucilata esplosa da uno della masnada di cacciatori che pattugliano il territorio in cerca di morti che camminano. La scelta del protagonista, un attore afroamericano (Duane Jones) fu una dichiarazione chiara e netta di denuncia a un’America ancora divisa dalla segregazione razziale. Non solo nel primo, in tutti i suoi film, Romero mette in risalto gli aspetti negativi della natura umana e quelli di una società ignorante figlia del più becero capitalismo.

Una scena di “Dawn of the Dead”, in Italia “Zombi”.

Dieci anni dopo, nel suo secondo film, “Dawn of the Dead” (in Italia “Zombi”) la critica si era fatta più esplicita. L’assedio dei morti viventi al “mall”, un centro commerciale che “era il posto che ricordavano”, diventa una metafora della lobotomizzazione consumistica delle masse. E così, ancora, ne “Il giorno degli zombi” (1985) e ne “La terra dei morti viventi (2005)” il regista prenderà di mira il fanatismo militare, l’autoritarismo scientifico e le più logore disuguaglianze di classe. La sua è una bomba esplosa in faccia alla mortificazione esistenziale, come il finale di “Zabriskie Point” di Antonioni o il discorso sulla plastica dell’amico all’ ignaro Benjamin de “Il Laureato”. Romero, è il regista capace di lottare contro la soppressione dei movimenti libertari, l’omologazione dei media e le prevaricazioni del potere costituito, in primis quello militare. “Ho sempre simpatizzato per gli zombie” – diceva – “Hanno un che di rivoluzionario. Rappresentano il popolo senza idee che, ad un certo punto, stanco dei soprusi, si ribella. Eravamo noi nel ‘68, ma ora tutto è finito, siamo morti. Io sono uno zombi!”.

Il poliziotto Roger De Marco, interpretato dall’attore Scott H. Reiniger, in “Dawn of the Dead”.

In quel periodo Romero decide di non ripetersi sui morti viventi e gira altri plot da capogiro, incentrati sulla follia del singolo come il vampiro Martin Wampyr”del ’77 e in particolare sulla protervia militare che attraverso le armi biologiche può portare alla distruzione di un’intera popolazione in “La città verrà distrutta all’alba” (“The Crazies”, 1973). Ci vorranno altri dieci anni e lo zampino di Dario e Claudio Argento a riportare il regista al suo soggetto preferito. Reduce dall’enorme successo di “Suspiria”, Argento si offre di aiutare Romero per produrre e sceneggiare “Dawn of the Dead”. Se una banda di Hell’s Angels avrà preso possesso di un centro commerciale, i resistenti fuggiranno a bordo di un elicottero, lasciandoci così un barlume di speranza. Ma la speranza finì di botto, quando alla prima del film sul mega schermo all’aperto delle Terme di Caracalla, due signori (moglie e marito) seduti nella fila davanti alla mia fuggirono inorriditi dal primo morso al collo della sventurata moglie haitiana di un non più innocuo maritino. Fu un successo planetario da 40 milioni di dollari e grazie al montaggio più snello di Argento, rispetto all’originale di Romero, e alla incalzante colonna sonora dei Goblin, anche nel nostro paese ebbe un’ottima accoglienza.

La sorpresa di “Bob”, lo zombi di “Day of the Dead” nell’ascoltare musica in cuffia…

 Il terzo capitolo della sua trilogia (night-dawn-day), si concretizzò nel 1985 in “Day of the Dead” (“Il giorno degli zombi”) che vedeva i soliti malcapitati sfuggire alla morte per bocca dei nuovi padroni della Terra, rifugiandosi in un bunker sotterraneo amministrato da militari privi di cervello. Indugiando nello “splatter” Romero ci conduce per mano nelle claustrofobiche realtà di un mondo oscuro, ove il dramma dei personaggi sfiora il grottesco, con richiami al “Frankenstein” di Mary Shelley. Ma come detto, le speranze si affievoliscono velocemente: non si convive con coloro i quali dovrebbero mantenere l’ordine che, meno male, soffocano la loro arroganza finendo mangiati. Come avesse esaurito il suo messaggio, passano altri vent’anni prima di vedere tornare Romero con un nuovo film, “Land of the Dead” che vede opposti lo zombie eroe Big Daddy ad Asia Argento, con l’immagine dell’orda di morti viventi che solca le acque del triangolo di fiumi di Pittsburgh e che fa storia. Era giusto attendere venti anni.

“Big Daddy”, l’eroe-zombi di “Land of the Dead”, metafora finale della vendetta della morte sulla vita dell’uomo.

Tempi lunghi, che a diversi pseudo-registi o rampolli del genere hanno dato il destro per cimentarsi con un’infinità di remake ed imitazioni. Dalla saga di “Resident Evil”, che Romero si rifiutò di girare, a la riedizione de “La notte dei morti viventi” che nel 1990 mise alla prova, non riuscendovi, il suo pupillo e maestro degli effetti speciali Tom Savini. Quasi avesse voluto recuperare il tempo perduto, dopo l’uscita di altri due film ufficiali, Romero dichiarava che nel 2013 avrebbe visto la luce il suo “The Zombie Autopsies”, tratto dal romanzo medico-fantascientifico di Steven Schlotzman, ma il film non venne prodotto nonostante Romero ne avesse completato la sceneggiatura.

George Romero, figlio del Bronx, nato a La Coruña in Spagna e cresciuto a Cuba, era uno spirito libero, il cui cinema si legava più al senso del discorso che alle parole, da autentico artigiano della pellicola. Il maestro è venuto a mancare il 16 Luglio 2017, a Toronto, in Canada dopo una dura battaglia contro un cancro ai polmoni, all’età di 77 anni. Ci ha lasciato una eredità di ineguagliabile coerenza. Resta il suo sorriso dietro gli spropositati occhiali che gli incorniciavano il volto, tanto per dire: vi aspetto al cinema dell’Aldilà.    

Mio fratello Claudio, nella redazione di “Stargate”.

Filmografia essenziale:

La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead) 1968

Zombi (Dawn of the Dead) 1978

Il giorno degli zombi (Day of the Dead) 1985

La terra dei morti viventi (Land of the Dead) 2005

Le cronache dei morti viventi (Diary of the Dead) 2007

L’isola dei sopravvissuti (Survival of the Dead) 2009