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CONFERENZA SULLA DIPLOMAZIA EXTRATERRESTRE 2022

COSTRUIRE INSIEME UN’AMBASCIATA RICONOSCIUTA DALL’ONU

PER IL CONTATTO CON GLI EXTRATERRESTRI

GIOVEDÌ 6 OTTOBRE 2022

IN STREAMING INTERNAZIONALE – ORE 24:00 (Italia)

Per acquistare il biglietto andare sul sito https://alliance4et.org/ 

Procedere all’acquisto, seguendo le indicazioni del sito e inserendo il codice: ETDC2022 si potrà ottenere uno sconto sul prezzo del biglietto.

La registrazione verrà resa disponibile gratuitamente per tutti sul canale Youtube della Conferenza entro due mesi successivamente all’evento.

I contenuti della Conferenza  

La ETDConf2022 è una conferenza internazionale che riunisce esperti della questione extraterrestre e appassionati delle tematiche concernenti le civiltà extraterrestri, al fine di discutere i possibili piani della Terra mirati ad avviare relazioni diplomatiche con una civiltà extraterrestre avanzata e darle il benvenuto sulla Terra. Nel riconoscere e accettare le differenze esistenti fra quella terrestre e altre civiltà, intento della Conferenza è proporre a livello mondiale la nostra disponibilità a prendere parte a processi diplomatici su una scala più ampia rispetto alle dimensioni del nostro piccolo pianeta blu. Insieme, renderemo l’umanità più pronta ad accogliere quei popoli extraterrestri desiderosi di incontrarci ufficialmente e apertamente. Si potranno ascoltare le organizzazioni che sostengono questa iniziativa e i progetti che ci stanno portando verso contatti e discussioni ufficiali pacifiche con gli extraterrestri.  È un luogo di pace, idee e azione, che ci avvicina a un’umanità unificata che si unisce a una comunità galattica di cui sappiamo poco.

Organizzazione senza scopo di lucro

L’Alleanza è un’organizzazione canadese senza scopo di lucro, registrata come società federale, priva di personale retribuito, che opera esclusivamente con un team di volontari appassionati. I fondi per l’Ambasciata ET appartengono al Progetto Ambasciata ET, mentre fra i fondatori di supporto c’è il Movimento Raeliano Internazionale.

In quanto tale, i fondi donati vengono raccolti e utilizzati solo per pagare i costi amministrativi, legali, contabili e promozionali.

L’ALLEANZA PER IL CONTATTO DIPLOMATICO EXTRATERRESTRE

La MISSIONE: ACCOGLIERE LE CIVILTÀ EXTRATERRESTRI

L’Alleanza per il Contatto Diplomatico Extraterrestre (AEDC) è una rete internazionale costituita da diplomatici, politici, funzionari governativi, esperti di questioni extraterrestri e persone interessate, con l’obiettivo comune di accogliere le civiltà extraterrestri per stabilire missioni diplomatiche sul nostro pianeta.

Registrata come entità senza scopo di lucro, l’AEDC ritiene che il primo e fondamentale passo per costruire una ambasciata per le civiltà extraterrestri sia la creazione di un quadro diplomatico internazionale inerente tali contatti, preferibilmente basato sulla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche (1961) e sui due protocolli opzionali in essa presenti. A tal fine, l’AEDC ne ha redatto un terzo, provvisoriamente intitolato “Protocollo opzionale relativo alle ambasciate per gli extraterrestri” e sta promuovendo le discussioni e gli emendamenti che porteranno alla sua adozione.

L’AEDC inoltre fornisce consulenza e informazioni autorevoli ai governi per aiutare i loro ambasciatori, militari e politici a comprendere la natura e il significato di contatti con civiltà extraterrestri e a promuovere lo sviluppo di politiche adeguate.

PROTOCOLLO AGGIUNTIVO

PER GLI EXTRATERRESTRI SI RICHIEDE

UNO “STATUS DIPLOMATICO SPECIALE”

L’Alleanza e il promotore del progetto Ambasciata per gli Extraterrestri hanno redatto una bozza (o documento simile) di un terzo protocollo opzionale alla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche, per concordare disposizioni diplomatiche internazionali per i contatti ufficiali con gli Extraterrestri.

La Convenzione di Vienna e i relativi protocolli opzionali sono stati ratificati da quasi tutti i Paesi del pianeta e, finora, hanno soddisfatto le esigenze dei Paesi firmatari. Tuttavia, è sempre più evidente che le civiltà extraterrestri (da tempo, N.d.R.) ci stanno mettendo sull’avviso al fine di prepararci a un contatto ufficiale. L’umanità è giunta a un punto tale da richiedere che la Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche venga modificata, aggiungendo uno specifico protocollo (riguardante la creazione N.d.R.) di ambasciate per gli extraterrestri, in preparazione per un evento di tale storica importanza. Un protocollo concordato a livello internazionale significherà che le Nazioni Unite – o qualsiasi Paese firmatario – saranno pronte per l’annuncio ufficiale di un contatto extraterrestre da parte di una determinata nazione.

TABELLA DI MARCIA DEL PROGETTO

Dal 1974 abbiamo lavorato duramente per organizzare, sviluppare e realizzare il nostro progetto. L’Alleanza è una tappa del piano. Siamo al lavoro. Abbiamo già tutto il necessario per edificare l’ambasciata nel territorio più adeguato. Dobbiamo ottenere che l’ONU discuta e integri i Protocolli Opzionali per il Contatto Extraterrestre, e poi il processo costitutivo dell’Ambasciata per gli Extraterrestri potrà iniziare.

1974

Nasce il concetto di Ambasciata per gli E.T.

1994

Conferenza stampa di presentazione del modello di Ambasciata di E.T. in Svizzera.

2016

Creazione del team di contatto diplomatico.

2019

Prima risposta delle Nazioni Unite.

2020

Creazione dell’Alleanza per il Contatto Diplomatico Extraterrestre

2021 – 2022

Iniziativa diplomatica

Organizzazione di una conferenza per discutere il protocollo opzionale alla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

2022 – 2023

Firma del Protocollo opzionale

Ottenere la firma del Protocollo da parte di almeno tre Paesi.

2023 – 2025

Analisi dell’ubicazione del sito

Individuare si siti idonei per il progetto E.T. Embassy nei Paesi che hanno firmato il Protocollo facoltativo.

2025 – 2027

Acquisizione del sito

Scelta del sito preferito identificato, acquisito e trasferito, insieme a un accordo sulle principali infrastrutture esterne. Finalizzare gli aspetti legali del progetto dell’ambasciata del TCE.

2027 – 2030

Pianificazione e realizzazione

Pianificazione generale, progettazione architettonica e ingegneristica, approvazioni, contratti e messa in funzione. Costruzione del complesso dell’Ambasciata ET, compreso un modello a grandezza naturale dell’Ambasciata che sarà aperto al pubblico.

2030

Dal 2030 l’ambasciata opererà in modalità custode, in attesa del ritorno della civiltà extraterrestre sulla Terra.

                               AIUTATECI A FARE LA STORIA!

Da tre decenni mi occupo delle cosiddette “esperienze di contatto”, comunemente note come “rapimenti alieni” e in inglese “abductions”. Il punto focale che emerge da ognuna di queste umane vicende è rappresentato, da una parte, dalle persone stesse che ne sono protagoniste e dall’altra dalle misteriose entità che ne sono autrici e/o esecutrici. Di questo e molto altro parlerò il 30 Settembre a Sondrio, nella conferenza incontro “LA NUOVA UFOLOGIA – IL MISTERO DELLE ESPERIENZE DI CONTATTO”, che si terrà presso la Libreria Il Faro dalle 20.30 in Poi. Questa la locandina dell’evento.

La questione va avanti da troppo tempo per non avere un fondamento effettivo e a tutt’oggi chi se ne sia occupato seriamente sul piano professionale, quindi indagandole e cercando di inquadrarle secondo una linea razionale e coerente, si è sempre trovato in difficoltà. Chi non lo ammette fa un torto alla propria intelligenza e, arrogantemente, impone agli altri le proprie visioni e teorie, similmente al portatore della Luce della Conoscenza fra noi mortali, sostenendo di aver risolto la questione. Mentre risolta non lo è affatto. 

Semplificando, i versanti sui quali si pongono i “ricercatori” che hanno la verità in tasca sono tre.

Il primo è costituito da coloro i quali propalano urbi et orbi (non a caso) la propria verità in termini rivelazionistici. Ovverossia, questi signori, illuminati da una sorta di fiamma “cristica universale”, si fanno latori di una teoria sorretta da una pletora di storie contattistiche (reali o inventate che siano) attribuite esclusivamente ad una non meglio identificata fonte superiore. Essa guarda al genere umano con occhio benevolo ancorché selettivo, perché interverrà al momento opportuno, in un giorno ormai assai prossimo, nelle segrete cure del destino umano, giungendo con le proprie schiere a bordo di vascelli celesti a prelevare una schiera relativamente sparuta di eletti che, beati loro, verranno risparmiati dalla distruzione del mondo che conosciamo. Addotti, contattati, contattisti, experiencers di vario genere saranno fra questi prescelti. Da chi, come e in base a quale specifico fattore che li contraddistingua, non è dato sapere, ma in sintesi la situazione si condensa in un astruso paradigma basato sul concetto di “fratellanza cosmica”.

Sul secondo versante si situano esperti appartenenti o provenienti dalla comunità ufologica italiana in particolare, che si occupano del “fenomeno abduction” e agiscono in base all’assunto che i fenomeni di contatto siano da interpretare in una chiave di lettura totalmente negativa. Partono dalla evoluzione della classificazione Hynek (CE of the I, II, III Kind), inserendo tali esperienze nella casistica degli “Incontri Ravvicinati del Quarto Tipo”, la cui parabola si conclude nel peggiore dei modi per gli “experiencers”, che non hanno alcuna via di scampo. Prelevati contro la loro volontà, sottoposti ad ogni genere di intrusione e sopruso psicofisici, alla fine saranno ridotti a vittime ridotte a stato larvale, in quanto deprivati del proprio soffio vitale, l’anima. Tali orribili operazioni, eseguite da una pletora di diverse specie di esseri alieni cattivi al servizio di altrui volontà mere espressioni di “intelligenze superiori” site in un macrocosmo universale fantastico, configurano ahimé uno scenario apocalittico più o meno quanto il primo, condito inoltre dalla presenza e l’interessato supporto di spregevoli individui umani, prevalentemente militari appartenenti ai servizi segreti, come se non bastasse.

Al terzo versante appartiene una sfiancata legione di gregari iscritti a gruppi ufologici che, limitati all’osservazione del cielo e in attesa dell’apparire di un UAP, preferiscono non avventurarsi in un campo oggettivamente per loro minato e, tutt’al più, chiamano a raccolta psicologi e ipnologi dicendo loro di occuparsi dei presunti addotti che a loro speranzosamente si erano rivolti. Quasi mai ottenendo un qualche aiuto concreto.     

“Quelo” e l’Empatia

In tale marasma, il soggetto che queste esperienze ritiene di averle vissute veramente e di volerne superare il trauma, inizia un percorso personale che lo porterà a cercare risposte bussando a qualunque porta, nel classico pellegrinaggio delle “sette chiese”.

Dal mio canto, non essendo il sottoscritto “Quelo”, un guru biancofiore o un santone scientista, chi nel corso degli anni ha voluto rivolgersi a me soprattutto per avere un interlocutore “empatico”, lo ha fatto sapendo che sono stato anche io protagonista di un tale fenomeno di prelevamento nel lontano 1999. Per empatia si dovrebbe intendere a mio avviso quella qualità che caratterizza l’essere umano che, nel nostro caso, consente di considerare in primis la persona nel suo intimo, “sentire” anche propria la sofferenza dell’emarginazione dell’altro. Empatia vuole anche dire risonanza.

Il protagonista di queste vicende ha a lungo lottato contro il muro di difficoltà comunicative nel rapportarsi a chi gli/le sta vicino, nelle relazioni familiari e sentimentali, con amici e conoscenti, sul lavoro e in “società. Ha quindi intrapreso un difficile percorso cognitivo, in cerca di risposte dagli “specialisti”. I medici, che quasi mai conoscono la questione e gli/le hanno consigliato delle terapie a base di psicofarmaci. Altri esperti hanno proposto le ipnosi, inducendolo a credere che potrà così “liberarsi” dal giogo dei suoi malvagi rapitori. Per non dire di chi sia finito nelle grinfie di operatori dell’occulto e di esorcisti, con ovvie ripercussioni, o dei santoni olistici che, come abbiamo visto in apertura, rientrano nella categoria dei predicatori illusionisti che ti fanno il lavaggio del cervello inculcandoti la certezza che la tua salvezza viene dallo spazio.

Fortunatamente, non tutti gli experiencers (o addotti) vivono solo nella paura, sanno anche che c’è dell’altro e si dicono “devo trovare qualcuno che ha vissuto le stesse esperienze” e finiscono per imbattersi nel sottoscritto, con la speranza di essere ascoltati. Nel corso degli anni mi sono esposto sentendo la responsabilità di testimoniare la mia unica (che io ricordi) esperienza risalente al 1999, ma sia chiaro che ho sempre dato più importanza ai testimoni, che non ai ricercatori in campo ufologico.

Chi non sia ricorso agli psicofarmaci o all’acqua benedetta, man mano sente dentro di sé emergere componenti sopite, già facenti parte della propria vita, prive di connotazioni negative, che possono provenire da nuclei familiari in cui il mondo dell’altrove e del sovraumano sono accettati e non esclusi. La paura maggiore è la natura materiale dell’essere diverso sotto forma di entità aliene.

A quel punto le persone devono collegarsi all’idea di una partecipazione attiva a quello che stanno vivendo, non subendo i fenomeni, ma facendone parte….

Per far questo hanno bisogno di informarsi, avendo un approccio obiettivo, neutrale, che non presuppone un giudizio, di qualsiasi natura, altrimenti ricadono nella dimensione della paura dell’essere giudicati e condannati per quello che vivono e che sono.

Ecco la NUOVA UFOLOGIA. La cui realtà appartiene alla vita quotidiana, non è astratta, aleatoria, o vista nei programmi in televisione, no. È una disciplina che analizza gli accadimenti e le conseguenze che essi provocano nella vita di alcune persone, o meglio, di quanto emerge dal loro vissuto qualora e se siano in grado di comunicarlo. Se questo viene loro impedito, se il soggetto viene emarginato e perseguitato, ecco l’oscurantismo medioevale, ecco l’inquisizione, ecco la pira per Giordano Bruno, ecco la manna per i guru degli extraterrestri o cattivissimi o buonissimi. E ci si guadagna alla grande.     

A 46 anni dalla sua pubblicazione su “Gong”, un articolo che invita ancora ad alzare la voce per cambiare il mondo

Di Maurizio Baiata

Il numero di “Gong” con la Lettera Aperta

3 Agosto 2022

Un mio articolo intitolato “Lettera Aperta – In difesa di Francesco Guccini” venne pubblicato nel numero 4 dell’Aprile 1976 di “GONG”, mensile di musica e cultura, concorrente di “Muzak” nel cui Collettivo di Redazione militavo come responsabile del Rock. A quel che ricordo, il pezzo su Francesco mi fu richiesto dal Direttore di “Gong” Antonino Antonucci Ferrara e dal caposervizi Peppo Del Conte, durante una mia visita a Milano. Eravamo in macchina insieme al mai dimenticato Marco Fumagalli. Si parlava dei cantautori, nei confronti dei quali il periodico nutriva un malcelato “distacco”, se non avversione, come provavano le sue pagine sempre prive di articoli sui nostri cantautori. Io invece ne amavo uno svisceratamente, Francesco Guccini e mi dissi disponibile a scrivere un pezzo su di lui. Lo avevo incontrato e intervistato già un paio di anni prima per Ciao 2001 e Guccini, dal canto suo, aveva scritto “L’avvelenata” indirizzandola ai critici musicali, in particolare il recensore più famoso del settimanale romano (“il prete”), e la “penna” più prestigiosa di “Gong” (menzionato con il cognome). 

Il contenuto di questo articolo, qui riproposto integralmente, credo sia attuale ancora oggi. Se nella “Lettera Aperta” di allora invitavo Francesco ad esporsi ancora di più riappropriandosi del suo ruolo di cantore delle cose vere, piccole o grandi che fossero, per cambiare la società anche sapendo che essa non sarebbe mai cambiata, oggi, in un Paese pressoché ridotto al silenzio e musicalmente avvilito nel totale e conformistico “disimpegno artistico”, quanto vi accingete a leggere sarebbe bello fosse recepito dalle voci non allineate, che vogliano tornare ad ergersi “cantori delle cose vere”, assestando così mortiferi ganci sinistri al fegato del cicaleccio politico e dei media asserviti al potere. Lasciandoli senza fiato, piegati su stessi, sorretti dai secondi sino all’angolo uscendo pietosamente di scena. A questo serve l’arte della parola, cantata nel vento. 

Ospitandomi sulle sue colonne, nel corsivo introduttivo alla “Lettera Aperta a Francesco Guccini”, la Redazione di “Gong” presentava le ragioni della propria scelta editoriale. Eccole.

Abbiamo sempre manifestato la nostra profonda diffidenza per il filone cromato in oro dei cantautori italiani, per il loro facile e sospetto successo commerciale. Ospitando questo intervento non intendiamo cospargerci il capo di cenere, né fare precipitosamente macchina indietro. Semmai vogliamo dimostrare che non esistono in Gong atteggiamenti settari e chiusure irrazionali. Molti di noi condividono solo in parte gli argomenti di Baiata, ma da essi è comunque possibile avviare sulla sostanza e non sui miti un dibattito che giustamente si muove dal musicista più rappresentativo, capostipite forse involontario di un modo di far musica all’italiana.

«La casa sul confine dei ricordi, / la stessa sempre come tu la sai / e tu ricerchi là le tue radici / se vuoi capire l’anima che hai… »

«Si alza sempre lenta come un tempo / l’alba magica in collina, / ma non provo più quando la guardo / quello che provavo prima, / ladri e profeti di futuro / mi hanno portato via parecchio, / il giorno è sempre un po’ più oscuro, / sarà forse perché è storia, / sarà forse perché invecchio…»

Due anni separano questi testi ed il mare gucciniano è mutato profondamente, la sua forza cresciuta, nella violenza fatta a se stesso di raccontare la propria vita – son sempre qui a vivermi addosso – nella sincerità di una storia personale che Francesco offre ormai senza ricorrere più a simbolismi e favole, mentre il suo linguaggio pessimista, ancora dolce, va giusto in fondo all’anima – «bere il vino sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore» – e ti accorgi che questa musica, queste parole ti appartengono, come le avessi scritte tu, anche nella fatica di un riconoscersi scomodo, forse squallido. Guccini, ovvero una generazione che in lui si riflette, lasciata andare nel Dopoguerra e nel mito, persa nelle contaminazioni delle storie di partito, nelle non realtà di una vita quotidiana che ha rinunciato all’ideale politico, ha finito la speranza.

Eppure la crescita di questa generazione è stata cantata nel segno di una disfatta del coraggio, nel racconto di piccole storie quasi insignificanti – la canzone della triste rinuncia, la canzone della bambina portoghese – in cui esiste un’interazione che Guccini ha sempre cercato, voluto nonostante i suoi racconti divenissero col tempo più freddi e difficili, coraggiosi in quanto sinceri, dalla lotta infantile alla grande rivoluzione di classe, tutto ha un suo significato reale, che è coscienza dei fatti e speranza senza ipocrisia, proprio nella vita quotidiana.

Due anni, ed il passaggio dai temi del «tempo andato» a quelli della realtà di ogni giorno: non c’è stata frattura, non sono analisi di due diverse realtà sociali, bensì la logica di ogni giorno, nei pensieri spesi alzandosi al mattino, chiedendosi i perché di una giornata da vivere intensamente. Ed è giusto in questo il rifiuto, da parte del modenese, di cantare il tout court, magari stupendo gli ascoltatori nel coraggio con cui il tema è esposto, quando Francesco va a scegliere il suo «momento storico» con coscienza, analizza il tempo di vivere, non più quello di sognare sulle cose perdute o mal fatte.

Le «stanze» dimostrano i rifiuti per le cose piccolo-borghesi, i rifugi ai quali approdare nei momenti di sconforto, le isole irreali ma razionali che sono la droga ed il bere, sono il viversi addosso «da poeta ed ubriaco, quando picchierai la testa contro i tuoi perché», sono la coscienza di non chiudersi nel ghetto dei ricordi e delle omissioni, quando in Guccini esprimere la vita quotidiana è ormai segno di consapevolezza politica.

Cosa ci ispirava, cosa ci colpiva di lui? Gli anni, i mesi ed i giorni che passavano, il riflusso di esperienze quotidiane, il déjà vu di dolci esperienze d’amore e quindi era il sogno, quando il sogno non ha valore né significati, perché l’uomo che basa la sua vita, anche per un solo istante, sulla segretezza di un ricordo, di un momento passato, non è più uomo, non crea, non vive, né individualmente né socialmente.

Questo stato di cose, il comprenderle, ecco il problema che tanto scotta ai gucciniani convinti, ai convinti assertori di vite che sono il riflesso di altre vite, di passioni che sono rimembranze, di strade di provincia cui incatenarsi per giungere alle nuove città del pensiero, di solitudine di esistenza di amore a metà di comunicazione falsa, insomma le cose che fanno una canzone, cioè quello che Francesco ha sempre combattuto.

Lentamente, questo poeta che poeta non è, ha superato una fase critica gravissima, si accosta ai quaranta con una gioia inimmaginabile, e resta il solo in grado di comunicare pienamente – forse insieme e soltanto ad un Gaber – una sua verità personale, che ci appartiene perché specchio di ogni giorno, perché è politica, lotta in famiglia, in fabbrica, perché è vivere da immigrato e in servizio militare, in banca o alle presse della Fiat. Ed è questo per Guccini l’uscire dal ghetto, solo attraverso l’appartenenza ad una coscienza di classe, e non ai giochi del sistema. Si potrà obbiettare che tutto questo, alla luce degli album, discografici, non appare. Si potrà dire di un Guccini ermetico, schivo all’abbraccio caloroso con la gente, si potrebbe accusarlo di revisionismo, di far musica per una élite ristretta, non si comprenderà il Guccini liberato finalmente dalla paura di cantare La locomotiva o Primavera di Praga, di urlare in faccia alla gente, con rabbia.

Del vecchio Francesco, per quello che ci attendiamo da lui, dovrebbe apparire tra poco il suo nuovo Lp, di nuovo a due anni di distanza dal precedente, non è rimasta che la maturazione, la musica «dylaniata» estrapolata finalmente dal contesto americaneggiante, mitico della giovinezza, è nata in lui una prosa realistica, che non ha bisogno dell’America per esprimere quanto avviene in Italia, non cerca il sogno per simboleggiare una realtà scottante, non crede in terre mitiche o bolle pontificie con le quali suggellare e chiudere una persona nel suo nuovo ghetto che anche Francesco, un tempo, può aver aiutato a costruire, sbarrando il passo al verismo quotidiano, rifugiandosi, sull’Isola non trovata od alla ricerca delle sue Radici.

Francesco comunque ha fatto, e deve fare soprattutto, ben altro, ed il prossimo lavoro lo vorremmo più immediato e polemico, che parli senza inutili enfasi della condizione operaia, che dica dei lunghi mesi di naja, che racconti della droga governativa, che riporti lo scandalo di un paese come il nostro, che le sue stanze si allarghino alle strade, respirino senza «cultura millenaria sospesa in aria»: Francesco ha fatto promesse che vanno mantenute.

Dovrà ancora una volta spogliarsi di tutto, lasciare che le cose gli scorrano intorno e cantarle, ancora più crudamente e con coraggio, una forza che non gli è mai mancata ma che potrebbe stemperarsi nell’età, mentre «le strade sono piene di una rabbia che urla più forte» e gli anni hanno privato di bellezza anche quel Sessantotto che l’uomo ha vissuto… Ed ora un mare di domande, l’anarchia affiorante nei testi, il socialismo, il populismo, la «cultura» di cose americane, la professione, ma insomma ci attendiamo solo delle precise risposte, che Venditti e De Gregori e Dalla sembrano voler lasciar alla «poesia», al successo delle cose dette a metà; e Francesco, solo lui, sarà ancora lo specchio di una generazione, delle sue irrealizzazioni, della sua paura di vivere.

Compito durissimo, quello di Guccini, rendere testimonianza ad ogni passo, in barba anche ai più neri pessimismi. «E poi e poi gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose; e tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote; e tutti, sai ti san dire come fare, quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual è il vero vero; e poi e poi, tutti chiusi in tante celle, fanno a chi parla più forte per non dire che stelle e morte fan paura». Sono parole di Francesco, di qualche tempo fa – La canzone della bambina portoghese – che non tutti hanno compreso, un dramma che era speranza, non la gioia semplice ed inutile di un’esperienza negativa, gucciniana, e quanto è stato scritto mentre non si comprendeva che il succo era che «quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere».

Maledizione, Francesco è riuscito a dirlo, senza mezze frasi, perché il suo vivere è anche il nostro, chiede semplicemente un dialogo che l’industria, la società, il sistema gli negano come uomo e come artista.

Ancora una domanda – la lettera aperta, ecco la formula giusta per un articolo – di avere coraggio sino in fondo, di sapersi divertire come ha fatto nel più misconosciuto dei suoi lavori, quell’Opera Buffa che solo i modenesi hanno compreso, o ne hanno saputo ridere in pochi, perché è musica fatta per strada, quando reinventa la Genesi e pennella furiosamente sulle canzoncine della sbarbata mattutina, quando attacca la cultura scolastica e gli accidenti che ne vengono, e la politica clericale e fascista, tutto con la sua lingua raffinata, suadente, la sua erre moscia che scopri piace tanto al compagno di banco o al garzone del macellaio, quell’equilibrio elegante che è semplicemente frutto di un uomo ormai alle strette, allo scoperto, emotivo, che si deve conoscere, disprezzare o amare: questo fino ad ora ha proposto, senza salire in cattedra, con umiltà, questo c’è da rendergli, con coraggio.

Le armi del potere contro i dissidenti, i sovversivi e gli assertori di versioni contrarie al mainstream. Una prassi che arriva da lontano…  

Di Maurizio Baiata

1 Agosto 2022

Tratto da Leonardo Sciascia, il film di Elio Petri “Todo Modo” nel 1976 denunciò la capacità delle élite di chiesa e politica di corrompere ed eliminare qualunque ostacolo. Con ogni strumento, legale e illegale. Erano i cosiddetti “anni di piombo” e la cinematografia italiana, con il coevo “Cadaveri Eccellenti” di Francesco Rosi (ancora derivato da un romanzo di Sciascia), nei film-inchiesta prendeva spunto da fatti di cronaca per mettere a fuoco piani eversivi, alleanze assurde e l’impotenza della sinistra di partito di opporsi realmente al potere vigente. Allora come oggi, chi si confronti con questo “sistema”, subisce le conseguenze del proprio impegno per la verità. 

Contro i dissidenti, le armi del potere sono: la disinformazione, l’insabbiamento (cover-up), la diffamazione (mirata alla rovina della reputazione), i provvedimenti disciplinari (applicati sulla professione), costruzione di castelli accusatori fasulli, minacce e tecniche intimidatorie e, infine, la soppressione. Come si diceva una volta, “a mali estremi, estremi rimedi”.  

Se consideriamo tutto questo nell’ottica ufologica, dobbiamo tenere conto di una premessa, a mio avviso fondamentale, quella che segue:

“Credo che i governi succedutisi in questi anni abbiano detto una tale massa di menzogne che oggi si trovano in una situazione senza via d’uscita e non possono più dire la verità”. John Lear (pilota aeronautico ed ex agente CIA, scomparso nel marzo 2022).

Un sistema senza via d’uscita può solo reprimere. Si devono a John Lear e al giornalista George Knapp le prime conferme dell’esistenza dell’Area 51 e del lavoro che il fisico Robert Lazar avrebbe svolto sui sistemi propulsivi di UFO recuperati, studi da lui condotti in una sezione super segreta dell’Area 51, la S-4 sita nel perimetro della Nellis Air Force Base, a una ottantina di km a nord di Las Vegas. Sul finire degli anni ‘80 quanto divulgato da Lazar venne etichettato come un misto di informazione e disinformazione. Le sue credenziali non erano verificabili, perché del passato professionale di Lazar non era stato possibile reperire neppure una traccia. Per questo, il fisico nucleare canadese e ufologo di altissima levatura, Stanton Friedman, bollò il caso Lazar come fraudolento.

Robert Lazar

Si consideri però che in ufologia la disinformazione è insita in quella che appare comunicazione corretta e veritiera.

Si immettono, in tutti i media e soprattutto attraverso il web, notizie fasulle che appaiono interessanti, persino eclatanti e, a volte, si inneggia con entusiasmo e ingenuità alla “pistola fumante”. A guardare meglio, però, la loro consistenza si infrange sul muro dell’impossibilità di controllarne le fonti, spesso anonime, o del tutto assenti, con indizi frammentati o inconsistenti e testimonianze non comprovabili.

A mio avviso questo non rientra nel caso Lazar, tuttavia i depistatori e i guastatori (i “debunkers”) lo portano ad esempio per proclamare che quanto arriva dai “whistleblower”, o gole profonde, è sempre privo di fondamento. Se invece cogliessimo, con Lazar e in diversi altri casi, il clima da guerra fredda che caratterizza la moderna storia ufologica, lo scenario apparirebbe più plausibile. Non solo, il destino dei rivelatori e degli oppositori al regime di segretezza è legato a una scelta: parlare o rinunciare. Qualora essi persistano nella divulgazione, davanti a loro si profilano solo tre possibilità: l’epurazione, il pentimento, l’asservimento.

Come tutto è cominciato

Il 7 Dicembre 1997 a Brasilia, durante il Primo Forum Mondiale di Ufologia, intervistai G. Cope Schellhorn, professore di Inglese, futurologo e scrittore. La sua relazione era stata una bomba: Shellhorn affermò che un gran numero di ricercatori UFO erano morti in circostanze mai chiarite e per ragioni ignote.

G. Cope Shellhorn

Le cause dei decessi: arma da fuoco, avvelenamento, soffocamento, inoculazione di virus mortali. E Shellhorn, dopo aver minuziosamente descritto molti casi di ufologi eliminati o “suicidati”, concluse lapidariamente: non solo la ricerca UFO è potenzialmente pericolosa, ma la durata media di vita degli studiosi più seri ed esposti è decisamente più breve della media nazionale. La sua relazione suscitò un vespaio. I più autorevoli ufologi del mondo la accolsero con sospetto e derisione.

Ma avevano torto, perché esistevano dei precedenti.

Nel 1971, lo scrittore e ricercatore Otto Binder pubblicò un articolo sulla rivista “Saga” intitolato “L’eliminazione degli UFO inquirenti”. Binder aveva studiato le morti di “almeno 137 ricercatori di dischi volanti, scrittori, scienziati e dei testimoni morti nei precedenti 10 anni”, molti in circostanze misteriose.

Cadaveri eccellenti

Scienziati astronautici, ingegneri aerospaziali, microbiologi, genetisti, fisici quantistici, esperti di sistemi radar e missilistica, di sofisticati apparati di Difesa, di guerra batteriologica, Star Wars Project (SDI), Free Energy, Informatica, Mind Control, Visione a distanza. Questi, i soggetti da tenere sotto controllo ed eventualmente da epurare e/o eliminare. Una lista interminabile che, in Ufologia racchiude testimoni di Incontri Ravvicinati, inquirenti, editori, giornalisti e scrittori. Ma anche in altri settori, personaggi che apparentemente nulla avevano a che fare con le scienze di frontiera, avrebbero potuto risultare molto scomodi, come alcuni visionari registi cinematografici. Su tutti, Stanley Kubrick, morto per cause naturali (“arresto cardiaco”) il 7 Marzo 1999, a una settimana dal completamento del montaggio del suo film di più pura denuncia dell’esistenza di un sistema di potere occulto, “Eyes Wide Shut”. E Bruce De Palma, fratello maggiore del regista Brian. Fisico, pioniere della Free Energy e inventore della “N-Machine”, nel 1997 De Palma sarebbe morto a 42 anni in Nuova Zelanda, per cause naturali. La sua pagina di Wikipedia, non esiste più.

Bruce De Palma

Nessun mistero avvolge la fine dello scienziato Michael Wolf Kruvant, avvenuta il 18 Settembre 2000 dopo lunghi anni di lotta contro un male incurabile. Di Wolf ho parlato diffusamente e in questo blog sono reperibili diversi articoli a lui dedicati e spezzoni tratti dal suo libro “The Catchers of Heaven – A Trilogy”, da me tradotto e in seconda edizione intitolato “I Guardiani del cielo” (Verdechiaro Edizioni). All’indomani della sua morte, il suo appartamento ad Hartford, in Connecticut venne completamente ripulito, “bonificato” dai servizi di intelligence per i quali Wolf ha lavorato sino all’ultimo. Il secondo volume della trilogia era terminato e Wolf lo aveva raccolto in un dattiloscritto di cui non è stata trovata traccia, come tutta la sua biblioteca e gli effetti personali. Tutto sparito. Wolf non deve esistere.  

L’Ammiraglio del Majestic 12

Fra i più illustri casi di sospetto suicidio resta emblematico quello dell’Ammiraglio James Vincent Forrestal. Membro del Majestic 12 e Segretario alla Difesa, secondo la versione ufficiale, il 22 Maggio 1949 Forrestal si uccise lanciandosi dal 16.mo piano dell’Ospedale militare Bethesda, gestito dalla US Navy, in Maryland. Forrestal era stato ricoverato a causa di una fortissima depressione e di turbe psichiche a seguito delle dimissioni impostegli dal Presidente Truman. Ammettendo come reale l’esistenza del Mj-12, composto anche da membri ai vertici militari statunitensi, Forrestal sarebbe stato fra i pochi a conoscenza della questione EBE, le Entità Biologiche Extraterrestri. Al Bethesda, il 23 Novembre 1963 fu eseguita l’autopsia sul corpo del Presidente Kennedy.

L’ammiraglio Forrestal

 Il geologo della battaglia di Dulce

Anche la morte di Phil Schneider, avvenuta nel Gennaio 1996, è stata archiviata come suicidio. Ex geologo e ingegnere governativo, per due anni Schneider aveva tenuto conferenze negli USA rivelando di aver lavorato in progetti segreti e alla costruzione della base sotterranea militare di Dulce, in New Mexico. Disse di aver partecipato alla cosiddetta “battaglia di Dulce”, un confronto armato avvenuto nel 1979 tra creature umanoidi e personale militare (66 vittime umane). Dei tre sopravvissuti, Schneider ne uscì con il petto ustionato e tre dita di una mano amputate. Phil Schneider iniziò a parlare dopo il controverso suicidio del suo amico Ronald Rummel, ex ufficiale Air Force ed ex agente intelligence USA, con il quale aveva pubblicato l’opuscolo “Alien Digest”. Phil era il figlio del capitano della Marina nazista Oscar Schneider, catturato dagli americani era stato portato negli USA nell’ambito della Operazione Paperclip e poi con cittadinanza americana, era entrato nella US Navy e aveva raggiunto il grado di capitano, trovandosi a suo dire coinvolto nell’Esperimento Philadelphia.

Nel documentario “The Underground – A Hidden Reality and the True Story of Phil Schneider” le rivelazioni di Philip vengono analizzate da Richard Dolan, Richard Sauder, Neil Gould e Cynthia Drayer (vedova di Schneider). Nello schema del mondo della segretezza, secondo Schneider, erano sequenziali e fondamentali i rapporti tra la Germania nazista, gli Stati Uniti e la Cina con tre tipologie aliene: i grigi, i rettiliani e gli insettoidi.

La scena apparsa agli inquirenti nell’abitazione di Schneider

Dopo una prima certificazione di morte causata da ictus, Cynthia chiese di vedere il corpo del marito prima che fosse cremato.

Fu dissuasa dal direttore dell’impresa funebre, dato l’avanzato stato di decomposizione. Tuttavia, Cynthia non se ne fece una ragione e il giorno dopo incalzò il detective Randy Harris, che le confermò che “qualcosa non quadrava”, giacché non vi erano segni sul collo del marito che confermassero l’ipotesi della seconda certificazione di morte stilata in base al rapporto della polizia che lo aveva dichiarato “suicidio da strangolamento”. Il corpo di Philip Schneider fu quindi sottoposto ad autopsia dalla dottoressa Karen Gunson, medico legale della Multnomah County, Oregon. L’autopsia confermò che Phil era morto per asfissia e il caso era stato chiuso come suicidio. Schneider si era stretto al collo un catetere il cui altro capo aveva annodato alle sue gambe. Resta da comprendere con quale forza Philip, che era semi-paraplegico e deambulava con tutori di contenimento, abbia potuto legarsi un catetere al collo, facendo trazione con le gambe sino a bloccare il flusso di sangue alla testa, per poi perdere i sensi e infine morire.

Una condanna a vita

Di Bob Shell, uno dei più titolati foto-esperti americani, direttore della rivista di tecnica fotografica “Shutterbug” – noto nella comunità ufologica internazionale in seguito al suo coinvolgimento nelle analisi su un frammento di pellicola del Santilli Footage (fotogrammi rivelatisi datati 1947, ma privi di immagini del corpo dell’essere sul tavolo autoptico) – pochi sanno che aveva contatti con insider collegati alle basi sotterranee.

Bob Shell

  

Dal 2007 Shell sta scontantando una condanna a 32 anni di carcere per omicidio e profanazione di cadavere. Secondo l’accusa, avrebbe causato la morte della sua ragazza, la diciannovenne Marion Elizabeth Franklin, avvenuta il 3 Giugno 2003 nello studio fotografico di Shell a Radford, in Virginia. L’uomo le avrebbe procurato la droga, dopo di che le avrebbe iniettato una mistura letale di cocaina, morfina e altri stupefacenti, causandone il decesso. Poi, avrebbe abusato del suo corpo senza vita.

Durante il processo, Shell ammise la sua relazione con la ragazza e dichiarò che durante un rapporto sessuale consensuale, la Franklin sarebbe stata stroncata da un attacco cardiaco. I suoi difensori contestarono le accuse di omicidio a sfondo sessuale e droga e si scagliarono contro l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Radford, che non aveva fornito prove conclusive a carico di Shell. Bob Shell, oggi 65enne, che si è sempre proclamato innocente, subisce una condanna che lo porterà a morire in carcere. Tutti i suoi ricorsi in appello sono stati respinti. Vale riportare questa e-mail che Shell mi scrisse dal carcere di Radford in risposta a una mia nella quale, a fronte della campagna diffamatoria orchestrata dalla frangia “politicamente corretta” della comunità ufologica statunitense che applaudiva alla pena che gli era stata inflitta, gli espressi il mio sostegno morale e, per quanto possibile, professionale.

“25 Agosto 2004. Hello Maurizio,

Mi fa molto piacere sentirti. Nonostante io abbia mantenuto un silenzio pressoché totale dal tempo del Santilli Footage, non ho mai perso il mio interesse per gli UFO e per i fenomeni a essi collegati. Navigando su UFO Updates non ho potuto esimermi dal rispondere ad un “post” da parte di qualcuno che diceva di volersi mettere in contatto con Philip Corso! (il colonnello è deceduto nel 1998, N.d.R.). Mi spiace, ma non conosco l’italiano quindi non sono in grado di leggere l’articolo che mi riguarda pubblicato sul tuo sito web (DNA magazine, da anni non più attivo, N.d.R.), ma apprezzo molto il tuo supporto. Appare chiaro per chiunque mi conosca che le accuse nei miei confronti sono totalmente ridicole e infondate. È importante sapere che la maggioranza degli articoli pubblicati dai quotidiani è basata su resoconti scorretti. Innanzitutto, non sono sotto accusa per omicidio volontario, come molti hanno scritto. Il perito in patologia forense ha infatti stabilito che la morte di Marion è avvenuta per cause accidentali. L’accusa quindi è di omicidio colposo, non volontario o premeditato, ed è stato inteso come morte accidentale occorsa durante la perpetrazione di un altro reato. Marion era la mia fidanzata e io l’amavo moltissimo. Non le ho fatto nulla di male. La persecuzione che sto subendo è completamente politica nelle motivazioni e nulla ha a che vedere con alcun dato di fatto. Le prove a mio carico sono di natura totalmente fraudolenta. Il caso si basa esclusivamente su menzogne raccontate da un dipartimento di polizia corrotto. Il dipartimento di polizia di questa città è fuori da ogni controllo ed è costantemente oggetto di articoli dei quotidiani. Personalmente, sono solo una delle tante persone finite nelle trame di tale scandalo… Non esitare a pormi altri quesiti, qualunque quesito, quando lo desideri. Non ho segreti per nessuno. Con i più sinceri auguri, Bob”.

Inganno alieno sul filo della fiction  

Di Maurizio Baiata

I ricercatori che si cimentano in conferenze sugli UFO sanno che un contatto visivo assai intenso e insistente con alcuni astanti, a volte cela qualcosa di drammatico: domande per loro importanti e prive di risposte. Personalmente, l’ho provato diverse volte, quando al termine degli incontri una coppia si avvicina al palco e ci si accorge erano loro a fissarvi fino a pochi istanti prima.

“Signor Baiata, può concederci un momento per favore?”.

“Certo, come posso aiutarvi?”.

“Beh, non lo sappiamo. Siamo preoccupati per gli strani sogni che fa Tommy, il nostro bambino. Ha quattro anni e al mattino ci racconta che ha sognato di aver giocato con un suo amichetto in giardino, che è un simpatico coniglio bianco”.

“Oh, capisco, giocano e cos’altro fanno?”.

“Il coniglio è buffo. Ha gli occhi grandi e neri e gli parla con dolcezza, e Tommy è felice… sa, non ha amici con cui giocare… Ma vede, non crediamo affatto che il suo amichetto sia un coniglio, o che Tommy stia sognando, perché al mattino abbiamo trovato le sue pantofoline sporche di fango ed è successo più volte. Chi è quel coniglio che lo sta portando via? Dove vanno, cosa significa questa cosa? Siamo costernati. C’è modo di fermarla?”.

Il “grigio” nel test HIRT di Budd Hopkins.

Come sappiamo, è difficile rispondere. Ci hanno provato in America, soprattutto lo psichiatra John Mack e il grande esperto del fenomeno, Budd Hopkins, con il quale ho avuto modo di confrontarmi diverse volte. Hopkins, con l’aiuto di psicoterapeuti di mente aperta, a proposito dei bambini apparentemente coinvolti nelle cosiddette “esperienze di contatto” con esseri non umani, aveva elaborato un test assai efficace, denominato HIRT, teso al “riconoscimento”, ovvero al delineare una sorta di identikit dei “rapitori” sulla base della testimonianza visiva fornita dal bambino. Ne parleremo in altra sede.

Per il momento, ho voluto solo accennare al fenomeno abduction dal punto di vista di chi lo ha vissuto o vi è stato coinvolto in prima persona e che a me si è rivolto sapendo che anche io avevo vissuto qualcosa di simile. Avevano interpellato i medici, i quali spesso hanno semplicemente proposto terapie a base di psicofarmaci, altri sono incappati in famosi studiosi che hanno loro proposto le ipnosi quali soluzioni liberatorie e definitive, altri ancora sono finiti nelle mani di operatori dell’occulto e di esorcisti, con ovvie ripercussioni.

L’occasione per tornarne a parlare è il film “Il Quarto Tipo” in onda questa sera sul canale Italia2 del digitale terrestre alle 21:15 e in replica domani alle 23:15. Diretto da Olatunde Osunsanmi, “The Fourth Kind” uscì nel 2009 e negli USA fece un certo scalpore, frutto della furbesca promozione che lo aveva lanciato quale film documentario basato su esperienze reali di rapimento alieno. Come nella casistica “alien abduction”, i Grigi entrano nella mente dei soggetti prescelti e si inseriscono nella loro realtà spazio-temporale in modo impercettibile, inducono immagini e situazioni familiari alla persona, spesso utilizzando l’immagine di animali, nel film le “vittime” hanno avuto ripetute visioni di gufi, invece dei coniglietti di Tommy. Fattore intrigante della pellicola è la ricostruzione dei fatti attraverso ampi spezzoni di “docu-drama” misti alla narrazione cinematografica, alla mera fiction. Qui, vengono inserite immagini che sembrano riferite a fatti realmente accaduti in un tradizionale contesto filmico da “fanta thriller”. Milla Iovovich ne è la protagonista, la psicologa/terapeuta Abigail Tyler che conduce le sedute di regressione ipnotica ed è coinvolta nelle esperienze dei suoi pazienti in un crescendo di effetti horror basati sul “vedo e non vedo”.

È vero, nella trama de “Il quarto tipo” tutta strutturata su storie di presunto rapimento alieno, emerge di prepotenza il trauma dell’isolamento sofferto dai testimoni, e questo può essere riconducibile alla episodica a noi nota, ma nel film gli addotti vengono dipinti come emotivamente instabili e degni di essere confinati in un cella di prigione (perché sono bugiardi e criminali), in manicomio (perché sono così mentalmente sconvolti da dover essere allontanati dalla società “normale”) o nella stanza degli esorcismi (perché i preti della chiesa devono espellere i demoni). Lo sforzo di Osunsanmi, di rapportarsi a questi episodi può anche essere giudicato lodevole, ma il regista sta raccontando solo una parte della storia – che gli alieni sono cattivi e malevoli.

Peccato, perché Milla Jovovich è superlativa e tutto il cast è di alto livello.

Che il film sia solo una mera finzione, seppure del quarto tipo, chi scrive ne è ampiamente convinto. Le ricerche condotte a Phoenix dalla redazione del periodico “Open Minds” allora sotto la mia direzione, consentirono di appurare che non esisteva alcun riscontro in merito all’identità dei personaggi principali, la psicologa, dottoressa Abigail Tyler e il dottor Abel Campos della della Chapman University.  Di accertato sussisteva un solo elemento: il solo obiettivo della produzione era il profitto, non certo la corretta informazione. Avevano dichiarato che era un film-documentario, ma non lo era, tutti coloro i quali vi appaiono sono attori o persone ingaggiate per ricoprire quei ruoli. Nessun testimone è reale.  

Nome, la cittadina dell’Alaska dove “Il Quarto Tipo” è ambientato esiste davvero e, in anni precedenti, era stata teatro di inquietanti fatti di sangue e sparizioni inspiegabili. Probabilmente questo è l’elemento di congiunzione fra una parziale realtà e la totale fiction de “Il Quarto Tipo”.

Anche se il film mette in luce alcuni elementi comuni e “ben documentati” sulla realtà delle abduction aliene – il che contribuirebbe ad aumentare l’attenzione e la presa di coscienza almeno di alcune fasce della popolazione sul tema – purtroppo sabbiamo a che fare con un esempio di premeditata disinformazione cinematografica, progettata per incutere la paura dell’alieno malvagio nell’opinione pubblica.