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Archive for the ‘Le Mie Interviste’ Category

di Maurizio Baiata – 20 Giugno 2026

Intervistai il Professor Auguste Messeen, fisico dell’Università Cattolica di Lovanio, durante il Simposio di San Marino del 1997. Per conto della Reale Aeronautica Militare del Belgio e della SOBEPS, fu Messeen a studiare le tracce radar degli avvistamenti UFO sul Belgio che dall’Ottobre 1989 a tutto il 1990 vennero registrati a centinaia. Gli oggetti luminosi, spesso descritti come enormi e di forma triangolare, furono ripresi anche da diverse videocamere amatoriali. I jet supersonici F-16 dell’Aeronautica Belga inseguirono gli intrusi, simultaneamente tracciati dai radar di bordo degli aerei e di terra. Il governo belga cooperò completamente con gli inquirenti UFO civili, una mossa senza precedenti nella storia.

La foto dell’UFO triangolare di Petit-Rechain resta la migliore dell’ondata belga del 1989-1990.

Il capo operazioni della Reale Forza Aerea Belga, il Colonnello Wilfried De Brouwer (poi General Maggiore e vice capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica) organizzò un’unità speciale perché lavorasse con la Gendarmeria per indagare sugli avvistamenti e, alla fine delle indagini, il 6 luglio 1990 De Brouwer convocò una storica conferenza stampa in cui delineò tutti i dettagli tecnici dei tracciamenti radar dei caccia F-16 avvenuti nella notte tra il 30 e il 31 marzo 1990 e l’impossibilità dei caccia belgi di intercettare gli intrusi. Fra le migliaia di testimoni ci furono numerosi militari e agenti di polizia, piloti, scienziati e ingegneri.

Il generale dell’Aeronautica Belga Wilfried De Brouwer durante la conferenza stampa del 6 Luglio 1990.

L’ondata fu documentata dalla Società Belga per lo Studio dei Fenomeni Spaziali (SOBEPS), organizzazione privata di Bruxelles, che pubblicò due volumi sull’ondata OVNI nel Paese. In merito al flap sul Belgio ebbi modo di incontrare il professor Auguste Messeen, il quale mi concesse l’intervista che qui leggerete, rimasta sinora totalmente inedita.  

Maurizio Baiata: Professor Messeen, come scienziato accademico impegnato nelle ricerche su un fenomeno non convenzionale quale quello degli UFO, qual è secondo lei è la situazione?

Auguste Messeen: Certo che non è un fenomeno convenzionale, ma è quello che succede. E per me è cominciato 25 anni fa, quando iniziai ad interessarmene e scoprii cose straordinarie che nessuno sembrava capire. Come scienziato, mi sentii in dovere di approfondire gli studi su quanto avevo scoperto. Avevo diversi esempi di studi degni di approfondimento, incoraggiando scienziati più giovani ad impegnarsi perché se c’è qualcosa da capire, allora bisogna lavorarci sopra.

M.B.: Lei ritiene che gli scienziati più giovani debbano fare riferimento a un diverso approccio di coscienza, o di conoscenze alternative a quelle tradizionali, per affrontare l’argomento UFO?

Il professor Auguste Messeen.

A.M.: Mi scusi, ma non capisco la domanda.

M.B.: Mettiamola diversamente: quando ci si imbarca in questi studi, lo si fa, secondo lei, per motivazioni ed esigenze culturali, o solo per una curiosità specifica?

A.M.: Io cominciai ad occuparmene spinto dalla domanda che mi pose uno dei miei figli, allora aveva tredici anni: “Cosa c’è di vero a proposito dei dischi volanti?”. Gli risposi che non lo sapevo e questo mi spinse a volerli studiare. All’epoca in Belgio era stato appena pubblicato un libro, seguito da diversi articoli su pubblicazioni scientifiche, che riguardava la propulsione.

Lessi tutto e la mia prima reazione fu che nessuna di quelle analisi e le relative conclusioni fossero giuste ma, se non lo erano, restavano i fatti. Mi misi allora alla ricerca di altre possibilità in base alle evidenze, perché la prima cosa è l’indagine. Una teoria può essere costruita solo su tale premessa. E devi farlo secondo una metodologia strettamente scientifica. L’ho seguita sin dall’inizio delle mie ricerche. L’ho applicata propriamente e non ho mai avuto alcuna difficoltà con i miei colleghi.

M.B.: Quando alla fine degli anni Ottanta ebbe inizio il flap ufologico in Belgio, lei venne coinvolto nelle ricerche da subito o qualche tempo dopo?

A.M.: Sin dall’inizio. Interrogai, posso dirlo, la Gendarmeria dalla prima osservazione e fu molto importante, perché le persone avevano avvistato gli stessi oggetti nel giro di due ore. Interrogandoli, trovai testimoni che non volevano rivelare la propria identità, ma che mi parlarono sinceramente, erano in molti e nessuno li aveva influenzati. Ed erano testimonianze importanti, perché immediate.

Durante la prima serata, quella del 29 Novembre 1989, erano state registrate circa 25 osservazioni tutte da una regione relativamente piccola e in molti avevano visto e descritto qualcosa di sconosciuto. Com’era possibile che così tante persone avessero semplicemente immaginato la stessa cosa nello stesso momento? Impossibile. Mi convinsi subito che era qualcosa di reale, anzi un flap eccezionalmente importante. A quel punto volevo sapere cosa fosse accaduto sui radar. Non fu semplice, ma ottenni informazioni dirette dall’aeroporto civile, da due stazioni di terra militari e da quello che i jet F-16 avevano acquisito sui radar durante lo “scramble”. Tutto doveva essere analizzato, ma era difficile, perché in quel momento nessuno capiva nulla di quello che era accaduto. Scrissi un rapporto e il resto è storia.

M.B.: Cosa spinse il generale De Brouwer, allora colonnello, ad indire una conferenza stampa così importante e senza precedenti?

A.M.: Prima di tutto, De Brouwer era di mente aperta. All’inizio del flap lo contattai, non aveva raggiunto ancora il grado di generale ed era già a capo di tutte le operazioni. Di mente analitica, mi impressionò favorevolmente il suo approccio aperto, teso alla ricerca della verità. Gli dissi che non potevamo perdere un’occasione simile, senza guardare seriamente a quello che era accaduto sui radar. Dopo aver analizzato i dati, mi rivolsi al Ministero della Difesa. Non avevano capito molto, ma non importa, perché l’importante era che per la prima volta delle autorità, un ministero e alti esponenti dell’Aeronautica, avessero deciso di lavorare congiuntamente, nell’analizzare l’accaduto, con mente aperta anche se critica. Questo spero rappresenti un esempio incoraggiante per le altre nazioni, perché è ciò che dovevamo e dobbiamo fare.

M.B.: Un suo specifico incarico riguardò l’analisi delle tracce radar. Cosa ne scaturì?

A.M.: Dal momento che ero stato io a chiedere di analizzarle, e che vi avevo riscontrato qualcosa che nessuno sembrava aver capito, approfondii le ricerche, ricombinando tutte le informazioni ottenute e collegandole: cinetiche, e meteorologiche, lavoro duro ma interessante. I fenomeni spiegabili con cause naturali li avevo individuati, ma c’erano due tracce non identificate che risultavano davvero inspiegabili. Lo sottolineo. Un punto importante è che se si studia un fenomeno, cioè quello che feci io, e si scopre qualcosa – come è generalmente accaduto nel campo degli UFO – allora questo qualcosa va divulgato e la verità deve essere detta.

I tracciati radar analizzati da Messeen.

M.B. Le pongo ora una domanda delicata. Sa qualcosa dei tracciati radar di Ustica? È uno dei momenti più importanti nella storia degli incidenti aerei accaduti in Italia e ci si chiede cosa videro realmente i radar americani e della Nato, e perché le registrazioni radar che mostrano le tracce ufficiali non siano state consegnate alle competenti autorità italiane.

A.M.: Prima di tutto la prassi prevede di non fornire le informazioni a persone competenti del campo, quindi questo con noi scienziati non viene fatto. Questa è politica, non è un atteggiamento scientifico. Il secondo punto è che, per quanto riguarda i rilevamenti radar, possono esistere molte tracce o effetti computerizzati che possono confondere. A volte si tratta di erronee interpretazioni, in altri casi no, ma questo significa che si ha sempre una maggiore chance di trovare la verità se più persone competenti si impegnano nello studio, piuttosto che un gruppo ristretto e chiuso. Se l’obiettivo è quello di trovare la verità, allora c’è la possibilità di farlo. Se l’obiettivo è quello di nascondere la verità, allora davvero preferisco non esprimermi. Ma qual è il senso di tutto ciò? Il vero problema oggi, l’essenza del problema per l’ufologia è che i fatti sono reali, che gli oggetti volanti esistono, anche se non sappiamo da dove vengono e come sono propulsi. Dovremmo chiudere gli occhi davanti alla realtà, oppure, alla fine del millennio, come umanità dobbiamo guardare al fenomeno al meglio delle nostre possibilità… chiediamoci dunque dove è giunta la nostra scienza oggi. È umiliante per la scienza e per l’umanità, che ci siano alcuni gruppi, militari o politici, o di altra natura, che ci allontanano dalla possibilità di studiare questo fenomeno, uno studio di enorme importanza per il genere umano. Non dico che sia extraterrestre, ma c’è una concreta possibilità che lo sia e se c’è una possibilità è da stupidi non prenderla in considerazione.

M.B.: Se l’incidente di Roswell accadde realmente nel 1947, ovviamente le stazioni radar americane coinvolte nel tracciamento dell’oggetto o degli oggetti immediatamente allertarono gli apparati militari competenti per procedere al recupero. Quali erano allora le procedure radar standard in caso di registrazioni di tracce anomale, e quali sono oggi?

A. M.: Devo chiarire che ci sono almeno due tipi di oggetti volanti non identificati. Il primo tipo è di forma circolare classico, che funziona in una certa maniera e che stiamo studiando. E un secondo tipo, quello osservato in Belgio, che non sono di forma circolare e che non funzionano alla stessa maniera. Ritengo quindi che gli oggetti discoidali classici possono essere detectati (individuare, localizzare, N.d.A.) dai radar e se ne possono definire le caratteristiche. Mentre quelli del Belgio erano molto difficili da detectare. Non c’è nulla di strabiliante in questo, perché si schiudono solo altri interrogativi con tracce problematiche. È normale trovarsi di fronte a problemi del genere. Ciò che non fu normale allora è che tutti i fatti, in quel momento, vennero occultati e lo si può capire perché eravamo al termine della Guerra Fredda, e forse allora certe cose potevano non essere capite dalla gente, ma non oggi! E il governo statunitense non può comportarsi ai danni del popolo americano, occultando le prove della realtà degli UFO e ignorando il principio stesso della democrazia e della libertà dell’informazione. Se invece non ci fosse nulla di inspiegabile, allora che aprano i loro files consentendo agli scienziati di poterli analizzare e che scelgano le persone giuste per studiarli in maniera obiettiva. C’è qualcosa di scioccante, in questo atteggiamento. La verità non può essere nascosta per secoli, quindi un giorno verrà fuori e quel giorno non sarà onorevole per chi l’ha occultata.

M.B.: Dai suoi studi sulle possibilità di propulsione di queste “macchine”, come potrebbe spiegare nella maniera più semplice il loro funzionamento?

Analisi computerizzata dell’UFO triangolare di Petit-Rechain effettuata dai tecnici della SOBEPS.

A.M: Certamente non è qualcosa che si scopre improvvisamente, di punto in bianco. Ci ho lavorato per 25 anni e ho seguito lentamente un’idea dopo l’altra e mettendole insieme. La prima idea era che se il fenomeno è reale, si devono e si possono usare i mezzi della scienza. Le fantasie non servono. Il che vuol dire che si lavora sul principio di azione/reazione. Cioè procedere concettualmente. Semplicemente, oggi si può intensificare l’aria, quindi se si agisce sulle particelle caricate mediante campi elettromagnetici spingendo le particelle in una direzione, l’oggetto verrà propulso nell’altra direzione. In questo non c’è nulla di speciale, può essere fatto negli acceleratori. Il che può già spiegare un certo numero di caratteristiche degli UFO. Ma poi bisogna cercare di trovare fenomeni specifici ed elementi che risultino speciali. In merito stiamo facendo progressi. Ho studiato un sistema che considero ragionevole: consiste nella creazione di un campo elettromagnetico oscillante attorno all’UFO. Di quale tipo di oscillatore parliamo? Diciamo un apparecchio che usa la super-conduttività, vi si possono scrivere le equazioni e applicare tutte le condizioni matematiche, ottenendo dei risultati scientifici, qualcosa di estendibile sperimentalmente ad altri processi, ma questo consente di guardare ad altri effetti del fenomeno UFO.

Faccio un esempio che chiunque può sperimentare in laboratorio. Mi riferisco a due rapporti, i primi due provenienti da Parigi, che indicavano che l’ago della bussola della cabina di pilotaggio compiva un giro completo e che c’era un oggetto brillante nelle vicinanze dell’aereo. Stupefacente. L’oggetto si è allontanato e tutto è tornato normale. Ho applicato la telemetria, ponendo la bussola in un campo magnetico potevo cambiare l’intensità e la frequenza e alla fine – è accaduto veramente – in un certo raggio di frequenza l’ago girava sempre su se stesso. Ma se non era in un quel raggio di frequenza, l’ago reagiva caoticamente. È un esempio di come si possano creare dei sistemi che in certi momenti agiscono in maniera ordinata e in altri momenti in maniera caotica. Quindi, di nuovo qualcosa di interesse scientifico.

L’informazione riguardante gli UFO è che essi producono un campo magnetico quindi, se influenzano la bussola entro un certo raggio di frequenze, non li vedi con i tuoi occhi, ma sono qui. Dobbiamo trovare altre informazioni, ancora non percepibili. Consideriamo poi il suono. Gli UFO sono silenziosi, il che ci dice che viaggiano su una frequenza. A volte abbiamo registrato dei suoni. Ne abbiamo isolato uno. Anche questo costituisce un dato da approfondire. Con quello che ci siamo detti, spero di aver contribuito a sfatare la leggenda degli aerei sperimentali e dei prototipi segreti americani che svolazzarono sul Belgio fra il 1989 e il 1990.

M.B.: Grazie, Professor Messeen.

A.M.: Grazie a lei.

Intervista raccolta da registrazione dell’Autore ed editata nuovamente per questo blog.

CHI È AUGUSTE MESSEEN (da AI)

Auguste Meessen, a 94 anni, prosegue la ricerca teorica come professore emerito dell’UCLouvain. Nel Febbraio 2026 ha pubblicato studi sulla superconduttività ad alta temperatura nei metalli puri, cercando analogie fisiche con le caratteristiche dei fenomeni UAP (UFO). Nella Fisica Teorica continua a sviluppare il suo modello di quantizzazione dello spazio-tempo, ipotizzando l’esistenza di una “lunghezza minima” fondamentale che superi i limiti della fisica standard. Nella ricerca avanzata, indaga la fusione nucleare a bassa energia (LENR) e le interazioni tra oscillazioni del plasma e barriere di Coulomb, applicando il rigore matematico a settori considerati di frontiera o non convenzionali. Il suo metodo resta lo stesso: applicare la fisica teorica rigorosa a fenomeni anomali per cercare spiegazioni scientifiche testabili anziché speculative.

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di Maurizio Baiata

Riproporre questa intervista ad Antonello Venditti risalente al Marzo 2000, quando fu pubblicata sul mensile Stargate il mese successivo e poi ancora nel 2012 su questo stesso blog, vuol dire che quanto all’epoca il cantautore romano aveva condiviso, della sua vita, non solo della sua esperienza di avvistamento UFO avvenuto a Roma con tutta probabilità nella seconda metà degli anni Cinquanta, ha valore ancora oggi, anzi direi più di allora. Internet ci ha abituato all’annichilimento della memoria, quella a breve, quella a lungo raggio, persino a quella storica, ma ciò non vuol dire che tutto è destinato a cancellarsi. Al contrario. Antonello al pianoforte intonava sempre con grande emozione “Mio padre ha un buco in gola”, mentre io ero da dietro le quinte manovravo il Revox con le basi musicali, rivelando tutta l’umanità del suo essere. Poteva quindi riferirsi al padre Vincenzo che aveva subito i traumi fisici e derivato quelli psicologici della Seconda Guerra Mondiale, oppure all’Amore de “Le Te Mani su di me” vissuto come un ricordo ancora più intimo e doloroso. L’amicizia dunque era nata durante un lungo periodo di comunanza che nei primi anni Settanta voleva anche dire complicità e condivisione. E cosa ci sarebbe oggi ancora di diverso, fra noi, me lo chiedo.  Sta di fatto che improvvisamente, anche se non ricordo con precisione la circostanza, per la prima volta mi raccontò la sua esperienza. Al suo terzo album, “Le cose della Vita” la RCA aveva affidato Antonello a me, più giovane di lui di un paio di anni, per accompagnarlo come tour manager lungo tutto il tour italiano, che prevedeva tappe in tutto il Paese, comprese le isole. Antonello guidava da pilota provetto e un po’ spericolato una Citroën GS giallo ocra, io fungevo da navigatore, vito che allora avevo solo la patente A, quella da motociclista e insieme percorremmo migliaia di chilometri verso serate intense, tutte sempre diverse e ricche di emozioni. Erano gli “anni di piombo” e Antonello lanciava messaggi che alla ultra sinistra non piacevano. A volte gli autonomi si facevano vivi durante il concerto per contestarlo, arrivavano a minacciarci quasi sin sotto il palco e io mi frapponevo fra loro e l’artista, che stava sul palco, stanco di quelle intrusioni. Fortunatamente, finivano sempre per prevalere il buonsenso e la sua poesia da menestrello romano nell’anima.

Ne nacque una conoscenza profonda, fatta di lunghe conversazioni riguardanti il passato. Entrambi conoscevamo bene la zona Trieste, io perché ero stato al San Leone Magno, lui al Giulio Cesare ed io evitavo accuratamente di fermarmi davanti al bar Tortuga, troppo frequentato da ragazzi di destra, proprio davanti al Liceo di Antonello.  parlavamo di musica “alle frontiere del cosmo” e, una volta, durante un viaggio sulla GS, Antonello mi parlò di un suo avvistamento UFO a Roma. Era ancora adolescente e lo ricordava molto chiaramente. Così, molti anni dopo, per inaugurare il mensile Stargate con una degna copertina, lo avevo contattato e convinto a rilasciarmi l’intervista che segue. Per me resta una testimonianza epocale. Forse, per la prima volta, un musicista già indirizzato verso un successo sempre più clamoroso e capace di rivolgersi a un pubblico che mostrava sempre più di gradire i “messaggi” del cantautorato nostrano, cresceva sia nella consapevolezza del difficile ruolo che i giovani artisti italiani stavano giocando nell’ambiente sempre più teso dell’Italia del 1974, sia come individuo, che si poneva domande esistenziali sulle esperienze di contatto, sulla vita e la morte, i poteri forti, il papa, i servizi segreti… basta continuare a leggere e scoprirete un Antonello Venditti che non ha più avuto occasione o modo di rivelarsi appieno come in questa intervista.      

 

Maurizio Baiata: Antonello, grazie per questo nostro incontro, con il quale vorrei che parlassimo di cosa ti accadde una domenica mattina di tanti anni fa a Roma, sul parco di Villa Paganini, quando arrivò un disco volante e lo vedesti insieme a tua madre.

 A.V.: Va bene, Maurizio.

Maurizio Baiata: Partiamo dal problema benzina. Il prezzo sale, vivere costa sempre di più, ma forse è in atto un processo di strangolamento della coscienza, oltre che del nostro vivere quotidiano.

Antonello Venditti: Il mondo è pressato dal mondo, cioè la Terra sta vivendo una specie di gravità eccezionale che pesa sui nostri cervelli e sulle nostre membra e sui nostri cuori, veramente insopportabile, per cui stiamo occupando tutte le zone del sapere, dello spirito, del corpo e le stiamo sfruttando tanto male, non nella direzione giusta.

M.B.: Questo viene imposto da qualcuno, evidentemente.

A.V.: Sì, perché stiamo procedendo alla globalizzazione, al potere mondiale che escluderà completamente quelli che non si adeguano alle nuove tecnologie, alla nuova politica globale.

M.B.: A Seattle c’è stata una aperta critica di piazza contro il sistema economico globale e in Italia abbiamo a che fare con un governo che sembra abbastanza acquiescente a tutto ciò…

A.V.: No, seguiamo l’ombra di Blair e di Clinton. Siamo una mutandina di Clinton.

M.B.: E della NATO. Abbiamo fatto da trampolino di lancio per la guerra in Kosovo. Non ci fosse stata l’Italia la guerra non si sarebbe fatta.

A.V.: No.

M.B.: Quindi, l’Italia sembra ben poco impegnata in una crescita evolutiva. E gli italiani?

A.V.: Una strada personale, una politica autonoma è troppo complicata. Noi siamo un paese fragile che industrialmente conta pochissimo, dove le nostre industrie vendono tutto quello che possono, non ultima la FIAT. Il mercato non sappiamo cosa sia perché creiamo fittiziamente due soggetti, al massimo tre, e diciamo che è il mercato e invece c’è un trust su tutto, perché le stesse tre società che si dovrebbero fare concorrenza invece entrano ognuna nell’altra, quindi è troppo semplice, non ci vogliamo complicare la vita. Il nostro dopoguerra è nato come colonizzati, e questo intendiamo fare, seguire questa strada apparentemente per avere dei risultati e stare bene, invece molte volte non è così perché alla fine il più forte li tratterà come colonia. C’è il treno vincente, quello del dollaro e quello del perdente, di “cancellate il debito”, di coloro che purtroppo non possono nemmeno aspirare a tendere verso lo sviluppo.

M.B.: I poveri, i diseredati, i senza casa, a New York qualcuno di loro ha una laurea, potrebbe lavorare, condurre una vita normale, ma lo fa per scelta, come antitesi al sistema…

A.V.: Qui è diverso. Non capita mai che un ingegnere, se non è impazzito, se ne stia sotto i ponti e viva in mezzo alla strada. Qui si va in strada per necessità. È pieno di extracomunitari, muoiono nelle baracche bruciate. Diciamo che l’Italia sta come l’America negli anni ’60, per cui non c’è una filosofia di vita dietro, una necessità. Il permesso di lavoro, la cittadinanza. In America, in tanti Stati questo è stato superato, e anche comunità come quella portoricana, quella italiana, cinese, si sono integrate, la vita è diversa. L’America schiude altri scenari e, forte del suo dominio industriale, riuscirà a dare quella specie di giustizia sociale che adesso non ha, perché se non hai la carta di credito o la tessera sanitaria muori per strada. Qui l’interesse sociale per l’individuo è maggiore.

M.B.: Ricordi quando negli anni ’60 avevamo un piede da una parte e uno dall’altra?

A.V.: Allora c’era l’orso comunista che faceva paura al mondo occidentale… l’Unione Sovietica, non si poteva fare tutto quello che si voleva.

M.B.: La nostra generazione viveva una dicotomia, fra gli Stati Uniti con il Flower Power, la musica, Jimi Hendrix e quanto ne conseguiva, dall’altro il Vietnam con il Napalm, uno stato di cose contro cui lottavamo. Oggi lottare, ogni ideale politico…niente.

A.V.: Sono rimasti in alcuni di noi, ma non c’è più la vocazione alla politica, alla piazza, al dibattito. C’è una vocazione all’interesse personale, all’egoismo, non essendoci più una società che fa da paracadute ai fallimenti che uno può avere, rimani da solo depresso e quindi presumibilmente vai verso il suicidio. Da solo, in mezzo alla vita piuttosto che con la speranza che tutti quelli che stanno come te possano avere un riscatto. Prendi i suicidi di massa delle sette, ieri 600 morti, questo vuol dire che si sta recuperando un tipo spiritualità negativa, che non vorrei mai, che si accoppia a religioni storiche, che cercano di dialogare tra loro, fenomeni di cancri personali che portano al rifiuto della vita e poi invece è l’affermazione di un altro tipo di vita. L’impotenza di una persona che nasce oggi in Africa, o in un paese sottosviluppato, è come quella di chi nasce in paese sviluppatissimo, ancor più privo di speranza, come l’America, il paese più progredito del mondo, con le possibilità più grandi del mondo… e si sta male. Che fare? L’unica cosa è la morte.

M.B.: Se questo pianeta è un essere biologico che fa parte di un sistema planetario molto piccolo relativamente già noto, noi dobbiamo fare i conti con due estremi, il primo che siamo inseriti in un Universo, il secondo che i dominanti su questa Terra sono i servizi segreti. Dopo la guerra fredda fra le super potenze, oggi c’è una trama fittissima di rapporti che cercano di creare una economia basata sulla guerra, sugli armamenti e sul mercato della droga. È chiaro che l’individuo ne esce annientato.

A.V.: Si chiama capitalismo. Il capitalismo porta a questo. La ricerca spasmodica del profitto fa le vittime. L’economia è protagonista del pianeta. Gli esseri umani sono misere pedine di un gioco che porta al massacro.

M.B.: Non sono d’accordo su un punto. L’essere umano è un microcosmo uguale all’essere biologico che è la Terra, che è uguale a tutto l’Universo. Quindi se ci fosse più gente che pensa al bene, in positivo, muoverebbe qualche pedina, anche in termini di rapporto con gli altri, la famiglia e i figli. Partecipando a un gioco di trasformazione ed evoluzione potremmo superare il problema economico.

A.V.: Sì, anche l’amore è cultura. Se tu non hai il senso dell’amore, se non ti insegnano i sentimenti… la cosa strana è che l’uomo cambia, che qualcuno sta cambiando per farci cambiare i valori, per metterci altri valori in termini negativi. Dai servizi segreti a internet. Ormai è tutto telematico, cambia anche la nostra funzione fisiologica. Oggi, dopo l’esplosione del jogging anni ’70, che ti portava a correre, a sviluppare il tuo fisico guardando la natura, è cambiato il rapporto con lo sport, del nostro fisico. Oggi ci si chiude nelle palestre a sviluppare una nostra coscienza fisica in solitaria.

M.B.: Tu lo fai?

A.V.: No. Sono nato nel 1949. Un ragazzino che nasce oggi ha una bella poltrona cosmica che lo metterà davanti a un video e dalla sua postazione farà tutto. Loro vorranno farci votare senza più le cabine elettorali, informaticamente, attraverso Internet. La cosa più grave è che stiamo eliminando il paese fisico, la realtà. Ci svegliamo solo quando capiamo che la natura è ancora più forte di noi, ci meravigliamo quando ci sono i terremoti che portano via la terra, o i cataclismi naturali perché ci sentiamo superiori. L’uomo non si considera più un animale, si considera il padrone di questo mondo che poi invece esploderà. Gli equilibri si devono ripristinare.

M.B.: Senti, qualora arrivino “gli altri”? Cosa pensi accada?

A.V. Non lo so. Gli altri, esistenti o non esistenti, hanno contato sempre di più nei periodi di grande crisi dell’umanità. Per esempio, i dischi volanti classici si vedevano nei momenti di guerra, quasi sempre. Era la nostra coscienza che aspetta gli angeli. Noi ci aspettiamo o i diavoli o gli angeli. È un discorso buono con noi stessi. È un problema di fede, di credere in qualcosa, come credere in Dio o nel diavolo, come aspetto negativo. Il problema è che oggi se ne vedono sempre meno.

M.B.: Non è vero, se ne vedono a iosa dovunque.

A.V.: È il bisogno di altro. Tutto il discorso sugli extraterrestri è stato basato su una morale qualche volta un po’ retriva, quella del bene, che dobbiamo mantenere il pianeta in ordine, che i buoni devono fare i buoni. Su una cosa universalistica e cosmogonica che molte volte è un po’ superficiale. La verità è che come per gli angeli, come per Dio, bisogna vedere se gli alieni possono intervenire nel nostro pianeta.

M.B.: Non credo. Perché ammesso ci sia una federazione galattica della quale noi facciamo parte…

A.V.: Allora noi saremmo colonia in questo modo…

M.B.: Loro sono all’esterno, non intervengono assolutamente, svolgono i loro ruoli, tra di loro si combattono in accordo o meno con le superpotenze o le potenze occulte che possono esistere sulla Terra.

A.V.: Ecco, appunto. Questo presupporrebbe comunque che ci sia un governo fantasma.

M.B.: Che ne pensi, esiste o no questo governo fantasma?

A.V.: Non lo so.

M.B.: Pensiamoci un attimo.

A.V.: La storia ci dice che ogni potere forte che resiste… come per esempio Fatima, la chiesa cattolica e i suoi misteri, ogni religione ha i suoi misteri, le sue profezie e quindi si presuppone che il capo della chiesa, il Papa sappia molte più cose di me e di te rispetto all’occulto e al mistero della fede e così io penso che il presidente degli Stati Uniti, o della Russia, sappia molto più di quel che appare su questa faccenda, e per un certo periodo di tempo, almeno 30 anni, si è pensato tutti che il mondo occidentale possedesse tecnologia, avesse contatti precisi abbastanza diretti, fisici anche con gli extraterrestri. Però da tempo mi sembra che si parli più di tecnologia che dialogo tra esseri.

M.B.: Può darsi che ci sia un cambiamento di paradigma nei rapporti: da una parte un dialogo tecnologico, che dura da molti anni, e dall’altra un dialogo legato alla coscienza e alla spiritualità. Non è detto che questi esseri esterni abbiano il nostro stesso livello di coscienza e spiritualità, ma oggi, più che in passato, anziché con i governi e i governi occulti, potrebbero voler interagire con gli individui, mediante gli avvistamenti, stabilendo con chi vede un UFO un contatto, così l’esperienza di coscienza è iniziata e rimane dentro per tutta la vita.

A.V.: Questo è vero. Io ho avuto un contatto visivo, più volte, e più volte anche a livello parapsicologico, che poi mi pare sostanzialmente più interessante. Ma non mi ha cambiato così tanto. Forse ha affermato quello che pensavo, ma non mi ha reso più sereno, non ha rafforzato la mia idea della vita. Le ha segnate da un ulteriore mistero. Mentre l’essere umano ha bisogno di certezze il fatto di aver avvistato o sentito qualcosa, a me non ha apportato questa… pace.

M.B.: Potrebbe averti dato la forza di portare avanti determinate cose per la gente.

A.V.: Può darsi, io credo che uno ce l’ha dentro. Non vedo il rapporto diretto. Qualora ci fosse è del tutto inconscio. Oltretutto sono rari i casi in cui l’avvistamento di un UFO diventa un rapporto che continua nel tempo. Poi alla fine anche il ricordo si consuma lasciandoti qualcosa che, se non riesci a farlo produrre in modo forte, poi ti rimane così, in un processo molto lento.

M.B.: Però tu ricordi perfettamente la tua prima volta. Vuoi parlarne?

A.V. Certo. Io ero ragazzino, avevo forse dodici anni. Doveva essere il ’58 o il ’59. Fu un grande avvistamento. Mia madre lo ricorda meglio di me. Eravamo insieme a Villa Paganini. Una domenica mattina verso le undici e mezzo in questo parco arrivò un disco volante a forma di… cactus, l’hanno visto in tanti, e quando dico un cactus era proprio un cactus, verde, con sotto una cupola gialla con tre soffietti per tenerlo collegato alla terra, tre protuberanze che dovevano essere dispositivi per atterrare, gialle. E questo oggetto era enorme, stava sopra di noi. Stava a 20, 30 metri sopra di noi. Era su di noi in modo lampante. E cadde del silicio, una specie di manna che poi mia madre mi disse essere silicio. L’oggetto ondeggiava facendo vedere anche la cupoletta e si muoveva, mostrando anche gli oblò per tanto tempo, almeno trenta secondi fino a che sparì in un attimo. Svanito senza alcun rumore. Tutta la gente nel parco ha visto questo oggetto, che poi mi dicono essere andato verso Firenze e si è fermato sullo stadio di Firenze facendo lo stesso giochetto che ha fatto a Roma. In seguito ho visto una palla di fuoco, anche se quelli possono essere fenomeni meteorologici. Ero a Olevano Romano e nella valle apparve questa palla di fuoco che tutta Roma vide, ma non aveva lo stesso valore di un disco volante sopra di te.  

Però la cosa che mi sta più dentro è un’esperienza parapsicologica vissuta insieme a un mio amico, Rino Gaetano. Eravamo in macchina, di notte, lui allora faceva teatro e io andavo spesso a vederlo e lo portavo a casa. Tornavamo da Fiuggi, nel bosco che la costeggia, tutti e due avemmo la sensazione che dentro a questo bosco ci fosse una presenza enorme, non propriamente felice, non buona. Assistemmo entrambi al fenomeno della… vecchietta, una cosa letta e riletta, ma che però abbiamo vissuto. Come spiegare? A un certo punto vedemmo una vecchietta sul bordo della strada e insieme questa sensazione, dopo una quarantina di chilometri verso Roma ritrovammo la stessa vecchietta davanti a noi, una cosa impossibile.

M.B.: Che fattezze aveva?

A.V.: Una donna piccolina, simile a quello che uno pensa sia la Befana. Mi sembrava così strana l’idea che in questo bosco ci fosse qualcosa di non buono, di enorme, non ti dico il diavolo, ma quasi. Poteva anche essere un disco, ma enorme. Dopodiché, la visione di questa vecchietta incappucciata, e non era inverno. Poi ritrovi la stessa entità dopo 40 km, ed era anche notte, andavi veloce, non ti hanno superato in 18, non puoi neppure dire che aveva fatto l’autostop.

M.B.: Quando hai visto per la prima volta “Incontri ravvicinati del III tipo”, cosa hai pensato?

A.V.: Che poteva essere completamente plausibile e che la cinematografia americana andava verso qualcosa che poi sarebbe diventato usuale, gli uomini bionici, “Alien”, la clonazione, cui il cinema ci ha abituato, rendendo normale qualcosa di assolutamente stravolgente. Quindi pensavo che dopo “Incontri ravvicinati” ed “ET”, dovesse accadere qualcosa velocemente, invece non è successo nulla, questa cosa si è persa.

M.B.: Si è persa perché in questo pianeta e nell’uomo che lo abita probabilmente la trasformazione sta avvenendo ora.

A.V.: Adesso, credo, è come sa questo mondo sia abbandonato da Dio, ho questa impressione. Malgrado il Papa provi a riportarlo alla storia dell’anima in qualche modo, ho l’impressione che questo mondo sia perso spiritualmente.

M.B.: Però nel disco non dici queste cose.

A.V.: No.

M.B.: Ci metti dentro molte speranze.

A.V.: Assolutamente. Proprio perché la speranza è qualcosa che mi appartiene fortemente. Però io vedo quanto sono diverso dagli altri. Quindi questo mondo non è fatto a mia immagine e somiglianza. Io non l’avrei fatto così.

M.B.: Come lo avresti fatto?

A.V.: Avrei fatto un mondo un po’ più lento, meno invadente. Oggi tutti pensano al proprio discorso, sono delle trasmittenti che ti buttano le loro cose.

M.B.: Sei mai stato in Egitto, hai visto le piramidi? Lì c’è ancora molto da scoprire, di noi stessi e dell’Universo.

A.V.: No, non ci sono ancora stato, ma ho letto tanto sulle piramidi, sulla nascita dell’Universo. La tradizione azteca. Il fatto che si dovrebbe fissare la data di costruzione delle piramidi molto prima di quanto dicono, che ognuna punta verso una costellazione e tutto il resto. Diciamo che è sicuro. La nostra capacità di ragionare in termini scientifici sull’uomo azzeccandoci sempre: vuol dire che l’uomo è qualcosa di costruito che somiglia… ho anche scritto una canzone che ne parla, “Figli del domani” nell’album “Quando verrà Natale”, noi siamo sicuramente cloni di qualcosa che c’è stato, forse un esperimento, quindi tutto il discorso del Paradiso e dell’Inferno e della vita, che sono tutte metafore… noi soffriamo, pensi che la Terra sia una colonia di pena come in “Blade Runner”. Più si va avanti più è così. Il fatto che con il DNA riusciremo a creare altri di noi, i pezzi…

M.B.: Basta che tutti questi poteri non siano solo nelle mani di alcuni che li amministrano negativamente, i militari…

A.V.: Questo diventa meno interessante rispetto al chi siamo, dove andiamo e perché, somiglia molto alla teoria, alla robotica.

M.B.: Per andare fuori da questo sistema solare dobbiamo cambiare noi stessi dentro, anche meccanicamente, perché non funziona. Ogni volta che si cerca di arrivare su Marte, la gran parte delle missioni è finita misteriosamente.

A.V.: Però tu ragioni in termini biologici, io in termini diversi: probabilmente alla fine del proprio viaggio su noi stessi troveremo il computer che ci ha generato, il sistema. Quando risaliremo verso Dio sarà come risalire verso un cervello elettronico diverso che esiste da qualche parte, oppure è morto, come parlare di storia.

M.B.: Sei credente?

A.V.: Sì, però Dio ormai assume questi enormi contorni scientifici. Cioè, Dio ci ha creato a sua immagina e somiglianza, ma può darsi sia il frutto di un microchip… per cui cosa c’è dietro a Dio? Noi siamo la miniatura di qualcosa avvenuta a livello cosmico. Stiamo andando scientificamente verso Dio. Forse avremo qualche delusione, perché mentre troveremo la vita biologica, ancora non troveremo i sentimenti, a meno che un giorno o l’altro troveremo un gene, una composizione chimica che ci dirà perché uno è buon o cattivo. Una volta che nel nostro cervello appare il dolore, nell’emisfero del dolore, già lì puoi manomettere l’uomo. Il dolore è uno dei sintomi più forti di un malessere, una malattia, un disagio, se tu elimini il dolore all’80% elimini la tua sofferenza, ma è il dolore morale che ti porta a discernere il bene e il male, cioè l’anima. E l’anima fortunatamente, ancora non l’abbiamo trovata. Però la troveremo e allora saremo soli.

M.B: Cosa pensi per il futuro dei nostri bambini…

A.V.: Io ho un figlio, Francesco Saverio, e due nipoti, Alice e Tommaso, che è in arrivo. Il mio percorso l’ho già fatto, l’aspetto della salvaguardia della specie l’ho espletato, quindi qualora avessi un figlio sarei in un discorso temporale un po’ contradditorio. Una nuova vita? La vita porta sempre alla morte, per cui è già un atto di crudeltà mettere al mondo un figlio, esporlo all’umanità, sapere che soffrirà o gioirà come te… il punto non è fargli passare una vita migliore o peggiore, quanto l’atto, che può essere di estremo egoismo o di estremo amore, di renderlo umano, di crearlo su questa Terra. Certo, possiamo dire che sarebbe più fortunato perché possiede certi mezzi che altri non hanno… però se questo mio figlio si ammala dentro, o ha qualcosa che non va, la sua vita è indipendente dalla mia. Insomma: muoiono i ricchi e muoiono i poveri. Il problema è la morte dell’uomo. Tutto quello che ci muove nella vita è l’idea di superare la morte. Questo ci porta anche al bene e al male. Perché se tu non avessi l’idea della fine o di un giudizio superiore, la Terra sarebbe una terra di banditi, non ci sarebbero leggi. Tu dici: devo passare sulla Terra una media di 74 anni, quindi mi prendo tutto quello che voglio, che m’importa di comportarmi bene? Tanto morirò!

M.B.: È probabile che tutto questo sia un passaggio verso qualcosa di superiore.

A.V.: Certo, e meno male che noi lo pensiamo, che ci sono diversi livelli di vita, perché se non fosse così noi ci scanneremmo del tutto. Ognuno per sé, per la famiglia, gli amici, cercherà di viverla.

M.B.: Hai seguito la vicenda della canzone “Arcobaleno” di Mogol?

A.V.: Sono cose che esistono, ma in questo caso non lo so. Le forze… i rapporti tra l’uomo e l’aldilà… Anche noi, ogni sera compiamo tutto questo con il sogno, che è libero, è una zona franca in cui noi non trasmettiamo ma siamo riceventi, in cui la mente tace. Tutte le grandi cose avvengono in sogno. Aspetti che qualcuno, non fisico, venga da te e ti parli. Non a caso poi c’è l’interpretazione dei sogni. Quello che è vero nei sogni poi a livello psicologico è tutta un’altra cosa. In sogno andiamo per mare e poi invece la vita è un’altra, ecco. Chiaro che può accadere. Se ti capita una cosa strana, hai l’opportunità di dirlo? Con una televisione basata sulle scempiaggini, va al telegiornale l’attore che fa amicizia con la cameriera e ci fanno un servizio, figurati se qualcuno vede un disco volante… ma non stiamo dimenticando qualcosa?

M.B.: Antonello gli argomenti da dibattere sarebbero ancora molti…

A.V.: Stiamo dimenticando la musica. La musica è una delle cose che unisce gli esseri. Non a caso in “Incontri ravvicinati…” il primo incontro è attraverso la musica. La musica è razionalità e quindi scienza, ma anche intuito, intuizione, naturalezza, istinto. Se uno guarda la musica, la sente, vede come cambia l’uomo. È quanto di più libero possa esserci.

M.B.: Tu davanti a 50.000 persone, la musica la trasmetti, loro ricevono delle vibrazioni e te le ritrasmettono, ma in quel momento cosa accade?

A.V.: Accade qualcosa che vorremmo tanto, che si chiama armonia. Quindi la creazione di una specie di galassia, di bolla di sapone che per un momento è perfetta, dove tutti i partecipanti sono nello stesso momento in sintonia, un grande amplificatore. Ogni singolo trasmettitore di musica segue il suo viaggio. Ed è importante stabilire che genere di viaggio segue l’umanità attraverso la musica che ascolta, che è quella che aggrega. Oggi c’è una frammentazione, ma la musica è l’unica arte che si chiede sempre del pianeta, anche di come stanno gli altri, anche politicamente. Ha una possibilità di testimonianza fisica che nessun’altra arte può avere. Analizzando la musica occidentale si può capire anche dove va il mondo. La musica è un messaggio che viene dal cielo, o che viene dalla Terra e si propaga verso il cielo e ritorna. L’idea che la musica possa essere una delle armi del bene o del male per me è molto bella e affascinante.

M.B.: Antonello, cosa sta succedendo alla Roma?

A.V.: I giocatori hanno paura di sbagliare, di non farcela. Quando uno gioca senza il sorriso non si va da nessuna parte. Facce scure. Ne devono parlare fra loro. Qualcosa c’è all’interno, perché giocano tutti da soli. Credo che dipenda da Totti, Del Vecchio e Montella che trasmettono a tutta la squadra il nervosismo, il fatto di non riuscire a segnare.

M.B.: Non pensi che sia il calcio, non i giocatori a dover cambiare?

Il calcio adesso è un moltiplicatore di capitali, il business totale, un enorme giro di denaro e di stress per tutti, il pubblico subisce tutto. Il pubblico pretende perché paga un biglietto altissimo, tra stream e Tele+ e la partita, e i giocatori lo subiscono perché spendono delle cifre anche psicologiche enormi per reggere l’impatto con la società, perché il calcio sta diventando una delle cose più importanti della nostra vita.

M.B.: Ma non dovrebbe esserlo.

A.V.: Non dovrebbe. Ma adesso le società sportive sono a fini di lucro. Prima c’erano i presidenti, ricchi e scemi, che spendevano i loro capitali per un ipotetico ritorno pubblicitario di se stessi. Ora, dalle associazioni sportive siamo passati a una squadra di qualcuno ed è persino quotata in borsa. Quindi il prossimo passo sarà l’arrembaggio alla borsa del calcio. Maurizio, non credo ci sia altro da aggiungere. Ti ringrazio, è stato bello potersi sentire.

M.B.: Lo è stato anche per me. Grazie, Antonello.

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La mia attività giornalistica per le maggiori riviste musicali italiane, oltre agli articoli e alle recensioni, negli anni Settanta contemplò anche numerose interviste, la maggioranza delle quali realizzai con l’aiuto di un blocco notes. I pezzi uscivano a memoria e sulla base di quegli appunti. Negli anni successivi, mi resi conto di quanto fosse indispensabile registrare e conservare tutto. Presento qui una parte dell’archivio interviste delle quali posseggo le audiocassette originali, registrate negli USA (soprattutto a New York City, NYC) e a Roma con il mio portatile professionale della JVC. Si tratta di grandi nomi del mondo del Rock, dello Spettacolo e dell’Arte, testimonianze quasi del tutto inedite, mai apparse (ad eccezione di quella di Bowie pubblicata dal mensile “Music”) su organi di stampa in Italia. Mi ripropongo di digitalizzarle, per poterle rendere di pubblico dominio in files audio.

Il registratore portatile che per tanti anni mi ha accompagnato.

Il registratore portatile che per tanti anni mi ha accompagnato.

TERRY RILEY – Giugno 18, 1977, ROMA (Intervista realizzata con il collega giornalista Massimo Villa).

DAVID BOWIE –  Gennaio 1981, NYC. Intervista in occasione di “The Elephant Man”. Il testo in Italiano dell’intervista si può leggere qui: http://mauriziobaiata.net/2016/01/11/2153/

FRANK ZAPPA –  Aprile 1981, NYC (Conferenza stampa di F. Zappa in occasione di un suo concerto di musiche del compositore franco-americano Edgard Varèse).

SANTO FARINA, Santo & Johnny – 1981, NYC.

IGGY POP – Aprile 15, 1981, NYC. Instant interview in treno linea “A” (“Train to the Plane”) della metro che un tempo collegava l’aeroporto JFK con la stazione Port Authority.

SUE MINGUS – Aprile 16, 1981, NYC (intervista alla vedova del bassista Jazz Charlie Mingus, registrata con Maurizio Mancini, corrispondente di Radio Blu).

RICK WILLS (bassista dei FOREIGNER) – October 15, 1981, NYC.

GARY NUMAN – Ottobre 1982, NYC. Antesignano del Rock elettronico, in occasione del suo concerto al Ritz di New York.

PETER WOLF – J.GEILS BAND – 1982, Boston, in occasione del loro concerto al Boston Garden.

JOHN COUGAR MELLENCAMP  – Maggio 4, 1982, NYC.

BILLY ROBERTSON – Polyrock – Giugno 7,  1982, NYC.

PETER CETERA – Chicago Transit Authority – Parker Meridien Hotel, Luglio 22, 1982, NYC.

RAY MANZAREK, The Doors, data imprecisata, 1982, NYC (intervista telefonica)

BRIAN JOHNSON – AC/DC – Dicembre 1983, NYC. Intervista al lead singer degli AC/DC durante il The Flick of the Switch tour in Nord America e in occasione del concerto alla Meadowlands Arena, di East Rutheford, New Jersey, 10 Dicembre 1983.

CHRISTINE MC VIE – FLEETWOOD MAC, 1983, NYC.

KEITH RICHARDS, Rolling Stones, OCT. 18, 1988, Roma.

Artisti Italiani

LOREDANA BERTÈ, 1982, NYC (in occasione del Maurizio Costanzo Show al Madison Square Garden).

MIRANDA MARTINO 1982, NYC.

ALAN SORRENTI – (data imprecisata) NYC.

EDOARDO BENNATO – Settembre 29, 1988, Roma.

FRANCO BATTIATO – Dicembre 12, 1998.

FRANCO BATTIATO – Marzo 25, 2000.

ANTONELLO VENDITTI – Marzo 20, 2000.

 

ARTE & SPETTACOLO

ANDREJ TARKOWSKIJ – Settembre 7, 1983, NYC – Intervista al regista russo in occasione della presentazione a New York del suo film “Nostalghia”.

ALBERTO SORDI – Novembre 10, 1985,  NYC. In occasione dell’Italian Film Festival.

CESARE ZAVATTINI – Novembre 1985, NYC. In occasione dell’Italian Film Festival.

NINO MANFREDI – Dicembre 1983, NYC.

ELEONORA GIORGI – Dicembre 1983, NYC.

PASQUALE SQUITIERI – Settembre 10, 1985

ELIO PETRI – data imprecisata, NYC.

SHO KOSUGI – Maestro di Ninjutsu e star del cinema d’azione.

SERGIO STIVALETTI – 1997, Roma

LILIANA CAVANI – 24 Febbraio 1991. Roma

MARCO COLUMBRO – 9 Aprile 2000, Roma.

RENZO ARBORE – data imprecisata, Roma

 

Maurizio Baiata, 25 Febbraio, 2016

 

 

 

 

 

 

 

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Testata UKIZERO

UN’AFFASCINANTE CHIACCHIERATA CON UNO DEI MAGGIORI ESPERTI DI UFO ED ENTITÀ ALIENE… RIFLETTENDO SULL’UFOLOGIA E IL DESTINO DELL’ESSERE UMANO

Con grande orgoglio vi presentiamo un’intervista esclusiva a uno dei più grandi esperti di ufologia italiana. Un personaggio che, vi anticipiamo, da settembre ospiteremo su queste pagine come Guest Blogger, perché per il “lunario della parevoluzione” qual è Uki, un ricercatore così non può far altro che riempirci di fierezza. Stiamo parlando ovviamente di Maurizio Baiata, giornalista, critico musicale e direttore di testate rock negli anni ’70….

CLICCARE QUI PER LEGGERE TUTTA L’INTERVISTA:

Maurizio Baiata: intervista esclusiva!

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Alberto Negri di SPAZIO TESLA incontra Maurizio Baiata, in Piazza Cavalli, a Piacenza, il 18 Aprile 2015.

Questo il link per vedere l’intervista:

Ringrazio Spazio Tesla e Alberto Negri per la squisita ospitalità, sublimata dalla strepitosa cucina piacentina, per l’organizzazione millimetrica delle interviste con Radio Sound 95 e Telelibertà, per l’amicizia e per la fiducia dimostratami. Con la reciproca promessa che presto, entro la fine di quest’anno ci incontreremo di nuovo e, ancora nella sala del Centro Congressi Galileo, riprenderemo e approfondiremo le tematiche che abbiamo insieme toccato in Aprile, anche con altri relatori.

Grazie ancora ad Alberto Negri e Spazio Tesla. Per saperne di più:

http://www.spaziotesla.it/

https://www.youtube.com/user/SpazioTesla

https://it-it.facebook.com/SpazioTesla

Buona visione!

Maurizio Baiata, 11 Luglio 2015

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