Premessa. Sono lieto di presentare la versione da me tradotta ed editata di questo fondamentale articolo di Stevens, originalmente destinato a pubblicazione su Open Minds Magazine, da me diretto, ma mai apparso negli USA, né sulla rivista “X Times” diretta da Lavinia Pallotta. Il pezzo è un chiaro esempio dell’inimitabile lavoro di indagine condotto per decenni dal grande Wendelle Stevens. Maurizio Baiata – 12 Aprile 2026
Nell’Autunno 1965, il maggiore Rudolph “Rudy” Pestalozzi dell’USAF (in pensione) residente a Tucson, aveva acquistato una casa in città e si era iscritto all’Università dell’Arizona per completare la formazione accademica. Ufficiale di Intelligence presso l’Alto Comando della WADA (Western Air Defense Force Area), come ultimo incarico prepensionamento, supervisionava la Squadra Investigativa sugli UFO della WADFA per conto del Comando. Durante una lezione di matematica all’Università dell’Arizona a Tucson, uno studente menzionò un recente evento UFO riportato dal giornale locale. Gli studenti ridacchiarono per l’ingenuità di quel ragazzo e lo stesso fece il professor James McDonald, che era presente. Al termine della lezione, Pestalozzi si avvicinò a McDonald (fisico atmosferico, N.d.A.), gli disse di aver reagito diversamente alla domanda innocente dello studente e gli chiese un parere. Date le implicazioni scientifiche dell’argomento McDonald non nascose un qualche interesse, ma riteneva comunque che il fenomeno fosse solamente un cumulo di sciocchezze. Riteneva inoltre che il Progetto Blue Book stesse svolgendo un buon lavoro di ricerca per l’USAF, anche se lo studio non aveva provato un coefficiente di realtà negli avvistamenti riportati. Fu allora che Rudy gli riferì cosa stava facendo per la WADFA e che, presso lo staff Intelligence del quartier generale, c’erano schedari pieni di rapporti attendibili su tali inesplicabili avvenimenti. Discussero un po’ e Rudy provò quanto affermava sottolineando che il Blue Book era una copertura per il pubblico e non stava indagando su nulla. A riprova di quanto affermava, gli propose di raggiungerlo a casa di un amico, gli diede il proprio numero di telefono e tornò a casa. Jim McDonald aveva accettato la sfida, lo chiamò e disse che voleva incontrarlo di nuovo.
La sera seguente Rudy e McDonald erano a casa mia, tirai fuori una serie di ottime fotografie di UFO, oggetti volanti ben definiti nel cielo diurno, alcune delle quali mai pubblicate prima. McDonald ne rimase impressionato, poi Rudy descrisse un recente episodio avvenuto a Tucson, e affermò che se Jim avesse indagato e verificato di persona avrebbe appurato che non era mai finito nel Blue Book, né sui giornali, né altrove, dopo essere stato rigorosamente insabbiato a livello locale.
I fatti erano chiari. Un gigantesco super bombardiere Convair B-36 a sei motori, con un equipaggio di 12 avieri, aveva appena effettuato un’esercitazione di rifornimento in volo sulle Catalina Mountains a nord della città e si era appena disconnesso dal tanker, e per alcuni minuti un grande UFO discoidale lo aveva avvicinato per poi allontanarsi rapidamente, sotto gli occhi stupefatti dell’intero equipaggio. L’evento era stato segnalato al quartier generale della WADFA a Hamilton Field, in California, non troppo lontano, e Rudy Pestalozzi portò la sua squadra investigativa della WADFA a Tucson per interrogare i testimoni oculari. Erano intenti ai colloqui nell’aula Vase della base aerea Davis-Monthan di Tucson, quando la sirena suonò per la pausa pranzo. Uscendo dall’aula, Rudy e il suo team videro sulla strada che portava alla sala pranzo una lunga fila di persone che fissavano il cielo. Notarono subito due dischi argentati di una ventina di metri di diametro che volteggiavano sulle loro teste, uno si librava in alto, l’altro effettuava passaggi in picchiata a bassa quota sopra la gente su e giù per le strade di Davis-Monthan. Gli uomini del team corsero in aula per prendere le macchine fotografiche e presero a scattare foto il più velocemente possibile, muniti di una fotocamera portatile da 35 mm a testa, una macchina fotografica da stampa 4“x5” e una cinepresa da 8 mm a carica manuale. Ne uscirono otto rullini da 35 mm, tre pacchetti di pellicole per la foto macchina e due bobine di pellicola da 8 mm, il tutto per quel solo avvistamento. Il laboratorio fotografico della base venne chiuso per procedere allo sviluppo delle pellicole, 27 testimoni furono interrogati e le loro dichiarazioni trascritte e battute a macchina per essere archiviate. Al ritorno dalla pausa pranzo, il personale fu convocato dai superiori: gli dissero che ciò che avevano visto era una questione di sicurezza nazionale e avrebbero rischiato il posto di lavoro se avessero fatto trapelare anche solo una parola. L’evento era da dimenticare, non era mai accaduto. Ai giornali fu servita una versione di copertura.
Il cimitero dei velivoli storici della base aerea di Davis Monthan, a Tucson.
Tre giorni dopo il rapporto era stato redatto e assemblato nelle otto copie richieste per la distribuzione standard, un fascicolo completo spesso quasi cinque centimetri, incluse oltre 40 fotografie e più di 20 dichiarazioni dei testimoni. Rudy Pestalozzi era responsabile del rapporto finale e firmò lo straordinario documento. Arrivati al Distretto prima di riunirci per il briefing di Jim McDonald a casa mia, trovammo il fascicolo vuoto. Conteneva soltanto un telegramma che ordinava che il fascicolo fosse inviato all’indirizzo del quartier generale superiore designato, ovvero il quartier generale della 12ª Air Force a Waco, in Texas. Una volta contattati, abbiamo scoperto che il fascicolo in loro possesso conteneva un telegramma simile che ordinava che quella e tutte le copie dei comandi subordinati fossero inoltrate a un altro nuovo indirizzo presso il Quartier Generale dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti. La stessa cosa abbiamo riscontrato per i files ADC e AMC (da passare ai laboratori di analisi, N.d.R.), il che indicava che tutte le copie erano pervenute al Quartier Generale dell’Aeronautica Militare USA e distrutte. Anche il fascicolo della WADFA alla base aerea di Hamilton era vuoto.A quel punto James McDonald si rese conto di avere in mano qualcosa di concreto e si mise al lavoro. Approfittando delle vacanze estive raggiunse il quartier generale dell’Air Material Command per scoprire cosa fosse successo a un rapporto originalmente così voluminoso. In effetti, un generale ammise di aver letto il rapporto e di averlo riposto in archivio. Quindi si recò al quartier generale dell’USAF, al Pentagono, a Washington D.C., per cecare di capire perché quel materiale così interessante non era mai arrivato al Progetto Blue Book. Gli opposero una forte resistenza, ma ora era vicino a un risultato fantastico. Era chiaro, il Progetto Blue Book non sapeva nulla di questo caso. James McDonald aveva dato avvio alla sua crociata e non si tirò indietro, marciando accanto agli studenti dell’Università dell’Arizona, portando uno striscione di protesta contro la scelta di Tucson come sede di un sito con 18 silos per missili balistici intercontinentali (ICBM). L’iniziativa non ebbe successo, ma non si arrese facilmente.
Convinse un membro dello staff del Presidente, incaricato degli inviti ai deputati e a un senatore alla colazione informativa mattutina con il Presidente (Eisenhower, N.d.R.) ad includere uno dei membri del Congresso dell’Arizona. Il Presidente come al solito esordì con una dichiarazione, poi esortò i convenuti a intervenire. Tutti declinarono, tranne Jim McDonald, che si alzò in piedi e chiese dove fossero finiti i casi ufologici più importanti, che erano scomparsi. Il deputato dell’Arizona tirò la manica della giacca di McDonald per farlo sedere. Jim non ottenne una risposta, ma aveva capito che esisteva un altro posto dove i files erano custoditi. Per chi ne sia a conoscenza, le vecchie strutture “Bolt Hole” (rifugio, N.d.R.) di Mount Weather rappresentano la probabile location per la custodia permanente del materiale più delicato. Al suo ritorno, James McDonald era ormai convinto che la questione era ancora più grave, che la Commissione Condon dell’Università del Colorado era una farsa finanziata dall’Aeronautica Militare per liberarla da ogni responsabilità e che la conclusione era stata prestabilita e pagata in anticipo dall’Aeronautica Militare. Cominciò a contestare le conclusioni della Commissione Condon, sostenendo che non erano supportate da prove. Viveva un momento di grande slancio, all’apice della sua ricerca, quando fu trovato nel suo ufficio con un colpo di pistola che gli era penetrato nella testa attraverso il palato. Stava per essere archiviato come tentato suicidio, ma il proiettile aveva attraversato i due emisferi cerebrali e senza ucciderlo. Aveva quasi reciso un nervo ottico e danneggiato l’altro al punto che aveva solo il 20% della vista periferica nell’occhio sano. Fu ricoverato in terapia intensiva all’Ospedale Universitario, sotto costante osservazione, 24 ore su 24. Nel cuore della notte scomparve dal suo letto e non fece più ritorno. Fu ritrovato il giorno dopo a quattro miglia di distanza nel deserto, da solo, con un altro colpo di pistola che gli aveva trapassato le tempie da sinistra a destra, da un lato all’altro. Ecco, aveva portato a termine il lavoro, quella fu la sentenza sulla sua morte! Un uomo in camice da notte in un letto privo di schienale, pantofole di stoffa, senza vestiti, senza portafoglio, senza chiavi, senza soldi e senza scarpe, uscito dall’ospedale senza essere visto, che aveva percorso tutto il corridoio, aveva superato il banco delle ammissioni, era uscito dalla porta dell’ospedale ed era salito su un’automobile guidata da chissà chi, e il tutto senza che nessuno lo vedesse, poi era stato portato altrove, presumibilmente a casa sua, dove aveva preso la sua pistola da una scatola da scarpe nell’armadio, attraversando porte chiuse a chiave al piano di sotto, passando attraverso la porta chiusa a chiave della camera da letto, era entrato nella cabina armadio, per poi uscirne di nuovo senza svegliare la moglie, quindi era tornato giù all’auto, ci era salito e aveva guidato nella notte nel deserto… e aveva portato a termine il lavoro, e tutto questo con solo il 20% di vista in un occhio alla luce del giorno. Non è mai stata trovata alcuna auto. Agenti governativi si sono recati a casa del Professor McDonald e hanno setacciato i suoi documenti personali prendendo ciò che volevano. Le polizze assicurative furono liquidate senza domande.
La ragione addotta per il suicidio fu meramente speculativa: era tornato da Washington e aveva scoperto che la moglie lo aveva tradito, durante la sua assenza. Però gli amici non potevano crederci. Jim era un maniaco del lavoro, amava il suo impiego e spesso lavorava fino a tarda notte all’Università dell’Arizona. Per questo, con la moglie avevano concordato che, se lei avesse avuto bisogno di compagnia mentre lui era via, avrebbe potuto cercarla altrove. Ed entrambi lo avevano accettato. Sì, sono convinto che abbiamo perso un grande ricercatore, che è stato “suicidato” da ignoti. Non è il primo dei miei amici che ha subito un simile destino e sono sicuro che non sarà l’ultimo. Ho avuto anche colleghi vittime di “malattie” e “incidenti” per mano di individui rimasti nell’ombra. Però, vedete, so benissimo quanto sia facile farlo. Me lo ha rivelato uno dei miei contatti che ha svolto lui stesso una serie di tali “missioni”. Per ognuna delle quali è stato ricompensato con 5.000 dollari. Aveva portato a compimento una missione speciale.
L’articolo di Wendelle Stevens viene pubblicato qui per la prima volta.
Mi è stata chiesta da più parti una opinione sul film documentario “The Age of Disclosure”, da mesi campione di incassi sulle piattaforme televisive a pagamento. Non avendolo visto, non mi azzardo ad esprimermi, riservandomi di farlo quando ne avrò tutti gli elementi, e per il momento lasciando la parola all’amico e ottimo conoscitore della materia Guido Scalambra.
Di Guido Scalambra
2 Aprile 2026
Un personale pensiero dopo la visione di questo film documentario. Come ormai attempato studioso della realtà ufologica, non mi aspettavo eclatanti rivelazioni, quindi non mi stupisce che la documentazione esposta raccolga fondamentalmente in un unico contenitore le dichiarazioni di personaggi con un certo peso d’immagine e notorietà pubblica negli Stati Uniti e nel mondo dell’ufologia, ma di fatto ripercorre quanto reso noto negli anni riguardo una realtà nella storia del pianeta, ma non generatasi dalla sua umanità. Non è una novità, la capacità osservata in questi oggetti di movimenti, velocità e interazioni con stati della materia non assimilabili ad azioni di vettori di costruzione indigena. Sottolineando il fatto che tale capacità viene testimoniata dai tempi in cui sopra le nostre teste volavano aerei a pistone. Non è una novità, inoltre, che siano avvenuti già da molto tempo crash di UFO e relativi recuperi di entità fisiche, di cui sono state raccolte a testimonianze dirette e attendibili, così come indirette, dove il detto e il riferito possano dar luogo a perplessità. Ad esempio la dichiarazione di David Grusch all’udienza del 2024 sul crash di Magenta del 1933, non nella realtà dell’incidente, bensì delle modalità storiche del recupero dell’UFO nel 1945 ad opera degli Stati Uniti.
La locandina di “The Age of Disclosure” e l’ex Presidente USA George Herbert Walker Bush.
Le dichiarazioni degli intervistati si possono dividere in due settori: quello politico, che prende atto della realtà e urla alla Luna trasparenza, e quello tecnico, ovvero degli operatori civili o ex militari che hanno posto lo sguardo nei sancta-sanctorum dove materialmente sono occultate le prove del fenomeno. Queste persone riferiscono cose ormai risapute, ma che sulle altre obbediscono all’ordine del silenzio, oppure perdono credibilità, fornendo notizie poco attendibili. Il silenzio viene giustificato con l’importanza di ribadire il principio della sicurezza nazionale, cioè il “taci, il nemico ti ascolta”. Ne sorge la domanda: chi sarebbe il nemico? La popolazione o entità che in più di un’occasione hanno palesato capacità di accesso ad ovunque?
Riferendomi all’occidente statunitense, si potrebbe pensare che una divulgazione trasparente e totale configurabile come “verità” causerebbe un terremoto delle fondamenta di un sistema piramidale che, da troppo tempo, si auto referenzia nella gestione del potere. Dovrebbero dichiarare se e con quali entità avrebbero stretto accordi e del loro contenuto. Dovrebbero rispondere sul come è stato finanziato un programma del genere, se è lecito ipotizzare un’appropriazione indebita di fondi pubblici da parte dell’apparato militare, così come dichiarato nel docu-film.
Da sinistra, tre pezzi da novanta del film documentario, da sinistra, Jay Stratton, Luis Elizondo e Marc Rubio.
Il programma occulto “Legacy” nel suo metodo organizzativo dichiarato, prevede una dominanza dell’apparato militare, al che, stranamente, si può notare che la Marina non è presente in questo schema. Può essere un particolare da osservare con attenzione il fatto che dalla Marina sono pervenute le prove acquisite con metodo strumentale dall’UFO Tic-Tac. Sempre non da poco in tale metodologia organizzativa l’assenza del Ministero dell’Energia. Inoltre, tenuto conto della severità del sistema fiscale statunitense, gli appaltatori civili, come avranno dichiarato i fondi ricevuti? Ah no, non li hanno dichiarati? Il pozzo buio e profondo del deep state, si direbbe.
Il mio parere è che il tempo della divulgazione coincide con il momento dell’annuncio, ma è un annuncio di un prodotto che non credo verrà mai palesato, in base alla tecnica collaudata del creare aspettativa, un finto cambio di metodo. Il fine di tutto questo la si può leggere nella famosa frase del “Gattopardo” declamata dal personaggio interprete del romanzo, Tancredi, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Varrebbe infine un’ipotesi, quella secondo la quale, per rimettere le cose al loro posto in equilibrio, siano loro a manifestarsi. Le entità dall’antico lignaggio, custodi della Storia di questo pianeta, magari irrompendo e dire: “Scusate l’irruzione, ma necessita risolvere un problema…”.
Un’ultima confessione. Debbo ammettere che per me il docu-film è stato così interessante da appisolarmi negli ultimi 15 minuti.
Gli inediti retroscena di un debunking ai danni dell’anziano colonnello… e quello che accadde a Laughlin dove nel 2006 dovevo parlare di lui…
Di Maurizio Baiata – 29 Marzo 2026
La presenza del colonnello Philip Corso in Italia confermò quanto già sapevamo: la verità può venire fuori solo se a raccontarla è un suo autentico protagonista. Nelle due visite al nostro Paese nel ’97 e nel ’98 Corso chiarì una volta per tutte che il problema nodale della questione UFO/ET era costituito da un’impenetrabile cortina di segretezza e che, per gli ufologi, sfidarla significava confrontarsi con lo stesso potere di cui avevano fatto parte i militari che sino ad allora avevano avuto il coraggio di parlare. Se Philip Corso lo aveva dimostrato, bisognava adesso riconoscere che aveva ragione chi vedeva la questione ufologica mondiale alla luce delle rivelazioni di militari americani che coraggiosamente si erano esposti, come Robert Orell Dean, ex sergente maggiore della Nato e come Wendelle Stevens, ex colonnello dell’USAF a lungo operativo nel Blue Book. E avevano pagato pesantemente di persona.
A partire dal 1947, per interminabili decenni, l’ufologia mondiale si era aggrappata alla raccolta delle prove fisiche per sorreggere il teorema dell’esistenza del fenomeno UFO e delle intelligenze esogene al pianeta Terra che ne costituirebbero la matrice. Uno stato di fatto che cinquant’anni dopo sarebbe radicalmente cambiato se il mondo avesse dato credito a un veterano dell’intelligence dell’esercito americano pluridecorato e tutto d’un pezzo: il tenente colonnello Philip James Corso. Ma di lui si accorsero esclusivamente gli Stati Uniti e fra le nazioni europee, in primis l’Italia. Philip Corso era nato a Brownsville, Pennsylvania, il 22 Maggio 1915 da genitori di origine italiana, Antonio Corso (1886-1959) e Josephine Ferrere Corso (1894-1979). Morto a Jupiter, Florida, il 16 Luglio 1998 a causa di un attacco cardiaco, Philip aveva scelto la terra di origine della sua famiglia come proscenio di una straordinaria storia che era giunto il momento di divulgare. Per questo, insieme alla giornalista italoamericana Paola Harris, gli fummo sempre accanto durante le sue folgoranti apparizioni televisive, le numerose interviste e sul palco dei congressi di Montesilvano e San Marino.
In azione a Montesilvano
La prima volta, nel 1997, ci si accorge subito che non scherza affatto. Conferma punto per punto la sostanza delle informazioni di “The Day After Roswell”, il suo atto di accusa nei confronti del cover-up voluto e gestito proprio da quelle strutture che per decenni aveva fedelmente servito. Delle organizzazioni ufologiche italiane più famose, ancorché “nuts & bolts” e perennemente prone in attesa di riconoscimenti ufficiali dallo Stato, il CUN si fece spettatore interessato e incline ad accettare la testimonianza di Corso, mentre sull’esempio di colleghi americani mainstream, il Cisu tentò di demolirne la credibilità, senza riuscirvi. Nessuno era in grado di contestare il suo lavoro al Pentagono nei primi anni Sessanta, o a Fort Riley nel ’47. La posizione di Corso era inattaccabile: per la Difesa degli Stati Uniti gli Extra Terrestri avevano rappresentato un nemico reale (seppure non dichiarato) e come tale costituivano un problema che, essendo inspiegabile, non era divulgabile. Per questo, la questione UFO era stata gestita nella massima segretezza grazie anche al determinante ruolo svolto da Corso.
Il colonnello aveva nel cassetto altri due memoriali dattiloscritti che desiderava vedere pubblicati, “The Day After Dallas” dedicato all’assassinio di JFK e “The American That Ruled Rome”. Il secondo portava alla luce scottanti retroscena della situazione italiana negli anni 1943 -1946 quando Corso fu tra gli alti ufficiali americani al vertice dell’intelligence degli Alleati nella cosiddetta “Roma città aperta”. Aveva visto in diretta il bombardamento di Cassino, aveva torturato i “malfattori comunisti” per ottenere informazioni, aveva rapporti diretti con i più alti prelati vaticanensi, aveva rapporti con De Gasperi… era uno che non si faceva intimorire da nessuno e che la Gestapo temeva più di altri.
Va da sé che le sue visite in Italia, da noi coordinate, non passarono inosservate da parte della stampa e dei media: nel convegno “Il Contatto”, evento svoltosi nel weekend del 1-2 Novembre 1977 nel grande salone del Grand Hotel Mediterraneo davanti a 600 persone Corso era l’ospite d’onore, insieme a figure di spicco dell’ufologia mondiale, fra i quali Sir Desmond Leslie (che vediamo con Corso nella foto sotto), Carlos Diaz, Bill Hamilton III. Fu allora che da fonti rimaste ignote ci giunsero avvertimenti il cui tenore era: va bene che facciate venire in Italia questi personaggi stranieri inclini a parlare di cose riguardanti gli UFO, ma è meglio non andiate oltre e, soprattutto, lasciate perdere le questioni italiane interne. In effetti, oltre ci saremmo andati un paio di anni dopo con Michael Wolf, ma questa è un’altra storia.
A chi credere, dunque?
Corso si congedò dalla US Army Intelligence lasciando il servizio al Pentagono nel 1963 con i gradi di tenente colonnello. Con il suo superiore, Generale Arthur Trudeau, l’accordo era che non avrebbe mai dovuto rivelare nulla delle proprie attività di coordinamento della sezione Research & Development della Divisione Tecnologia Straniera della U.S. Army. Fra di esse, soprattutto quelle legate all’incidente di Roswell. Tenne fede alla parola data sino alla morte di Trudeau nel 1991, dopo di che mise mano alla raccolta di memorie e note realizzandone un manoscritto, la cui stesura sotto dettatura lo impegnò per oltre due anni dando vita a un dattiloscritto di oltre 150 pagine intitolato “Dawn of A New Age”. Il contenuto del diario avrebbe fornito alla editrice Simon & Schuster tutti gli elementi per pubblicare “The Day After Roswell”, il libro che negli USA uscì nel Luglio 1997, pressoché in concomitanza del corposo dossier “Roswell Case Closed” con cui l’Esercito USA chiudeva il caso suggellando la propria versione definitiva. Secondo il Pentagono, nel 1947 nel deserto del New Mexico non era avvenuto alcun UFO crash e tantomeno era stato recuperato un disco volante con il suo equipaggio di piccoli esseri alieni e non umani.
Per il rapporto ufficiale, ad alimentare la leggenda di un UFO precipitato fu solo un loro pallone sonda contenente manichini, i crash test dummies usati nei test di caduta da grandi altezze. A chi credere dunque, alla storia testimoniata da Corso dei misteri alieni del Pentagono, oppure al tomo firmato dalla U.S. Army che ne negava qualunque evidenza? Al colonnello in pensione integerrimo servitore della patria, desideroso di ripulirsi la coscienza e di lasciare ai nipoti un tangibile ricordo grazie alle royalties del libro che finalmente raccontava la sua storia? Oppure, ai suoi datori di lavoro? I due volumi si fronteggiarono sugli scaffali delle librerie in concomitanza con il cinquantesimo anniversario dell’incidente di Roswell. Come vendite, il pubblico premiò il memoriale del Colonnello. Vi si leggeva che nei primi anni Sessanta alle dipendenze di Trudeau, fu lui a selezionare una parte degli strani materiali e a consegnarli a diverse industrie perché, al riparo da occhi indiscreti, ne carpissero i segreti e li utilizzassero per avvantaggiarsi tecnologicamente, trasformandoli in dispositivi d’arma impiegabili su qualsiasi nemico, terrestre o extraterrestre. Fu un processo complesso di retroingegneria che, senza apparire nel budget ufficiale della Foreign Technology Division, a detta di Corso avrebbe ottenuto parziali, ma importanti risultati, rendendo possibile lo sviluppo dei circuiti integrati, delle fibre ottiche, il laser, le fibre super-tenaci e i visori notturni.
Ufologi, utili idioti
Le rivelazioni di Corso non erano la “pistola fumante” agognata dagli ufologi, molti dei quali lo attaccarono a più riprese per nulla convinti della loro veridicità. Senza prove fisiche dei materiali e/o di documentazioni, ad esempio che avesse avuto per le mani un frammento che avrebbe generato il “memory metal” o un referto autoptico di una E.B.E., o una fotografia o uno spezzone di pellicola e neppure la testimonianza di un suo pari grado o un sottoposto. Tutto era basato solo sulla sua parola. Questo bastò per subire gli attacchi di una schiera di studiosi mainstream che non diedero alcuna importanza né al suo formidabile curriculum militare né alla sua integrità professionale. Rispetto al metodico rilascio addomesticato delle informazioni ufologiche, per loro quella entrata in scena a sorpresa era stata troppo improvvisa, aveva chiamato in causa il governo USA dando fastidio alle sue appendici occulte e ai suoi comparti finanziario-industriali e strutture militari che agiscono secondo le direttive (questo Corso lo ha sostenuto e ha fatto anche i nomi) del gruppo supersegreto Majestic 12. Se si fosse limitato ad affermare “ho visto un alieno in una cassa a Fort Riley” poco male, sarebbe stato il parto della mente di un vanesio militare avanti con l’età. Invece, giurare in un affidavit ufficiale che per oltre un anno al Pentagono certi reperti di Roswell erano stati selezionati e quindi distribuiti ad aziende appaltatrici della U.S. Army spiazzava tutti, persino i ricercatori da sempre schierati contro il cover-up su Roswell.
D’altra parte, Corso considerava gli ufologi degli “utili idioti” che non facevano altro che dilaniarsi tra loro per futili questioni metodologiche, afflitti da sindromi di rivalità congenite e facilmente corruttibili per una briciola di notorietà. Dalle strutture di intelligence delle quali Corso aveva fatto parte, gli ufologi venivano usati e foraggiati con mezze verità, ingannati e depistati, prova ne sia che non avevano (e non hanno) mai ottenuto alcun risultato concreto nella guerra al segreto sulla questione UFO/ET. Se agli occhi di almeno una metà dell’opinione pubblica americana il muro di gomma di Washington su Roswell, gli UFO crash e sul fenomeno UFO appariva lesivo dei diritti costituzionali e in spregio della giusta informazione, il segreto aveva tenuto bene e aveva garantito la faccia pulita del sistema. In effetti, fu proprio Corso a sottolineare che la segretezza era un male deplorevole, ma necessario. Cos’altro attendersi da un uomo che ne aveva fatto un inalienabile principio di vita al servizio del proprio Paese?
Un vecchio, ma indomabile leone
Fra gli interrogativi posti dagli ufologi due emergevano e, stranamente, sembravano volgere a favore di Corso: se era così scottante, come mai la pubblicazione di “The Day After Roswell” in America non era stata bloccata? E perché la sua testimonianza non era stata ufficialmente smentita, né ridimensionata dal Pentagono? In risposta alla seconda domanda basti considerare che nessuna struttura di intelligence mondiale dice la verità se si tratta di faccende coperte da segreto di Stato e la questione UFO lo è. Ne consegue che un portavoce ufficiale del Pentagono mai si sarebbe azzardato a riconoscere la benché minima importanza al libro di Corso. Si scelse di ignorarlo totalmente. Alla prima, invece, le risposte scaturivano dalla natura stessa del libro edito dalla Simon & Schuster, un “instant best seller” i cui contenuti sia nella lussuosa prima edizione in brossura, sia nelle successive uscite paperback (tascabile) non corrispondevano affatto al diario originale “Dawn of a New Age”, il dattiloscritto corredato da disegni, grafici e fotografie in bianco e nero a suo tempo consegnato dal suo autore alla casa editrice. Redatto fra il 1961 e il 1963, il figlio Philip Corso Jr. così lo descriveva: “Sono 176 pagine, una parte scritte di pugno da mio padre, una parte dattiloscritte. Manca del tutto ogni accenno alla Hollywood, contiene solo gli appunti e le note originali, vale a dire quello che realmente la gente avrebbe voluto leggere, integrali e non editate” (dalla relazione di Phil Corso Jr. all’International UFO Congress di Laughlin del 2007).
Nelle clausole contrattuali, si faceva obbligo all’editore di sottoporre all’autore la stesura finale prima che il libro andasse in stampa, ma questo non avvenne. La Simon & Schuster si garantì piena libertà di editing andando oltre gli accordi presi con il colonnello. L’editrice infatti affidò la cura del volume al giornalista William Birnes, il cui nome appare come co-autore a pié di copertina, il quale realizzò una versione profondamente alterata nei contenuti e nella forma, con capitoli integralmente inventati e, rispetto all’originale, con una foliazione doppia che superava le 360 pagine, senza contare le appendici documentali incluse per volere del colonnello. Laddove il diario di Corso era asciutto, essenziale, tecnico ed efficace, ora ogni pagina grondava dello stile immaginifico e spettacolare di Birnes, ottimo “editor” senz’altro, il quale però aveva realizzato un romanzo, pieno di episodi, luoghi e personaggi ignoti al colonnello, di passaggi retorici e sensazionalistici tesi a far presa sul grande pubblico e non destinati alla ristretta comunità ufologica. Era come se al vecchio leone chiuso nella gabbia dello zoo si fosse detto di rinunciare anche alla propria criniera. L’aspetto più evidente del pesante rimaneggiamento di Birnes sta nei primi capitoli in cui vengono ricostruiti i giorni dell’incidente di Roswell fra il 2 e il 5 Luglio 1947 come se vi avesse fisicamente preso parte, mentre il Maggiore Philip Corso era di stanza a Fort Riley, in Kansas. In definitiva, malgrado ne avesse approvato il titolo, Corso immediatamente disconobbe “The Day After Roswell” come sua opera e a nulla valsero le sue rimostranze. Ovviamente, per non compromettere ulteriormente i già tesi rapporti con la Simon & Schuster, Corso non poté rendere noto tutto ciò pubblicamente pertanto la sua conseguente querelle con la major editoriale americana fu solo formale e non gli portò alcun riconoscimento, né sul piano economico né in quello della reputazione. Per sovrappiù, alla scomparsa di Corso, Bill Birnes fu immesso quale socio nella Corso Holdings, formata da Philip Corso Jr. e dall’avvocato William Kent. Da tale struttura sarebbe arrivata la citazione del tribunale di Los Angeles, della quale parlo più avanti.
Il parere del grande Gordon Creighton
A riprova di quanto appena riportato, c’è un articolo di Gordon Creighton (http://www.fsr.org.uk/GCreighton.htm), diplomatico britannico, autorevole ufologo e direttore della storica Flying Saucer Review (morto 95enne nel 2003). Dal pezzo, pubblicato sul Volume 45/1 del 2000 con il titolo “Who’s Monkeying with Colonel Corso’s Book?” (Chi sta giocando con il libro del colonnello Corso?) vale questo stralcio: Poco prima della sua morte, il Colonnello Corso prese parte al congresso UFO di San Marino, in Italia, dove incontrò Desmond Leslie (pilota e scrittore inglese, co-autore di George Adamski, n.d.R.) e con lui ebbe modo di conversare a lungo. Desmond Leslie mi ha personalmente riferito che Corso era su tutte le furie con il signor Birnes, tanto da avergli fatto causa. La ragione? La versione andata in stampa a cura di Birnes stravolgeva completamente quella che Corso aveva scritto(!)…Vorrei aggiungere un ultimo punto: nella mia nota sul Colonello Corso a pagina 15 del fascicolo 44/3 della FSR ho citato un rapporto del MUFON Journal del Luglio 1998 riguardante il fatto che il C.A.U.S. (Citizens Against UFO Secrecy) aveva reso noto che il colonnello Corso non solo ha dichiarato nel suo libro di aver aperto una cassa a Fort Riley e di aver visto al suo interno una piccola entità con mani dotate di quattro dita, ma che successivamente aveva dichiarato sotto giuramento che tale sua affermazione corrispondeva al vero. Le prove dunque evidenziavano molto chiaramente che il Colonnello Corso sapeva di cosa stava parlando. Sembra improbabile che una tale manomissione presente nel suo libro avrebbe incontrato la sua approvazione.
Con il termine “manomissione” Creighton si riferisce al fatto che “nel Giugno 1998 (solo un mese prima che Corso morisse, ovviamente senza poter sollevare eccezioni) gli editori (Pocket Books / Simon and Schuster) pubblicavano una versione tascabile del libro al prezzo di $ 6,99 USA e a £ 6,99 nel Regno Unito. Lo strillo di copertina diceva “edizione aggiornata con nuovo materiale sensazionale”. Un nostro lettore l’ha acquistata, controllata e confrontata con l’originale, riscontrandovi a pagina 34 un solo “cambiamento”! Invece di “strane mani con quattro dita” c’era scritto “Strane mani con sei dita”. Facile dedurne che qualcuno ha avuto modo di giocare con i contenuti del libro, per ragioni a noi ignote. E quale ne potrebbe essere lo scopo, se non quello di fornire maggiore credibilità al filmato di Santilli, di per sé assai sospetto, emerso negli ultimi anni, che presenta la presunta dissezione di un corpo alieno dotato di sei dita?”
In Italia “The Day After Roswell” apparve una prima volta nel 1998, per la Futuro Edizioni con il titolo “Il Giorno Dopo Roswell” in allegato alla rivista “Notiziario UFO”. Nel 2017, grazie a una sinergia fra le case editrici Verdechiaro e Nexus, ne ho curato la nuova edizione intitolata “Roswell – Il Giorno Dopo” ampiamente rivista e corretta, eliminando dal testo gli abbellimenti letterari apportati da William Birnes. Il diario “Dawn of a New Age” vide invece la luce in Italia come “L’Alba di una Nuova Era” in prima edizione della Pendragon nel 2003 e in seconda, riveduta e ampliata, per la X-Publishing nel 2017.
Intimidazione andata a vuoto
Nel 2006 sono negli USA, su invito degli organizzatori dell’International UFO Congress Convention and Film Festival di Laughlin, Nevada, che si tiene dal 26 Febbraio al 4 Marzo. La mia relazione al clou della manifestazione è prevista il penultimo giorno, subito la presentazione di George Knapp, famoso giornalista di Las Vegas.
Il tre Marzo, alle ore 8 e 15 a.m. scambio alcune parole nel backstage con George Knapp, quindi delineo gli ultimi dettagli tecnici del mio intervento con Nicole, la figlia del direttore del Congresso, Bob Brown. Tutto ok. Knapp mi dice: “Anche io ho intervistato il colonnello. Sono curioso di ascoltarti”. Reciproco. Mi sistemo di lato nella sala gremita e seguo la relazione di Knapp, funambolica, precisa, degna del miglior giornalismo investigativo statunitense. Conoscendo i tempi stretti, esco dalla sala. Toilette. Fra una decina di minuti devo essere sul palco. Noto nella hall Bob Brown al telefono, parla animatamente con qualcuno: “Sì, Maurizio è qui, c’è un agente che ha detto che deve seguirlo”. Mi volto. Un uomo della sicurezza interna dell’albergo, non più alto di uno e settanta, massiccio e armato di tutto punto, mi squadra e fa: “Lei è Maurizio Baiata?” – Sissignore, rispondo. “Follow me!” (mi segua). Brown è ancora al telefono. Cosa devo fare? Gli chiedo. “Fai come dice l’agente. Io non posso farci niente, non so di cosa si tratta, non me lo ha voluto dire”. L’agente è truce in viso. Mi ripete: “Follow Me”. Obbedisco. Mi indica di camminare davanti a lui e di avviarmi verso l’ascensore. Mi guardo intorno, la hall d’ingresso alla sala conferenze è quasi deserta. Attendiamo l’apertura della porta dell’ascensore. Al suo arrivo, ne escono diverse persone. Faccio per entrare, ma l’agente mi blocca: “Attenda qui”. L’ascensore riparte vuoto. L’agente parla al walkie talkie: “Siamo al piano, ditemi quando”. La cosa mi piace sempre meno. Le porte dell’ascensore si riaprono, ascensore vuoto.
“Entri pure” dice l’agente che al walkie talkie comunica: “Stiamo arrivando”. Penso: e quando arriviamo che succede? In quanti saranno ad accogliermi? Ho fatto qualcosa di male quando vivevo a New York negli Ottanta? Le tasse le avevo pagate. Che vogliono da me? L’ascensore scende di due o tre piani. Si ferma e le porte si spalancano su un corridoio vuoto. Siamo nel seminterrato. “Mi preceda, in quella direzione”. Mi incammino, corridoi vuoti, lavanderia, ambienti anonimi. Mi dice di fermarmi e di attendere davanti a una porta. Bussa e apre un agente di polizia. “Questo è il Constable… – un poliziotto di Los Angeles di cui non afferro il nome – ha qualcosa che la riguarda”. “Lei è Maurizio Baiata?” mi chiede il poliziotto – Sì. “Prenda visione di questo”. Mi porge un fascicolo di una ventina di pagine con un’intestazione inequivocabile. Un atto giudiziario. Mi dice: “Lei riceve una citazione del giudice distrettuale di Los Angeles”. Viene dalla società che rappresenta gli eredi del colonnello Corso. Ora non resta altro che quel pubblico ufficiale mi dichiari in arresto, che devo stare in silenzio e che devo seguirlo chissà dove. Ma non è così. Scruto la seconda e terza pagina del documento e chiedo se devo firmare qualcosa. “No, signor Baiata, era mio dovere consegnarle personalmente la citazione e ora è libero di tornare alla sua conferenza”. Gli stringo la mano e lo ringrazio. L’agente della sicurezza dice “Follow me” e andiamo a riprendere lo stesso ascensore. Nella hall mi attendono Bob Brown, Paola Harris bianca come un lenzuolo e l’avvocato Daniel Sheehan. Andiamo nella stanza degli incontri per gli addotti. Ci sediamo. C’è anche Teri, la musa del Congresso, moglie di Bob, ed è terrorizzata. Sono trascorsi venti minuti. Immagino che sul palco la loro figliola Nikki abbia intrattenuto i settecento presenti raccontando barzellette.
Porgo il documento a Daniel Sheehan che lo scorre rapidamente e poi mi dice: “Maurizio non devi preoccuparti, si tratta solo di un’intimidazione, un tentativo di farti paura, per non parlare”. Ma come, se viene dal tribunale di Los Angeles non è importante e poi di quale reato vengo accusato? “Qui dicono che hai infranto il copyright sulla pubblicazione in Italia del libro di Corso Dawn of a New Age, ma c’è allegato il contratto, come sono andate le cose?”. Lo spiego, a mio avviso non abbiamo infranto alcun contratto, ma sono molto rinfrancato. Non mi hanno sequestrato nelle cantine di un hotel nel deserto del Nevada e non mi hanno portato fuori in un sacco di plastica nera.
Va tutto bene, chiariremo tutto dall’Italia, dico. Bob Brown però è infuriato: “Maurizio, non solo hanno minacciato te, hanno minacciato anche la nostra Conferenza! Ora la vedranno!” Sheehan tranquillizza gli animi. Paola si sta riprendendo. Il pubblico in sala rumoreggia da un po’. Ci precipitiamo nel retropalco, passando per i corridoi interni. Tutto pronto. Bob Brown mi presenta. Spiega quello che è successo sventolando la citazione. E rivela un aspetto che ha appena notato. Il fax dal quale è partita la denuncia appartiene al numero di telefono della redazione del mensile “UFO Magazine” diretto da Bill Birnes, il co-autore del libro “The Day After Roswell”. Bob calca la mano e il pubblico applaude. “Noi non ci siamo mai fatti intimorire” – dice – Diversi anni fa avevamo invitato Mauriziouna prima volta ma lui ha declinato. Ora finalmente è qui con noi ed evidentemente a qualcuno questa cosa non andava bene”. E conclude: “Ora abbiamo la prova che l’eredità di Corso è nelle mani di persone che non vogliono che si divulghi la verità, ma è il momento di ascoltare Maurizio Baiata”.
Riproporre questa intervista ad Antonello Venditti risalente al Marzo 2000, quando fu pubblicata sul mensile Stargate il mese successivo e poi ancora nel 2012 su questo stesso blog, vuol dire che quanto all’epoca il cantautore romano aveva condiviso, della sua vita, non solo della sua esperienza di avvistamento UFO avvenuto a Roma con tutta probabilità nella seconda metà degli anni Cinquanta, ha valore ancora oggi, anzi direi più di allora. Internet ci ha abituato all’annichilimento della memoria, quella a breve, quella a lungo raggio, persino a quella storica, ma ciò non vuol dire che tutto è destinato a cancellarsi. Al contrario. Antonello al pianoforte intonava sempre con grande emozione “Mio padre ha un buco in gola”, mentre io ero da dietro le quinte manovravo il Revox con le basi musicali, rivelando tutta l’umanità del suo essere. Poteva quindi riferirsi al padre Vincenzo che aveva subito i traumi fisici e derivato quelli psicologici della Seconda Guerra Mondiale, oppure all’Amore de “Le Te Mani su di me” vissuto come un ricordo ancora più intimo e doloroso. L’amicizia dunque era nata durante un lungo periodo di comunanza che nei primi anni Settanta voleva anche dire complicità e condivisione. E cosa ci sarebbe oggi ancora di diverso, fra noi, me lo chiedo. Sta di fatto che improvvisamente, anche se non ricordo con precisione la circostanza, per la prima volta mi raccontò la sua esperienza. Al suo terzo album, “Le cose della Vita” la RCA aveva affidato Antonello a me, più giovane di lui di un paio di anni, per accompagnarlo come tour manager lungo tutto il tour italiano, che prevedeva tappe in tutto il Paese, comprese le isole. Antonello guidava da pilota provetto e un po’ spericolato una Citroën GS giallo ocra, io fungevo da navigatore, vito che allora avevo solo la patente A, quella da motociclista e insieme percorremmo migliaia di chilometri verso serate intense, tutte sempre diverse e ricche di emozioni. Erano gli “anni di piombo” e Antonello lanciava messaggi che alla ultra sinistra non piacevano. A volte gli autonomi si facevano vivi durante il concerto per contestarlo, arrivavano a minacciarci quasi sin sotto il palco e io mi frapponevo fra loro e l’artista, che stava sul palco, stanco di quelle intrusioni. Fortunatamente, finivano sempre per prevalere il buonsenso e la sua poesia da menestrello romano nell’anima.
Ne nacque una conoscenza profonda, fatta di lunghe conversazioni riguardanti il passato. Entrambi conoscevamo bene la zona Trieste, io perché ero stato al San Leone Magno, lui al Giulio Cesare ed io evitavo accuratamente di fermarmi davanti al bar Tortuga, troppo frequentato da ragazzi di destra, proprio davanti al Liceo di Antonello. parlavamo di musica “alle frontiere del cosmo” e, una volta, durante un viaggio sulla GS, Antonello mi parlò di un suo avvistamento UFO a Roma. Era ancora adolescente e lo ricordava molto chiaramente. Così, molti anni dopo, per inaugurare il mensile Stargate con una degna copertina, lo avevo contattato e convinto a rilasciarmi l’intervista che segue. Per me resta una testimonianza epocale. Forse, per la prima volta, un musicista già indirizzato verso un successo sempre più clamoroso e capace di rivolgersi a un pubblico che mostrava sempre più di gradire i “messaggi” del cantautorato nostrano, cresceva sia nella consapevolezza del difficile ruolo che i giovani artisti italiani stavano giocando nell’ambiente sempre più teso dell’Italia del 1974, sia come individuo, che si poneva domande esistenziali sulle esperienze di contatto, sulla vita e la morte, i poteri forti, il papa, i servizi segreti… basta continuare a leggere e scoprirete un Antonello Venditti che non ha più avuto occasione o modo di rivelarsi appieno come in questa intervista.
Maurizio Baiata: Antonello, grazie per questo nostro incontro, con il quale vorrei che parlassimo di cosa ti accadde una domenica mattina di tanti anni fa a Roma, sul parco di Villa Paganini, quando arrivò un disco volante e lo vedesti insieme a tua madre.
A.V.: Va bene, Maurizio.
Maurizio Baiata: Partiamo dal problema benzina. Il prezzo sale, vivere costa sempre di più, ma forse è in atto un processo di strangolamento della coscienza, oltre che del nostro vivere quotidiano.
Antonello Venditti: Il mondo è pressato dal mondo, cioè la Terra sta vivendo una specie di gravità eccezionale che pesa sui nostri cervelli e sulle nostre membra e sui nostri cuori, veramente insopportabile, per cui stiamo occupando tutte le zone del sapere, dello spirito, del corpo e le stiamo sfruttando tanto male, non nella direzione giusta.
M.B.: Questo viene imposto da qualcuno, evidentemente.
A.V.: Sì, perché stiamo procedendo alla globalizzazione, al potere mondiale che escluderà completamente quelli che non si adeguano alle nuove tecnologie, alla nuova politica globale.
M.B.: A Seattle c’è stata una aperta critica di piazza contro il sistema economico globale e in Italia abbiamo a che fare con un governo che sembra abbastanza acquiescente a tutto ciò…
A.V.: No, seguiamo l’ombra di Blair e di Clinton. Siamo una mutandina di Clinton.
M.B.: E della NATO. Abbiamo fatto da trampolino di lancio per la guerra in Kosovo. Non ci fosse stata l’Italia la guerra non si sarebbe fatta.
A.V.: No.
M.B.: Quindi, l’Italia sembra ben poco impegnata in una crescita evolutiva. E gli italiani?
A.V.: Una strada personale, una politica autonoma è troppo complicata. Noi siamo un paese fragile che industrialmente conta pochissimo, dove le nostre industrie vendono tutto quello che possono, non ultima la FIAT. Il mercato non sappiamo cosa sia perché creiamo fittiziamente due soggetti, al massimo tre, e diciamo che è il mercato e invece c’è un trust su tutto, perché le stesse tre società che si dovrebbero fare concorrenza invece entrano ognuna nell’altra, quindi è troppo semplice, non ci vogliamo complicare la vita. Il nostro dopoguerra è nato come colonizzati, e questo intendiamo fare, seguire questa strada apparentemente per avere dei risultati e stare bene, invece molte volte non è così perché alla fine il più forte li tratterà come colonia. C’è il treno vincente, quello del dollaro e quello del perdente, di “cancellate il debito”, di coloro che purtroppo non possono nemmeno aspirare a tendere verso lo sviluppo.
M.B.: I poveri, i diseredati, i senza casa, a New York qualcuno di loro ha una laurea, potrebbe lavorare, condurre una vita normale, ma lo fa per scelta, come antitesi al sistema…
A.V.: Qui è diverso. Non capita mai che un ingegnere, se non è impazzito, se ne stia sotto i ponti e viva in mezzo alla strada. Qui si va in strada per necessità. È pieno di extracomunitari, muoiono nelle baracche bruciate. Diciamo che l’Italia sta come l’America negli anni ’60, per cui non c’è una filosofia di vita dietro, una necessità. Il permesso di lavoro, la cittadinanza. In America, in tanti Stati questo è stato superato, e anche comunità come quella portoricana, quella italiana, cinese, si sono integrate, la vita è diversa. L’America schiude altri scenari e, forte del suo dominio industriale, riuscirà a dare quella specie di giustizia sociale che adesso non ha, perché se non hai la carta di credito o la tessera sanitaria muori per strada. Qui l’interesse sociale per l’individuo è maggiore.
M.B.: Ricordi quando negli anni ’60 avevamo un piede da una parte e uno dall’altra?
A.V.: Allora c’era l’orso comunista che faceva paura al mondo occidentale… l’Unione Sovietica, non si poteva fare tutto quello che si voleva.
M.B.: La nostra generazione viveva una dicotomia, fra gli Stati Uniti con il Flower Power, la musica, Jimi Hendrix e quanto ne conseguiva, dall’altro il Vietnam con il Napalm, uno stato di cose contro cui lottavamo. Oggi lottare, ogni ideale politico…niente.
A.V.: Sono rimasti in alcuni di noi, ma non c’è più la vocazione alla politica, alla piazza, al dibattito. C’è una vocazione all’interesse personale, all’egoismo, non essendoci più una società che fa da paracadute ai fallimenti che uno può avere, rimani da solo depresso e quindi presumibilmente vai verso il suicidio. Da solo, in mezzo alla vita piuttosto che con la speranza che tutti quelli che stanno come te possano avere un riscatto. Prendi i suicidi di massa delle sette, ieri 600 morti, questo vuol dire che si sta recuperando un tipo spiritualità negativa, che non vorrei mai, che si accoppia a religioni storiche, che cercano di dialogare tra loro, fenomeni di cancri personali che portano al rifiuto della vita e poi invece è l’affermazione di un altro tipo di vita. L’impotenza di una persona che nasce oggi in Africa, o in un paese sottosviluppato, è come quella di chi nasce in paese sviluppatissimo, ancor più privo di speranza, come l’America, il paese più progredito del mondo, con le possibilità più grandi del mondo… e si sta male. Che fare? L’unica cosa è la morte.
M.B.: Se questo pianeta è un essere biologico che fa parte di un sistema planetario molto piccolo relativamente già noto, noi dobbiamo fare i conti con due estremi, il primo che siamo inseriti in un Universo, il secondo che i dominanti su questa Terra sono i servizi segreti. Dopo la guerra fredda fra le super potenze, oggi c’è una trama fittissima di rapporti che cercano di creare una economia basata sulla guerra, sugli armamenti e sul mercato della droga. È chiaro che l’individuo ne esce annientato.
A.V.: Si chiama capitalismo. Il capitalismo porta a questo. La ricerca spasmodica del profitto fa le vittime. L’economia è protagonista del pianeta. Gli esseri umani sono misere pedine di un gioco che porta al massacro.
M.B.: Non sono d’accordo su un punto. L’essere umano è un microcosmo uguale all’essere biologico che è la Terra, che è uguale a tutto l’Universo. Quindi se ci fosse più gente che pensa al bene, in positivo, muoverebbe qualche pedina, anche in termini di rapporto con gli altri, la famiglia e i figli. Partecipando a un gioco di trasformazione ed evoluzione potremmo superare il problema economico.
A.V.: Sì, anche l’amore è cultura. Se tu non hai il senso dell’amore, se non ti insegnano i sentimenti… la cosa strana è che l’uomo cambia, che qualcuno sta cambiando per farci cambiare i valori, per metterci altri valori in termini negativi. Dai servizi segreti a internet. Ormai è tutto telematico, cambia anche la nostra funzione fisiologica. Oggi, dopo l’esplosione del jogging anni ’70, che ti portava a correre, a sviluppare il tuo fisico guardando la natura, è cambiato il rapporto con lo sport, del nostro fisico. Oggi ci si chiude nelle palestre a sviluppare una nostra coscienza fisica in solitaria.
M.B.: Tu lo fai?
A.V.: No. Sono nato nel 1949. Un ragazzino che nasce oggi ha una bella poltrona cosmica che lo metterà davanti a un video e dalla sua postazione farà tutto. Loro vorranno farci votare senza più le cabine elettorali, informaticamente, attraverso Internet. La cosa più grave è che stiamo eliminando il paese fisico, la realtà. Ci svegliamo solo quando capiamo che la natura è ancora più forte di noi, ci meravigliamo quando ci sono i terremoti che portano via la terra, o i cataclismi naturali perché ci sentiamo superiori. L’uomo non si considera più un animale, si considera il padrone di questo mondo che poi invece esploderà. Gli equilibri si devono ripristinare.
M.B.: Senti, qualora arrivino “gli altri”? Cosa pensi accada?
A.V. Non lo so. Gli altri, esistenti o non esistenti, hanno contato sempre di più nei periodi di grande crisi dell’umanità. Per esempio, i dischi volanti classici si vedevano nei momenti di guerra, quasi sempre. Era la nostra coscienza che aspetta gli angeli. Noi ci aspettiamo o i diavoli o gli angeli. È un discorso buono con noi stessi. È un problema di fede, di credere in qualcosa, come credere in Dio o nel diavolo, come aspetto negativo. Il problema è che oggi se ne vedono sempre meno.
M.B.: Non è vero, se ne vedono a iosa dovunque.
A.V.: È il bisogno di altro. Tutto il discorso sugli extraterrestri è stato basato su una morale qualche volta un po’ retriva, quella del bene, che dobbiamo mantenere il pianeta in ordine, che i buoni devono fare i buoni. Su una cosa universalistica e cosmogonica che molte volte è un po’ superficiale. La verità è che come per gli angeli, come per Dio, bisogna vedere se gli alieni possono intervenire nel nostro pianeta.
M.B.: Non credo. Perché ammesso ci sia una federazione galattica della quale noi facciamo parte…
A.V.: Allora noi saremmo colonia in questo modo…
M.B.: Loro sono all’esterno, non intervengono assolutamente, svolgono i loro ruoli, tra di loro si combattono in accordo o meno con le superpotenze o le potenze occulte che possono esistere sulla Terra.
A.V.: Ecco, appunto. Questo presupporrebbe comunque che ci sia un governo fantasma.
M.B.: Che ne pensi, esiste o no questo governo fantasma?
A.V.: Non lo so.
M.B.: Pensiamoci un attimo.
A.V.: La storia ci dice che ogni potere forte che resiste… come per esempio Fatima, la chiesa cattolica e i suoi misteri, ogni religione ha i suoi misteri, le sue profezie e quindi si presuppone che il capo della chiesa, il Papa sappia molte più cose di me e di te rispetto all’occulto e al mistero della fede e così io penso che il presidente degli Stati Uniti, o della Russia, sappia molto più di quel che appare su questa faccenda, e per un certo periodo di tempo, almeno 30 anni, si è pensato tutti che il mondo occidentale possedesse tecnologia, avesse contatti precisi abbastanza diretti, fisici anche con gli extraterrestri. Però da tempo mi sembra che si parli più di tecnologia che dialogo tra esseri.
M.B.: Può darsi che ci sia un cambiamento di paradigma nei rapporti: da una parte un dialogo tecnologico, che dura da molti anni, e dall’altra un dialogo legato alla coscienza e alla spiritualità. Non è detto che questi esseri esterni abbiano il nostro stesso livello di coscienza e spiritualità, ma oggi, più che in passato, anziché con i governi e i governi occulti, potrebbero voler interagire con gli individui, mediante gli avvistamenti, stabilendo con chi vede un UFO un contatto, così l’esperienza di coscienza è iniziata e rimane dentro per tutta la vita.
A.V.: Questo è vero. Io ho avuto un contatto visivo, più volte, e più volte anche a livello parapsicologico, che poi mi pare sostanzialmente più interessante. Ma non mi ha cambiato così tanto. Forse ha affermato quello che pensavo, ma non mi ha reso più sereno, non ha rafforzato la mia idea della vita. Le ha segnate da un ulteriore mistero. Mentre l’essere umano ha bisogno di certezze il fatto di aver avvistato o sentito qualcosa, a me non ha apportato questa… pace.
M.B.: Potrebbe averti dato la forza di portare avanti determinate cose per la gente.
A.V.: Può darsi, io credo che uno ce l’ha dentro. Non vedo il rapporto diretto. Qualora ci fosse è del tutto inconscio. Oltretutto sono rari i casi in cui l’avvistamento di un UFO diventa un rapporto che continua nel tempo. Poi alla fine anche il ricordo si consuma lasciandoti qualcosa che, se non riesci a farlo produrre in modo forte, poi ti rimane così, in un processo molto lento.
M.B.: Però tu ricordi perfettamente la tua prima volta. Vuoi parlarne?
A.V. Certo. Io ero ragazzino, avevo forse dodici anni. Doveva essere il ’58 o il ’59. Fu un grande avvistamento. Mia madre lo ricorda meglio di me. Eravamo insieme a Villa Paganini. Una domenica mattina verso le undici e mezzo in questo parco arrivò un disco volante a forma di… cactus, l’hanno visto in tanti, e quando dico un cactus era proprio un cactus, verde, con sotto una cupola gialla con tre soffietti per tenerlo collegato alla terra, tre protuberanze che dovevano essere dispositivi per atterrare, gialle. E questo oggetto era enorme, stava sopra di noi. Stava a 20, 30 metri sopra di noi. Era su di noi in modo lampante. E cadde del silicio, una specie di manna che poi mia madre mi disse essere silicio. L’oggetto ondeggiava facendo vedere anche la cupoletta e si muoveva, mostrando anche gli oblò per tanto tempo, almeno trenta secondi fino a che sparì in un attimo. Svanito senza alcun rumore. Tutta la gente nel parco ha visto questo oggetto, che poi mi dicono essere andato verso Firenze e si è fermato sullo stadio di Firenze facendo lo stesso giochetto che ha fatto a Roma. In seguito ho visto una palla di fuoco, anche se quelli possono essere fenomeni meteorologici. Ero a Olevano Romano e nella valle apparve questa palla di fuoco che tutta Roma vide, ma non aveva lo stesso valore di un disco volante sopra di te.
Però la cosa che mi sta più dentro è un’esperienza parapsicologica vissuta insieme a un mio amico, Rino Gaetano. Eravamo in macchina, di notte, lui allora faceva teatro e io andavo spesso a vederlo e lo portavo a casa. Tornavamo da Fiuggi, nel bosco che la costeggia, tutti e due avemmo la sensazione che dentro a questo bosco ci fosse una presenza enorme, non propriamente felice, non buona. Assistemmo entrambi al fenomeno della… vecchietta, una cosa letta e riletta, ma che però abbiamo vissuto. Come spiegare? A un certo punto vedemmo una vecchietta sul bordo della strada e insieme questa sensazione, dopo una quarantina di chilometri verso Roma ritrovammo la stessa vecchietta davanti a noi, una cosa impossibile.
M.B.: Che fattezze aveva?
A.V.: Una donna piccolina, simile a quello che uno pensa sia la Befana. Mi sembrava così strana l’idea che in questo bosco ci fosse qualcosa di non buono, di enorme, non ti dico il diavolo, ma quasi. Poteva anche essere un disco, ma enorme. Dopodiché, la visione di questa vecchietta incappucciata, e non era inverno. Poi ritrovi la stessa entità dopo 40 km, ed era anche notte, andavi veloce, non ti hanno superato in 18, non puoi neppure dire che aveva fatto l’autostop.
M.B.: Quando hai visto per la prima volta “Incontri ravvicinati del III tipo”, cosa hai pensato?
A.V.: Che poteva essere completamente plausibile e che la cinematografia americana andava verso qualcosa che poi sarebbe diventato usuale, gli uomini bionici, “Alien”, la clonazione, cui il cinema ci ha abituato, rendendo normale qualcosa di assolutamente stravolgente. Quindi pensavo che dopo “Incontri ravvicinati” ed “ET”, dovesse accadere qualcosa velocemente, invece non è successo nulla, questa cosa si è persa.
M.B.: Si è persa perché in questo pianeta e nell’uomo che lo abita probabilmente la trasformazione sta avvenendo ora.
A.V.: Adesso, credo, è come sa questo mondo sia abbandonato da Dio, ho questa impressione. Malgrado il Papa provi a riportarlo alla storia dell’anima in qualche modo, ho l’impressione che questo mondo sia perso spiritualmente.
M.B.: Però nel disco non dici queste cose.
A.V.: No.
M.B.: Ci metti dentro molte speranze.
A.V.: Assolutamente. Proprio perché la speranza è qualcosa che mi appartiene fortemente. Però io vedo quanto sono diverso dagli altri. Quindi questo mondo non è fatto a mia immagine e somiglianza. Io non l’avrei fatto così.
M.B.: Come lo avresti fatto?
A.V.: Avrei fatto un mondo un po’ più lento, meno invadente. Oggi tutti pensano al proprio discorso, sono delle trasmittenti che ti buttano le loro cose.
M.B.: Sei mai stato in Egitto, hai visto le piramidi? Lì c’è ancora molto da scoprire, di noi stessi e dell’Universo.
A.V.: No, non ci sono ancora stato, ma ho letto tanto sulle piramidi, sulla nascita dell’Universo. La tradizione azteca. Il fatto che si dovrebbe fissare la data di costruzione delle piramidi molto prima di quanto dicono, che ognuna punta verso una costellazione e tutto il resto. Diciamo che è sicuro. La nostra capacità di ragionare in termini scientifici sull’uomo azzeccandoci sempre: vuol dire che l’uomo è qualcosa di costruito che somiglia… ho anche scritto una canzone che ne parla, “Figli del domani” nell’album “Quando verrà Natale”, noi siamo sicuramente cloni di qualcosa che c’è stato, forse un esperimento, quindi tutto il discorso del Paradiso e dell’Inferno e della vita, che sono tutte metafore… noi soffriamo, pensi che la Terra sia una colonia di pena come in “Blade Runner”. Più si va avanti più è così. Il fatto che con il DNA riusciremo a creare altri di noi, i pezzi…
M.B.: Basta che tutti questi poteri non siano solo nelle mani di alcuni che li amministrano negativamente, i militari…
A.V.: Questo diventa meno interessante rispetto al chi siamo, dove andiamo e perché, somiglia molto alla teoria, alla robotica.
M.B.: Per andare fuori da questo sistema solare dobbiamo cambiare noi stessi dentro, anche meccanicamente, perché non funziona. Ogni volta che si cerca di arrivare su Marte, la gran parte delle missioni è finita misteriosamente.
A.V.: Però tu ragioni in termini biologici, io in termini diversi: probabilmente alla fine del proprio viaggio su noi stessi troveremo il computer che ci ha generato, il sistema. Quando risaliremo verso Dio sarà come risalire verso un cervello elettronico diverso che esiste da qualche parte, oppure è morto, come parlare di storia.
M.B.: Sei credente?
A.V.: Sì, però Dio ormai assume questi enormi contorni scientifici. Cioè, Dio ci ha creato a sua immagina e somiglianza, ma può darsi sia il frutto di un microchip… per cui cosa c’è dietro a Dio? Noi siamo la miniatura di qualcosa avvenuta a livello cosmico. Stiamo andando scientificamente verso Dio. Forse avremo qualche delusione, perché mentre troveremo la vita biologica, ancora non troveremo i sentimenti, a meno che un giorno o l’altro troveremo un gene, una composizione chimica che ci dirà perché uno è buon o cattivo. Una volta che nel nostro cervello appare il dolore, nell’emisfero del dolore, già lì puoi manomettere l’uomo. Il dolore è uno dei sintomi più forti di un malessere, una malattia, un disagio, se tu elimini il dolore all’80% elimini la tua sofferenza, ma è il dolore morale che ti porta a discernere il bene e il male, cioè l’anima. E l’anima fortunatamente, ancora non l’abbiamo trovata. Però la troveremo e allora saremo soli.
M.B: Cosa pensi per il futuro dei nostri bambini…
A.V.: Io ho un figlio, Francesco Saverio, e due nipoti, Alice e Tommaso, che è in arrivo. Il mio percorso l’ho già fatto, l’aspetto della salvaguardia della specie l’ho espletato, quindi qualora avessi un figlio sarei in un discorso temporale un po’ contradditorio. Una nuova vita? La vita porta sempre alla morte, per cui è già un atto di crudeltà mettere al mondo un figlio, esporlo all’umanità, sapere che soffrirà o gioirà come te… il punto non è fargli passare una vita migliore o peggiore, quanto l’atto, che può essere di estremo egoismo o di estremo amore, di renderlo umano, di crearlo su questa Terra. Certo, possiamo dire che sarebbe più fortunato perché possiede certi mezzi che altri non hanno… però se questo mio figlio si ammala dentro, o ha qualcosa che non va, la sua vita è indipendente dalla mia. Insomma: muoiono i ricchi e muoiono i poveri. Il problema è la morte dell’uomo. Tutto quello che ci muove nella vita è l’idea di superare la morte. Questo ci porta anche al bene e al male. Perché se tu non avessi l’idea della fine o di un giudizio superiore, la Terra sarebbe una terra di banditi, non ci sarebbero leggi. Tu dici: devo passare sulla Terra una media di 74 anni, quindi mi prendo tutto quello che voglio, che m’importa di comportarmi bene? Tanto morirò!
M.B.: È probabile che tutto questo sia un passaggio verso qualcosa di superiore.
A.V.: Certo, e meno male che noi lo pensiamo, che ci sono diversi livelli di vita, perché se non fosse così noi ci scanneremmo del tutto. Ognuno per sé, per la famiglia, gli amici, cercherà di viverla.
M.B.: Hai seguito la vicenda della canzone “Arcobaleno” di Mogol?
A.V.: Sono cose che esistono, ma in questo caso non lo so. Le forze… i rapporti tra l’uomo e l’aldilà… Anche noi, ogni sera compiamo tutto questo con il sogno, che è libero, è una zona franca in cui noi non trasmettiamo ma siamo riceventi, in cui la mente tace. Tutte le grandi cose avvengono in sogno. Aspetti che qualcuno, non fisico, venga da te e ti parli. Non a caso poi c’è l’interpretazione dei sogni. Quello che è vero nei sogni poi a livello psicologico è tutta un’altra cosa. In sogno andiamo per mare e poi invece la vita è un’altra, ecco. Chiaro che può accadere. Se ti capita una cosa strana, hai l’opportunità di dirlo? Con una televisione basata sulle scempiaggini, va al telegiornale l’attore che fa amicizia con la cameriera e ci fanno un servizio, figurati se qualcuno vede un disco volante… ma non stiamo dimenticando qualcosa?
M.B.: Antonello gli argomenti da dibattere sarebbero ancora molti…
A.V.: Stiamo dimenticando la musica. La musica è una delle cose che unisce gli esseri. Non a caso in “Incontri ravvicinati…” il primo incontro è attraverso la musica. La musica è razionalità e quindi scienza, ma anche intuito, intuizione, naturalezza, istinto. Se uno guarda la musica, la sente, vede come cambia l’uomo. È quanto di più libero possa esserci.
M.B.: Tu davanti a 50.000 persone, la musica la trasmetti, loro ricevono delle vibrazioni e te le ritrasmettono, ma in quel momento cosa accade?
A.V.: Accade qualcosa che vorremmo tanto, che si chiama armonia. Quindi la creazione di una specie di galassia, di bolla di sapone che per un momento è perfetta, dove tutti i partecipanti sono nello stesso momento in sintonia, un grande amplificatore. Ogni singolo trasmettitore di musica segue il suo viaggio. Ed è importante stabilire che genere di viaggio segue l’umanità attraverso la musica che ascolta, che è quella che aggrega. Oggi c’è una frammentazione, ma la musica è l’unica arte che si chiede sempre del pianeta, anche di come stanno gli altri, anche politicamente. Ha una possibilità di testimonianza fisica che nessun’altra arte può avere. Analizzando la musica occidentale si può capire anche dove va il mondo. La musica è un messaggio che viene dal cielo, o che viene dalla Terra e si propaga verso il cielo e ritorna. L’idea che la musica possa essere una delle armi del bene o del male per me è molto bella e affascinante.
M.B.: Antonello, cosa sta succedendo alla Roma?
A.V.: I giocatori hanno paura di sbagliare, di non farcela. Quando uno gioca senza il sorriso non si va da nessuna parte. Facce scure. Ne devono parlare fra loro. Qualcosa c’è all’interno, perché giocano tutti da soli. Credo che dipenda da Totti, Del Vecchio e Montella che trasmettono a tutta la squadra il nervosismo, il fatto di non riuscire a segnare.
M.B.: Non pensi che sia il calcio, non i giocatori a dover cambiare?
Il calcio adesso è un moltiplicatore di capitali, il business totale, un enorme giro di denaro e di stress per tutti, il pubblico subisce tutto. Il pubblico pretende perché paga un biglietto altissimo, tra stream e Tele+ e la partita, e i giocatori lo subiscono perché spendono delle cifre anche psicologiche enormi per reggere l’impatto con la società, perché il calcio sta diventando una delle cose più importanti della nostra vita.
M.B.: Ma non dovrebbe esserlo.
A.V.: Non dovrebbe. Ma adesso le società sportive sono a fini di lucro. Prima c’erano i presidenti, ricchi e scemi, che spendevano i loro capitali per un ipotetico ritorno pubblicitario di se stessi. Ora, dalle associazioni sportive siamo passati a una squadra di qualcuno ed è persino quotata in borsa. Quindi il prossimo passo sarà l’arrembaggio alla borsa del calcio. Maurizio, non credo ci sia altro da aggiungere. Ti ringrazio, è stato bello potersi sentire.
“Picnic a Hanging Rock”, il film del regista australiano Peter Weir uscito nel 1975, rappresenta un caso cinematografico a cui in molti hanno dato il crisma del racconto di un Incontro Ravvicinato del Quarto Tipo, un episodio di Contatto e Rapimento Alieno coinvolgente esseri umani. Inoltre, questa è una mia licenza tutta autorale, va a collocarsi accanto alla esperienza di avvistamento di UFO da me vissuta a Cobà, nello Yucatan, tanti anni fa (vedi link a piede di articolo) e cerco di delinearne qui le ragioni.
Attenendosi alla stesura ufficiale del libro omonimo della scrittrice australiana Joan Lindsay, la pellicola di Weir tratta della misteriosa sparizione di alcune allieve dell’Appleyard College avvenuta nel giorno di San Valentino, 14 Febbraio 1900, nel corso di una escursione alle pendici della formazione rocciosa di Hanging Rock, che si erge a 70 Km da Melbourne, Contea di Macedon, Stato di Victoria in Australia. Il regista de “L’attimo Fuggente” e “La Grande Onda” – solo per citare due fra i suoi titoli che mi hanno maggiormente colpito – adattò cinematograficamente la sceneggiatura dalla novella della Lindsay pubblicata nel 1967 e uscita per i tipi della palermitana Sellerio in prima edizione nel 1993. Una componente fondamentale del film è la colonna sonora, in cui spicca la melodia di Gheorghe Zamfir per flauto di pan e organo che completa l’atmosfera inquietante, pur magica e legata all’Assoluto, che permea tutto Picnic a Hanging Rock. Stando a quanto esprimeva l’autrice nella premessa del libro, “Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per proprio conto. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nel 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza”. In questo convengo con la Lindsay. Ritengo infatti che risolvere un mistero impenetrabile basato su fatti probabilmente accaduti davvero e successivamente ampiamente romanzati, a distanza di 67 anni restava impossibile.
Collocando la vicenda nell’Australia ancora vittoriana e colonia britannica da meno di due secoli, nel libro la Lindsay sfoggiava un linguaggio very british, mentre Weir riusciva abilmente a creare un ipnotico mix fra giallo e leggende e tradizioni degli aborigeni. Nel 1900 dunque, su una natura ancora incontaminata incombe la presenza di una roccia sempre vissuta sacralmente – non quanto Ayers Rock peraltro – da un’etnia nativa già deprivata di tutto, ma non della propria identità ancestrale e in grado di comunicare telepaticamente e che non aveva dimenticato la storia di remoti contatti con esseri divini venuti dalle stelle, i Wondina, mitologici spiriti creatori effigiati nell’arte rupestre degli aborigeni delle regioni del Nord Australia. Ciò che va sottolineato è il “senso”, la percezione che si ha nell’assistere al misterioso evolversi della vicenda senza soluzione proposta dal visionario film di Weir. Delle quattro ragazze (Miranda, Irma, Marion ed Edith) che, durante un picnic con le loro compagne e tre istitutrici del loro collegio, sospinte da un richiamo ancestrale si inerpicarono sulla roccia, due in realtà fecero ritorno, Edith totalmente traumatizzata e sconvolta sin dalle prime fasi della salita verso il minaccioso costone roccioso, la seconda, Irma Leopold ritrovata una settimana dopo l’accaduto, con una ferita sulla fronte e completamente dimentica di tutto.
La professoressa di Matematica, la signorina Greta McCraw e le altre due giovanette Miranda e Marion scomparvero per sempre. Quando giunsero sino alla sommità della roccia, qualcosa accadde. Escluso, come all’epoca venne proposto, un loro orrendo destino privo di qualunque accento fiabesco, forse vennero prese a bordo di un oggetto volante, forse furono inghiottite in un’altra dimensione, ma sta di fatto che tutto riporta ai modelli ripetitivi delle abduction aliene. In primis, il missing time, o tempo mancante, o ancora vuoto temporale, che le ragazze vivono adagiandosi in trance e poi addormentandosi su una piattaforma della roccia, poi gli orologi della comitiva bloccati da un potente campo magnetico, o varrebbero persino l’ipotesi di un tunnel dimensionale o componenti di ordine psicologico che il film sfiora però non può approfondire. Il cardine resta l’inquietante Hanging Rock, con le sue gole e squarci e il suo proiettarsi verso l’infinto. In chiave prettamente metaforica, il mistero di Hanging Rock ricorda la Devil’s Tower del Wyoming di Spielberg. Per via del numero TRE che si ripete. In tre arrivano sulla cima di Hanging Rock. Tre sono i protagonisti della scalata verso la vetta della Devil’s Tower, ma solo due arriveranno alla base dove si verificherà l’incontro con l’astronave madre e solo uno avrà la possibilità di scegliere e di andare con “loro”. Tre, ancora tornando alla mia esperienza, erano gli amici romani che una notte di 35 anni fa videro misteriose luci inabissarsi e riemergere dallo specchio d’acqua di Coba. Qualcosa torna, seppure molto resta avvolto nel mistero, inducendoci a ritenere che i fenomeni di contatto alieno rappresentano un potente tramite che consente di avvicinarci al mistero della Creazione, della Vita e della Morte e del Tempo che non esiste, ma scorre inesorabile, soprattutto ora, nel comporre queste pagine elettroniche che hanno segnato una tappa fondamentale della mia vita.
Va inoltre detto che, su suggerimento dell’editore, fu proprio la Lindsay ad escludere dalla prima pubblicazione il capitolo 18, tolto quindi dalla sua stesura originale per ragioni di opportunità. Una omissione piuttosto rivelatrice della quale mi sto occupando da tempo.
Infine, consiglio la lettura del libro australiano “The Murders At Hanging Rock”, ove l’autrice Yvonne Rousseau propone cinque diverse soluzioni all’enigma.
Cronache rock, incontri ravvicinati e altre dimensioni
Un giornalista ufologo disegna un percorso che parla di destino e d’amore in un universo che così poco conosciamo.
Prefazioni di Carlo Barbera ed Ernesto Assante
Dal 1971, quando un incidente stradale lo portò a vivere un’esperienza di pre-morte, al 2010, quando una seduta di ipnosi regressiva gli ha mostrato una realtà rimossa dalla memoria cosciente, quanto appare in questo libro è legato alla risonanza, al principio che rende le nostre vite collegate e comunicanti, anche se non ce ne accorgiamo.
Giornalista investigativo e ricercatore del mistero, Maurizio Baiata è cresciuto con la musica rock nel sangue. Altrove, assoluto e alieni sono per lui lo specchio esteriore di uno stesso mondo, al quale a volte abbiamo accesso, se il nostro sé vuole compiere il percorso legato al soprannaturale, a tutte le creature nel cosmo, alle nostre vite passate, presenti e future.
Le esperienze di contatto con altri esseri e attraverso altre dimensioni diventano allora una via di uscita dal buio dell’anima, verso il risveglio, sul piano individuale, collettivo e cosmico della coscienza.
Quindi, un mosaico di testimonianze, di incontri straordinari, di luci e ombre su distanze oceaniche, di sensazioni e scoperte, di prove, interrogativi e alcune certezze.