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Di Maurizio Baiata

Giovedì, 6 Agosto 2026

La scomparsa di Francesco Guccini mi lascia con un profondo senso di vuoto, ma anche con la consapevolezza di aver vissuto da vicino la nascita di un gigante. Oggi che Francesco ci ha lasciati, nella sua Pavana, desidero condividere con tutti voi una testimonianza che il tempo ha trasformato in un pezzo di storia della nostra musica. Dobbiamo tornare al Marzo del 1972. Allora scrivevo per Ciao 2001, il settimanale che era un autentico laboratorio di esplorazione culturale. In quel periodo, il nome di Francesco Guccini non risuonava ancora nelle piazze affollate; per il grande pubblico era soprattutto un autore brillante, la mente dietro alcuni successi dei Nomadi o dell’Equipe 84. Ma l’ascolto dei suoi primi lavori solisti, e in particolare di quel diario in musica che era “Due anni dopo” e poi de “L’Isola non trovata” che girava ogni giorno vorticosamente sul mio piatto, mi lasciava intravedere qualcosa di radicalmente diverso: una forza poetica e letteraria che il pop italiano non aveva ancora mai conosciuto. E infatti, non a caso, il suo primo disco era stato “Folk Beat n. 1”, che nel 1966 segnò il suo bruciante e “dylaniato” esordio discografico. Fu allora che mi trovai a scrivere l’articolo “Francesco Guccini, il mio tema”, pubblicato sul numero 12 di Ciao 2001 il 26 marzo 1972. Fu uno dei primissimi pezzi di rilievo nazionale interamente a lui dedicati.

Ecco per voi l’articolo, leggermente snellito, accompagnato dall’impaginato di Ciao 2001.  

FRANCESCO GUCCINI – IL MIO TEMA

Dopo un pomeriggio in casa Guccini a Modena e una leggendaria serata in osteria con Bonvi, il Lambrusco e tale altissimo Alberico che lo mesceva a fiumi, ripensare a Francesco e scriverne per tracciarne un… profilo critico, fu cosa buona e giusta. I suoi dischi mi ammaliavano, giravano sul piatto a ripetizione, soprattutto “L’Isola Non Trovata” e le definizioni, le parole dotte, ma semplici delle canzoni suscitavano in me la meraviglia di posti lontani, dentro l’animo e su ignoti orizzonti. Sentivo in Guccini il respiro della mia generazione e quanto scrissi venne di getto. La sua vena poetica che tentai di comunicare scaturiva dal regalo che la vita mi aveva fatto pochi giorni prima, suonando al citofono di un palazzetto di una strada qualunque fra la via Emilia e il West. La versione che ne potete qui leggere è stata da me editata, corretta e un po’ snellita.

“Cantare il tempo andato sarà il mio tema, perché negli anni (è) uguale sempre il problema… e dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi… cercherò i minuti, le ore, i giorni, gli anni che si sono persi… canterò soltanto il tempo…”

Questo il credo di Francesco Guccini, la sua filosofia umana e musicale, almeno da come appare espressa all’esame dei testi delle sue canzoni: l’interpretazione e lo studio di quest’opera oggi tanto attuale e presa in seria considerazione solo alla luce di un successo commerciale non ancora radicale e contaminato dal consumismo, sono il motivo dominante di questo articolo, da tempo meditato ed oggi realizzato. La recente esibizione romana di Francesco, l’eccezionale serata di cui è stato protagonista al Folk Studio, la sua attività tutta ci hanno spinto a ripercorrerne la strada artistica, di cui prenderemo in considerazione anche i lati meno noti, quelli strettamente biografici, socialmente densi di significato, a tratti alcuni blandamente politicizzati.

Partiamo dai due incontri con il pubblico e l’ambiente romano: il primo è avvenuto al Folk Studio, tempio di una musica vera e sincera, luogo d’incontro di matrici diverse, soprattutto jazzistiche e folk che sempre hanno trovato in questo locale della capitale un tramite di espressione pronto e ricettivo. L’atmosfera del Folk Studio ha mosso Francesco alla riproposta di canzoni vecchie e nuove, recepite da un uditorio caldissimo, preparato e in grado di ricreare l’aria di amicizia, di partecipazione che è propria dei locali dove abitualmente Francesco si esibisce nella sua Bologna (“adottiva”, all’Osteria delle Dame N.d.A.). Impossibile riuscire a spiegare il grado di familiarità che Francesco è riuscito a comunicare nel preciso istante in cui ha imbracciato la sua chitarra; solo pochi di noi, viceversa, avranno “vibrato” nella calma bolgia del Piper, quella sera di “Controcanzonissima”.

Ebbene Francesco allora era un altro, sembrava stanco, abulico, impartecipe, ma era, non sappiamo se il pubblico l’abbia capito, semplicemente impaurito. Intimidito da un’atmosfera non sua, troppo carica, tesa e pronta ad esplodere da un momento all’altro, esattamente l’inverso di quanto abitualmente lo accoglie: nessuna colpa, e per nessuno. Francesco ha cantato: noi, in gruppo, abbiamo gioito e a molti, ne siamo certi, il Guccini è piaciuto.

Scusateci la diatriba, ma il discorso è servito per inquadrare da un punto di vista umano la figura di Francesco, un ragazzo di una semplicità sconcertante, dalla sensibilità spiccatissima, preparatissimo nel suo campo, e mai frutto di una qualsiasi messinscena discografica.

Canzone-Prosa-Poesia

Storicamente la sua opera va distinta in tre periodi: un primo, legato a una gioventù affatto lontana, sensibilizzata attraverso l’influenza dei cantori beat americani, del genuino Bob Dylan per intenderci, e che trova esplicazione in un LP che a suo tempo ebbe discreta fortuna, “Folk Beat n. 1”, del quale tratteremo più oltre. Un secondo periodo, in cui, straordinariamente, Francesco ha già trovato la sua maturazione a livello di testi e di scelte; periodo che possiamo identificare in “Due Anni Dopo”; ed un terzo, quello attuale, in cui l’artista (Guccini non si offenda per questo appellativo) vive un momento di piena maturazione e di transizione nel contempo, forse perché sintesi, e quindi compendio, di diverse esperienze e di fruizioni disparate, tutte destinate, secondo noi, ad un ulteriore sviluppo compositivo. Di Guccini proprio questo, oggi, colpisce e si ama: la varietà, la serietà, il gusto intrinseco dei temi trattati, la possibilità di risoluzione di problemi umani e socialmente attuali attraverso il connubio parole-musica, il linguaggio stesso, che andrebbe identificato nella canzone-prosa-poesia, nell’assoluta completezza musicale. Vediamo come Guccini ha vissuto e oggi vive: la sua musica ne risulterà il naturale sbocco, a livello interiore e esteriore.

Francesco è nato a Modena il 14 Giugno 1940. Ha vissuto i suoi primi anni in un mulino ad acqua sull’Appennino tosco-emiliano, quindi ha fatto ritorno, fermandosi a lungo, nella sua città natale. Da sette anni risiede a Bologna, dove (da tempo) insegna alla locale Università Americana Lingua e Letteratura Italiana. Francesco ha frequentato le scuole magistrali, quindi si è laureato al Magistero in materie letterarie, presentando una tesi sulla nostra canzone popolare. A parte la sua attività canora (non vogliatecene!), un notevole spazio ha avuto nella sua vita quella giornalistica, che mai ha cessato di amare e che lo ha dotato di capacità critiche ed intuitive non comuni, pur restando un fattore marginale nello sviluppo della sua preparazione musicale. Quest’ultima si può dire in lui abbia trovato luce attorno alla metà degli anni ‘50, quando cominciò ad arrangiarsi alla chitarra accompagnando un gruppo di amici che di lì a qualche anno sarebbero diventati l’Equipe 84.

“Folk Beat n.1”

La carriera solistica nasce nel ‘57, con le prime canzoni, tutte raccolte nel primo LP di cui abbiamo prima accennato. “Folk Beat n.1” si presenta pezzi molto noti, perché future incisioni di un buon gruppo quale quello dei Nomadi, ma interessante soprattutto per gli slanci verso un mondo fatto di realtà e concretezza, per la sua forza d’urto nei confronti della canzone non autoctona, cioè largamente dominata dal beat e dal R&B del periodo. Francesco opera una feconda riscoperta del filone popolare italiano, ma la vitalizza per mezzo di un impasto ritmico nuovo, derivato dal blues americano. Tale connubio è perfetto: da una parte lo spirito nostrano, dall’altra i tentativi metrici e le battute del blues, ma già spurio, frutto dell’incontro fra cultura negra e bianca, musicalmente consono all’innesto con testi nostrani (si vedano nello stesso periodo le proposte de I Gufi). Se di influenza americana si può parlare, essa si avverte in pezzi quali “Statale 17” e “L’Atomica Cinese”: qui il linguaggio gucciniano si presenta ancora infantile (meglio sarebbe stato dire “embrionale”, N. d.A.), troppo ricettivo e decisamente inferiore alle proposte già solide di “Venerdì Santo”, de “La ballata degli Annegati” di vago sapore deandréiano e soprattutto delle due famose ballate “Il Sociale” e “L’Antisociale”, pagine piene di sarcasmo e di amarezza, preludio ad una introspezione psicologica che, lo vedremo, sarà uno dei temi dominanti della produzione futura del cantante modenese.

Ancora qualcosa da aggiungere su questo album: “Auschwitz” e “Noi non ci saremo” sono indici di un allineamento non voluto al mercato di allora; canzoni in realtà non nate per una diffusione commerciale, ma che trovarono fortuna nell’esecuzione da parte dei Nomadi con cui Francesco collaborava. Un disco che resta un’indagine di costume, filtrata alla luce di un vivo senso critico ed umano, ma oggi fuori dal tempo e in parte rinnegata dalle attuali convinzioni socio-politiche di Francesco, che considera quel periodo ormai passato, originale quanto si vuole, ma nato e vissuto sulla scia di proposte non del tutto personali.

“Due Anni Dopo”

Nuova impostazione, diverso discorso, evoluzione a tutti i livelli. Ci accolgono i “Due Anni Dopo”: un Francesco maturo e consapevole, che ha in sé già ben tessute le trame della piena maturità. Definirlo “il cantore del tempo andato”, alla luce di questo album, sarebbe prematuro (meglio sarebbe stato “pretestuoso”, N.d.A.), è indubbio però che il suo lavoro trovi determinazione e consistenza soprattutto a livello di testi; appaiono i temi chiave della sua poesia. La canzone-verità gioca in “Due Anni Dopo” un ruolo determinante e si muove su una tematica costante: la vita di tutti i giorni, in particolare quella borghese, viene messa in luce nell’amarezza dei testi e delle situazioni: la denuncia non è la politica, non è la società, non il costume, seppure simili accenti appaiano in “Praga” e “Giorno d’estate”, piuttosto l’uomo, l’individuo a livello di rapporti con gli altri, di scambievolezza reciproca fatta di amore e di odio, di sensazioni umane e quasi sempre passive, trovano in Francesco un cantore arguto e amaro, amante della vita e della natura, conscio della tristezza che esse fatalmente offrono. Guccini ci offre una serie di quadri memorabili, tutte pitture di un identico paesaggio sociale, di un mosaico umano che nulla ha nulla di artefatto, di artistico nel senso deteriore della parola; e la vita presa in considerazione è spesso quella che non si vuol vedere, quella che appare e traspare ad ogni piè sospinto, ad ogni uscita, ad ogni incontro casuale. L’individuo assume un suo significato umano che, a livello dell’ascoltatore, è sempre rimasto soffuso, celato da una patina onirica che ora Francesco dischiude e che il suo linguaggio fa apparire in tutta la sua crudezza e profonda bellezza, anche se negative. Questi, forse, gli intenti espressi in “Due Anni Dopo”: una chiave autobiografica è latente in molti pezzi, ma il fatto resta volutamente marginale: si opera in questo senso, al momento dell’ascolto, uno scambio ben preciso di esperienza e di sensazioni comuni e, ricevendo (meglio “ascoltando”, N.d.A.), si diventa partecipi, inconsciamente coinvolti, diretti protagonisti della realtà dell’artista. Nell’album, il “suono del silenzio” accompagna i due che si riscoprono, si amano o tornano ad amarsi in “Lui e Lei”: la relazione viene scandagliata e il tema dell’amore (dominante nella tessitura gucciniana) è privato delle componenti idealistiche, si riduce alla constatazione di una monotonia quotidiana dalla quale è difficile sfuggire ma che, agli occhi di Francesco, appare necessaria, ancorché squallida, ma fondamentalmente vera.

Il tema è ampliato in “Vedi cara” dove il protagonista si rivolge a una sua “lei” ormai abituale e stanca, creata a fatica, “tirata su”, (cenno, autobiografico, ai rapporti ultra giovanili in cui il ragazzo fa pesare la maggiore età rispetto alla propria ragazza minorenne, N.d.A.) e poi persa….

Francesco qui affida alla parola “libertà” una forza quasi magica presente nei nostri rapporti più intimi, spesso repressi dall’egocentrismo individuale. È strano come Francesco voglia intendere, musicalmente, il mistero dell’amore; lo affronta di continuo, lo sviscera nelle componenti più profonde, ma esso traspare soltanto nelle sue parole, ancorché idealizzato e portato ad una sorta di misticismo reale, di non facile comprensione. Prendiamo ad esempio “Ofelia” e la sua storia; il magico orizzonte, l’oscura realtà che vivono in questa donna. Il mistero femminile in questa canzone-fantasia di Francesco, assume una sintesi umana quasi inspiegabile (processo introspettivo che troveremo fortemente pronunciato in “L’orizzonte di K.D.”). Fantasia e realtà in “Ofelia” si fondono, ma il resto dell’album è legato ai temi della verità e della realtà: così accade in “La verità”, così in “Praga”, così nell’acutissima “Il compleanno”. In “Giorno d’estate” le immagini escono a grappolo, il linguaggio è effettivamente poetico. L’ambiente è la Bologna di un torrido giorno estivo, i protagonisti, il sole, i cartelloni pubblicitari, il vuoto e il silenzio di una città che par morta… Per aiutarci ancora a comprendere Francesco ci serviamo di altri due pezzi, cioè “L’albero ed io” e “Due anni dopo”. Entrambi soffusi di un vago sapore autobiografico, rafforzano il tema, già tracciato del “tempo andato”: il passato, il suo ricordo, lo stanco vittimismo che ci infonde la dolcezza di un minuto felice e ormai trascorso, costituiscono il carattere forse più affascinante dell’opera di Francesco di cui ora, finalmente, completiamo un quadro ancora approssimativo (lasciamo la parte musicale ad altra occasione).

Poeta di una società introvabile

“L’isola non trovata” è l’album che ha portato Francesco più vicino al gusto dei giovani, ma comunque a nostro avviso opera leggermente inferiore, come sincerità da parte dell’autore, di “Due anni dopo”. Il che non vuol dire non si tratti di un disco eccezionale, la migliore cosa che in Italia si sia fatta in questi ultimi anni. E questo perché “L’isola” ci presenta il Guccini più maturo ed intelligente, il Guccini che per forza di cose dobbiamo preferire, perché più moderno, ancora più poeta di una società ormai introvabile, ormai fagocitante e distruttrice.

I temi ricorrenti ora sono numerosi; dominano la “solitudine” e il “tempo andato”, mentre il fantastico è vitalizzato da frequenti visioni marine che, agli occhi di Francesco, appaiono come gli orizzonti di ogni nostra aspirazione e desiderio, quindi dolcissimi e nel contempo inquietanti, quindi magicamente lontani ed orribilmente presenti. Impossibile dilungarci nella descrizione di pezzi come “Asia” e “L’isola non trovata”, chiaramente di fantasia, altrettanto dobbiamo dire per “Un altro giorno è andato”, “Canzone di notte” e “Il Tema»” che riprendono le costanti di una visione amara del passato, e la cui proiezione pessimistica è solo consapevolezza della propria inutilità ed impotenza. Altri due tratti fondamentali, di piena maturazione e quasi di esplosione, traspaiono in “L’uomo” e “L’orizzonte di K.D.” che compendiano il Guccini del prima e di oggi e… vogliamo fermarci per non sciuparvi il sapore della scoperta.

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di Maurizio Baiata

18 Luglio 2026

La questione delle “ricadute tecnologiche” dell’incidente di Roswell emersa dal libro del colonnello Philip J. Corso “The Day After Roswell” (“Roswell il Giorno Dopo”, seconda edizione italiana, Verdechiaro 2018) innescò una reazione a catena che coinvolse agguerriti giornalisti investigativi e i vertici di società americane legate al mondo della comunicazione. Prima fra tutte, la compagnia telefonica Bell. Lo confermò lo stesso Colonnello Corso, per il quale il vero ruolo della American Computer Company (ACC) di Cranston, New Jersey, rappresentava solo la prima “spina nel fianco” dell’establishment politico-industriale americano. “C’è dell’altro, ma per il momento preferisco non rilasciare dichiarazioni e credo comunque che dalle pagine del mio libro si possa già desumere una quantità di materiale molto interessante”.

Intanto, un capitolo di “The Day After Roswell” è dedicato alla questione del “chip – circuito integrato e agli sviluppi delle prime ricerche sui semiconduttori attraverso la miniaturizzazione, sino all’attuale stato dell’arte dell’informatica moderna (dal 1947 al 1980 si sono avuti i massimi progressi). Ma, secondo Corso, all’epoca fu essenziale il coinvolgimento degli scienziati impegnati ad Alamogordo con l’Esercito e dei ricercatori dei laboratori Bell. Corso partecipò quindi a riunioni con il Generale Nathan Twining, gli scienziati Hermann Oberth, Wernher von Braun e Hans Kholer, nonché Vannevar Bush, componente di spicco del Majestic-12.

Su Internet, il sito della American Computer Company fondata da Jack Shulman è accessibile, ma non sembra attivo.

La ACC e la Bell Telephone Company

A seguito delle prime sperimentazioni di retroingegneria, l’intrico di circuiti scoperti sullo scafo alieno recuperato a Roswell fece ipotizzare una sorta di “sistema nervoso” dello scafo, capace di emettere segnali e trasmettere comandi proprio come l’apparato neurologico umano. Ne derivò l’invenzione del Transistor, che per Corso non fu un miracolo, anche se, rispetto alla struttura dell’astronave aliena e al suo funzionamento non venne fatto alcun progresso, giacché a suo dire la “macchina” funzionava in simbiosi con il corpo stesso dell’EBE che era a bordo. E, su questo, l’impasse dei tecnici e dei super esperti della R&D (Research & Development) dell’Intelligence del Pentagono, dell’Air Technical Department di Wright-Patterson e di tutti i laboratori, segreti o meno e connessi a queste sperimentazioni, sarebbe stata a lungo totale.

La Bell Telephone Company, società di telecomunicazioni fondata da Alexander Graham Bell e antesignana della AT&T-American Telephone & Telegraph Company, è stata fra le aziende che nei primi anni Sessanta furono interpellate da Corso. A seguire, ne avrebbe egualmente usufruito la American Computer Company (ACC). Jack Shulman, il presidente della ACC, ai primi di Settembre del 1997 dichiarava via Internet di non poter rispondere a ciò che si affermava nel libro del Colonnello Corso, ovvero il coinvolgimento della ACC nell’industrializzazione dei microchip, in quanto per lui si trattava di rivelazioni totalmente inaspettate. Pur non avendone preso le distanze, la American Computer non ha mai confermato né smentito la sostanza delle rivelazioni di Corso su Roswell, la nave spaziale e soprattutto i Laboratori della Bell.

Così parlò Philip Corso

Nel virgolettato, tratto da una mia intervista al colonnello, apprendiamo le caratteristiche principali del “funzionamento” sinergico fra la E.B.E. e la struttura della sua macchina volante.  

«Nella nostra atmosfera un UFO subisce un’influenza, a causa della struttura atomica che lo circonda. L’oggetto produce ed emana un alone di plasma al suo esterno e, come ha detto Herman Oberth, avendo una struttura esterna elettromagnetica, l’oggetto attraversa l’aria del nostro mondo e raccoglie la propria energia – usando le parole di Einstein “lo spazio è una struttura fatta di atomi che raccoglie gli atomi dallo spazio”. Questa influenza si esplica sullo scafo per un tempo più lungo rispetto al corpo degli occupanti. Ritengo che il nostro mondo rappresenti una grande fonte di energia elettromagnetica per le astronavi. L’extraterrestre è leggermente diverso.

Tabella comparativa, redatta dal colonnello Corso, tra le funzioni biologiche umane e quelle di una Entità Biologica Extraterrestre

I loro corpi, dal punto di vista cellulare sono composti come quelli umani. Ma la loro struttura è protetta da un contesto metallico, che consente la sopravvivenza nello spazio, perché lo spazio brillante emette energia, colpendo costantemente lo scafo, creandovi dei buchi. Diciamo che la struttura corporea ha una forza maggiore, che durerà per alcuni anni in più. Si tratta di una struttura quasi biologica, nella quale l’extraterrestre è inserito, ma con un po’ più di forza rispetto alle necessità degli esseri che, va ricordato, sono clonatori, sono esseri che hanno costruito quelle macchine appositamente prevedendovi l’inserimento dei cloni. La stessa nave è una sorta di macchina biologica, per via della sua struttura atomica e cellulare, ed è creata con maggiore forza per offrire maggiore resistenza e proteggere gli esseri. Quando uno di essi visita il nostro mondo indossa una pellicola che aderisce perfettamente al corpo, una combinazione di volo fatta di un materiale simile all’epidermide. Tale protezione noi l’abbiamo trovata. La pelle e la protezione sono allineate atomicamente al fine di respingere le radiazioni e gli effetti nocivi, come i raggi cosmici. Inoltre, non respirando aria, un essere che giunga ancora vivo nel nostro mondo, dovrà indossare un tipo di elmetto e non potendo parlare, perché non ha corde vocali, avrà un intensificatore di trasmissione del pensiero, qualcosa che forse gli consente di comunicare.»

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Di Lessie Zama

Fringe, dall’inglese “confine”, è una serie televisiva statunitense che si inserì nel solco tracciato da X-Files, condividendone lo stampo investigativo e i temi che superano i confini della realtà. Fringe segue le vicende dell’omonima divisione FBI di Boston, un team guidato da Philip Broyles (interpretato da Lance Reddick), colonnello incaricato dalla Sicurezza Interna di riunire una task force in grado di indagare su eventi e fenomeni apparentemente inspiegabili o impossibili. La forza trainante del team è l’agente Olivia Dunham (Anna Torv), alla quale si affiancano il dottor Walter Bishop (John Noble), geniale e incontrollabile scienziato (a qualcuno ricorda non a caso il dottor Michael Wolf, N.d.R.) coinvolto in passato in esperimenti governativi sulla clonazione, l’intelligenza artificiale, la genetica, le nanotecnologie, il teletrasporto, la telepatia e la materia oscura, suo figlio Peter (Joshua Jackson), brillante e ingegnoso tutto-fare che è riuscito persino a falsificare una laurea all’MIT (Massachussets Institute of Technology) e Astrid Farnsworth (Jasika Nicole), esperta di linguistica e linguaggi cifrati che diviene assistente di Walter Bishop.

Il quartier generale della divisione è il vecchio laboratorio di Walter nello scantinato dell’Università di Harvard a Cambridge (Boston), che diviene la “seconda casa” del team investigativo. Sulla Fringe Division grava l’ombra della Massive Dynamic, onnipotente colosso newyorchese della ricerca scientifica avanzata diretto dall’enigmatica Nina Sharp (Blair Brown), fondato da William Bell (interpretato da Leonard Nimoy, il vulcaniano Spock di Star Treck), che fu un tempo compagno e collega del dottor Bishop. In Fringe spiccano gli Osservatori: figure enigmatiche, simili a Men in Black, con completi scuri e uno sguardo gelido, privo di emozioni da risultare quasi “alieno”. Appaiono nei momenti cruciali della storia, osservando tutto senza mai interferire. L’eccezione è Settembre (interpretato da Michael Cerveris), che rompe questo rigido protocollo, intrecciando il proprio destino a quello della Fringe Division e diventando il perno invisibile tra il nostro presente e un futuro ancora tutto da scoprire.

Le storie degli interpreti principali e quelle dei personaggi minori si intrecciano e amalgamano in eventi dettati da un invisibile meccanismo che viene definito “lo Schema”, eventi con i quali può confrontarsi solo la fringe science, quella “scienza di confine” che si situa ai margini della corrente accademica convenzionale e “ortodossa”, le cui posizioni non prevedono o non accettano l’esistenza di “impossibilità”, o di fenomeni che vadano contro la logica umana. Così, la serie attinge largamente da teorie “audaci” come quella del Multiverso (che ammette l’esistenza di universi coesistenti e alternativi rispetto al nostro spazio-tempo e di infinite possibilità che si dispiegano in ogni dimensione parallela) e da sistemi di pensiero come il Transumanesimo (movimento culturale che sostiene e incoraggia l’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per incrementare le capacità dell’essere umano in modo da superare la malattia, l’invecchiamento e la morte, in vista di una possibile condizione post-umana).

Soprattutto, Fringe ci restituisce una visione “umana troppo umana”, carica di emozioni e commovente (grazie all’efficacissima colonna sonora), in grado di resistere al tempo, allo spazio e ai possibili futuri distopici che in tutti i modi cercano di strappare via la libertà all’uomo e di renderlo schiavo, uniformando le differenze.

E pensando alle “sei cose impossibili prima di colazione” di cui parlava Lewis Carroll nel celebre Alice’s Adventures in Wonderland (1865), immaginare le impossibilità significa fare un passo avanti nell’universo del possibile. Se il buon senso corrisponde al possibile e il non-sense all’improbabile, Fringe scardina questi termini antitetici, decostruendo il buon senso attraverso l’accettazione del nonsense e contribuendo a saturare il gap di significati che esiste tra la spiegazione scientifica moderna del mondo e la nostra comprensione del quotidiano.

Se i risultati di ascolto in Italia non sono stati eccellenti, anche perché il serial è stato spesso contrassegnato con il bollino rosso, varrebbe chiedersi se Fringe fosse per l’epoca troppo audace e per questo i capi programmazione ritennero la visione adatta solo a un pubblico adulto. Ragionevolmente, quindi, i temi trattati da Fringe erano e sono ancora oggi troppo all’avanguardia per canali che contano su un’audience che predilige il semplice divertimento.

NOTE

Ideata da J.J. Abrams (Alias, Lost), Roberto Orci e Alex Kurtzman e trasmessa negli Stati Uniti da Fox dal 9 Settembre 2008. In Italia, è stata programmata prima da Steel (piattaforma Sky) poi dal 2010 in chiaro su Italia1. Secondo i dati divulgati, Stagione 1: trasmessa dal 9 marzo al 6 aprile 2010. Stagione 2: trasmessa a partire dal 17 gennaio 2011. Stagione 3: trasmessa dal 7 novembre al 5 dicembre 2011. Stagione 4: trasmessa tra il 2012 e il 2013. Stagione 5: non è mai stata trasmessa in chiaro su Italia 1. Da quale tempo la serie è disponibile in streaming su Amazon Prime Video  

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Di Maurizio Baiata

Da sempre in me va avanti l’elaborazione della comprensione delle NDE e della OBE vissute nel lontano 1971. Quanto davvero “lontani” dal mio presente sono quell’incidente e quel coma? Se mancano ancora risposte “scientificamente accettabili” a fenomeni quali le NDE, le OBE, i contatti UFO con intelligenze non umane, l’ESP, la telepatia e gli studi quantistici sulla Coscienza, spiragli si stanno aprendo verso l’accettazione da parte della gente, di alcune persone, di concetti quali la non esistenza del tempo, il teletrasporto, i viaggi super-luminali e la realtà multidimensionale. Quindi, ampliare la visione delle modalità del “contatto alieno” agli orizzonti della Fisica Quantistica non è impossibile, con un po’ di aiuto di amici vicini e lontani…

La terra rossa che lambisce il fiume di Oak Creek, a Sedona, Arizona (photo: M. Baiata)

Tutto ha inizio, per molti di noi, dal DNA di famiglia. Non capisci il perché di quella strana tensione che ti fa guardare verso l’alto, spesso durante il giorno, il sole a picco, gli occhi che bramano altri punti del cielo… o nella notte, nella quiete del firmamento stellato. Puoi essere a Roma, solo in una piazza vuota di gente, o in una New York gelida i cui marciapiedi ti sono amici, privi dalla coltre di neve che ricopre le strade prima dell’alba, o a Sedona, nella terra rossa ad alta concentrazione energetica dell’Arizona insieme a una dozzina di anime ostinate nel loro inutile skywatch… Vengono quando vogliono loro. Potrebbe essere il titolo di un brano a cui dare un tappeto sonoro colore blu profondo, come gli abissi marini e le vastità del Cosmo. E pensare che gli uomini inviano segnali lassù in attesa di una risposta che mai verrà (il finale del testo del pezzo musicale suddetto) come la bottiglia del naufrago. Sono gli anni Settanta. Ascolti “Extraterrestre” di Eugenio Finardi e ti accorgi che la tua passione è condivisa da centinaia di migliaia di persone che magari non vivono in un abbaino, ma attendono… allora sai che per te, il termine UFO ha un significato che ha a che fare con il tuo io interiore.

DA SPIELBERG ALLA MUSICA

Andai alla prima di “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” in un grande cinema di Roma, con Silvia – allora mia moglie – e con l’amico e critico musicale Gino Castaldo. Piansi e nascosi il viso fra le braccia. Mi vergognavo. Volevo celare l’emozione enorme provocata dal finale catartico del capolavoro di Spielberg. Se le emozioni affiorano sotto forma di lacrime, inutile porsi domande. Poi si potrebbe anche avere la sfortuna di diventare ufologo, o un qualcosa di simile. Sino al punto di impegnarti tanto da farne una ragione di vita.

Il David Bowie di “Blackstar”.

La musica allora, cosa c’entra con gli Alieni? Provare a scriverne e collegare i punti, come in ufologia, equivale a candidarsi per la cattedra di una facoltà che ancora non esiste: “Teoria e Storia della Musica Cosmica”. E in mente vengono contemporaneamente il David Bowie di “Blackstar”e il John Mack di “Passport to the Cosmos” (“Passaporto per il Cosmo” Venexia, 2016). Il primo, autore del proprio struggente epitaffio, un disco in cui ha racchiuso se stesso e i suoi segreti fra la Vita e la Morte. Il secondo, psichiatra e docente ad Harvard, la cui traccia resta indelebile lungo il percorso che le persone fanno per superare il trauma del contatto. Entrambi hanno affrontato con coraggio quell’establishment che le rispettive figure dominavano. Bowie, l’industria della musica da consumare, il Rock delle case discografiche. Mack, dal suo canto, ha dovuto lottare contro l’istituzione accademica più autorevole al mondo, la Harvard University, giocandosi prestigio e potere in nome dell’aiuto che stava portando agli “experiencers”, le persone che vivono esperienze di Incontri del Quarto Tipo.

Queste voci fuori dal coro, fra artisti, fisici quantistici, medici olistici, liberi pensatori, filosofi, ricercatori dello spirito e delle scienze di frontiera, costituiscono un fronte che solo apparentemente sembra disomogeneo e frammentato. In realtà a questa vasta massa variegata di talenti, appartengono le persone che guardano al cielo e dentro se stesse, che sognano e compiono viaggi con la fantasia, che dipingono e compongono partiture musicali e cori per angeli caduti, che si muovono nelle loro stanze piene di specchi, in un labirinto di immagini, le proprie, riflesse e vanno avanti sino a trovare la porta, la via di uscita, che si affaccia su un mare sconosciuto, quello del proprio universo inconscio. Questo accade con la Musica e gli UFO e gli Alieni. Cosa sarebbe stato di “Blade Runner”, senza la musica di Vangelis? E la vita del Replicante Roy Batty (Rutger Hauer) che si spegne sotto gli ultimi battiti di pioggia acida che salvano la vita di Rick Deckard?

ZABRISKIE POINT E LE LUCI DI PHOENIX

Nei decenni alcuni temerari si sono spinti oltre i confini della percezione sensoriale musicale. Torna la Third Ear Band che già nel nome (il complesso del Terzo Orecchio) fa pensare che il Suono è il reale “padrone alchemico del mondo”.  Tornano i Corrieri Cosmici tedeschi, movimento sperimentale che in Germania solcò dalla seconda metà degli anni Sessanta i laboratori di ricerca elettroacustica dove creavano artisti che si erano lasciati alle spalle le accademie classico-sinfoniche, esattamente come i fisici quantistici hippie fecero rispetto agli istituti universitari californiani dove avevano studiato e anche insegnato.

L’esplosione della villa nel finale di “Zabriskie Point, di Antonioni.

Esperienze caleidoscopiche, che si completano, dopo aver citato la poesia di “Blade Runner” attraverso l’iconografia filmica di un altro capolavoro di quegli anni, “Zabriskie Point” di Michelangelo Antonioni. Dal concetto di viaggio come fuga spinta dal rifiuto di una società costruita su un sistema di valori da distruggere, al viaggio che da affresco psichedelico diviene vera distruzione, nella deflagrazione della villa sospesa nel nulla su un’apocalittica Death Valley e le urla strumentali dei Pink Floyd. Menti visionarie che proiettano la società occidentale verso altri orizzonti. La Musica è un mezzo potentissimo per metterci in contatto con forze sconosciute. Noi ne siamo fruitori, i creatori realizzano opere che sembrano giungere dal mondo del Sogno e da Universi paralleli…

Al sorgere delle luci della sera, non vediamo ad occhio nudo le luci aliene che volteggiano al di fuori della nostra atmosfera, eppure sono le stesse che inondarono il cielo di Phoenix nel 1977. Viene da chiedersi cosa vogliano da noi, quando si manifestano. Cosa ci accade veramente dentro. Cosa significano i fenomeni di Contatto e perché sembriamo incapaci di trovare delle risposte? Cosa ci manca? Una mente aperta? Un cuore puro? Un amore incondizionato per l’Universo? La vera Ufologia questo dovrebbe indicare, dimenticando la distanza incolmabile che la separa dalla Scienza ufficiale e ortodossa. Perché la soluzione si deve cercare altrove, in un qualcosa di importante e profondo, fondamentale per lo sviluppo della razza umana su questo pianeta. A quel “conosci te stesso” di plurimillenaria memoria, il cui principio lega l’esistenza umana alla ragione e allo spirito. Al divino dono che l’Universo ci ha fatto infondendoci la Coscienza.

L’immagine più famosa delle Phoenix Lights, nella ripresa di Mike Krystzon.

L’EQUAZIONE UMANO-ALIENA

Se il volo si compie sui territori fantastici delle civiltà pre-diluviane, o realistici delle civiltà mesopotamiche ed egizie, o sulle narrazioni etniche dalla Mesoamerica all’Africa, da Palenque ai Dogon, agli Indiani d’America, sino agli avvistamenti di massa su Phoenix e alla prepotente entrata in scena dei rivelatori e alla direzione dell’Esopolitica… tutto si compone in un gigantesco puzzle dalle tappe fondamentali della storia ufologica mondiale, della visione esopolitica e del cover-up sulla “Questione Extraterrestre”. Una questione di enorme importanza, per il genere umano e per ciascun individuo, che si trova di fronte ad una realtà non lineare, altamente controversa, dominata da disinformazione e caos, uno scenario in cui le parti in causa, apparentemente senza alcuna regia, si muovono come marionette impazzite, a mettere ancor più a soqquadro l’Ufologia che dovrebbe tendere alla Verità. E allora, questa pistola fumante? Non esiste. E come non dobbiamo attendere l’intervento di esseri alieni che giungeranno dallo spazio per portare altrove gli “eletti”, altrettanto dobbiamo e possiamo basarci sulle testimonianze più autorevoli e attendibili, anche se originate da fonti d’intelligence.

Negli anni ho avuto modo di incontrare personaggi chiave, e mi limito a due nomi: il colonnello Philip Corso e il microbiologo Dan Burisch. Su tutti però, se vogliamo entrare nell’enigma reale dell’“equazione umana e aliena” vale il caso del dottor Michael Wolf. Scienziato della National Security Agency, “spia psichica” e “remote viewer”, Wolf ci ha lasciato il suo straordinario testamento in “The Catchers of Heaven – I Guardiani del Cielo”.  «… Un libro-rivelazione – scrive lo psicologo Richard Boylan – di uno scienziato che ha fatto parte del National Security Council e del comitato esecutivo del gruppo MJ-12… Wolf aveva accesso a tutte le informazioni sugli UFO e gli extraterrestri entrati in contatto con la Terra nel corso degli ultimi 50 anni e lavorò fianco a fianco degli ET in laboratori governativi segreti, ma rappresenta una dichiarazione biografica lirica e struggente e un messaggio di speranza in un futuro cosmico. Quale ricercatore sulle tematiche extraterrestri, valuto questo il più importante libro sugli UFO pubblicato fino ad oggi». Facilmente reperibile in Italiano, nella seconda versione da me tradotta e curata “I Guardiani del Cielo” narra la vita breve, sofferta e straordinaria, di un uomo sospeso a metà fra la Terra e il Cielo. Il libro è una “mind expanding experience”, un’esperienza di espansione di coscienza, dice lo stesso Wolf. Esiste un collegamento Espansione di Coscienza-Fisica Quantistica? Lo si scopre leggendo e rileggendo il libro, lasciandosi andare al flusso di sensazioni che provoca, sino a innescare quel meccanismo di “nuova scienza” che Wolf e Corso hanno indicato. Poi, non possiamo fare altro che ricordare gli Experiencers. Le loro testimonianze sono fondamentali per comprendere in quale direzione i fenomeni di contatto stiano coinvolgendo tanta gente. Sono loro le luci che illuminano la strada da percorrere per fare ritorno alla nostra vera Casa.

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di Maurizio Baiata – 20 Giugno 2026

Intervistai il Professor Auguste Messeen, fisico dell’Università Cattolica di Lovanio, durante il Simposio di San Marino del 1997. Per conto della Reale Aeronautica Militare del Belgio e della SOBEPS, fu Messeen a studiare le tracce radar degli avvistamenti UFO sul Belgio che dall’Ottobre 1989 a tutto il 1990 vennero registrati a centinaia. Gli oggetti luminosi, spesso descritti come enormi e di forma triangolare, furono ripresi anche da diverse videocamere amatoriali. I jet supersonici F-16 dell’Aeronautica Belga inseguirono gli intrusi, simultaneamente tracciati dai radar di bordo degli aerei e di terra. Il governo belga cooperò completamente con gli inquirenti UFO civili, una mossa senza precedenti nella storia.

La foto dell’UFO triangolare di Petit-Rechain resta la migliore dell’ondata belga del 1989-1990.

Il capo operazioni della Reale Forza Aerea Belga, il Colonnello Wilfried De Brouwer (poi General Maggiore e vice capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica) organizzò un’unità speciale perché lavorasse con la Gendarmeria per indagare sugli avvistamenti e, alla fine delle indagini, il 6 luglio 1990 De Brouwer convocò una storica conferenza stampa in cui delineò tutti i dettagli tecnici dei tracciamenti radar dei caccia F-16 avvenuti nella notte tra il 30 e il 31 marzo 1990 e l’impossibilità dei caccia belgi di intercettare gli intrusi. Fra le migliaia di testimoni ci furono numerosi militari e agenti di polizia, piloti, scienziati e ingegneri.

Il generale dell’Aeronautica Belga Wilfried De Brouwer durante la conferenza stampa del 6 Luglio 1990.

L’ondata fu documentata dalla Società Belga per lo Studio dei Fenomeni Spaziali (SOBEPS), organizzazione privata di Bruxelles, che pubblicò due volumi sull’ondata OVNI nel Paese. In merito al flap sul Belgio ebbi modo di incontrare il professor Auguste Messeen, il quale mi concesse l’intervista che qui leggerete, rimasta sinora totalmente inedita.  

Maurizio Baiata: Professor Messeen, come scienziato accademico impegnato nelle ricerche su un fenomeno non convenzionale quale quello degli UFO, qual è secondo lei è la situazione?

Auguste Messeen: Certo che non è un fenomeno convenzionale, ma è quello che succede. E per me è cominciato 25 anni fa, quando iniziai ad interessarmene e scoprii cose straordinarie che nessuno sembrava capire. Come scienziato, mi sentii in dovere di approfondire gli studi su quanto avevo scoperto. Avevo diversi esempi di studi degni di approfondimento, incoraggiando scienziati più giovani ad impegnarsi perché se c’è qualcosa da capire, allora bisogna lavorarci sopra.

M.B.: Lei ritiene che gli scienziati più giovani debbano fare riferimento a un diverso approccio di coscienza, o di conoscenze alternative a quelle tradizionali, per affrontare l’argomento UFO?

Il professor Auguste Messeen.

A.M.: Mi scusi, ma non capisco la domanda.

M.B.: Mettiamola diversamente: quando ci si imbarca in questi studi, lo si fa, secondo lei, per motivazioni ed esigenze culturali, o solo per una curiosità specifica?

A.M.: Io cominciai ad occuparmene spinto dalla domanda che mi pose uno dei miei figli, allora aveva tredici anni: “Cosa c’è di vero a proposito dei dischi volanti?”. Gli risposi che non lo sapevo e questo mi spinse a volerli studiare. All’epoca in Belgio era stato appena pubblicato un libro, seguito da diversi articoli su pubblicazioni scientifiche, che riguardava la propulsione.

Lessi tutto e la mia prima reazione fu che nessuna di quelle analisi e le relative conclusioni fossero giuste ma, se non lo erano, restavano i fatti. Mi misi allora alla ricerca di altre possibilità in base alle evidenze, perché la prima cosa è l’indagine. Una teoria può essere costruita solo su tale premessa. E devi farlo secondo una metodologia strettamente scientifica. L’ho seguita sin dall’inizio delle mie ricerche. L’ho applicata propriamente e non ho mai avuto alcuna difficoltà con i miei colleghi.

M.B.: Quando alla fine degli anni Ottanta ebbe inizio il flap ufologico in Belgio, lei venne coinvolto nelle ricerche da subito o qualche tempo dopo?

A.M.: Sin dall’inizio. Interrogai, posso dirlo, la Gendarmeria dalla prima osservazione e fu molto importante, perché le persone avevano avvistato gli stessi oggetti nel giro di due ore. Interrogandoli, trovai testimoni che non volevano rivelare la propria identità, ma che mi parlarono sinceramente, erano in molti e nessuno li aveva influenzati. Ed erano testimonianze importanti, perché immediate.

Durante la prima serata, quella del 29 Novembre 1989, erano state registrate circa 25 osservazioni tutte da una regione relativamente piccola e in molti avevano visto e descritto qualcosa di sconosciuto. Com’era possibile che così tante persone avessero semplicemente immaginato la stessa cosa nello stesso momento? Impossibile. Mi convinsi subito che era qualcosa di reale, anzi un flap eccezionalmente importante. A quel punto volevo sapere cosa fosse accaduto sui radar. Non fu semplice, ma ottenni informazioni dirette dall’aeroporto civile, da due stazioni di terra militari e da quello che i jet F-16 avevano acquisito sui radar durante lo “scramble”. Tutto doveva essere analizzato, ma era difficile, perché in quel momento nessuno capiva nulla di quello che era accaduto. Scrissi un rapporto e il resto è storia.

M.B.: Cosa spinse il generale De Brouwer, allora colonnello, ad indire una conferenza stampa così importante e senza precedenti?

A.M.: Prima di tutto, De Brouwer era di mente aperta. All’inizio del flap lo contattai, non aveva raggiunto ancora il grado di generale ed era già a capo di tutte le operazioni. Di mente analitica, mi impressionò favorevolmente il suo approccio aperto, teso alla ricerca della verità. Gli dissi che non potevamo perdere un’occasione simile, senza guardare seriamente a quello che era accaduto sui radar. Dopo aver analizzato i dati, mi rivolsi al Ministero della Difesa. Non avevano capito molto, ma non importa, perché l’importante era che per la prima volta delle autorità, un ministero e alti esponenti dell’Aeronautica, avessero deciso di lavorare congiuntamente, nell’analizzare l’accaduto, con mente aperta anche se critica. Questo spero rappresenti un esempio incoraggiante per le altre nazioni, perché è ciò che dovevamo e dobbiamo fare.

M.B.: Un suo specifico incarico riguardò l’analisi delle tracce radar. Cosa ne scaturì?

A.M.: Dal momento che ero stato io a chiedere di analizzarle, e che vi avevo riscontrato qualcosa che nessuno sembrava aver capito, approfondii le ricerche, ricombinando tutte le informazioni ottenute e collegandole: cinetiche, e meteorologiche, lavoro duro ma interessante. I fenomeni spiegabili con cause naturali li avevo individuati, ma c’erano due tracce non identificate che risultavano davvero inspiegabili. Lo sottolineo. Un punto importante è che se si studia un fenomeno, cioè quello che feci io, e si scopre qualcosa – come è generalmente accaduto nel campo degli UFO – allora questo qualcosa va divulgato e la verità deve essere detta.

I tracciati radar analizzati da Messeen.

M.B. Le pongo ora una domanda delicata. Sa qualcosa dei tracciati radar di Ustica? È uno dei momenti più importanti nella storia degli incidenti aerei accaduti in Italia e ci si chiede cosa videro realmente i radar americani e della Nato, e perché le registrazioni radar che mostrano le tracce ufficiali non siano state consegnate alle competenti autorità italiane.

A.M.: Prima di tutto la prassi prevede di non fornire le informazioni a persone competenti del campo, quindi questo con noi scienziati non viene fatto. Questa è politica, non è un atteggiamento scientifico. Il secondo punto è che, per quanto riguarda i rilevamenti radar, possono esistere molte tracce o effetti computerizzati che possono confondere. A volte si tratta di erronee interpretazioni, in altri casi no, ma questo significa che si ha sempre una maggiore chance di trovare la verità se più persone competenti si impegnano nello studio, piuttosto che un gruppo ristretto e chiuso. Se l’obiettivo è quello di trovare la verità, allora c’è la possibilità di farlo. Se l’obiettivo è quello di nascondere la verità, allora davvero preferisco non esprimermi. Ma qual è il senso di tutto ciò? Il vero problema oggi, l’essenza del problema per l’ufologia è che i fatti sono reali, che gli oggetti volanti esistono, anche se non sappiamo da dove vengono e come sono propulsi. Dovremmo chiudere gli occhi davanti alla realtà, oppure, alla fine del millennio, come umanità dobbiamo guardare al fenomeno al meglio delle nostre possibilità… chiediamoci dunque dove è giunta la nostra scienza oggi. È umiliante per la scienza e per l’umanità, che ci siano alcuni gruppi, militari o politici, o di altra natura, che ci allontanano dalla possibilità di studiare questo fenomeno, uno studio di enorme importanza per il genere umano. Non dico che sia extraterrestre, ma c’è una concreta possibilità che lo sia e se c’è una possibilità è da stupidi non prenderla in considerazione.

M.B.: Se l’incidente di Roswell accadde realmente nel 1947, ovviamente le stazioni radar americane coinvolte nel tracciamento dell’oggetto o degli oggetti immediatamente allertarono gli apparati militari competenti per procedere al recupero. Quali erano allora le procedure radar standard in caso di registrazioni di tracce anomale, e quali sono oggi?

A. M.: Devo chiarire che ci sono almeno due tipi di oggetti volanti non identificati. Il primo tipo è di forma circolare classico, che funziona in una certa maniera e che stiamo studiando. E un secondo tipo, quello osservato in Belgio, che non sono di forma circolare e che non funzionano alla stessa maniera. Ritengo quindi che gli oggetti discoidali classici possono essere detectati (individuare, localizzare, N.d.A.) dai radar e se ne possono definire le caratteristiche. Mentre quelli del Belgio erano molto difficili da detectare. Non c’è nulla di strabiliante in questo, perché si schiudono solo altri interrogativi con tracce problematiche. È normale trovarsi di fronte a problemi del genere. Ciò che non fu normale allora è che tutti i fatti, in quel momento, vennero occultati e lo si può capire perché eravamo al termine della Guerra Fredda, e forse allora certe cose potevano non essere capite dalla gente, ma non oggi! E il governo statunitense non può comportarsi ai danni del popolo americano, occultando le prove della realtà degli UFO e ignorando il principio stesso della democrazia e della libertà dell’informazione. Se invece non ci fosse nulla di inspiegabile, allora che aprano i loro files consentendo agli scienziati di poterli analizzare e che scelgano le persone giuste per studiarli in maniera obiettiva. C’è qualcosa di scioccante, in questo atteggiamento. La verità non può essere nascosta per secoli, quindi un giorno verrà fuori e quel giorno non sarà onorevole per chi l’ha occultata.

M.B.: Dai suoi studi sulle possibilità di propulsione di queste “macchine”, come potrebbe spiegare nella maniera più semplice il loro funzionamento?

Analisi computerizzata dell’UFO triangolare di Petit-Rechain effettuata dai tecnici della SOBEPS.

A.M: Certamente non è qualcosa che si scopre improvvisamente, di punto in bianco. Ci ho lavorato per 25 anni e ho seguito lentamente un’idea dopo l’altra e mettendole insieme. La prima idea era che se il fenomeno è reale, si devono e si possono usare i mezzi della scienza. Le fantasie non servono. Il che vuol dire che si lavora sul principio di azione/reazione. Cioè procedere concettualmente. Semplicemente, oggi si può intensificare l’aria, quindi se si agisce sulle particelle caricate mediante campi elettromagnetici spingendo le particelle in una direzione, l’oggetto verrà propulso nell’altra direzione. In questo non c’è nulla di speciale, può essere fatto negli acceleratori. Il che può già spiegare un certo numero di caratteristiche degli UFO. Ma poi bisogna cercare di trovare fenomeni specifici ed elementi che risultino speciali. In merito stiamo facendo progressi. Ho studiato un sistema che considero ragionevole: consiste nella creazione di un campo elettromagnetico oscillante attorno all’UFO. Di quale tipo di oscillatore parliamo? Diciamo un apparecchio che usa la super-conduttività, vi si possono scrivere le equazioni e applicare tutte le condizioni matematiche, ottenendo dei risultati scientifici, qualcosa di estendibile sperimentalmente ad altri processi, ma questo consente di guardare ad altri effetti del fenomeno UFO.

Faccio un esempio che chiunque può sperimentare in laboratorio. Mi riferisco a due rapporti, i primi due provenienti da Parigi, che indicavano che l’ago della bussola della cabina di pilotaggio compiva un giro completo e che c’era un oggetto brillante nelle vicinanze dell’aereo. Stupefacente. L’oggetto si è allontanato e tutto è tornato normale. Ho applicato la telemetria, ponendo la bussola in un campo magnetico potevo cambiare l’intensità e la frequenza e alla fine – è accaduto veramente – in un certo raggio di frequenza l’ago girava sempre su se stesso. Ma se non era in un quel raggio di frequenza, l’ago reagiva caoticamente. È un esempio di come si possano creare dei sistemi che in certi momenti agiscono in maniera ordinata e in altri momenti in maniera caotica. Quindi, di nuovo qualcosa di interesse scientifico.

L’informazione riguardante gli UFO è che essi producono un campo magnetico quindi, se influenzano la bussola entro un certo raggio di frequenze, non li vedi con i tuoi occhi, ma sono qui. Dobbiamo trovare altre informazioni, ancora non percepibili. Consideriamo poi il suono. Gli UFO sono silenziosi, il che ci dice che viaggiano su una frequenza. A volte abbiamo registrato dei suoni. Ne abbiamo isolato uno. Anche questo costituisce un dato da approfondire. Con quello che ci siamo detti, spero di aver contribuito a sfatare la leggenda degli aerei sperimentali e dei prototipi segreti americani che svolazzarono sul Belgio fra il 1989 e il 1990.

M.B.: Grazie, Professor Messeen.

A.M.: Grazie a lei.

Intervista raccolta da registrazione dell’Autore ed editata nuovamente per questo blog.

CHI È AUGUSTE MESSEEN (da AI)

Auguste Meessen, a 94 anni, prosegue la ricerca teorica come professore emerito dell’UCLouvain. Nel Febbraio 2026 ha pubblicato studi sulla superconduttività ad alta temperatura nei metalli puri, cercando analogie fisiche con le caratteristiche dei fenomeni UAP (UFO). Nella Fisica Teorica continua a sviluppare il suo modello di quantizzazione dello spazio-tempo, ipotizzando l’esistenza di una “lunghezza minima” fondamentale che superi i limiti della fisica standard. Nella ricerca avanzata, indaga la fusione nucleare a bassa energia (LENR) e le interazioni tra oscillazioni del plasma e barriere di Coulomb, applicando il rigore matematico a settori considerati di frontiera o non convenzionali. Il suo metodo resta lo stesso: applicare la fisica teorica rigorosa a fenomeni anomali per cercare spiegazioni scientifiche testabili anziché speculative.

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