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A 46 anni dalla sua pubblicazione su “Gong”, un articolo che invita ancora ad alzare la voce per cambiare il mondo

Di Maurizio Baiata

Il numero di “Gong” con la Lettera Aperta

3 Agosto 2022

Un mio articolo intitolato “Lettera Aperta – In difesa di Francesco Guccini” venne pubblicato nel numero 4 dell’Aprile 1976 di “GONG”, mensile di musica e cultura, concorrente di “Muzak” nel cui Collettivo di Redazione militavo come responsabile del Rock. A quel che ricordo, il pezzo su Francesco mi fu richiesto dal Direttore di “Gong” Antonino Antonucci Ferrara e dal caposervizi Peppo Del Conte, durante una mia visita a Milano. Eravamo in macchina insieme al mai dimenticato Marco Fumagalli. Si parlava dei cantautori, nei confronti dei quali il periodico nutriva un malcelato “distacco”, se non avversione, come provavano le sue pagine sempre prive di articoli sui nostri cantautori. Io invece ne amavo uno svisceratamente, Francesco Guccini e mi dissi disponibile a scrivere un pezzo su di lui. Lo avevo incontrato e intervistato già un paio di anni prima per Ciao 2001 e Guccini, dal canto suo, aveva scritto “L’avvelenata” indirizzandola ai critici musicali, in particolare il recensore più famoso del settimanale romano (“il prete”), e la “penna” più prestigiosa di “Gong” (menzionato con il cognome). 

Il contenuto di questo articolo, qui riproposto integralmente, credo sia attuale ancora oggi. Se nella “Lettera Aperta” di allora invitavo Francesco ad esporsi ancora di più riappropriandosi del suo ruolo di cantore delle cose vere, piccole o grandi che fossero, per cambiare la società anche sapendo che essa non sarebbe mai cambiata, oggi, in un Paese pressoché ridotto al silenzio e musicalmente avvilito nel totale e conformistico “disimpegno artistico”, quanto vi accingete a leggere sarebbe bello fosse recepito dalle voci non allineate, che vogliano tornare ad ergersi “cantori delle cose vere”, assestando così mortiferi ganci sinistri al fegato del cicaleccio politico e dei media asserviti al potere. Lasciandoli senza fiato, piegati su stessi, sorretti dai secondi sino all’angolo uscendo pietosamente di scena. A questo serve l’arte della parola, cantata nel vento. 

Ospitandomi sulle sue colonne, nel corsivo introduttivo alla “Lettera Aperta a Francesco Guccini”, la Redazione di “Gong” presentava le ragioni della propria scelta editoriale. Eccole.

Abbiamo sempre manifestato la nostra profonda diffidenza per il filone cromato in oro dei cantautori italiani, per il loro facile e sospetto successo commerciale. Ospitando questo intervento non intendiamo cospargerci il capo di cenere, né fare precipitosamente macchina indietro. Semmai vogliamo dimostrare che non esistono in Gong atteggiamenti settari e chiusure irrazionali. Molti di noi condividono solo in parte gli argomenti di Baiata, ma da essi è comunque possibile avviare sulla sostanza e non sui miti un dibattito che giustamente si muove dal musicista più rappresentativo, capostipite forse involontario di un modo di far musica all’italiana.

«La casa sul confine dei ricordi, / la stessa sempre come tu la sai / e tu ricerchi là le tue radici / se vuoi capire l’anima che hai… »

«Si alza sempre lenta come un tempo / l’alba magica in collina, / ma non provo più quando la guardo / quello che provavo prima, / ladri e profeti di futuro / mi hanno portato via parecchio, / il giorno è sempre un po’ più oscuro, / sarà forse perché è storia, / sarà forse perché invecchio…»

Due anni separano questi testi ed il mare gucciniano è mutato profondamente, la sua forza cresciuta, nella violenza fatta a se stesso di raccontare la propria vita – son sempre qui a vivermi addosso – nella sincerità di una storia personale che Francesco offre ormai senza ricorrere più a simbolismi e favole, mentre il suo linguaggio pessimista, ancora dolce, va giusto in fondo all’anima – «bere il vino sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore» – e ti accorgi che questa musica, queste parole ti appartengono, come le avessi scritte tu, anche nella fatica di un riconoscersi scomodo, forse squallido. Guccini, ovvero una generazione che in lui si riflette, lasciata andare nel Dopoguerra e nel mito, persa nelle contaminazioni delle storie di partito, nelle non realtà di una vita quotidiana che ha rinunciato all’ideale politico, ha finito la speranza.

Eppure la crescita di questa generazione è stata cantata nel segno di una disfatta del coraggio, nel racconto di piccole storie quasi insignificanti – la canzone della triste rinuncia, la canzone della bambina portoghese – in cui esiste un’interazione che Guccini ha sempre cercato, voluto nonostante i suoi racconti divenissero col tempo più freddi e difficili, coraggiosi in quanto sinceri, dalla lotta infantile alla grande rivoluzione di classe, tutto ha un suo significato reale, che è coscienza dei fatti e speranza senza ipocrisia, proprio nella vita quotidiana.

Due anni, ed il passaggio dai temi del «tempo andato» a quelli della realtà di ogni giorno: non c’è stata frattura, non sono analisi di due diverse realtà sociali, bensì la logica di ogni giorno, nei pensieri spesi alzandosi al mattino, chiedendosi i perché di una giornata da vivere intensamente. Ed è giusto in questo il rifiuto, da parte del modenese, di cantare il tout court, magari stupendo gli ascoltatori nel coraggio con cui il tema è esposto, quando Francesco va a scegliere il suo «momento storico» con coscienza, analizza il tempo di vivere, non più quello di sognare sulle cose perdute o mal fatte.

Le «stanze» dimostrano i rifiuti per le cose piccolo-borghesi, i rifugi ai quali approdare nei momenti di sconforto, le isole irreali ma razionali che sono la droga ed il bere, sono il viversi addosso «da poeta ed ubriaco, quando picchierai la testa contro i tuoi perché», sono la coscienza di non chiudersi nel ghetto dei ricordi e delle omissioni, quando in Guccini esprimere la vita quotidiana è ormai segno di consapevolezza politica.

Cosa ci ispirava, cosa ci colpiva di lui? Gli anni, i mesi ed i giorni che passavano, il riflusso di esperienze quotidiane, il déjà vu di dolci esperienze d’amore e quindi era il sogno, quando il sogno non ha valore né significati, perché l’uomo che basa la sua vita, anche per un solo istante, sulla segretezza di un ricordo, di un momento passato, non è più uomo, non crea, non vive, né individualmente né socialmente.

Questo stato di cose, il comprenderle, ecco il problema che tanto scotta ai gucciniani convinti, ai convinti assertori di vite che sono il riflesso di altre vite, di passioni che sono rimembranze, di strade di provincia cui incatenarsi per giungere alle nuove città del pensiero, di solitudine di esistenza di amore a metà di comunicazione falsa, insomma le cose che fanno una canzone, cioè quello che Francesco ha sempre combattuto.

Lentamente, questo poeta che poeta non è, ha superato una fase critica gravissima, si accosta ai quaranta con una gioia inimmaginabile, e resta il solo in grado di comunicare pienamente – forse insieme e soltanto ad un Gaber – una sua verità personale, che ci appartiene perché specchio di ogni giorno, perché è politica, lotta in famiglia, in fabbrica, perché è vivere da immigrato e in servizio militare, in banca o alle presse della Fiat. Ed è questo per Guccini l’uscire dal ghetto, solo attraverso l’appartenenza ad una coscienza di classe, e non ai giochi del sistema. Si potrà obbiettare che tutto questo, alla luce degli album, discografici, non appare. Si potrà dire di un Guccini ermetico, schivo all’abbraccio caloroso con la gente, si potrebbe accusarlo di revisionismo, di far musica per una élite ristretta, non si comprenderà il Guccini liberato finalmente dalla paura di cantare La locomotiva o Primavera di Praga, di urlare in faccia alla gente, con rabbia.

Del vecchio Francesco, per quello che ci attendiamo da lui, dovrebbe apparire tra poco il suo nuovo Lp, di nuovo a due anni di distanza dal precedente, non è rimasta che la maturazione, la musica «dylaniata» estrapolata finalmente dal contesto americaneggiante, mitico della giovinezza, è nata in lui una prosa realistica, che non ha bisogno dell’America per esprimere quanto avviene in Italia, non cerca il sogno per simboleggiare una realtà scottante, non crede in terre mitiche o bolle pontificie con le quali suggellare e chiudere una persona nel suo nuovo ghetto che anche Francesco, un tempo, può aver aiutato a costruire, sbarrando il passo al verismo quotidiano, rifugiandosi, sull’Isola non trovata od alla ricerca delle sue Radici.

Francesco comunque ha fatto, e deve fare soprattutto, ben altro, ed il prossimo lavoro lo vorremmo più immediato e polemico, che parli senza inutili enfasi della condizione operaia, che dica dei lunghi mesi di naja, che racconti della droga governativa, che riporti lo scandalo di un paese come il nostro, che le sue stanze si allarghino alle strade, respirino senza «cultura millenaria sospesa in aria»: Francesco ha fatto promesse che vanno mantenute.

Dovrà ancora una volta spogliarsi di tutto, lasciare che le cose gli scorrano intorno e cantarle, ancora più crudamente e con coraggio, una forza che non gli è mai mancata ma che potrebbe stemperarsi nell’età, mentre «le strade sono piene di una rabbia che urla più forte» e gli anni hanno privato di bellezza anche quel Sessantotto che l’uomo ha vissuto… Ed ora un mare di domande, l’anarchia affiorante nei testi, il socialismo, il populismo, la «cultura» di cose americane, la professione, ma insomma ci attendiamo solo delle precise risposte, che Venditti e De Gregori e Dalla sembrano voler lasciar alla «poesia», al successo delle cose dette a metà; e Francesco, solo lui, sarà ancora lo specchio di una generazione, delle sue irrealizzazioni, della sua paura di vivere.

Compito durissimo, quello di Guccini, rendere testimonianza ad ogni passo, in barba anche ai più neri pessimismi. «E poi e poi gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose; e tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote; e tutti, sai ti san dire come fare, quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual è il vero vero; e poi e poi, tutti chiusi in tante celle, fanno a chi parla più forte per non dire che stelle e morte fan paura». Sono parole di Francesco, di qualche tempo fa – La canzone della bambina portoghese – che non tutti hanno compreso, un dramma che era speranza, non la gioia semplice ed inutile di un’esperienza negativa, gucciniana, e quanto è stato scritto mentre non si comprendeva che il succo era che «quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere».

Maledizione, Francesco è riuscito a dirlo, senza mezze frasi, perché il suo vivere è anche il nostro, chiede semplicemente un dialogo che l’industria, la società, il sistema gli negano come uomo e come artista.

Ancora una domanda – la lettera aperta, ecco la formula giusta per un articolo – di avere coraggio sino in fondo, di sapersi divertire come ha fatto nel più misconosciuto dei suoi lavori, quell’Opera Buffa che solo i modenesi hanno compreso, o ne hanno saputo ridere in pochi, perché è musica fatta per strada, quando reinventa la Genesi e pennella furiosamente sulle canzoncine della sbarbata mattutina, quando attacca la cultura scolastica e gli accidenti che ne vengono, e la politica clericale e fascista, tutto con la sua lingua raffinata, suadente, la sua erre moscia che scopri piace tanto al compagno di banco o al garzone del macellaio, quell’equilibrio elegante che è semplicemente frutto di un uomo ormai alle strette, allo scoperto, emotivo, che si deve conoscere, disprezzare o amare: questo fino ad ora ha proposto, senza salire in cattedra, con umiltà, questo c’è da rendergli, con coraggio.

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Lezioni dal Passato

Le armi del potere contro i dissidenti, i sovversivi e gli assertori di versioni contrarie al mainstream. Una prassi che arriva da lontano…  

Di Maurizio Baiata

1 Agosto 2022

Tratto da Leonardo Sciascia, il film di Elio Petri “Todo Modo” nel 1976 denunciò la capacità delle élite di chiesa e politica di corrompere ed eliminare qualunque ostacolo. Con ogni strumento, legale e illegale. Erano i cosiddetti “anni di piombo” e la cinematografia italiana, con il coevo “Cadaveri Eccellenti” di Francesco Rosi (ancora derivato da un romanzo di Sciascia), nei film-inchiesta prendeva spunto da fatti di cronaca per mettere a fuoco piani eversivi, alleanze assurde e l’impotenza della sinistra di partito di opporsi realmente al potere vigente. Allora come oggi, chi si confronti con questo “sistema”, subisce le conseguenze del proprio impegno per la verità. 

Contro i dissidenti, le armi del potere sono: la disinformazione, l’insabbiamento (cover-up), la diffamazione (mirata alla rovina della reputazione), i provvedimenti disciplinari (applicati sulla professione), costruzione di castelli accusatori fasulli, minacce e tecniche intimidatorie e, infine, la soppressione. Come si diceva una volta, “a mali estremi, estremi rimedi”.  

Se consideriamo tutto questo nell’ottica ufologica, dobbiamo tenere conto di una premessa, a mio avviso fondamentale, quella che segue:

“Credo che i governi succedutisi in questi anni abbiano detto una tale massa di menzogne che oggi si trovano in una situazione senza via d’uscita e non possono più dire la verità”. John Lear (pilota aeronautico ed ex agente CIA, scomparso nel marzo 2022).

Un sistema senza via d’uscita può solo reprimere. Si devono a John Lear e al giornalista George Knapp le prime conferme dell’esistenza dell’Area 51 e del lavoro che il fisico Robert Lazar avrebbe svolto sui sistemi propulsivi di UFO recuperati, studi da lui condotti in una sezione super segreta dell’Area 51, la S-4 sita nel perimetro della Nellis Air Force Base, a una ottantina di km a nord di Las Vegas. Sul finire degli anni ‘80 quanto divulgato da Lazar venne etichettato come un misto di informazione e disinformazione. Le sue credenziali non erano verificabili, perché del passato professionale di Lazar non era stato possibile reperire neppure una traccia. Per questo, il fisico nucleare canadese e ufologo di altissima levatura, Stanton Friedman, bollò il caso Lazar come fraudolento.

Robert Lazar

Si consideri però che in ufologia la disinformazione è insita in quella che appare comunicazione corretta e veritiera.

Si immettono, in tutti i media e soprattutto attraverso il web, notizie fasulle che appaiono interessanti, persino eclatanti e, a volte, si inneggia con entusiasmo e ingenuità alla “pistola fumante”. A guardare meglio, però, la loro consistenza si infrange sul muro dell’impossibilità di controllarne le fonti, spesso anonime, o del tutto assenti, con indizi frammentati o inconsistenti e testimonianze non comprovabili.

A mio avviso questo non rientra nel caso Lazar, tuttavia i depistatori e i guastatori (i “debunkers”) lo portano ad esempio per proclamare che quanto arriva dai “whistleblower”, o gole profonde, è sempre privo di fondamento. Se invece cogliessimo, con Lazar e in diversi altri casi, il clima da guerra fredda che caratterizza la moderna storia ufologica, lo scenario apparirebbe più plausibile. Non solo, il destino dei rivelatori e degli oppositori al regime di segretezza è legato a una scelta: parlare o rinunciare. Qualora essi persistano nella divulgazione, davanti a loro si profilano solo tre possibilità: l’epurazione, il pentimento, l’asservimento.

Come tutto è cominciato

Il 7 Dicembre 1997 a Brasilia, durante il Primo Forum Mondiale di Ufologia, intervistai G. Cope Schellhorn, professore di Inglese, futurologo e scrittore. La sua relazione era stata una bomba: Shellhorn affermò che un gran numero di ricercatori UFO erano morti in circostanze mai chiarite e per ragioni ignote.

G. Cope Shellhorn

Le cause dei decessi: arma da fuoco, avvelenamento, soffocamento, inoculazione di virus mortali. E Shellhorn, dopo aver minuziosamente descritto molti casi di ufologi eliminati o “suicidati”, concluse lapidariamente: non solo la ricerca UFO è potenzialmente pericolosa, ma la durata media di vita degli studiosi più seri ed esposti è decisamente più breve della media nazionale. La sua relazione suscitò un vespaio. I più autorevoli ufologi del mondo la accolsero con sospetto e derisione.

Ma avevano torto, perché esistevano dei precedenti.

Nel 1971, lo scrittore e ricercatore Otto Binder pubblicò un articolo sulla rivista “Saga” intitolato “L’eliminazione degli UFO inquirenti”. Binder aveva studiato le morti di “almeno 137 ricercatori di dischi volanti, scrittori, scienziati e dei testimoni morti nei precedenti 10 anni”, molti in circostanze misteriose.

Cadaveri eccellenti

Scienziati astronautici, ingegneri aerospaziali, microbiologi, genetisti, fisici quantistici, esperti di sistemi radar e missilistica, di sofisticati apparati di Difesa, di guerra batteriologica, Star Wars Project (SDI), Free Energy, Informatica, Mind Control, Visione a distanza. Questi, i soggetti da tenere sotto controllo ed eventualmente da epurare e/o eliminare. Una lista interminabile che, in Ufologia racchiude testimoni di Incontri Ravvicinati, inquirenti, editori, giornalisti e scrittori. Ma anche in altri settori, personaggi che apparentemente nulla avevano a che fare con le scienze di frontiera, avrebbero potuto risultare molto scomodi, come alcuni visionari registi cinematografici. Su tutti, Stanley Kubrick, morto per cause naturali (“arresto cardiaco”) il 7 Marzo 1999, a una settimana dal completamento del montaggio del suo film di più pura denuncia dell’esistenza di un sistema di potere occulto, “Eyes Wide Shut”. E Bruce De Palma, fratello maggiore del regista Brian. Fisico, pioniere della Free Energy e inventore della “N-Machine”, nel 1997 De Palma sarebbe morto a 42 anni in Nuova Zelanda, per cause naturali. La sua pagina di Wikipedia, non esiste più.

Bruce De Palma

Nessun mistero avvolge la fine dello scienziato Michael Wolf Kruvant, avvenuta il 18 Settembre 2000 dopo lunghi anni di lotta contro un male incurabile. Di Wolf ho parlato diffusamente e in questo blog sono reperibili diversi articoli a lui dedicati e spezzoni tratti dal suo libro “The Catchers of Heaven – A Trilogy”, da me tradotto e in seconda edizione intitolato “I Guardiani del cielo” (Verdechiaro Edizioni). All’indomani della sua morte, il suo appartamento ad Hartford, in Connecticut venne completamente ripulito, “bonificato” dai servizi di intelligence per i quali Wolf ha lavorato sino all’ultimo. Il secondo volume della trilogia era terminato e Wolf lo aveva raccolto in un dattiloscritto di cui non è stata trovata traccia, come tutta la sua biblioteca e gli effetti personali. Tutto sparito. Wolf non deve esistere.  

L’Ammiraglio del Majestic 12

Fra i più illustri casi di sospetto suicidio resta emblematico quello dell’Ammiraglio James Vincent Forrestal. Membro del Majestic 12 e Segretario alla Difesa, secondo la versione ufficiale, il 22 Maggio 1949 Forrestal si uccise lanciandosi dal 16.mo piano dell’Ospedale militare Bethesda, gestito dalla US Navy, in Maryland. Forrestal era stato ricoverato a causa di una fortissima depressione e di turbe psichiche a seguito delle dimissioni impostegli dal Presidente Truman. Ammettendo come reale l’esistenza del Mj-12, composto anche da membri ai vertici militari statunitensi, Forrestal sarebbe stato fra i pochi a conoscenza della questione EBE, le Entità Biologiche Extraterrestri. Al Bethesda, il 23 Novembre 1963 fu eseguita l’autopsia sul corpo del Presidente Kennedy.

L’ammiraglio Forrestal

 Il geologo della battaglia di Dulce

Anche la morte di Phil Schneider, avvenuta nel Gennaio 1996, è stata archiviata come suicidio. Ex geologo e ingegnere governativo, per due anni Schneider aveva tenuto conferenze negli USA rivelando di aver lavorato in progetti segreti e alla costruzione della base sotterranea militare di Dulce, in New Mexico. Disse di aver partecipato alla cosiddetta “battaglia di Dulce”, un confronto armato avvenuto nel 1979 tra creature umanoidi e personale militare (66 vittime umane). Dei tre sopravvissuti, Schneider ne uscì con il petto ustionato e tre dita di una mano amputate. Phil Schneider iniziò a parlare dopo il controverso suicidio del suo amico Ronald Rummel, ex ufficiale Air Force ed ex agente intelligence USA, con il quale aveva pubblicato l’opuscolo “Alien Digest”. Phil era il figlio del capitano della Marina nazista Oscar Schneider, catturato dagli americani era stato portato negli USA nell’ambito della Operazione Paperclip e poi con cittadinanza americana, era entrato nella US Navy e aveva raggiunto il grado di capitano, trovandosi a suo dire coinvolto nell’Esperimento Philadelphia.

Nel documentario “The Underground – A Hidden Reality and the True Story of Phil Schneider” le rivelazioni di Philip vengono analizzate da Richard Dolan, Richard Sauder, Neil Gould e Cynthia Drayer (vedova di Schneider). Nello schema del mondo della segretezza, secondo Schneider, erano sequenziali e fondamentali i rapporti tra la Germania nazista, gli Stati Uniti e la Cina con tre tipologie aliene: i grigi, i rettiliani e gli insettoidi.

La scena apparsa agli inquirenti nell’abitazione di Schneider

Dopo una prima certificazione di morte causata da ictus, Cynthia chiese di vedere il corpo del marito prima che fosse cremato.

Fu dissuasa dal direttore dell’impresa funebre, dato l’avanzato stato di decomposizione. Tuttavia, Cynthia non se ne fece una ragione e il giorno dopo incalzò il detective Randy Harris, che le confermò che “qualcosa non quadrava”, giacché non vi erano segni sul collo del marito che confermassero l’ipotesi della seconda certificazione di morte stilata in base al rapporto della polizia che lo aveva dichiarato “suicidio da strangolamento”. Il corpo di Philip Schneider fu quindi sottoposto ad autopsia dalla dottoressa Karen Gunson, medico legale della Multnomah County, Oregon. L’autopsia confermò che Phil era morto per asfissia e il caso era stato chiuso come suicidio. Schneider si era stretto al collo un catetere il cui altro capo aveva annodato alle sue gambe. Resta da comprendere con quale forza Philip, che era semi-paraplegico e deambulava con tutori di contenimento, abbia potuto legarsi un catetere al collo, facendo trazione con le gambe sino a bloccare il flusso di sangue alla testa, per poi perdere i sensi e infine morire.

Una condanna a vita

Di Bob Shell, uno dei più titolati foto-esperti americani, direttore della rivista di tecnica fotografica “Shutterbug” – noto nella comunità ufologica internazionale in seguito al suo coinvolgimento nelle analisi su un frammento di pellicola del Santilli Footage (fotogrammi rivelatisi datati 1947, ma privi di immagini del corpo dell’essere sul tavolo autoptico) – pochi sanno che aveva contatti con insider collegati alle basi sotterranee.

Bob Shell

  

Dal 2007 Shell sta scontantando una condanna a 32 anni di carcere per omicidio e profanazione di cadavere. Secondo l’accusa, avrebbe causato la morte della sua ragazza, la diciannovenne Marion Elizabeth Franklin, avvenuta il 3 Giugno 2003 nello studio fotografico di Shell a Radford, in Virginia. L’uomo le avrebbe procurato la droga, dopo di che le avrebbe iniettato una mistura letale di cocaina, morfina e altri stupefacenti, causandone il decesso. Poi, avrebbe abusato del suo corpo senza vita.

Durante il processo, Shell ammise la sua relazione con la ragazza e dichiarò che durante un rapporto sessuale consensuale, la Franklin sarebbe stata stroncata da un attacco cardiaco. I suoi difensori contestarono le accuse di omicidio a sfondo sessuale e droga e si scagliarono contro l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Radford, che non aveva fornito prove conclusive a carico di Shell. Bob Shell, oggi 65enne, che si è sempre proclamato innocente, subisce una condanna che lo porterà a morire in carcere. Tutti i suoi ricorsi in appello sono stati respinti. Vale riportare questa e-mail che Shell mi scrisse dal carcere di Radford in risposta a una mia nella quale, a fronte della campagna diffamatoria orchestrata dalla frangia “politicamente corretta” della comunità ufologica statunitense che applaudiva alla pena che gli era stata inflitta, gli espressi il mio sostegno morale e, per quanto possibile, professionale.

“25 Agosto 2004. Hello Maurizio,

Mi fa molto piacere sentirti. Nonostante io abbia mantenuto un silenzio pressoché totale dal tempo del Santilli Footage, non ho mai perso il mio interesse per gli UFO e per i fenomeni a essi collegati. Navigando su UFO Updates non ho potuto esimermi dal rispondere ad un “post” da parte di qualcuno che diceva di volersi mettere in contatto con Philip Corso! (il colonnello è deceduto nel 1998, N.d.R.). Mi spiace, ma non conosco l’italiano quindi non sono in grado di leggere l’articolo che mi riguarda pubblicato sul tuo sito web (DNA magazine, da anni non più attivo, N.d.R.), ma apprezzo molto il tuo supporto. Appare chiaro per chiunque mi conosca che le accuse nei miei confronti sono totalmente ridicole e infondate. È importante sapere che la maggioranza degli articoli pubblicati dai quotidiani è basata su resoconti scorretti. Innanzitutto, non sono sotto accusa per omicidio volontario, come molti hanno scritto. Il perito in patologia forense ha infatti stabilito che la morte di Marion è avvenuta per cause accidentali. L’accusa quindi è di omicidio colposo, non volontario o premeditato, ed è stato inteso come morte accidentale occorsa durante la perpetrazione di un altro reato. Marion era la mia fidanzata e io l’amavo moltissimo. Non le ho fatto nulla di male. La persecuzione che sto subendo è completamente politica nelle motivazioni e nulla ha a che vedere con alcun dato di fatto. Le prove a mio carico sono di natura totalmente fraudolenta. Il caso si basa esclusivamente su menzogne raccontate da un dipartimento di polizia corrotto. Il dipartimento di polizia di questa città è fuori da ogni controllo ed è costantemente oggetto di articoli dei quotidiani. Personalmente, sono solo una delle tante persone finite nelle trame di tale scandalo… Non esitare a pormi altri quesiti, qualunque quesito, quando lo desideri. Non ho segreti per nessuno. Con i più sinceri auguri, Bob”.

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Inganno alieno sul filo della fiction  

Di Maurizio Baiata

I ricercatori che si cimentano in conferenze sugli UFO sanno che un contatto visivo assai intenso e insistente con alcuni astanti, a volte cela qualcosa di drammatico: domande per loro importanti e prive di risposte. Personalmente, l’ho provato diverse volte, quando al termine degli incontri una coppia si avvicina al palco e ci si accorge erano loro a fissarvi fino a pochi istanti prima.

“Signor Baiata, può concederci un momento per favore?”.

“Certo, come posso aiutarvi?”.

“Beh, non lo sappiamo. Siamo preoccupati per gli strani sogni che fa Tommy, il nostro bambino. Ha quattro anni e al mattino ci racconta che ha sognato di aver giocato con un suo amichetto in giardino, che è un simpatico coniglio bianco”.

“Oh, capisco, giocano e cos’altro fanno?”.

“Il coniglio è buffo. Ha gli occhi grandi e neri e gli parla con dolcezza, e Tommy è felice… sa, non ha amici con cui giocare… Ma vede, non crediamo affatto che il suo amichetto sia un coniglio, o che Tommy stia sognando, perché al mattino abbiamo trovato le sue pantofoline sporche di fango ed è successo più volte. Chi è quel coniglio che lo sta portando via? Dove vanno, cosa significa questa cosa? Siamo costernati. C’è modo di fermarla?”.

Il “grigio” nel test HIRT di Budd Hopkins.

Come sappiamo, è difficile rispondere. Ci hanno provato in America, soprattutto lo psichiatra John Mack e il grande esperto del fenomeno, Budd Hopkins, con il quale ho avuto modo di confrontarmi diverse volte. Hopkins, con l’aiuto di psicoterapeuti di mente aperta, a proposito dei bambini apparentemente coinvolti nelle cosiddette “esperienze di contatto” con esseri non umani, aveva elaborato un test assai efficace, denominato HIRT, teso al “riconoscimento”, ovvero al delineare una sorta di identikit dei “rapitori” sulla base della testimonianza visiva fornita dal bambino. Ne parleremo in altra sede.

Per il momento, ho voluto solo accennare al fenomeno abduction dal punto di vista di chi lo ha vissuto o vi è stato coinvolto in prima persona e che a me si è rivolto sapendo che anche io avevo vissuto qualcosa di simile. Avevano interpellato i medici, i quali spesso hanno semplicemente proposto terapie a base di psicofarmaci, altri sono incappati in famosi studiosi che hanno loro proposto le ipnosi quali soluzioni liberatorie e definitive, altri ancora sono finiti nelle mani di operatori dell’occulto e di esorcisti, con ovvie ripercussioni.

L’occasione per tornarne a parlare è il film “Il Quarto Tipo” in onda questa sera sul canale Italia2 del digitale terrestre alle 21:15 e in replica domani alle 23:15. Diretto da Olatunde Osunsanmi, “The Fourth Kind” uscì nel 2009 e negli USA fece un certo scalpore, frutto della furbesca promozione che lo aveva lanciato quale film documentario basato su esperienze reali di rapimento alieno. Come nella casistica “alien abduction”, i Grigi entrano nella mente dei soggetti prescelti e si inseriscono nella loro realtà spazio-temporale in modo impercettibile, inducono immagini e situazioni familiari alla persona, spesso utilizzando l’immagine di animali, nel film le “vittime” hanno avuto ripetute visioni di gufi, invece dei coniglietti di Tommy. Fattore intrigante della pellicola è la ricostruzione dei fatti attraverso ampi spezzoni di “docu-drama” misti alla narrazione cinematografica, alla mera fiction. Qui, vengono inserite immagini che sembrano riferite a fatti realmente accaduti in un tradizionale contesto filmico da “fanta thriller”. Milla Iovovich ne è la protagonista, la psicologa/terapeuta Abigail Tyler che conduce le sedute di regressione ipnotica ed è coinvolta nelle esperienze dei suoi pazienti in un crescendo di effetti horror basati sul “vedo e non vedo”.

È vero, nella trama de “Il quarto tipo” tutta strutturata su storie di presunto rapimento alieno, emerge di prepotenza il trauma dell’isolamento sofferto dai testimoni, e questo può essere riconducibile alla episodica a noi nota, ma nel film gli addotti vengono dipinti come emotivamente instabili e degni di essere confinati in un cella di prigione (perché sono bugiardi e criminali), in manicomio (perché sono così mentalmente sconvolti da dover essere allontanati dalla società “normale”) o nella stanza degli esorcismi (perché i preti della chiesa devono espellere i demoni). Lo sforzo di Osunsanmi, di rapportarsi a questi episodi può anche essere giudicato lodevole, ma il regista sta raccontando solo una parte della storia – che gli alieni sono cattivi e malevoli.

Peccato, perché Milla Jovovich è superlativa e tutto il cast è di alto livello.

Che il film sia solo una mera finzione, seppure del quarto tipo, chi scrive ne è ampiamente convinto. Le ricerche condotte a Phoenix dalla redazione del periodico “Open Minds” allora sotto la mia direzione, consentirono di appurare che non esisteva alcun riscontro in merito all’identità dei personaggi principali, la psicologa, dottoressa Abigail Tyler e il dottor Abel Campos della della Chapman University.  Di accertato sussisteva un solo elemento: il solo obiettivo della produzione era il profitto, non certo la corretta informazione. Avevano dichiarato che era un film-documentario, ma non lo era, tutti coloro i quali vi appaiono sono attori o persone ingaggiate per ricoprire quei ruoli. Nessun testimone è reale.  

Nome, la cittadina dell’Alaska dove “Il Quarto Tipo” è ambientato esiste davvero e, in anni precedenti, era stata teatro di inquietanti fatti di sangue e sparizioni inspiegabili. Probabilmente questo è l’elemento di congiunzione fra una parziale realtà e la totale fiction de “Il Quarto Tipo”.

Anche se il film mette in luce alcuni elementi comuni e “ben documentati” sulla realtà delle abduction aliene – il che contribuirebbe ad aumentare l’attenzione e la presa di coscienza almeno di alcune fasce della popolazione sul tema – purtroppo sabbiamo a che fare con un esempio di premeditata disinformazione cinematografica, progettata per incutere la paura dell’alieno malvagio nell’opinione pubblica.

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Nel Luglio 2009 visitai con Jesse Marcel Jr. il “Campo dei Rottami” nel Foster Ranch, dove tutto ebbe inizio 75 anni fa.

Di Maurizio Baiata

5 Luglio 2022

Alla luce del deprimente spettacolo offerto la notte del 2 Luglio scorso dal canale DMAX del digitale terrestre che, in occasione del “World UFO Day”, ha programmato lo speciale britannico “Roswell 75: The Final Evidence”, sarebbe facile per me smentire i debunker, ma preferisco ritornare sui luoghi teatro dell’incidente del Luglio 1947 per come li ho vissuti tredici anni fa, inquadrandoli in maniera sufficientemente completa, contenutisticamente e fotograficamente. 

Le figure chiave dell’Incidente di Roswell. In alto da sx Bill Brazel e lo sceriffo Wilcox. Al centro da sx il Maggiore Jesse Marcel, Sheridan Cavitt del controspionaggio, il comandante Blanchard e Walter Haut, che emise il comunicato stampa che annunciava il ritrovamento di un disco volante. In basso da sx, il Generale Roger Ramey, Il fisico Stanton Friedman e il deputato Steven Schiff. Su sua richiesta, si è appreso che la documentazione sulle attività della base di Roswell nei primi di Luglio 1947 è andata distrutta in un incendio.

Con Paola Harris e Jesse Marcel Jr. ci eravamo dati appuntamento all’aeroporto di Albuquerque, capitale del New Mexico e da lì in macchina eravamo partiti alla volta di Roswell, insieme al britannico Nick Pope e al collega Alejandro Rojas della rivista Open Minds che allora dirigevo. Vi risparmio la cronaca del viaggio, fatto è che dopo aver perso la rotta ed esserci trovati in the middle of nowhere, giunti a Roswell a sera inoltrata, dopo un indimenticabile snack in albergo, eravamo andati a dormire.

Jesse Marcel Jr., Paola Harris e il sottoscritto all’aeroporto di Albuquerque. (foto: Paola Harris)

Con la luce diurna, la cittadina nulla offre di attraente, appollaiata com’è sulla lingua di asfalto della Main Street e tranne pochi edifici bassi e tristanzuoli altro non c’è se non i negozietti per i turisti e il Roswell Museum, che avrei visitato alcuni giorni dopo. Di buon mattino, Paola Harris mi ha presentato Chuck Zukovsky e la sorella Debbie, ricercatori del MUFON Missouri, con i quali abbiamo stabilito di fare gruppo insieme al figlio del mitico Maggiore Jesse Marcel e al video operatore Matt Morgan, destinazione il cosiddetto Debris Field, il campo dei rottami dove nella notte fra il 2 e il 3 Luglio 1947 un oggetto non identificato planò e rimbalzò sul terreno e riprese quota, per schiantarsi altrove (a ridosso della Capitan Mountain e/o nei Piani di San Augustin, ma i particolari costituiscono altra storia).

Paola non è con noi. Altri impegni giornalistici la aspettano ed è già stata al Foster Ranch, dove negli anni Quaranta era solito pascolare il suo gregge il mandriano William Mac Brazel. La mattina del 3 Luglio ’47 Mac trovò il terreno cosparso di strani rottami e la storia umana dell’incidente di Roswell ebbe inizio in quel momento.

Brazel ebbe la luminosa idea di avvertire del ritrovamento lo sceriffo George Wilcox della Contea di Chaves, il quale si preoccupò di informare il colonnello William Blanchard, comandante della base di Roswell. Insieme, Blanchard e Wilcox sembra abbiano raggiunto il luogo del crash, dove l’oggetto aveva trovato la sua destinazione finale, ad oggi ancora avvolta nel mistero e da approfondire in altra sede.

Blanchard incaricò subito il maggiore Jesse Marcel e l’agente del CIC (controspionaggio), capitano Sheridan Cavitt, di andare al Foster Ranch. Marcel sulla sua Buick e Cavitt su una jeep, eseguirono gli ordini e le cose apparvero loro esattamente come descritte da Brazel: sul campo c’erano rottami e detriti di vario aspetto, ma non associabili a qualcosa di conosciuto, secondo la stima di Marcel, che era un super esperto di velivoli di ogni genere, americani e non. Ne raccolsero tutto il possibile sino a riempire i due mezzi. 

Jesse Marcel Jr., Debbie e Chuck Zukovski (foto: Maurizio Baiata)

Le tappe del nostro viaggio

Noi, in questa prima mattina del 2 Luglio 2009, siamo sul potente Nissan 4×4 di Chuck Zukowski, che conosce i posti a menadito e ci spiega che il punto di riferimento è un mulino, ridotto ormai a un rudere e non facilmente distinguibile nello scenario desertico. Siamo a una ottantina di miglia (130 km) a nord di Roswell e abbiamo lasciato la strada asfaltata per seguire un primo tratto di sterrato abbastanza agevole, per alcune miglia. Ad un certo punto il sentiero sparisce e Chuck va ad istinto percorrendo i campi su un fondo da affrontare con una moto enduro o un’auto fuoristrada. A tratti riappare uno sterrato che costeggia ampi lembi di terra semi desertica e altri con vegetazione. Le nostre guide dicono che è la zona in cui è compresa quella che un tempo era la proprietà dei Proctor, una famiglia di allevatori vicini a Brazel e ai quali un giorno dei primi di Luglio “Mac” mostrò uno strano frammento trovato nel suo campo, affermando che secondo lui quella trovata sul suo campo non era roba terrestre.

Il corral, recinto che delimita l’area del capanno degli attrezzi. (Foto M. Baiata)

Facciamo sosta nei pressi del barn, il famoso capanno, o granaio che – un tempo in legno – fungeva da deposito degli attrezzi agricoli e che ora appariva rinforzato in muratura. Si trova all’interno del corral, un terreno recintato con lo stesso robusto filo spinato di un tempo. Fu in quel capanno che Marcel e Cavitt sistemarono alcuni rottami e trascorsero le prime ore della notte. Jesse Marcel Jr. visita per la prima volta quei luoghi tanto importanti per il padre, per la sua famiglia e per tutta la storia ufologica a noi nota e sembra che questo pesi sul suo cuore. Nelle oltre due ore dalla partenza da Roswell si è espresso solo a monosillabi, ponendo solo qualche domanda a Chuck e Debbie. Nell’impossibilità di scavalcare la recinzione e arrivare al capanno, scattiamo qualche foto e poi ripartiamo.

Jesse Marcel Jr. posa per noi davanti al capanno degli attrezzi. (foto M. Baiata)

Ci aspetta ancora una mezz’ora e saremo al debris field, nel ranch che fu di Mac Brazel. Ma Chuck fatica ad orientarsi. Sbaglia direzione, anche se aveva lasciato come riferimento dei paletti metallici a seguito degli scavi condotti nel 2002 e 2006 dal famoso ricercatore UFO e specialista di Roswell, Don Schmitt e supervisionati dall’archeologo Bill Doleman dell’Università di Albuquerque, sponsorizzati dallo Sci-Fi Channel e dalla NBC. La ricerca non produsse risultati significativi. Qualche tempo dopo invece, Debbie e Chuck avrebbero avuto maggior fortuna portando alla luce alcuni frammenti di tessuto di uniforme militare e soprattutto un frammento metallico sepolto sotto una decina di centimetri di terra. Ovviamente, non doveva trovarsi lì ed era sfuggito alla “bonifica” effettuata dalle squadre di militari inviate sul posto a più riprese dalla base di Roswell nei giorni successivi all’incidente. Quindi, questo costituisce una prova: i militari avevano setacciato accuratamente il terreno, ma non avevano occultato del tutto tracce della loro presenza sul posto. Chiunque riesca a spingersi sin qui si accorgerà che il luogo corrisponde alle caratteristiche e alle descrizioni testimoniali. La certezza assoluta non si ha ancora, ma Schmitt, Tom Carey e il team archeologico che vi hanno lavorato per oltre dieci anni ne sono convinti.

Sopralluogo di ricercatori nel Debis Field. Al centro Donald Schmitt, a destra Yvonne Smith (foto: Don Schmitt ©)

Cosa accadde quella notte?

Il Debris Field è un’area a occhio calcolabile in circa 500 metri di lunghezza e trecento di larghezza, protetta da un basso costone collinare su cui ipoteticamente l’UFO avrebbe impattato, per poi scendere repentinamente, toccare il suolo e produrre una larga infossatura (presumibilmente poi riempita di terra dai militari) e infine riprendere quota.

Siamo al centro del campo. Ci restiamo per più di due ore. Si parla, si discute, si fanno congetture, si guarda verso la Capitan Mountain, si immagina cosa possa essere accaduto quella notte e in quei giorni. Ho registrato su audiocassetta tutte le conversazioni e appena possibile ne renderò noti i contenuti.

Jesse Marcel ha ormai passato la settantina, è malfermo sulle gambe e si aiuta con calzari adduttori, ma gironzola ed è difficile tenerlo a bada. Chissà quali interrogativi si starà ponendo, immedesimandosi nel padre… Per quanto mi riguarda, da più di 20 anni (nel 2009, N.d.A.) studio il caso Roswell e ora sono qui, con bravi ricercatori americani e un autentico testimone oculare. Il maggiore Marcel raccolse e portò a casa quanti più rottami possibile. Il figlio ricorda che quando il papà arrivò nel cuore della notte era al volante della sua berlina Buick carica anche sui sedili posteriori di sacchi e scatoloni pieni di cose strane… che mostrò a lui e alla mamma sparsi sul pavimento della cucina. Disse loro che non era materiale degli americani, né di forze militari di altre nazioni, non era roba terrestre, ne era certo. Spero ci sia occasione per parlarne un’altra volta con Jesse Marcel Jr. e chiarire se fu Cavitt a caricare sulla jeep il grosso dei rottami, che portò la mattina dopo al colonnello Blanchard.

L’estensione del campo dei rottami fotografato dal rilievo collinare. (foto M. Baiata)

Le mie impressioni

Se vi capitasse di sorvolare queste zone e osservarle dall’alto, ciò che appare è un territorio desertico a perdita d’occhio. Anche se non del tutto arido fa una certa impressione, soprattutto se si pensa che nella notte del 2 Luglio 1947, forse a causa di una perturbazione geomagnetica o di interferenze radar, qualcosa di inspiegabile davvero vi accadde e tu – misero visitatore di un altro pianeta o un’altra galassia – ti vai a schiantare nel nulla più totale. E invece ora sei tu, umile giornalista italiano, a trovartici nel bel mezzo e calpesti questa terra… pensi al fatto che se degli alieni, uno o più equipaggi extraterrestri a bordo dei loro oggetti volanti fossero incappati in un’avaria che li avesse costretti a scendere sino a sfiorare il suolo, beh, allora ti dici che sì, fra tutti i luoghi possibili questo poteva essere quello giusto. Appena arrivati qui oggi, ho avuto subito la sensazione che il luogo corrisponde alle descrizioni testimoniali, e poi c’è quel rilievo alto qualche decina di metri che poteva aver costituito l’ostacolo su cui una macchina volante impattò, arrivando da lì su, dallo stesso cielo che ora vedono i miei occhi e poi discese e toccò il terreno dove ora ci troviamo e rilasciò detriti e grandi e piccoli rottami e poi riprese il volo. Io ne sono convinto. Tutto è cominciato qui nel mezzo del nulla del Foster Ranch, nella notte fra il 2 e il 3 Luglio 1947. E non è affatto una leggenda.  

Il rilievo su cui potrebbe aver impattato l’UFO prima di discendere sul campo. (Foto M. Baiata)

Zukowski: “I militari erano stati lì”

Il testo che segue è stato redatto dall’amico e ricercatore Chuck Zukowski, specialista negli studi sul fenomeno delle cosiddette “mutilazioni animali”.

«Fu solo verso la fine degli anni Settanta che Stanton Friedman, il fisico nucleare canadese noto come “il padre di Roswell”, portò alla luce la storia del crash. Quindi, tranne alcune persone che vi erano state coinvolte, dal 1947 ad allora nessuno ne aveva mai parlato. Nel 2002 fummo contattati dal Roswell Museum. Cercavano dei volontari per effettuare scavi archeologi nell’area individuata come possibile campo dei rottami, insieme ad un team dell’Università del New Mexico guidato dall’archeologo Bill Doleman. Fu lui che decise uno scavo a strisce nei punti dove io avevo notato tracce di erosione causata dall’acqua, desumendone che nel corso dei decenni un fenomeno naturale avrebbe potuto produrre lo spostamento di frammenti di qualunque genere dalla superficie del suolo interessato dall’impatto verso le zone caratterizzate da erosione… e proprio lì noi avremmo scavato. Per cinque giorni effettuammo tre scavi da un metro e mezzo circa ciascuno, dai quali ottenemmo alcuni risultati significativi, riportati nel nostro rapporto “The Roswell Dig”.

Debbie Ziegelmeyer, Jesse Marcel Jr., M. Baiata, Chuck Zukovski (Foto M. Baiata)

Dei reperti ritrovati e considerando che il museo stesso non aveva stanziato alcun fondo per le analisi, arrivammo al 2008, quando con mia sorella riuscimmo a individuare e portare alla luce un oggetto apparentemente metallico che corrispondeva alle caratteristiche descritte dai testimoni nel 1947. Quindi, nel 2008 ho deciso di sostenere i costi di due separati scanning al microscopio elettronico e il frammento si è rivelato composto da alluminio e silicio, anche se non è stato possibile definire se si trattava di una lega di alluminio e silicio, ma il punto è che avevamo rinvenuto qualcosa in alluminio a sette, otto centimetri nel sottosuolo del Foster Ranch. Si tratta di un manufatto, che non dovrebbe trovarsi nel bel mezzo del deserto. Fra gli altri reperti, c’era anche del materiale simile a filamenti di tessuto verde, tipico di un’uniforme militare e un pezzo di suola in gomma, forse di uno stivale militare di vecchia fattura. Ed erano sepolti nel terreno fra sei, otto, dieci centimetri di profondità. C’era anche del materiale arancione rinvenuto dagli archeologi una settimana prima del nostro arrivo sul posto e non ne conosciamo la natura. Nell’Aprile di quest’anno abbiamo emesso un comunicato stampa sui ritrovamenti del 2002, allo scopo di interessare dei laboratori esterni che potessero analizzarli pro bono, quindi per noi a costo zero. Le ricerche continuano».

Jesse Marcel Jr. è venuto a mancare nell’Agosto 2013.

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ROCK MEMORIES

SCRITTI RIBELLI E SINCRONICITÀ DI UN GIORNALISTA MUSICALE

Volume Primo

               Prefazioni di Susanna Schimperna e Renato Marengo

VERDECHIARO EDIZIONI

Un giorno nacque il Rock e il Mondo non fu più lo stesso

1970: dal frastuono del Piper al Dark Sound inglese, dal Blues dei neri d’America ai Corrieri Cosmici tedeschi, dai crocevia di ogni follia underground all’energia dirompente del “muro del suono”, dalle maschere prog partenopee alla prima intervista con un essere speciale: Franco Battiato.

Queste le sincronicità testimoniate dagli incontri con tante stelle del Rock, da David Bowie a New York ai Gentle Giant, EL&P e Colosseum intervistati in Italia, dalla miriade di concerti e di vinili a creare inarrestabili onde sonore e ad accompagnare l’urlo pacifista di un’intera generazione.  

Gli articoli che compongono “Rock Memories” (Volume Primo) apparvero sul settimanale Ciao 2001 fra il 1970 e il 1974. Il format del libro consente di consultarne gran parte nella loro originalità ma, a 50 anni dalla loro pubblicazione, l’Autore ne ha curato un nuovo editing in sintonia con il Presente.

I protagonisti del nostro viaggio

Gran Bretagna: Black Sabbath, King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Gentle Giant, David Bowie, Colosseum, Soft Machine, Quintessence, John Mayall, Joe Cocker, Alexis Korner, Rory Gallagher (Irlanda).

Stati Uniti: Jefferson Airplane, The Shadows, Iron Butterfly, Spirit, Tim Buckley, The Doors, Frank Zappa, Captain Beefheart, The Beach Boys, Shawn Phillips, David Crosby, Miles Davis, Weather Report, Santana.

Italia: Claudio Rocchi, Osanna, Il Balletto di Bronzo, Francesco Guccini, Angelo Branduardi, Antonello Venditti, Il Perigeo.

Da altri mondi: Magma, Franco Battiato, Third Ear Band, Popol Vuh, Tangerine Dream, Can, Amon Düül II, Klaus Schulze, Karlheinz Stockhausen, Faust.

Il corredo iconografico è tratto dall’archivio dell’Autore. 

In copertina, i Colosseum al Piper di Roma.

La Copertina è stata realizzata da Pablo Ayo

Il libro sarà disponibile nelle migliori librerie italiane dal 29 Luglio 2022 e sarà ordinabile negli store online (Macro, Giardino dei Libri, Amazon) e al sito della Verdechiaro Edizioni, dal 22 Luglio 2022. Pagine 352, grande formato, prezzo: € 23,00.

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