Di Maurizio Baiata
Giovedì, 6 Agosto 2026
La scomparsa di Francesco Guccini mi lascia con un profondo senso di vuoto, ma anche con la consapevolezza di aver vissuto da vicino la nascita di un gigante. Oggi che Francesco ci ha lasciati, nella sua Pavana, desidero condividere con tutti voi una testimonianza che il tempo ha trasformato in un pezzo di storia della nostra musica. Dobbiamo tornare al Marzo del 1972. Allora scrivevo per Ciao 2001, il settimanale che era un autentico laboratorio di esplorazione culturale. In quel periodo, il nome di Francesco Guccini non risuonava ancora nelle piazze affollate; per il grande pubblico era soprattutto un autore brillante, la mente dietro alcuni successi dei Nomadi o dell’Equipe 84. Ma l’ascolto dei suoi primi lavori solisti, e in particolare di quel diario in musica che era “Due anni dopo” e poi de “L’Isola non trovata” che girava ogni giorno vorticosamente sul mio piatto, mi lasciava intravedere qualcosa di radicalmente diverso: una forza poetica e letteraria che il pop italiano non aveva ancora mai conosciuto. E infatti, non a caso, il suo primo disco era stato “Folk Beat n. 1”, che nel 1966 segnò il suo bruciante e “dylaniato” esordio discografico. Fu allora che mi trovai a scrivere l’articolo “Francesco Guccini, il mio tema”, pubblicato sul numero 12 di Ciao 2001 il 26 marzo 1972. Fu uno dei primissimi pezzi di rilievo nazionale interamente a lui dedicati.
Ecco per voi l’articolo, leggermente snellito, accompagnato dall’impaginato di Ciao 2001.

FRANCESCO GUCCINI – IL MIO TEMA
Dopo un pomeriggio in casa Guccini a Modena e una leggendaria serata in osteria con Bonvi, il Lambrusco e tale altissimo Alberico che lo mesceva a fiumi, ripensare a Francesco e scriverne per tracciarne un… profilo critico, fu cosa buona e giusta. I suoi dischi mi ammaliavano, giravano sul piatto a ripetizione, soprattutto “L’Isola Non Trovata” e le definizioni, le parole dotte, ma semplici delle canzoni suscitavano in me la meraviglia di posti lontani, dentro l’animo e su ignoti orizzonti. Sentivo in Guccini il respiro della mia generazione e quanto scrissi venne di getto. La sua vena poetica che tentai di comunicare scaturiva dal regalo che la vita mi aveva fatto pochi giorni prima, suonando al citofono di un palazzetto di una strada qualunque fra la via Emilia e il West. La versione che ne potete qui leggere è stata da me editata, corretta e un po’ snellita.
“Cantare il tempo andato sarà il mio tema, perché negli anni (è) uguale sempre il problema… e dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi… cercherò i minuti, le ore, i giorni, gli anni che si sono persi… canterò soltanto il tempo…”
Questo il credo di Francesco Guccini, la sua filosofia umana e musicale, almeno da come appare espressa all’esame dei testi delle sue canzoni: l’interpretazione e lo studio di quest’opera oggi tanto attuale e presa in seria considerazione solo alla luce di un successo commerciale non ancora radicale e contaminato dal consumismo, sono il motivo dominante di questo articolo, da tempo meditato ed oggi realizzato. La recente esibizione romana di Francesco, l’eccezionale serata di cui è stato protagonista al Folk Studio, la sua attività tutta ci hanno spinto a ripercorrerne la strada artistica, di cui prenderemo in considerazione anche i lati meno noti, quelli strettamente biografici, socialmente densi di significato, a tratti alcuni blandamente politicizzati.
Partiamo dai due incontri con il pubblico e l’ambiente romano: il primo è avvenuto al Folk Studio, tempio di una musica vera e sincera, luogo d’incontro di matrici diverse, soprattutto jazzistiche e folk che sempre hanno trovato in questo locale della capitale un tramite di espressione pronto e ricettivo. L’atmosfera del Folk Studio ha mosso Francesco alla riproposta di canzoni vecchie e nuove, recepite da un uditorio caldissimo, preparato e in grado di ricreare l’aria di amicizia, di partecipazione che è propria dei locali dove abitualmente Francesco si esibisce nella sua Bologna (“adottiva”, all’Osteria delle Dame N.d.A.). Impossibile riuscire a spiegare il grado di familiarità che Francesco è riuscito a comunicare nel preciso istante in cui ha imbracciato la sua chitarra; solo pochi di noi, viceversa, avranno “vibrato” nella calma bolgia del Piper, quella sera di “Controcanzonissima”.
Ebbene Francesco allora era un altro, sembrava stanco, abulico, impartecipe, ma era, non sappiamo se il pubblico l’abbia capito, semplicemente impaurito. Intimidito da un’atmosfera non sua, troppo carica, tesa e pronta ad esplodere da un momento all’altro, esattamente l’inverso di quanto abitualmente lo accoglie: nessuna colpa, e per nessuno. Francesco ha cantato: noi, in gruppo, abbiamo gioito e a molti, ne siamo certi, il Guccini è piaciuto.
Scusateci la diatriba, ma il discorso è servito per inquadrare da un punto di vista umano la figura di Francesco, un ragazzo di una semplicità sconcertante, dalla sensibilità spiccatissima, preparatissimo nel suo campo, e mai frutto di una qualsiasi messinscena discografica.

Canzone-Prosa-Poesia
Storicamente la sua opera va distinta in tre periodi: un primo, legato a una gioventù affatto lontana, sensibilizzata attraverso l’influenza dei cantori beat americani, del genuino Bob Dylan per intenderci, e che trova esplicazione in un LP che a suo tempo ebbe discreta fortuna, “Folk Beat n. 1”, del quale tratteremo più oltre. Un secondo periodo, in cui, straordinariamente, Francesco ha già trovato la sua maturazione a livello di testi e di scelte; periodo che possiamo identificare in “Due Anni Dopo”; ed un terzo, quello attuale, in cui l’artista (Guccini non si offenda per questo appellativo) vive un momento di piena maturazione e di transizione nel contempo, forse perché sintesi, e quindi compendio, di diverse esperienze e di fruizioni disparate, tutte destinate, secondo noi, ad un ulteriore sviluppo compositivo. Di Guccini proprio questo, oggi, colpisce e si ama: la varietà, la serietà, il gusto intrinseco dei temi trattati, la possibilità di risoluzione di problemi umani e socialmente attuali attraverso il connubio parole-musica, il linguaggio stesso, che andrebbe identificato nella canzone-prosa-poesia, nell’assoluta completezza musicale. Vediamo come Guccini ha vissuto e oggi vive: la sua musica ne risulterà il naturale sbocco, a livello interiore e esteriore.
Francesco è nato a Modena il 14 Giugno 1940. Ha vissuto i suoi primi anni in un mulino ad acqua sull’Appennino tosco-emiliano, quindi ha fatto ritorno, fermandosi a lungo, nella sua città natale. Da sette anni risiede a Bologna, dove (da tempo) insegna alla locale Università Americana Lingua e Letteratura Italiana. Francesco ha frequentato le scuole magistrali, quindi si è laureato al Magistero in materie letterarie, presentando una tesi sulla nostra canzone popolare. A parte la sua attività canora (non vogliatecene!), un notevole spazio ha avuto nella sua vita quella giornalistica, che mai ha cessato di amare e che lo ha dotato di capacità critiche ed intuitive non comuni, pur restando un fattore marginale nello sviluppo della sua preparazione musicale. Quest’ultima si può dire in lui abbia trovato luce attorno alla metà degli anni ‘50, quando cominciò ad arrangiarsi alla chitarra accompagnando un gruppo di amici che di lì a qualche anno sarebbero diventati l’Equipe 84.
“Folk Beat n.1”
La carriera solistica nasce nel ‘57, con le prime canzoni, tutte raccolte nel primo LP di cui abbiamo prima accennato. “Folk Beat n.1” si presenta pezzi molto noti, perché future incisioni di un buon gruppo quale quello dei Nomadi, ma interessante soprattutto per gli slanci verso un mondo fatto di realtà e concretezza, per la sua forza d’urto nei confronti della canzone non autoctona, cioè largamente dominata dal beat e dal R&B del periodo. Francesco opera una feconda riscoperta del filone popolare italiano, ma la vitalizza per mezzo di un impasto ritmico nuovo, derivato dal blues americano. Tale connubio è perfetto: da una parte lo spirito nostrano, dall’altra i tentativi metrici e le battute del blues, ma già spurio, frutto dell’incontro fra cultura negra e bianca, musicalmente consono all’innesto con testi nostrani (si vedano nello stesso periodo le proposte de I Gufi). Se di influenza americana si può parlare, essa si avverte in pezzi quali “Statale 17” e “L’Atomica Cinese”: qui il linguaggio gucciniano si presenta ancora infantile (meglio sarebbe stato dire “embrionale”, N. d.A.), troppo ricettivo e decisamente inferiore alle proposte già solide di “Venerdì Santo”, de “La ballata degli Annegati” di vago sapore deandréiano e soprattutto delle due famose ballate “Il Sociale” e “L’Antisociale”, pagine piene di sarcasmo e di amarezza, preludio ad una introspezione psicologica che, lo vedremo, sarà uno dei temi dominanti della produzione futura del cantante modenese.
Ancora qualcosa da aggiungere su questo album: “Auschwitz” e “Noi non ci saremo” sono indici di un allineamento non voluto al mercato di allora; canzoni in realtà non nate per una diffusione commerciale, ma che trovarono fortuna nell’esecuzione da parte dei Nomadi con cui Francesco collaborava. Un disco che resta un’indagine di costume, filtrata alla luce di un vivo senso critico ed umano, ma oggi fuori dal tempo e in parte rinnegata dalle attuali convinzioni socio-politiche di Francesco, che considera quel periodo ormai passato, originale quanto si vuole, ma nato e vissuto sulla scia di proposte non del tutto personali.

“Due Anni Dopo”
Nuova impostazione, diverso discorso, evoluzione a tutti i livelli. Ci accolgono i “Due Anni Dopo”: un Francesco maturo e consapevole, che ha in sé già ben tessute le trame della piena maturità. Definirlo “il cantore del tempo andato”, alla luce di questo album, sarebbe prematuro (meglio sarebbe stato “pretestuoso”, N.d.A.), è indubbio però che il suo lavoro trovi determinazione e consistenza soprattutto a livello di testi; appaiono i temi chiave della sua poesia. La canzone-verità gioca in “Due Anni Dopo” un ruolo determinante e si muove su una tematica costante: la vita di tutti i giorni, in particolare quella borghese, viene messa in luce nell’amarezza dei testi e delle situazioni: la denuncia non è la politica, non è la società, non il costume, seppure simili accenti appaiano in “Praga” e “Giorno d’estate”, piuttosto l’uomo, l’individuo a livello di rapporti con gli altri, di scambievolezza reciproca fatta di amore e di odio, di sensazioni umane e quasi sempre passive, trovano in Francesco un cantore arguto e amaro, amante della vita e della natura, conscio della tristezza che esse fatalmente offrono. Guccini ci offre una serie di quadri memorabili, tutte pitture di un identico paesaggio sociale, di un mosaico umano che nulla ha nulla di artefatto, di artistico nel senso deteriore della parola; e la vita presa in considerazione è spesso quella che non si vuol vedere, quella che appare e traspare ad ogni piè sospinto, ad ogni uscita, ad ogni incontro casuale. L’individuo assume un suo significato umano che, a livello dell’ascoltatore, è sempre rimasto soffuso, celato da una patina onirica che ora Francesco dischiude e che il suo linguaggio fa apparire in tutta la sua crudezza e profonda bellezza, anche se negative. Questi, forse, gli intenti espressi in “Due Anni Dopo”: una chiave autobiografica è latente in molti pezzi, ma il fatto resta volutamente marginale: si opera in questo senso, al momento dell’ascolto, uno scambio ben preciso di esperienza e di sensazioni comuni e, ricevendo (meglio “ascoltando”, N.d.A.), si diventa partecipi, inconsciamente coinvolti, diretti protagonisti della realtà dell’artista. Nell’album, il “suono del silenzio” accompagna i due che si riscoprono, si amano o tornano ad amarsi in “Lui e Lei”: la relazione viene scandagliata e il tema dell’amore (dominante nella tessitura gucciniana) è privato delle componenti idealistiche, si riduce alla constatazione di una monotonia quotidiana dalla quale è difficile sfuggire ma che, agli occhi di Francesco, appare necessaria, ancorché squallida, ma fondamentalmente vera.
Il tema è ampliato in “Vedi cara” dove il protagonista si rivolge a una sua “lei” ormai abituale e stanca, creata a fatica, “tirata su”, (cenno, autobiografico, ai rapporti ultra giovanili in cui il ragazzo fa pesare la maggiore età rispetto alla propria ragazza minorenne, N.d.A.) e poi persa….
Francesco qui affida alla parola “libertà” una forza quasi magica presente nei nostri rapporti più intimi, spesso repressi dall’egocentrismo individuale. È strano come Francesco voglia intendere, musicalmente, il mistero dell’amore; lo affronta di continuo, lo sviscera nelle componenti più profonde, ma esso traspare soltanto nelle sue parole, ancorché idealizzato e portato ad una sorta di misticismo reale, di non facile comprensione. Prendiamo ad esempio “Ofelia” e la sua storia; il magico orizzonte, l’oscura realtà che vivono in questa donna. Il mistero femminile in questa canzone-fantasia di Francesco, assume una sintesi umana quasi inspiegabile (processo introspettivo che troveremo fortemente pronunciato in “L’orizzonte di K.D.”). Fantasia e realtà in “Ofelia” si fondono, ma il resto dell’album è legato ai temi della verità e della realtà: così accade in “La verità”, così in “Praga”, così nell’acutissima “Il compleanno”. In “Giorno d’estate” le immagini escono a grappolo, il linguaggio è effettivamente poetico. L’ambiente è la Bologna di un torrido giorno estivo, i protagonisti, il sole, i cartelloni pubblicitari, il vuoto e il silenzio di una città che par morta… Per aiutarci ancora a comprendere Francesco ci serviamo di altri due pezzi, cioè “L’albero ed io” e “Due anni dopo”. Entrambi soffusi di un vago sapore autobiografico, rafforzano il tema, già tracciato del “tempo andato”: il passato, il suo ricordo, lo stanco vittimismo che ci infonde la dolcezza di un minuto felice e ormai trascorso, costituiscono il carattere forse più affascinante dell’opera di Francesco di cui ora, finalmente, completiamo un quadro ancora approssimativo (lasciamo la parte musicale ad altra occasione).

Poeta di una società introvabile
“L’isola non trovata” è l’album che ha portato Francesco più vicino al gusto dei giovani, ma comunque a nostro avviso opera leggermente inferiore, come sincerità da parte dell’autore, di “Due anni dopo”. Il che non vuol dire non si tratti di un disco eccezionale, la migliore cosa che in Italia si sia fatta in questi ultimi anni. E questo perché “L’isola” ci presenta il Guccini più maturo ed intelligente, il Guccini che per forza di cose dobbiamo preferire, perché più moderno, ancora più poeta di una società ormai introvabile, ormai fagocitante e distruttrice.
I temi ricorrenti ora sono numerosi; dominano la “solitudine” e il “tempo andato”, mentre il fantastico è vitalizzato da frequenti visioni marine che, agli occhi di Francesco, appaiono come gli orizzonti di ogni nostra aspirazione e desiderio, quindi dolcissimi e nel contempo inquietanti, quindi magicamente lontani ed orribilmente presenti. Impossibile dilungarci nella descrizione di pezzi come “Asia” e “L’isola non trovata”, chiaramente di fantasia, altrettanto dobbiamo dire per “Un altro giorno è andato”, “Canzone di notte” e “Il Tema»” che riprendono le costanti di una visione amara del passato, e la cui proiezione pessimistica è solo consapevolezza della propria inutilità ed impotenza. Altri due tratti fondamentali, di piena maturazione e quasi di esplosione, traspaiono in “L’uomo” e “L’orizzonte di K.D.” che compendiano il Guccini del prima e di oggi e… vogliamo fermarci per non sciuparvi il sapore della scoperta.



















