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A cura di Maurizio Baiata. 26 Maggio 2026

La fonte della lettera indirizzata a Bill Hamilton a proposito di Dan (Crain) Burisch, è “Marci” McDowell, a lungo stretta collaboratrice, co-autrice e portavoce del microbiologo, che nel 1998 ha co-firmato il libro “Eagles Disobey: The Case for Inca City, Mars”, incentrato sulle anomalie e strutture artificiali sul pianeta Marte. La diffusione del libro causò pesanti ripercussioni nella vita di Dan Burisch, costringendolo ad allontanarsi dalla comunità scientifica, ma dal 2004 Marcia in poi ha gestito le pubbliche relazioni e le interviste per lui, fungendo da filtro e curando i dettagli biografici e scientifici inoltrati alle piattaforme ufologiche, come nelle interviste rilasciate a Project Camelot. Con Bill Hamilton ebbi modo di conversare a lungo durante la sua visita in Italia, dove lo invitai per partecipare al Convegno “Il Contatto” a Montesilvano nel Dicembre 1998. Inspiegabilmente, invece della tematica prefissata, le basi sotterranee USA, Hamilton presentò una relazione sulle Luci di Phoenix. Un cambio programma a cui non opposi resistenza, data la risonanza che l’avvistamento su Phoenix stava generando nel mondo.

Per inquadrare il personaggio, va specificato che William F. Hamilton III è stato un inquirente ufologo e scrittore statunitense di primissimo livello, e che è deceduto, ma in data e luogo imprecisati. Fra suoi libri di maggiore impatto vanno annoverati “Cosmic Top Secret: America’s Secret UFO Program” e “Alien Magic”. Inoltre, Hamilton è stato direttore di area per il MUFON (Mutual UFO Network) e ha partecipato attivamente alle prime indagini sui misteri della base di Dulce, insieme a John Lear. Il resoconto dei due giorni trascorsi dallo scienziato a Tempe, Arizona, su invito della Direzione della Open Minds Production, fa parte di un file su cui sto lavorando da tempo e che costituirà la trama del mio video dedicato al “caso Dan Burisch. Ora, il testo della lettera inviata a Bill Hamilton, che rappresenta una “summa” circostanziata delle vicende che hanno caratterizzato la vita di Dan Burisch.

Dan Burisch (Daniel Catselas Crain) da me fotografato nella sede della Open Minds Production, a Tempe, Arizona, nel 2010.

Spettabile Mr. Hamilton

Comprendendo le ragioni della sua richiesta, abbiamo deciso di risponderle. Danny è stato la riluttante star nel rilascio di informazioni, un individuo considerato importante già molto prima della sua nascita. Nel 1958, come parte del programma di scambio di informazioni previsto per quattro anni, il “Jrod” che in seguito avrebbe incontrato Danny, informò il governo degli Stati Uniti della necessità di stabilire trattati formali che avrebbero portato al culmine di un “paradosso temporale” (una contraddizione logica che si viene a creare quando si ipotizza la possibilità di viaggiare nel tempo, N.d.R.) dell’umanità, 54 anni dopo, nel 2012. Dato ottenuto mediante calcoli numerologici. Una volta informati, i componenti del gruppo segreto voluto dal Presidente Truman (il Majestic 12, N.d.R.) lo confermarono ai rappresentanti governativi dei Jrod. Gli esseri provenienti da Orione attestarono nuovamente le informazioni nel 1967 e si tenne un incontro immediato fra i tre gruppi, a White Sands. Allora non lo sapevamo: questi (gli Orionidi, N.d.R.) avevano predisposto una base lontana 15 anni luce, nel nostro 1958.

Nel 1973, ultimo di un concordato valido per 15 anni, preceduto da nove anni di abduction già verificatesi e con il benestare della famiglia Crain, Danny venne prelevato per aiutare a preservare il futuro, mentre stava giocando in un parco della California. Vennero presi anche altri bambini. Fino ad ora ha creduto di essere stato preso in quanto campione casuale e solo oggi gli viene rivelata la verità esposta in questa lettera. L’incrocio tra lui e un altro figlio, Michael, si verificò come gli era stato raccontato, ma si era trattato di un’operazione pianificata. Michael stava morendo di cancro. Durante la trattativa del 1976 venne stabilito che Danny potesse avere un ruolo nel successivo rilascio di informazioni riservate riguardanti il “Paradosso”, a seconda della direzione che avrebbe preso la sua vita. Durante quello stesso anno, Danny venne presentato alla Microscopical Society of Southern California, di Los Angeles, attraverso un medico che godeva di stretti legami, rientrando così nella sfera esterna delle nostre influenze. Tali influenze si diramarono durante il suo incarico in Inghilterra e osservammo come giunse ad una decisione su quale parte stare. Scelse la direzione del Majic, e non quella degli Illuminati.

All’epoca della trattativa del 1985, Danny si stava distinguendo all’Università del Nevada come studente ribelle e piantagrane! Rimandammo le discussioni per un altro anno dal momento che non era ancora stato trovato un candidato adatto. Robert Lazar era nel gruppo dei candidati. Nel 1986 decidemmo che Bob Lazar era forse uno dei migliori in questo senso, ma presto andò fuori controllo e non si rese conto delle porte che gli erano state aperte, per via della sua natura incontenibile. Anche molti altri soggetti sono stati incaricati di aiutare il rilascio di informazioni. Mentre il signor Lazar si mise da parte e lo osservavamo a distanza a causa della sua natura ingovernabile, mettemmo gli occhi su Danny. Danny venne arruolato nel 1986 e gli fu quasi subito fornita una piccola quantità di informazioni da tenere segrete. Non era consapevole che, all’epoca, tali informazioni fossero di scarsa importanza, poco più di quanto Lazar avesse già divulgato. Il primo test di rilascio venne fatto con giornalista George Knapp e Danny si comportò brillantemente, negando tutto, ma mostrando una disposizione psicologica a dire la verità su un argomento tanto importante per l’umanità. Tale rilascio controllato da noi a Knapp continuò e progredì col passare del tempo in una serie di rivelazioni autorizzate al pubblico, con due obiettivi: 1. perseguire un impegno etico e morale a sviluppare determinate informazioni come richiesto nei trattati, subordinate ad un aperto rilascio governativo che potrebbe provocare il panico nella popolazione e, in seguito, 2. la decisione di rilasciare informazioni “Lotus” alle fonti giuste che lo tramanderanno come mito nel futuro. Questo mito ispirerà eventualmente la creazione del modello “Lotus” al momento giusto.

Danny venne messo in contatto con l’Università di New York, ma il Comitato di Maggioranza (Majority Committee) decise in seguito di censurare Danny per aver rilasciato informazioni non autorizzate su Marte e gli fece pagare cara la sua disobbedienza. Una censura che è ancora in vigore, dal momento che il Majestic 12 non ha annullato le vecchie decisioni prese durante il periodo di amministrazione del Comitato. Nel 1991 Danny fu assegnato per un breve periodo ad un gruppo operativo in azione in Israele, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait e Iraq. Si è fatta allusione alla natura del suo incarico, ma non è pertinente in questo contesto. Nel 1994 Danny venne selezionato dal Jrod per essere l’uomo facciata nella ricerca biologica della sua malattia neurale. La sua selezione avvenne ad un prezzo, giacché esisteva una grande rivalità per la posizione. La rivalità venne sedata quando rendemmo noto agli altri scienziati che quel particolare Jrod era a bordo dello stesso velivolo del prelievo di Danny nella sua infanzia. Non erano informati dell’incrocio e questi argomenti restano ancora controversi, perché tutti, salvo i pochi che non furono direttamente coinvolti con “Aquarius” in quegli anni, sono ormai deceduti. (“Project Aquarius” è la denominazione di un programma segreto governativo USA nato negli anni ’50 e ’60, allo scopo di catalogare e studiare informazioni, tecnologie e biologia E.B.E., N.d.R.). Danny servì come leader dell’Aquarius – j-Rod Biological Working Group, con onore. Il gruppo fallì nel guarire la malattia, ma cominciò a prendere provvedimenti in tal senso.

Dan Burisch e Ruth Hover a Laughlin nel 2009. A sinistra di Dan, Marci McDowell.

Decidemmo di rilasciare a Danny le informazioni sul “Paradosso”, e non si trattò di un qui pro quo. Scusa Dan! (Speriamo che tu possa capire tutto questo e che mi perdonerai. Fu una decisione presa a fin di bene.) Danny ci fornì le informazioni che aveva ricevuto dal Jrod, mentre si trovava ancora in uno stato mentale crepuscolare a causa dell’incidente. Sapevamo che per Danny sarebbe stato impossibile tenere queste informazioni per sé, data la sua visione etica e morale della vita, persino dopo il prezzo che aveva pagato molti anni prima.

Nel 2003 ci incontrammo in occasione di trattative. Il trattato era stato posto in sospeso per il periodo di un anno, per molte ragioni. L’aspetto più comico era che una delle ragioni elencate era che in questo modo la successiva conferenza non si sarebbe tenuta nel 2012, ma come tre sezioni separate nel 2013. I numerologi Jrod erano superstiziosi! Una preoccupazione più sobria e un’altra ragione per la sospensione, fu la presenza di una fazione di Jrod che non condividevano la nostra visione di un futuro felice. Si sentivano superiori agli altri gruppi, incluso noi, e si erano alleati con gli Illuminati. I numeri rendevano difficile la situazione. Noi, in accordo con i Jrod e la Fratellanza Universale di Orione, agiamo per eliminare la minaccia. Nel corso degli anni si è verificato il contatto con intelligenze aliene intra-galattiche, in buona fede (per nulla in relazione a questa faccenda). Chi aveva il compito di cercare il consiglio di queste intelligenze, benevole ed enormemente avanzate rispetto alla nostra, lo ha sempre fatto. La loro opinione, come quella di coloro che rappresentano le molte culture e religioni, verrà preso in considerazione nel momento in cui procederemo per contrastare queste minacce per l’umanità. Danny non è mai stato coinvolto in progetti con queste intelligenze. Questa è la prima volta che ne sente parlare, da parte di una fonte autorizzata.

Dan Burisch e J-Rod all’interno della capsula asettica nella sezione S-4 dell’Area 51.

Ci stiamo avvicinando ad un tempo limite determinato da un trattato (1 Giugno 2004) per informare il pubblico, e di conseguenza fornire una quantità sufficiente di informazioni per completare la perpetuazione della storia nel lontano futuro. In tale data, a Danny verrà ordinato di non parlare più al pubblico per i giorni restanti della sua vita. Egli ha richiesto di poterla contattare  e noi confidiamo, in base alla sua parola e alla sua storia personale, che terrà per Lei queste informazioni. (Danny, N.D.R.) si è spinto oltre, nel rivelare che Lei sarà di aiuto nella sua continua ricerca dell’origine della vita. Date le influenze apparentemente sovrannaturali che sembrano circondare lui e il suo lavoro, non siamo nella posizione per controbattere questo argomento. Considerata la situazione di accordo per il non-disclosure tra Lei e noi, confidiamo che una nostra relazione continuativa non rappresenterà alcun pericolo per tali questioni. Come tutti coloro che sono coinvolti, avremo fiducia in Lei. Può fornire il succo di queste informazioni a chi avrà scelto con cura.

Ci auguriamo un luminoso futuro per l’umanità.

“Presentato, J1 per il Majestic 12, come approvato”.

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Di Maurizio Baiata, 22 Maggio 2026

Articolo da me elaborato su un pezzo originale scritto da mio fratello, Claudio, che era un grande fan di George Romero.

George Andrew Romero, regista e sceneggiatore, nato nel 1940 nel Bronx, New York, per 45 anni è stato residente a Pittsburgh, dove si trasferì nei primi ’60 laureandosi alla Carnegie Mellon University, per poi rimanervi fino al suo trasferimento a Toronto nel 2004. Nessuno più di lui ha affrontato con coerenza il tema dei “morti viventi” che, animati da impulsi primordiali, affamati di carne divorano qualsiasi vittima. Non più Haiti e i riti woodoo di zombificazione dei vivi per addomesticarli. Con Romero i morti che camminano hanno preconizzato di quasi 30 anni l’avvento seriale di “The Walking Dead”: la sua mano c’è tutta nel linguaggio post-apocalittico di Greg Nicotero, regista ed esperto di effetti speciali che iniziò la sua carriera sotto la magica guida del maestro dell’horror e di Tom Savini. Romero esordisce in bianco e nero nel 1968, con “La notte dei morti viventi” che seppur girato a fondi limitati è divenuto negli anni un “cult” per gli appassionati del genere e spartiacque rispetto alla produzione del tempo. Romero da subito affermava la sua indipendenza da Hollywood alleandosi ad un realismo fantastico che segnava la presa di coscienza socio-politica, radicato a sinistra utilizzava l’horror per denunciare il sistema. Una visione progressista che ha influenzato tutta la sua filmografia, rivolta in particolare contro il razzismo, il consumismo e il militarismo.

Fondata la “Image Ten Production”, casa cinematografica con centomila dollari racimolati qua e là, realizzò una pellicola con attori semi sconosciuti, che ebbe un inaspettato successo sia in patria che all’estero, tranne che da noi, visto che passò quasi inosservata grazie alla carente distribuzione e alla totale mancanza pubblicitaria. L’impatto di “Night of the Living Dead” è di grande efficacia dai primi fotogrammi… l’arrivo al cimitero dei due fratelli crea atmosfere angoscianti e le immagini si fanno mano a mano più vivide e terrorizzanti. Storiche quelle in cui una bimba “zombizzata” sbrana entrambi i genitori in cantina e ne trangugia le interiora. Per pathos espressivo siamo davvero alle radici della saga di “The Walking Dead”. Quella della aggregazione in gruppi di sopravvivenza dopo una catastrofe globale di origine sconosciuta, è la motrice di un meccanismo che si esaspera ad ogni inquadratura. Se quel gruppo di persone si rifugia in una casa di campagna per fuggire dalle mani dei non-morti, non c’è speranza, né via di uscita: le quattro mura saranno il loro sepolcro. Infatti, il finale è acido come una aranciata lasciata al sole per mesi.

Il poster del remake di “Night of the Living Dead”, diretto da Tom Savini nel 1990.

Ben, protagonista nero che a differenza degli altri assediati non ha perso la ragione e ha scelto di resistere ad oltranza, ormai ultimo superstite verrà stroncato da una fucilata esplosa da uno della masnada di cacciatori che pattugliano il territorio in cerca di morti che camminano. La scelta del protagonista, un attore afroamericano (Duane Jones) fu una dichiarazione chiara e netta di denuncia a un’America ancora divisa dalla segregazione razziale. Non solo nel primo, in tutti i suoi film, Romero mette in risalto gli aspetti negativi della natura umana e quelli di una società ignorante figlia del più becero capitalismo.

Una scena di “Dawn of the Dead”, in Italia “Zombi”.

Dieci anni dopo, nel suo secondo film, “Dawn of the Dead” (in Italia “Zombi”) la critica si era fatta più esplicita. L’assedio dei morti viventi al “mall”, un centro commerciale che “era il posto che ricordavano”, diventa una metafora della lobotomizzazione consumistica delle masse. E così, ancora, ne “Il giorno degli zombi” (1985) e ne “La terra dei morti viventi (2005)” il regista prenderà di mira il fanatismo militare, l’autoritarismo scientifico e le più logore disuguaglianze di classe. La sua è una bomba esplosa in faccia alla mortificazione esistenziale, come il finale di “Zabriskie Point” di Antonioni o il discorso sulla plastica dell’amico all’ ignaro Benjamin de “Il Laureato”. Romero, è il regista capace di lottare contro la soppressione dei movimenti libertari, l’omologazione dei media e le prevaricazioni del potere costituito, in primis quello militare. “Ho sempre simpatizzato per gli zombie” – diceva – “Hanno un che di rivoluzionario. Rappresentano il popolo senza idee che, ad un certo punto, stanco dei soprusi, si ribella. Eravamo noi nel ‘68, ma ora tutto è finito, siamo morti. Io sono uno zombi!”.

Il poliziotto Roger De Marco, interpretato dall’attore Scott H. Reiniger, in “Dawn of the Dead”.

In quel periodo Romero decide di non ripetersi sui morti viventi e gira altri plot da capogiro, incentrati sulla follia del singolo come il vampiro Martin Wampyr”del ’77 e in particolare sulla protervia militare che attraverso le armi biologiche può portare alla distruzione di un’intera popolazione in “La città verrà distrutta all’alba” (“The Crazies”, 1973). Ci vorranno altri dieci anni e lo zampino di Dario e Claudio Argento a riportare il regista al suo soggetto preferito. Reduce dall’enorme successo di “Suspiria”, Argento si offre di aiutare Romero per produrre e sceneggiare “Dawn of the Dead”. Se una banda di Hell’s Angels avrà preso possesso di un centro commerciale, i resistenti fuggiranno a bordo di un elicottero, lasciandoci così un barlume di speranza. Ma la speranza finì di botto, quando alla prima del film sul mega schermo all’aperto delle Terme di Caracalla, due signori (moglie e marito) seduti nella fila davanti alla mia fuggirono inorriditi dal primo morso al collo della sventurata moglie haitiana di un non più innocuo maritino. Fu un successo planetario da 40 milioni di dollari e grazie al montaggio più snello di Argento, rispetto all’originale di Romero, e alla incalzante colonna sonora dei Goblin, anche nel nostro paese ebbe un’ottima accoglienza.

La sorpresa di “Bob”, lo zombi di “Day of the Dead” nell’ascoltare musica in cuffia…

 Il terzo capitolo della sua trilogia (night-dawn-day), si concretizzò nel 1985 in “Day of the Dead” (“Il giorno degli zombi”) che vedeva i soliti malcapitati sfuggire alla morte per bocca dei nuovi padroni della Terra, rifugiandosi in un bunker sotterraneo amministrato da militari privi di cervello. Indugiando nello “splatter” Romero ci conduce per mano nelle claustrofobiche realtà di un mondo oscuro, ove il dramma dei personaggi sfiora il grottesco, con richiami al “Frankenstein” di Mary Shelley. Ma come detto, le speranze si affievoliscono velocemente: non si convive con coloro i quali dovrebbero mantenere l’ordine che, meno male, soffocano la loro arroganza finendo mangiati. Come avesse esaurito il suo messaggio, passano altri vent’anni prima di vedere tornare Romero con un nuovo film, “Land of the Dead” che vede opposti lo zombie eroe Big Daddy ad Asia Argento, con l’immagine dell’orda di morti viventi che solca le acque del triangolo di fiumi di Pittsburgh e che fa storia. Era giusto attendere venti anni.

“Big Daddy”, l’eroe-zombi di “Land of the Dead”, metafora finale della vendetta della morte sulla vita dell’uomo.

Tempi lunghi, che a diversi pseudo-registi o rampolli del genere hanno dato il destro per cimentarsi con un’infinità di remake ed imitazioni. Dalla saga di “Resident Evil”, che Romero si rifiutò di girare, a la riedizione de “La notte dei morti viventi” che nel 1990 mise alla prova, non riuscendovi, il suo pupillo e maestro degli effetti speciali Tom Savini. Quasi avesse voluto recuperare il tempo perduto, dopo l’uscita di altri due film ufficiali, Romero dichiarava che nel 2013 avrebbe visto la luce il suo “The Zombie Autopsies”, tratto dal romanzo medico-fantascientifico di Steven Schlotzman, ma il film non venne prodotto nonostante Romero ne avesse completato la sceneggiatura.

George Romero, figlio del Bronx, nato a La Coruña in Spagna e cresciuto a Cuba, era uno spirito libero, il cui cinema si legava più al senso del discorso che alle parole, da autentico artigiano della pellicola. Il maestro è venuto a mancare il 16 Luglio 2017, a Toronto, in Canada dopo una dura battaglia contro un cancro ai polmoni, all’età di 77 anni. Ci ha lasciato una eredità di ineguagliabile coerenza. Resta il suo sorriso dietro gli spropositati occhiali che gli incorniciavano il volto, tanto per dire: vi aspetto al cinema dell’Aldilà.    

Mio fratello Claudio, nella redazione di “Stargate”.

Filmografia essenziale:

La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead) 1968

Zombi (Dawn of the Dead) 1978

Il giorno degli zombi (Day of the Dead) 1985

La terra dei morti viventi (Land of the Dead) 2005

Le cronache dei morti viventi (Diary of the Dead) 2007

L’isola dei sopravvissuti (Survival of the Dead) 2009

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Di Maurizio Baiata – 20 Maggio, 2026

Riaffiorano dalle nebbie del passato notizie inerenti casi italiani dei primi anni Sessanta che, alla luce del libro di Stefano Breccia “Contattismi di Massa”, uscito nel 2007 in prima edizione per la Nexus, chiamano in causa chi si occupò degli avvistamenti di allora. Parliamo del giornalista Bruno Ghibaudi, uscito dalla scena ufologica italiana improvvisamente e per ragioni rimaste ignote. Giornalista, divulgatore scientifico e ufologo, Ghibaudi è deceduto a Torino il 16 settembre 2000, all’età di 76 anni. Il suo eclissarsi dal mondo della ricerca ufologica già dalla fine degli anni ’70 fu dovuto, sembra, da scelte personali e professionali che lo ricondussero al giornalismo scientifico, ovvero a collaborare negli ’80 e ’90 con quotidiani nazionali come “La Stampa”, trattando temi di medicina, innovazione, computer ed emergenze sanitarie, ad esempio l’AIDS.

Verso la seconda metà degli anni Novanta, attraverso confidenze che riuscii ad ottenere dal dottor Massimo Lombardi, di Roma, venni a sapere che Ghibaudi era vivo e vegeto, ma preferiva restare nell’oscurità. Noto medico oculista, Lombardi era legato a Ghibaudi da lunga amicizia e collaborazione, nate dal comune interesse per la ricerca scientifica e per le discipline di frontiera. Per fare un esempio, in merito al “Caso Amicizia” Lombardi sapeva ciò che gli era stato confidato da Ghibaudi, ormai famoso per le sue inchieste su testate popolari come “La Settimana Incom” o “Le Ore”.

Foto tratta dal libro “Contattismi di Massa” di Stefano Breccia.

“Amicizia”, un caso ancora controverso

Nell’Aprile del 1961 Ghibaudi scattò la famosa foto di uno strano velivolo che solcava il cielo abruzzese, foto poi magistralmente ripresa dalla illustrazione di Walter Molino. Famoso e attivissimo ufologo, Ghibaudi si era allontanato dalla ricerca in concomitanza della fine del gruppo contattistico che aveva instaurato rapporti con gli extraterrestri W56, la cui presenza tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 era stato proprio il giornalista a portare alla luce attraverso le sue pubblicazioni. Nella seconda metà degli anni Settanta, nel pieno della grande ondata di avvistamenti e fenomeni UFO nelle regioni italiane affacciate sul medio Adriatico con epicentro a Pescara, “Amicizia” aveva già perso consistenza a causa di scissioni interne e difficoltà di relazioni fra gli individui coinvolti.

Ne avrei voluto parlare con Stefano Breccia, ma l’ingegnere si dimostrò non incline al dialogo e fu grande la mia delusione quando, sul palco del convegno “Il Contatto” di Montesilvano, di “Amicizia” non disse neppure una parola. Anzi si dimostrò del tutto incurante nei confronti di una nuova ufologia che si sarebbe volentieri avviata su una apertura “mondialista”, rispetto alla sua struttura monolitica già mainstream.

L’UFO fotografato da Ghibaudi, nell’illustrazione di Walter Molino.

Modellini e cover-up

Nel 2006 ad “Area 51”, rivista che dirigevo, pervenne un file del ricercatore Fabio Di Rado (scomparso il 14 Settembre 2025 a 57 anni) dedicato alle foto scattate da Ghibaudi a Montesilvano: «… secondo la testimonianza del giornalista e storico pescarese Romano Di Bernardo, almeno una delle fotografie sarebbe stata un falso clamoroso. Su indicazione di un Maresciallo dei Carabinieri, Di Bernardo aveva individuato presso la “Standa” un modellino giocattolo identico ad uno dei dischi volanti di Ghibaudi. L’articolo parlava di una invasione di UFO proveniente dal mare e mise in allarme la popolazione civile. A carico del giornalista, il Comando Gruppo dei CC ravvisò il reato di pubblicazione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. Romano Di Bernardo a quel tempo lavorava nella redazione pescarese del quotidiano “Il Messaggero” e non si interessava attivamente di ufologia, anche se prestava molta attenzione al fenomeno. In seguito fu invitato da Roberto Pinotti ad entrare nel CUN. Di Bernardo ha sempre mantenuto un atteggiamento equilibrato sui fenomeni UFO, convinto che lo studio deve essere fatto in modo serio, interdisciplinare e soprattutto onesto.

A questo punto, vale riportare quanto pubblicato su “Area 51” (n. 4, Gennaio 2006, pag.59) a firma di Umberto Telarico. «Sempre nel 1962, il giornalista romano Luis Bulgarini pubblica un sobrio testo dal titolo: “I Dischi Volanti”. Nel dicembre dello stesso anno, il giornalista torinese, dottor Bruno Ghibaudi, pubblica sul quotidiano “Il Tempo” la più ampia, dettagliata e lunga inchiesta a puntate sugli UFO, mai apparsa prima, o dopo, su di un giornale. Per 39 numeri consecutivi (a partire dal 27/12/62), il quotidiano dedicherà un’intera pagina alla questione dei dischi volanti. Visto il successo dell’iniziativa, nel Maggio 1963, dalle colonne de “Il Tempo”, Ghibaudi pubblica una seconda e più lunga (le puntate furono 78), inchiesta sugli UFO. Inoltre, nel 1962 Ghibaudi dà alle stampe alcune inchieste a puntate sugli UFO su settimanali molto diffusi, come “La Settimana Incom”. Quell’anno, anche la lettissima “Domenica del Corriere” dedicò dieci copertine (realizzate dal celebre disegnatore Walter Molino) al fenomeno dei dischi volanti. Il 27 Aprile 1961, Ghibaudi effettua diverse istantanee fotografiche di alcuni UFO di varie forme e dimensioni, mentre evoluivano nel cielo del lungomare di Montesilvano, in provincia di Pescara. E, in estate, Ghibaudi, in compagnia di due amici fidati e di un intermediario che avrebbe organizzato la cosa, incontra il pilota di un disco volante in missione sulla Terra».

Nella foto, disco volante del “Caso Amicizia”, immortalato da un suo “insider”, Gaspare De Lama.

“Organi superiori dello Stato”

La vicenda Ghibaudi ricorda il caso di Filiberto Caponi, il giovane di Pretare d’Arquata le cui fotografie nel ’93 fecero il giro del mondo, caso quindi preso in mano dai carabinieri, con le conseguenze a tutti note: Caponi non avrebbe mai visto e fotografato quell’essere, ma da bravo artista-ceramista confezionò un falso. Solo che le cose non andarono così. Similmente, anche per Ghibaudi ci fu un interessamento da parte dei Carabinieri e, trattandosi di un modellista famoso, ovvio che la pista da loro indicata a Romano Di Bernardo fu quella del “modellino”. Il grande scrittore e regista Cesare Zavattini si decise a intervistare Ghibaudi quando venne sapere di un filmato su pellicola, girato da una veranda prospiciente Piazzale Clodio, a Roma, che immortalava un disco volante di tipo campanulare che evoluiva sulla verticale di Monte Mario, dove si ergeva il Caffè Lo Zodiaco di cui era titolare Eufemio Del Buono. L’intervistatore (probabilmente lo stesso Zavattini) chiese a Ghibaudi: “Perché questi filmati non vengono fuori?” e il giornalista rispose: “Perché i militari dei governi mondiali se ne impadroniscono e li fanno sparire”.

Fu Ghibaudi invece ad uscire di scena, repentinamente, prima della pubblicazione di una lunghissima serie di articoli sul quotidiano “Il Tempo” di Roma. Il suo penultimo pezzo terminava pressappoco così: “Nel prossimo articolo svelerò tutto quello che so sul mistero dei dischi volanti”, ma l’articolo non venne mai pubblicato. Ghibaudi, da allora, ha sempre vissuto lontano dalla scena ufologica italiana. La sua figura appare quella di un giornalista e divulgatore che fu costretto al silenzio da “organi superiori dello Stato”, la frase citata è dello stesso Bruno Ghibaudi.

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di Maurizio Baiata – 15 Maggio 2026

Il 25 Giugno 2021, la Direzione ODNI degli Stati Uniti rilasciava il dossier sui fenomeni UFO che, al termine del suo primo mandato, il Presidente USA Donald Trump aveva richiesto a 17 apparati di Intelligence afferenti al Pentagono alla Cia, la NSA, l’FBI e altri. Il Rapporto di Valutazione del Governo Americano in merito agli UAP (Unidentified Aerial Phenomena – fenomeni aerei non identificati) coordinato e divulgato dal direttore dell’Intelligence Nazionale John Ratcliffe, aveva valore preliminare, in attesa che venisse reso noto quello definitivo.  Nelle sue nove pagine consuntive si sosteneva che non si sa cosa gli UAP rappresentassero, che nei 70 anni di osservazioni non era stata prodotta una spiegazione plausibile (uno solo dei casi analizzati era conclusivo), che altresì non esistevano prove che si trattasse di oggetti extraterrestri, né statunitensi (senza escludere l’ipotesi di aggeggi “segreti” costruiti negli USA), né russi, né cinesi. Concludendo che gli UAP possono costituire una minaccia e pertanto vanno studiati e si devono predisporre stanziamenti finanziari adeguati ai fini della ricerca. I dati riguardavano 144 avvistamenti raccolti dal 2004 al 2021 e provenivano in larghissima parte dalla US Navy, la Marina Militare Americana.

Il processo di declassificazione

Emesso dal presidente Barack Obama nel 2009, l’ordine esecutivo 13526 sancisce il sistema di classificazione del governo USA, nei coefficienti di segretezza e nella gestione delle informazioni di sicurezza nazionale provenienti da organismi interni ed esterni, da appaltatori, o da altri governi. La data standard di declassificazione dei documenti è di 10 anni. Dopo 25 anni, avviene la revisione automatica di un determinato documento classificato (con sua eventuale derubricazione = UNCLASSIFIED) ad esclusione di nove deroghe in base alle quali sul file si mantiene la segretezza. Dopo 50 anni le deroghe si riducono a due e, oltre i 75 anni, per ottenere la declassificazione è necessario richiedere un permesso speciale. Il decreto FOIA (sulla libertà di informazione) consente di ottenere documenti a seguito di declassificazione obbligata. Rispetto al Rapporto Preliminare di nove pagine (solo testo, nessuna immagine video o fotografica), divulgato il 25 Giugno 2021, si apprendeva che le commissioni Intelligence della Camera, del Senato e del Pentagono – gli esponenti “in the loop” (da informare) – avevano già ricevuto il rapporto completo di 78 pagine.

Il suo contenuto era ben più corposo, se è vera la dichiarazione di Bill Nelson, ex astronauta e senatore della Florida dal 2001 al 2019, nonché Amministratore NASA dal 2021 sino alla fine della presidenza Biden il 20 Gennaio 2025, secondo cui il contenuto del rapporto era “impressionante”. In quel momento, John Ratcliffe così commentava: “Gli analisti dell’Intelligence hanno escluso anomalie meteorologiche, interferenze ottiche, attività di avversari stranieri o tecnologie statunitensi super segrete, come possibili spiegazioni ai casi più insoliti”.

Il Direttore della CIA, John Ratcliff e il Presidente Donald Trump, nello Studio Ovale.

Ottusità confusionale

Da cinque anni a questa parte, dunque, la strategia di Intelligence americana in merito alla questione ufologica ha generato solo confusione. Agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, quella non ottusa si intende, il tentativo del Pentagono di sostituire l’acronimo UAP a quello UFO, escludendone le componenti “extraterrestri”, non è riuscito. Anzi, ha coperto di ridicolo i cervelli dei suoi creativi e dei suoi estimatori, fra i quali i massimi esponenti delle organizzazioni ufologiche mondiali che l’avevano incondizionatamente accettato. All’entrata in scena dei whistleblowers militari protagonisti di clamorosi outing in occasione di audizioni congressuali o senatoriali (sotto l’occhio vigile del Pentagono), rispondeva la NASA che, come abbiamo visto con la dichiarazione del suo presidente uscente Bill Nelson, alla questione UFO dava grande importanza e richiamava l’attenzione sul ruolo effettivamente svolto dall’ente spaziale americano. Così, è notizia recentissima, è arrivata la conferma attraverso i documenti rilasciati nei giorni scorsi dal “Ministero della Guerra” degli Stati Uniti che già le missioni Gemini (1965-1967) e quelle dei primi allunaggi, avevano rivelato che “lassù” c’era qualcuno – non sovietico – presente alle coraggiose imprese spaziali yankee. La NASA, però, aveva sempre negato l’evidenza, adducendo spiegazioni accomodanti quali detriti fantasma o, peggio ancora, allucinazioni visive dei propri astronauti.    

Immagine di fonte Nasa, che mostra un UFO ripreso dalla Missione Gemini 10.

In ricordo di Steven Schiff

Fra il 1993 e il 1994 il deputato repubblicano del New Mexico, Steven Schiff, richiese formalmente indagini federali e l’accesso ai documenti classificati relativi all’”Incidente di Roswell” del 1947. L’indagine del General Accounting Office (GAO), l’agenzia investigativa del Congresso, rivelò che tutti gli incartamenti inerenti le attività della Roswell Army Air Field (RAAF), inclusi i messaggi in uscita tra il 1945 e il 1949 erano andati distrutti in un incendio. Al di là di ogni spiegazione ufficiale o meno, la responsabilità di tale distruzione non è mai stata accertata. Indagati principali sarebbero stati peraltro da considerare il comandante della base, colonnello William Blanchard e il generale Roger Ramey, comandante dell’Ottava Air Force a Fort Worth (Texas). Guarda caso, fu a Fort Worth che l’8 luglio 1947 Jesse Marcel, ufficiale dell’intelligence del 509° Gruppo Bombardieri, fu indotto a presentare alla stampa i rottami di alluminio identificati come quelli di un’astronave extraterrestre. Non era nulla di alieno, ma non poté esimersi da una falsa versione dei fatti dei quali era stato testimone. L’avvocato Steven Schiff è venuto a mancare il 25 Marzo 1985.  

Anna Paulina e Tulsi Gabbard

All’avvento del secondo mandato di Trump, le cose hanno iniziato a chiarirsi. E non fa una piega che la deputata repubblicana della Florida, Anna Paulina Luna, che presiede la Task Force sulla declassificazione dei segreti federali e in specie dei documenti governativi relativi all’assassinio di John F. Kennedy, sia ad oggi in prima linea nella “guerra” per ottenere la divulgazione palese dei documenti UFO secretati. E non finisce qui. In data imprecisata di questo 2026, uomini della CIA hanno fatto irruzione nell’ufficio di Tulsi Gabbard, già ufficiale della Guardia Nazionale e attuale direttrice del Dipartimento Intelligence Nazionale (NDI), impadronendosi di decine di scatoloni contenenti documenti relativi all’assassinio di JFK, alla Guerra Fredda e al programma MK-Ultra, fascicoli che la Gabbard era in procinto di sottoporre a desecretazione.

Va ricordato che al massimo livello di sicurezza permangono “segreti di Stato” risalenti a 75 anni prima e che il fuoco incrociato della Delay Plaza accadde il 22 Novembre 1963. Sono passati 63 anni. Trump ci resterà male, ma il meccanismo per ora non consente altro, neanche a lui. Trump dovrebbe forse riporre le sue speranze ancora su John Lee Ratcliffe, che il 23 Gennaio 2025 è stato nominato Direttore della CIA e lo è ancora. Forse, sarà lui a gestire il prosieguo del disclosure, ma essere esperti in campo legale, almeno in campo ufologico, non significa direttamente arrivare alla Verità.

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di Maurizio Baiata – 8 Maggio 2026

Bob Lazar è stato il primo “insider”, oggi diremmo “whistleblower”, a rivelare di aver lavorato alla retroingegneria di un disco volante, che aveva soprannominato “Sport Model”, ovvero a tecnologie presumibilmente extraterrestri nella S-4, una struttura top secret facente parte della installazione nota come Area 51. Lo fece nel mese di Marzo parlandone per la prima volta a John Lear, pilota ed ex agente CIA, contattandolo dopo aver iniziato lavorare al sito S-4 e quindi accompagnandolo nel deserto con altri amici per osservare i test di volo segreti di tali velivoli. L’incontro con George Knapp, giornalista investigativo della KLAS-TV, avvenne tramite Lear. Knapp si accordò con Lazar per un’intervista in TV e Bob apparve per la prima volta in televisione il 15 Maggio 1989 sotto lo pseudonimo di “Dennis” e in ombra per proteggere la sua identità. Lazar uscì totalmente allo scoperto in una successiva intervista con Knapp nel Novembre del 1989. In effetti, non fosse stato per Lazar, molti di noi non sarebbero stati a conoscenza delle sperimentazioni e dei test militari da molto tempo condotti nella segretezza più completa di questa installazione nel bel mezzo del nulla del Papoose Lake, in Nevada. Con il suo coraggioso “outing” Lazar fece storia, esponendosi personalmente e pagandolo assai caro rispetto ad un mondo di silenzio e di omertà che non è più lecito ritenere solamente folklore ufologico.

Lo “Sport Model”, disco volante reso famoso, oltre che da Lazar, anche da questa illustrazione opera di Jim Nichols.

Nel 2018 il regista e giornalista investigativo Jeremy Corbell ha pubblicato Bob Lazar: Area 51 & Flying Saucers”, un documentario che dettagliava l’operato di Lazar nella sezione S-4, cioè lo studio del sistema propulsivo di quello che aveva definito “Sport Model”, uno scafo alieno pressoché intatto custodito nei sotterranei della base. Un anno dopo, ospite della trasmissione radiofonica “The Joe Rogan Experience” Lazar aggiunse qualcosa in più sulla tecnologia e sul funzionamento di quell’oggetto, specificando che “Non c’è alcun cablaggio che colleghi i sottocomponenti. Devono solo trovarsi nelle immediate vicinanze. È una cosa quasi magica.” Inoltre, riferì di aver scoperto che un isotopo stabile dell’elemento 115 (il Moscovio, numero atomico 115 ufficialmente riconosciuto nel 2015) era stato usato come combustibile per il sistema di propulsione di un velivolo la cui struttura “centrale” era dotata di tre “sedute” troppo piccole per poter ospitare un essere umano.

Il regista italo canadese Luigi Vendittelli.

All’inizio dello scorso  Aprile, è stato rilasciato il film documentario “S-4: THE BOB LAZAR STORY” diretto da Luigi Vendittelli, canadese di famiglia italiana alla sua prima prova documentaristica, e da Christopher Matteau. Un’ora e cinquantaquattro minuti che ripercorrono la straordinaria vicenda umana e scientifica di Lazar, resa per immagini computerizzate grazie alla CGI e la realtà virtuale, che ricreano fedelmente l’interno della S-4 e lo Sport Model. È dunque lo stesso Lazar a ricostruire la sua vicenda, a partire dagli inizi, quando un ragazzo geniale ed incompreso si dimostrò capace di montare propulsori aeronautici su ordigni terrestri a quattro ruote, auto civili come la Honda Civic e la Chevrolet Corvette, dotate di motori a reazione e da impiegare come “dragster” nelle gare di accelerazione.

Robert Lazar in un momento del film documentario girato da Luigi Vendittelli. I sottotitoli in Italiano sono disponibili.

Di lì a poco, il suo nome fu notato dai cacciatori di talenti che procuravano personale per il campo di ricerche nucleari, il cui capofila era Edward Teller, fisico teorico ungherese naturalizzato statunitense, noto come il “padre della bomba” all’idrogeno e fra i maggiori scienziati del Progetto Manhattan. Va da sé che la selezione dei tecnici da inserire nei ranghi della EGG (Edgerton, Germeshausen, and Grier, Inc.), azienda appaltatrice per la Difesa Americana alle dipendenze del Dipartimento Energia, non andava troppo per il sottile. Da subito, Lazar comprese il significato di quanto poi si tramutò in un lavoro in assoluta segretezza e da sviluppare in solitudine all’interno della Nellis Air Force Base, in Nevada. All’installazione si perveniva su trasporti aerei della Janet Airlines, privi di insegne, che decollavano dall’aeroporto McCarran di Las Vegas.

È fuori di dubbio che Lazar sia stato fra i tecnici che studiarono come funzionava quella tecnologia aliena. Il documentario di Vendittelli lo testimonia. Luigi è nato a Montreal, Canada, da una famiglia originaria di San Vittore del Lazio emigrata nel Nord America negli anni Sessanta. Luigi si interessò agli UFO sin da bambino e lo indagò per decenni a titolo personale, ma la svolta avvenne incontrando Bob Lazar, da cui nacque un’amicizia, approfondita proprio nel periodo di lockdown da covid. Fu in quegli anni che i due gettarono le basi del progetto documentaristico. Grazie alla completa disponibilità di Lazar, ricordi risalenti alla prima metà degli anni Ottanta, sarebbero stati resi tangibili a partire da una millimetrica ricostruzione ambientale della S-4, utilizzando tecniche in 3D descrittive degli hangar e del laboratorio di propulsione e basandosi sulle specifiche tecniche fornite da Lazar sull’Elemento 115 e sul sistema gravitazionale che renderebbe lo Sport Model in grado di affrontare viaggi interstellari.

Ciò che colpisce maggiormente di questo documentario, al di là dell’approccio alla figura umana di Lazar, è il fatto che alla sua uscita segua di poco un momento in cui il processo di declassificazione di documentazioni UFO, preannunciato più volte dal presidente USA Donald Trump e confermato da testate quotidiane come Washington Post e New York Post, da venerdì 8 maggio 2026, sembra finalmente concretizzarsi. Premesso che a mio avviso si tratterebbe di uno stillicidio programmato, non vedo come tali rivelazioni potrebbero preparare l’opinione pubblica mondiale alla realtà della presenza aliena. Sembrerebbe più una manovra politica per salvare la faccia, piuttosto che l’ammissione finale di quanto sono stati bugiardi sino ad oggi. Non concordo neppure con gli atteggiamenti positivisti italiani e/o americani, vedasi della deputata Anna Paulina Luna o del giornalista documentarista Jeremy Corbell, ancora disponibili a sottoporsi alla tortura della goccia. Ma invece, se si vuole comprendere come stanno veramente le cose, darei attenzione soprattutto a “S-4: THE BOB LAZAR STORY”, documentario disponibile su piattaforme come Prime Video e Apple TV. Avendolo visto e rivisto, mi convince un aspetto che a molti non andrà giù, alla prova dei fatti, vengono sconfessati completamente coloro i quali considerano Bob Lazar un truffatore. Molti hanno cittadinanza italiana, ma non sono figli di emigrati italiani nel Nord America. Ne riparleremo presto.

Appena pubblicato sul Maurizio Baiata Channel si può vedere “AREA 51: IL MISTERO”, primo volume di “Secrets of the Black World”, il bellissimo documentario dell’antropologo tedesco Michael Hesemann dedicato ai segreti della famosa installazione segreta statunitense.

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