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La stesura del libro “Gli Alieni Mi hanno Salvato la Vita” è iniziata a Tempe, zona a nord di Phoenix, in Arizona sul finire del 2010 ed è stata conclusa a Roma, a metà del 2011. Nella seconda edizione, uscita per la Verdechiaro Edizioni nel 2013, decisi di non includere il capitolo ventuno, unitamente a diverse omissioni, modifiche di testo, aggiunte di fotografico a colori e altri aggiornamenti. Il capitolo 21, nella sua interezza appare per la prima volta sul web ora in questo mio blog, completato dalle copie delle pagine originali della prima edizione. A distanza di 13 anni non ho chiare in mente le ragioni di tali cambiamenti, ma sono certo che è giunto il momento di riprendere la Conversazione con il Maestro e proporla in questa sede.

MAURIZIO BAIATA, LATINA, 18 MARZO 2026

Trascrizione di una comunicazione medianica con un’entità non di questo mondo, da anni in contatto per interposta persona con l’Autore.

Nota: Il testo delle risposte del Maestro viene riportato in minuscolo e maiuscolo come dalla scrittura automatica originale.

Los Angeles, 2 Febbraio 2011

Medium: Vuoi parlare con il Maestro, hai bisogno?

Maurizio: Se per lui va bene.

Maestro: Domanda pure.

Maurizio: Ecco, più che domanda è una considerazione, ho capito il senso di quello che mi è successo, ma la grave difficoltà resta il tornare in America.

Maestro: Lascia che il fiume segua il suo flusso.

Maurizio: Ok, il fiume scorre, però basta con le rapide, perché non voglio finire in un’altra cascata.

Maestro: Dipende dalla tua visione, se mentale o animica.

Maurizio: Più animica ora.

Maestro: Tranquillo, non intralciare il mio flusso… sì sono molto fiero di te, ma dovrò ripulirti un po’. Non si è mai troppo puliti. Figliolo, un po’ di umorismo, la vita è gioiosa se è gioia e senza ironia è una vera noia e ancora meno.

Maurizio: Sì, giustissimo, sei forte.                                                    

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Maestro: Ridi, sorridi la mattina se vuoi incominciare bene la giornata. Vuoi sapere come fare?

Maurizio:

Maestro: Comincia a ridere. Da prima sarà forzato, ma credimi, sarà dopo un po’ irrefrenabile.

Maurizio: Ah ah ah, come ora… e io che mi stavo concentrando, tutto serio.

Maestro: Meglio, perché sarà tua e solo tua. Serio? Ma cosa è la serietà? Cosa è la normalità? Chi lo ha scritto? Io no. I ruoli sono molto confusi, Babele era una tranquilla torricella in confronto. Gli uomini hanno sviluppato il lato femminile e le donne si sono perse nell’odio e nella perfidia. Dove porta tutto questo secondo te?

Maurizio: Porta a porsi il problema di chi siamo in maniera diversa, in sintesi, a pensare finalmente con il proprio cuore. Ho cercato di farlo con il libro, ma lo sai che piango se ci penso.

Maestro: Piangi, ridi, non importa, sono la medesima cosa, sono palindromi.

Maurizio: Vuoi dire apparentemente di senso opposto e contrario, ma coincidenti, credo.

Maestro: Sì. Come hai detto tu, ma con altre parole.

Maurizio: Devo essere vigile e lucido su tutto quello che posso fare.

Maestro: NON FARE IL BUONISTA, NÉ IL FINTO MORALISTA. NON HAI CAPITO CHE LA VITA SULLA TERRA È UN VIDEO GAME. LA VIRTUALITÀ VI AVVOLGE E NON VE NE RENDETE CONTO.                                               

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Maurizio:

Maestro: IL DESTINO È SEGNATO DALLE MOSSE CHE FARETE E QUALI INTERVENTI POSSO FARE PER REGOLARE IL TIRO.

Maurizio: Però queste fitte di dolore non sono virtuali, perché altrimenti sarebbe successo tutto questo?

Maestro: PER TE STESSO. AVEVI BISOGNO DI APRIRE LE CATARATTE DEL TUO CUORE. CHE GIOCO È SE NON SI MUOVONO LE CORDE GIUSTE PER FARVI ARRIVARE ALLA CONSAPEVOLEZZA REALE CHE SIETE DENTRO UNA RETE?

Maurizio: Come Neo.

Maestro: NE POTRETE USCIRE CON LA CONSAPEVOLE REALTÀ CHE È FUORI DA TUTTO QUESTO. MA TU CREDI CHE TUTTO QUESTO SIA SOLO UN GIOCO CHE…

Maurizio: No, non lo credo.

 Maestro: QUANDO VUOI, CI SONO MOLTE COSE MOLTO PERICOLOSE. IN TUTTO QUESTO L’UNICA REALTÀ È DENTRO LA TUA CONSAPEVOLEZZA. L’ETERNITÀ È DENTRO DI TE. NON ESISTE LA MORTE, ESISTE UN PROSIEGUO.

Maurizio: Sì.

Maestro: E TU DOVRESTI SAPERLO

Maurizio: L’ho visto. Sì, lo so, mi ha fatto fare il libro.

Maestro: MA QUELLO CHE HAI VISTO NON È IL TUNNEL DELL’ALDILÀ. TU HAI VISTO IL MIO MONDO,                                        237

LE OASI CHE SONO DISSEMINATE SU UNA DIMENSIONE PARALLELA E DOVE VI PORTEREMO

PER IL CAMBIAMENTO, PER ACCEDERE ALLA VOSTRA DIMENSIONE, ALLA VOSTRA PATRIA DI PROVENIENZA.

Maurizio: Posso trascrivere tutto questo e metterlo in modo che altri possano saperlo?

Maestro: CHE SCRIVANA SGRAMMATICATA PORTA PAZIENZA. CERTO CHE PUOI, MA DOVRESTI SAPERNE UN PO’ DI PIÙ.

Maurizio: È vero, solo che mi stai facendo esplodere il cuore.

Maestro: IL VIRTUALE È STATO CREATO PER VARI SCOPI. LA TUTELA DEL SISTEMA SOLARE, PERCHÉ NON SI VERIFICHI

UN’ALTRA FASCIA DEGLI ASTEROIDI DOPO VARIE ESPLOSIONI NUCLEARI.

Maurizio: Le esplosioni del mio cuore sono come esplosioni nucleari.

Maestro: È PER LA SALVAGUARDIA DELLE OASI, È PER TUTELARE I NOSTRI FIGLI E FRATELLI CHE SONO

Maurizio: e il nostro virtuale è solo una tavola imbandita.

Maestro: … INTRAPPOLATI QUI.

Maurizio: Si.

Maestro: DOVEVANO SALVARE, FAR PROGREDIRE IL PIANETA, MA SONO STATI AMMALIATI COME ULISSE DALLA MAGA CIRCE

Maurizio: Eh eh eh. Come mi ha scritto Larry. Sballottati sulle onde.                                 

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Maestro: È MOLTO LUNGA LA STORIA.

Maurizio: Lo so!! Possiamo smettere.

Maestro: SE VUOI POSSIAMO.

Maurizio: Ah ah ah!

Maestro: IO HO MOLTO TEMPO.

Maurizio: Io non ho paura, ma è un’esperienza molto forte parlare con te.

Maestro: LO SO, MA SE VUOI ESSERE UN UOMO SENZA FILI CHE MUOVONO DEVI NON AVERE PAURA DELLA VERITÀ.

Maurizio: E non ho paura della verità. Dai…

Maestro: SE TEMI QUESTO QUANDO ANDREMO

AVANTI CHI TI TERRÀ? NON DEVI SCRIVERE UN LIBRO.

Maurizio: Ok, vuoi dire che passerai in me.

Maestro: QUANDO INIZIO DAL BRODO PRIMORDIALE ALLA ESPLOSIONE DELLE PRIME SUPERNOVE. LA TERRA FU POPOLATA DA ESSERI INTELLIGENTI. ERANO ANDROGINI CON I DUE SESSI. SI AUTO FECONDAVANO, MA LA LORO DIMENSIONE ERA TROPPO DENSA. ALLORA MANDAMMO ALTRI SCIENZIATI PERCHÉ AIUTASSERO L’ANDROGINO A NON SEPARARSI MA QUANDO SBARCARONO DOPO UN PO’ FURONO UBRIACATI DALLA NUOVA PER LORO DIMENSIONE. E COSÌ GLI UOMINI SI ACCOPPIARONO CON IL LATO FEMMINILE E LE DONNE CON IL LATO MASCHILE, INNESCANDO IL PROCESSO DI SEPARAZIONE. ECCO PERCHÉ L’UOMO È                                                         

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SEMPRE ALLA RICERCA DELLA METÀ PERDUTA.

Maurizio: Ne so qualcosa. La via alchemica…

Maestro: FINE DELLA PRIMA PUNTATA.

Maurizio: me lo ha insegnato. Grazie Maestro.

Maestro: SÌ. A TE UNA SANA VITA                                      

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Di Maurizio Baiata 6 Marzo 2026

La “Prometheus”, mastodontico vascello spaziale terrestre con a bordo 17 membri di equipaggio, il 21 Dicembre 2093 giungerà in prossimità del sistema planetario che rappresenta la sua meta.

Nella mente del cineasta e produttore britannico Ridley Scott, il nostro mondo sarà arrivato a un tale livello di sviluppo scientifico e intellettuale da consentire all’uomo di percorrere distanze siderali. Il riferimento alla data dalla quale distiamo 86 anni non sembra posto a mero caso, anzi nasconde un senso metafisico positivo, come non sono casuali i “simboli” e le citazioni dalle pitture rupestri alle gigantesche teste olmeche, dalle immagini di “Lawrence D’Arabia” al riff di “Love the One You’re With” di Stephen Stills (cantata da Crosby, Stills & Nash a Woodstock). Sono singole parti di una traccia della quale però non ci è stato dato sapere di più in “Alien: Covenant”, sequel di “Prometheus” uscito nel 2017.

Cineasta dalla mano inadatta alle educande sin da “I Duellanti”, Scott non è un iconoclasta come Ken Russell o Stanley Kubrick, ma ha il coraggio del pioniere e in “Prometheus” catapulta subito lo spettatore negli spettrali tunnel di geostrutture circolari aliene, un anfiteatro di roccia che racchiude il destino del team scientifico che costituisce l’equipaggio della nave spaziale. Scienziati, non missionari, né guerrieri, né gladiatori, entrano in un Colosseo tecnologico che nasconde ciò che non è mai stato rivelato sulla storia e l’origine della civiltà umana, contenuti profondi che a prima vista minano le fondamenta dei nostri credo scientifici e del dogma religioso. Se Kubrick in “2001 nello spazio” lanciò l’ipotesi di un’influenza aliena manifestata in un monolite al cui tocco l’uomo-scimmia di eoni orsono avrebbe iniziato a sviluppare l’intelligenza, Scott percorre un’altra strada.

Il punto non è rappresentato dal legame con il primo e originale “Alien” del 1979, altrimenti guarderemmo a “Prometheus” solo come appassionati di cinema di fantascienza. Piuttosto, come dicono i protagonisti del film, il punto è che abbiamo ricevuto un invito che non possiamo declinare. Cioè, se vogliamo superare le apparenze filmiche tout court, dobbiamo prestare attenzione alle tesi della cosiddetta “archeologia proibita”, a quelle ancora più alternative della Paleoastronautica e persino alle concezioni eretiche che individuano un’influenza genetica aliena sulla creazione dell’essere umano.

Ridley Scott, evidentemente, si è documentato sulla teoria della Panspermia e sugli studi di Zecharia Sitchin. All’autore e ricercatore nato nell’Azerbaijan, vissuto a lungo negli Stati Uniti e scomparso nel 2010, “Prometheus” deve molto, soprattutto nella fonte primaria del plot: la teoria di antichi astronauti (gli Anunnaki) provenienti da altrove e iniziatori dell’Homo Sapiens.

I sostenitori di tale ipotesi non si pongono l’interrogativo “C’è qualcuno là fuori?”, ma si chiedono: “Gli alieni hanno interagito con il nostro pianeta fin dall’inizio dei tempi?”. E la risposta che danno è un tonante “Sì!”. Obiettivo dei loro studi è la ricerca di manufatti, iscrizioni rupestri, qualunque reperto e documentazione che possa comprovare scientificamente la presenza aliena sulla Terra. Sia nei tempi antichi, sia recenti, ma nel secondo caso si rientra in una branca dell’Ufologia che attiene agli Incontri del Secondo e Terzo Tipo, ovvero le interazioni con macchine volanti non terrestri che possano avere lasciato tracce al suolo e influenzato l’ambiente circostante, e i loro occupanti.

La chiave di lettura della paleoastronautica è semplice: esseri extraterrestri intelligenti hanno visitato la Terra e il loro contatto con il nostro pianeta è collegato alle origini e allo sviluppo dell’umanità. La ricerca di manufatti e prove resta uno dei pilastri di quella che potremmo definire “ufologia trascendentale”, un comparto di studi multi-disciplinari i cui interessi e argomenti spaziano così ampiamente da poter essere esplorati solo attraverso la “gnosi” (termine greco per “conoscenza”) che porta alla ricerca della fonte della creazione. Lo scenario concettuale e filosofico della gnosi prevede l’esistenza e la realizzazione di un essere umano illuminato, la cui mente e spirito siano liberi dalle barriere della razionalità.

In “Prometheus” tutto questo accade, rendendola opera di “fantascienza gnostica”, che comprende fatti, informazioni e risposte alle domande, tutte perfettamente a fuoco, sulla possibilità che il genere umano derivi da civiltà avanzate esogene alla Terra. Le ipotesi che si affacciano sono due. O tali civiltà in un passato remotissimo albergavano qui, o venivano da altrove. Oltre a Sitchin, su simili territori si sono avventurati esperti come Erich von Däniken (che ci ha lasciato recentemente), David H. Childress, Robert Bauval, Graham Hancock, Michael Cremo, George A. Tsoukalos, Robert Schoch, Filip Coppens, Peter Fiebag, Christopher Dunn e Maximillien de Lafayette, solo per citarne alcuni. Per l’Italia, vanno ricordati Mauro Biglino e il microbiologo Pietro Buffa. Sull’enigma delle nostre origini, la sceneggiatura di “Prometheus” ribalta le concezioni classiche e accettate, mettendo in discussione sia la teoria di Darwin sia quella Creazionista. Ne potremmo dedurre che vengono inferti colpi mortali ai dogmi delle “due chiese”: l’uno che ci vuole lontani discendenti di una razza di scimmie e l’altro che ci ritiene costruiti a immagine e somiglianza del Buon Dio. Ma sappiamo che non è così. Se in “Prometheus” a prevalere è l’ipotesi aliena, per quanto prepotente essa appaia dal punto di vista evocativo di risposte che solo la fantascienza può dare, su quello metafisico e spirituale il film di Scott lascia aperti altri spiragli, che forse per alcuni appariranno di compromesso, per altri il viatico al prosieguo dell’avventura. Un viatico espresso in un simbolo, quello della croce stretta nelle mani dello scienziato in viaggio nello spazio profondo.

Al loro risveglio, uscendo dalle capsule criogeniche dove avevano riposato per gli anni necessari a raggiungere LV-223, la luna di un sistema planetario identificato su antichissime “mappe rupestri” rinvenute in diverse zone della Terra, i componenti del team scientifico della nave spaziale, sembrano piuttosto mal messi. Non assomigliano per niente ai duri veterani solitamente visti in azione nei film della serie “Alien”, armati sono ai denti e pronti a tutto. No, loro sono scienziati e quella mastodontica astronave è una sorta di raffineria spaziale, non un incrociatore stellare. Un indizio importante, questo, per capire il comportamento dell’equipaggio nelle circostanze che vedremo collocate, passo dopo passo, in un crescendo di mirabile intensità e… in quale genere di scenario storico ci stiamo trovando e quale sia il livello di civiltà raggiunto nell’anno 2090 dall’umanità. Se è possibile un parallelo con “Blade Runner”, non per i contenuti, quanto nel sistema scelto da Ridley Scott per incidere globalmente con la sua arte sulla nostra società, va detto che del capolavoro con Harrison Ford e Rutger Hauer esistono almeno sette versioni diverse. Mettendo a confronto la prima, uscita nelle sale europee nel 1982 (la “International cut” non edulcorata e priva delle scene più crude e violente) con l’ultima, la “Final Cut” del 2007, approvata come ufficiale dal regista, si riaffaccia una frase che risuona sui set cinematografici: “Buona la prima!” a segnalare che il primo ciak è stato il migliore e sarà quella scena ad apparire nel montaggio finale. Se per “Blade Runner” – esprimendo un parere personale – vale il “buona la prima” è possibile che per “Prometheus” valga lo stesso e me lo auguro.

D’altra parte, nel 2093 avrei 142 anni e dubito fortemente di esserci. Se ci fossi significherebbe che uno dei problemi che maggiormente affliggono il genere umano è stato almeno in parte risolto, in barba alla “Noi non ci saremo” cantata dai Nomadi su testo di Guccini. Saremmo divenuti, almeno in termini di durata della vita, molto più longevi e quasi semi-dei. Potendo esserci, se mi si consentisse di vivere per un po’ altrove, sceglierei anziché lo spazio profondo dove le mie molecole si disperderebbero nell’abisso stellare, un paese che si chiama Islanda. Tre le ragioni. Gli Islandesi sembrano abbiano messo la museruola al potere politico e compiono scelte sempre più libere sul piano del loro vivere civile. Secondo: in Islanda è nato il gruppo Rock alieno per eccellenza, i Sigur Ros, il cui passaggio in Terra ha segnato un cambiamento di proporzioni bibliche in campo musicale e non solo. Terzo: Ridley Scott ha ambientato l’inizio di “Prometheus” in un luogo di agghiacciante maestosità, la cascata di Dettifoss, che sgorga nel canyon Jökulsárgljúfur ed è la più grande d’Europa.  

La cover del primo album dei Sigur Ros, “Ágætis Byrjun”

La Musica e l’Acqua sono fondamentali. Mezzi che si offrono all’immaginazione di un regista e di ogni altro artista e uomo di scienza, ma anche al filosofo che ama sconfinare con la mente oltre i limiti della metafisica del pensiero, perché essa possa esercitare tutto il suo impressionante potere, in grado di imbrigliare ogni forza della natura e dell’uomo. L’uomo va, laddove tutto si crea e nulla si distrugge, nel Tempo. Ci vuole tempo per fare grande cinema. In questo caso parliamo di oltre 12 anni, da quando Ridley Scott ebbe l’idea di creare una storia che racchiudesse in sé l’inizio e la fine di “Alien”, il suo capolavoro del 1977, interpretato da Sigourney Weaver. Lo stacco, fra quella prima avventura e gli altri episodi (sequel) omonimi è stato sempre tale da far pensare che il regista sapesse già cosa avrebbe voluto ottenere, ma non aveva i mezzi per farlo, così altri si sono ingegnati e con risultati sicuramente lodevoli hanno creato una saga cinematografica, con la quale “Prometheus” nulla ha a che vedere.

In questo film si danno delle risposte e non sono scontate, come le molte che ho letto nelle “critiche cinematografiche”, la dominante essendo “Film adatto solo per gli appassionati di Alien” e via discorrendo, tali quindi sia da scoraggiare i cinefili che invece si attendevano il capolavoro, sia i neofiti attratti da una campagna che a lungo ha martellato l’immagine di “Prometheus”. Nonostante questa campagna negativa, sembra che al box office il film abbia superato la concorrenza, pur non piacendo al grande pubblico. Inevitabile, data la qualità culturale di questo Paese. Non sappiamo se Scott, ormai ottantacinquenne, abbia approfondito la tematica nel prossimo “The Dog Stars”, ma chi scrive continuerà ad annoverarlo fra i più capaci e coraggiosi cineasti dell’era che stiamo vivendo.    

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Di Maurizio Baiata – 4 Marzo 2026

Gli occhi incollati al finestrino dell’aereo della Northwest Airline che da Detroit va a Las Vegas, scorrono lentamente immense distese di territori deserti e cerco di scorgere strade, fattorie, capanne, automezzi, campi coltivati. Niente di niente. Solo brulli rilievi montagnosi, spezzati da qualche macchia di verde, rossastra terra riarsa che sembra sabbia, e quando il comandante ci indica che siamo in New Mexico ho un colpo al cuore. Vedo il perché il segreto di Roswell e quello di Aztec e di altri UFO crash è stato possibile. Nulla di quanto accadde in quei lontani anni Quaranta dell’altro secolo poteva accadere altrove. Un copione perfetto. Se una o più macchine volanti aliene dovevano cadere in un posto che avrebbe poi consentito il recupero e la segretezza da parte della maggiore potenza mondiale dell’era moderna, nulla di meglio che il deserto del New Mexico. Perché deserto era e deserto è ancora oggi. Ci avevano messo le loro basi migliori, gli Americani, in questi luoghi e avvicinandoci al Nevada, lo Stato che ospita la base Air Force di Nellis e l’Area 51, lo scenario dall’alto non cambia.

All’arrivo a Detroit, dopo un viaggio interminabile e scomodissimo da Amsterdam, con accanto famiglie aggruppate di vocianti bambini, aiutato solo dallo sciropposo ritmo delle immagini di due film con cuffie a tutto volume, mi attende il check all’Immigration. Sono in fila ed entrano pazientemente con me negli USA centinaia di persone, divise per cittadinanza, quelli con passaporto americano da una parte, i pellegrini dall’altra. “Per quanti giorni ha intenzione di restare negli USA, Mr. Baiata?” – Una settimana, rispondo, e “Qual è lo scopo della sua visita, Mr. Baiata? Turismo o business?” incalza la bionda agente sulla cinquantina che mi scruta. Ho pensato alla risposta per lunghe settimane. Mi ero detto, seguire il consiglio che circola negli ambienti ufologici, ovvero evitare di dire che si sta andando ad un congresso sugli UFO, visto quanto è accaduto a Grant Cameron (visto all’entrata rifiutato in quanto persona sgradita), oppure inventare altro? Rispondo: sono stato invitato come conferenziere all’International UFO Congress di Laughlin, in Nevada e non posso mancare, è molto importante. “Un Congresso sugli UFO? Bene!” risponde la officer mentre passa allo scanner il mio passaporto digitale nuovo di zecca e mi dice “Ora metta il pollice della mano destra su quella macchina”. Eseguo. “Ora si allontani di mezzo metro”. Eseguo, una telecamera fissa la mia immagine da qualche parte. Sullo schermo davanti a sé l’agente controlla. Se qualcosa non va, questo è il momento della verità. “Può andare, benvenuto negli USA, Mr. Baiata”. Sorrido, faccio dieci metri e mi avvio verso il check doganale. Un agente mi si para davanti e fa: “Lei dove è diretto?” – Veramente devo prendere un altro aereo per Las Vegas, rispondo. “Cosa va a fare a Las Vegas?” – Ci resto solo un paio d’ore poi con uno shuttle vado a Laughlin per un congresso sugli UFO. “UFO?? Davvero? Ha nulla da dichiarare?” Mi chiede stupito – In merito agli UFO? replico – “No, no, le sto chiedendo se sta introducendo alcoolici, alimenti, quanti soldi ha con sé?” – Nulla da dichiarare. Ho poche centinaia di dollari per restare solo una settimana. “Bene, le auguro una buona permanenza negli Stati Uniti”.

Sei ore dopo, dopo un viaggio ormai notturno, nel buio in mezzo al nulla, mi lascio lo scintillante panorama di Las Vegas alle spalle. Siamo nel piccolo shuttle guidato da due donne. Elaine, la deliziosa mamma di Paola Harris che mi ha accolto all’aeroporto di Las Vegas e una signora che non dirà una parola durante tutto il trasferimento. Invece, quelle ai sedili anteriori parlano eccome. Vogliono sapere tutto. Vivono a Laughlin e da alcuni anni questa cittadina di sette-ottomila abitanti, con cinque alberghi e un fiume che la percorre tutta, è sede del più importante congresso ufologico del mondo, a parte i raduni di motociclisti che arrivano da ogni dove. Sono talmente stanco che afferro sì e non un quinto di quello che dicono. Quella al volante ad un certo punto fa: “Il mio ex marito una volta verso la metà degli anni Ottanta, mi fece vedere dei documenti che gli erano arrivati, riguardavano il Majestic 12, ma poi sono spariti, gli sono stati trafugati dal cassetto della sua scrivania, in ufficio. E se il vostro governo fa quello che fa il nostro allora ne avete di problemi con queste storie di UFO”.  Laughlin è davanti a me. Il Flamingo Hotel è più alto degli altri. Ce l’ho fatta. Ma questo è solo l’inizio.

La cronaca degli avvenimenti che hanno costellato questi miei cinque giorni all’International UFO Congress di Laughlin, Nevada, è molto impegnativa, ma le colazioni del mattino al buffet del Flamingo sono pazzesche. Bisogna tirare avanti senza interruzioni, ergo mi mangio di tutto per essere bene in forze quando arriva il mio momento di parlare, venerdì 3 Marzo alle 10:30 am, preceduto da George Knapp (il famoso giornalista di Las Vegas specialista di Area 51), seguito da Bill Ryan (ricercatore inglese alle prese da tempo con il caso Serpo) e da Budd Hopkins e da David Jacobs, gli esperti in abduction. Pomeriggio inoltrato, la gigantesca hall del Flamingo Hotel and Casino occupa il piano terra ed è invasa dalle slot machines e dai tavoli di poker e roulette, piena di gente e dal battere incessante di musichette mangiasoldi, un suono irreale fatto di tintinnii e di note multicolori, come le suonerie all’unisono di diecimila cellulari. Sui lati si affacciano negozi, pub, ristoranti e le due “torri” delle stanze. Dominano il rosso e il nero lucido. Alloggio alla California Tower. Paola Harris mi attende nella hall e mi accompagna verso il ristorante a buffet. Passando da uno dei bar incrociamo il primo ricercatore, il britannico Colin Andrews. Colin ha parlato nel pomeriggio. L’ho perso. Peccato, perché la sua lecture prometteva scintille e si dice in giro che sarà l’ultima perché ha deciso il ritiro dalla scena ufologica (Andrews non si è mai ritirato, ha scritto diversi libri e vive con sua moglie Synthia in Connecticut, ma notizie riservate lo danno affetto da morbo di Parkinson, dopo un attacco cardiaco subito nel 2024, N.d.R.). Colin è con altre persone, non c’è modo di approfondire e partirà nella notte. Visita veloce alla hall del Congresso, dove staziona ancora molta gente, siamo a digiuno e ci dirigiamo al buffet. Alla cassa una signora ti affibbia lo scontrino, prezzo fisso e puoi scegliere quello che vuoi. Sono le 20:30 ora locale (il mio viaggio da Roma era iniziato 22 ore prima). Ci uniamo al tavolo con Ryan Wood, Steven Bassett, Scott Ramsey e signora). È il primo impatto con l’ufologia americana. Parliamo di UFO crash, cover-up e questione esopolitica. Paola Harris ha appena intervistato Paul Hellyer e ne vorrebbero sapere di più, ma non la incalzano.

Feb. 25, 1942: Nelle prime ore del 25 Febbraio 1942 un UFO di grandi dimensioni sorvola il cielo di L.A. illuminato dai traccianti della contraerea.

Non si prevede un suo intervento, anche se l’intervista al politico canadese poi sarà uno dei pezzi forti della manifestazione. Allora, sul crash del Maggio ’48 ad Aztec, con recupero del disco e dei corpi, ha fatto luce Ramsey, lasciando aperti vari interrogativi su Frank Scully e il mitico dottor Leo Gebauer, tant’è che approdare a una conclusione rispetto a questo incidente più coperto di Roswell non è facile. Ma ci fu, eccome. E parliamo della “Battaglia di Los Angeles”, quando in una notte del Febbraio 1942 sulla costa californiana arrivò una gigantesca astronave finita nel mirino delle antiaeree. E anche del caso Guardian, che Ryan Wood ha presentato nel suo libro “Majic Eyes Only” e Carp, Ottawa, Canada, nel 1990 fu teatro di un atterraggio UFO ripreso da un ignoto operatore. Ci si chiede se in Canada ci siano basi underground? Sicuro. Il sistema di copertura si estende in tutto il Nord America. Bassett è teso e un po’ scuro in volto. La sua iniziativa della “X Conference” di Washington è in difficoltà. Mancano i fondi e non è facile portare avanti il progetto. Bassett è un lobbysta, un politico gentile, eloquentissimo e torrenziale, ma sovrastante. Sembra sempre voler finire un discorso con “sarebbe meglio che ci andassi io, a parlare con quei signori”. Wood e Ramsey sono diversi, sono “ricercatori puri” e non devono convincere nessuno. Paola è sfinita. Per me è esaltante, invece, è la differenza di orario mi porterebbe a discutere per ore. Ma il ristorante ha chiuso. Ho già perso tre giorni di relazioni, qualcuna importante. Nessuno ha da ridire su questo o quel conferenziere.

Nell’illustrazione, scienziati osservano i corpi degli esseri recuperati ad Aztec, a destra ricostruzione autoptica di una delle EBE.

Il primo giorno tutto dedicato al caso Billy Meier si sono avvicendati: Michael Horn (analisi fotografiche e sui reperti e le prove fisiche prodotti dal contattista svizzero), poi Wendelle Stevens, (con il quale condividiamo il tavolo nella sala espositori) decano dell’ufologia mondiale e miniera inesauribile di informazioni, poi con Christian Frehner del Silver Star Center (la natura dei contatti di Meier, il messaggio dei Pleiadiani). Il secondo giorno, lunedì 27 Febbraio, ha avuto come tema l’antica astronautica, l’archeologia proibita e gli studi di storia alternativa. La data del 2012 sembra stampata nelle menti di molta gente, però durante questa conferenza non la si virà come il “giudizio finale”, l’Armageddon, ma un atto dovuto dalla nostra coscienza a quella cosmica e interplanetaria, per riequilibrare le forze. Sul palco: Bill Stanley, Michael Cremo, Geoff Stray, William Tiller. Mi sono perso anche il giorno dopo, dedicato in gran parte alle tecnologie avanzate e ai Crop Circles, con Robert Cook, Greg Bishop (il caso Paul Bennewitz), Colin Andrews e Nancy Talbott. Come accennato, con Colin un incontro fugace c’è stato e lo stesso è accaduto con Nancy (portavoce del BLT Research Team), alla quale ho detto che prima o poi in Italia deve venire, che abbiamo fatto progressi, che Adriano Forgione ha scritto un gran bel libro in merito ai cerchi nel grano e che ci sono ricercatori che si stanno battendo per fare uscire il tema in maniera corretta e multidisciplinare. Notte pressoché insonne. Scopro con orrore che il jet leg è micidiale e mi preoccupa perché sono qui per lavorare e va combattuta l’aria da rimbambito affetto da nevralgie e squilibri vari. Alle 6:30 a.m. sono al buffet per una prima colazione cui manca solo il caffè espresso all’italiana. Fuori è una giornata grigia, ma non fa niente. Per me è il primo giorno di conferenze. Nella hall poco dopo l’alba, decine di americani già giocano con sguardo vitreo alle slot machines, che non hanno più la manovella, si premono pulsanti e per il resto è tutto uguale. Molti imbracciano “bidoni” vuoti di coca cola e pieni di monetine. “Honey, how are you today?” mi fa la signora alla cassa del buffet. Sette dollari e cinquantatré centesimi. Meglio di così?

Paola Harris accanto a Steven Bassett, durante una delle sedute di presentazione delle iniziative esopolitiche al National Press Club.

Alle 8:30 sono nella exhibitor hall. Mi siedo al nostro tavolo accanto a Wendelle Stevens. Sua figlia mi pratica un massaggio cervicale. La testa non va. Mi rilasso, chiudo gli occhi. Va meglio. Poi mi dice “se non ti passa non preoccuparti, ho questo” e apre una borsa piena di medicinali delle multinazionali farmaceutiche americane. “Ma non sono veleniferi?” bisbiglio. “Prendi qualcosa solo se non ti passa” ribadisce. E in effetti passa. Il primo con cui mi va di parlare è Michael Horn, accomodato accanto a noi. Ha una faccia conosciuta. Super esperto di Meier, ha avuto da ridire e non poco con Paola Harris. Glielo ricordo. Dice che Paola è una brava ricercatrice e che c’è bisogno di chiarirsi. Lo faranno di lì a breve. Con Paola e la mamma Elaine sistemiamo sul tavolo il libro di Corso inedito negli USA e le copie delle riviste “Area 51”. È presto. Wendelle Stevens mi chiede della situazione in Italia. Dico che è complessa, ma che va meglio. Bugia. Ha una quantità enorme di materiale filmato e fotografico sistemato ordinatamente secondo una casistica che solo la sua memoria di ferro può contenere e quella dei mini cd in cui è informatizzata. Davanti al tavolo cominciano a passare persone, che guardano la mia “badge” e mi chiedono “Lei quando parla?”. Dopodomani alle 10:15 se tutto va bene, rispondo. Sul palco, nella immensa hall delle conferenze, ha iniziato la sua lecture Paul Davids, produttore e regista del film “Roswell”. È ora di andarlo ad ascoltare. Paul è un ottimo conferenziere. Usa il power point come molti altri. Chi lo ha visto in azione in Italia l’anno scorso a Riccione per la conferenza “Cosmic Messages” sa che difficilmente dalla sua presentazione si esce con dei dubbi su Roswell e il copione anche stavolta viene rispettato.

Miranda, in una scena di “Picnic ad Hanging Rock”

Oggi è il “Crash and Retrieval Day” e dopo Davids sono attesi Scott Ramsey (Aztec), Don Ledger (Shag Harbour) e Ryan Wood (Majestic 12) e nel pomeriggio avanzato si prevede un panel di esperti in dialogo con il pubblico. La sala è gremita, alcune centinaia di posti ordinati in tavoli da otto persone. Nella penombra mi appare il grande ufologo cinese Sun Shili. Ci salutiamo, non parla inglese, ma il suo spagnolo è eccellente e io ne capisco abbastanza. Paola mi invita al tavolo degli Australiani. Li guida l’ufologa Glennys MacKay, medium ed esperta di contattismo alla quale chiedo subito: “Ma la storia di Hanging Rock è vera o no?”. No, risponde, è una novella. Un tuffo al cuore. Miranda, dove sei ora? Un brusco risveglio, in questa realtà di Laughlin dove poi il mio racconto prenderà una piega inaspettata.

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Di Maurizio Baiata

22 Febbraio 2026

L’argomento che affronto in questo articolo provoca da sempre lo sdegno degli scettici incalliti e dei debunker nostrani. Costoro cercano di far passare prese di posizione a favore dell’esistenza del fenomeno UFO e di denuncia del sistema di cover-up dei governi, ad esempio quelle dell’ex ministro della Difesa canadese Paul Hellyer, del colonnello Philip Corso, o dell’astronauta Edgar Mitchell, al pari di deliri di individui ai quali la tarda età avrebbe spappolato il cervello. Più sono importanti la figura pubblica e il calibro di persone che si battono per la verità, più contro di loro cresce l’accanimento dei web debunker, i saccenti probiviri dell’ufologia. Per quanto si affannino a starnazzare nel loro gallinaio, non riusciranno a mettere a tacere i Mitchell, gli Hellyer e altri, donne e uomini, che dicono al mondo quello che sanno. Ovvero, che “Gli UFO sono il prodotto di intelligenze sconosciute in possesso di motivazioni e poteri sconosciuti”, definizione del fenomeno UFO a mio avviso consona e puntuale oggi più che mai dato che sembra in atto un’altra, forte e probabilmente ultima fase della guerra segreta, sotterranea, tra opposte fazioni politiche statunitensi desiderose di un posto al sole in caso di divulgazione palese della realtà del fenomeno. La qual cosa non avverrà, se non per volere di osservatori esterni che si saranno anche rotte le scatole di continuare ad assistere a questa assurda pantomima fra rimbecilliti terrestri. Ottimo deterrente per la mancata uscita allo scoperto aliena, della quale non conosciamo non solo i più sbalorditivi mezzi tecnologici, ma soprattutto le ipotetiche intenzioni.

Kenneth Arnold mostra una illustrazione grafica di un oggetto (non discoidale) da lui avvistato.

Non venendone mai a capo, ovviamente, l’enigma UFO resta tale da quasi otto decenni e qualcosa cambierebbe solo se si verificasse la manifestazione di entità esogene al pianeta Terra, allora  le loro ragioni diverrebbero chiare. Si viaggia pertanto su congetture, interrogativi e affermazioni ora eclatanti ora disarmanti, tese a farci cadere le braccia. Prendiamo ad esempio personaggi illustri che si sono espressi in merito. Il 24 Giugno 1947 fu il giorno del primo avvistamento UFO della storia moderna, quello del pilota civile americano Kenneth Arnold, che coniò il termine Flying Saucers, piatti volanti, dopo aver avvistato una formazione di nove oggetti non identificati di forma semidiscoidale sul Monte Rainier, Stato di Washington. Molti anni dopo, nel 2010, l’eminente astrofisico Stephen Hawking asserì che un incontro con esseri extraterrestri sarebbe stato foriero di conseguenze devastanti per un’umanità che dagli alieni dovrebbe tenersi a distanza perché non ne conosciamo la natura, né le intenzioni. Il pensiero di Hawking si basava sull’osservazione del comportamento umano e metteva in guardia dalla minaccia di una civiltà più avanzata che, in caso di contatto volente o nolente, potrebbe causare danni a una razza inferiore. Lungi dal sostenere la realtà degli UFO, la teoria di Hawking si discostava dalla visione del famoso astronomo e cosmologo Carl Sagan (nella foto sotto) che negli anni Settanta attraverso libri e la mitica serie televisiva “Cosmos”, pur proponendo la possibilità di un Universo abitato da miriadi di intelligenze aliene, escludeva che esse fossero capaci di raggiungerci effettuando viaggi interstellari, perché le leggi della fisica non lo consentono.

Se per Sagan la questione UFO era un enigma astratto e per Hawking un potenziale pericolo, il principio della “non interferenza” del visionario e geniale Gene Roddenberry, padre di Star Trek parlò di una “Prima Direttiva” che imporrebbe a qualsiasi civiltà avanzata aliena appartenente alla cosiddetta “Federazione Unita dei Pianeti” di astenersi da contatti con razze meno evolute (come la nostra) di altri pianeti e di non interferire con il loro sviluppo. Solo metafore e fine filosofeggiare? Non proprio, se si considera che la possibilità di un prossimo contatto non è da escludere.  In merito, ha avuto una certa eco il parere di un uomo politico di grande levatura, Paul Hellyer, ex vice primo ministro per due anni nel gabinetto del premier Pierre Trudeau e ministro della Difesa del Canada dal 1963 al 1967.

Per Hellyer, scomparso nell’Agosto 2021, “alcuni UFO sono reali come gli aerei che volano sopra la nostra testa”. Sono bastate queste sue parole per far gridare allo scandalo e stigmatizzare le esternazioni di un anziano ossessionato dagli alieni. A differenza di Hawking, Hellyer sottolineava che le intenzioni malevole degli ET non si sono mai evidenziate e che loro mire di conquistare e distruggere altri pianeti non sono altro che risibili speculazioni. Quindi non solo era convinto che gli extraterrestri hanno pacificamente visitato la Terra fin dai tempi più remoti, ma anche che l’umanità ha raggiunto grandi traguardi tecnologici tramite la retro-ingegneria derivata dai reperti alieni recuperati a partire dall’incidente UFO di Roswell del 1947. Hellyer, nei confronti di Hawking ha alzato il tiro, accusando l’eminente scienziato di fare e diffondere disinformazione paventando la minaccia ET. Teoria alimentata grandemente negli ultimi anni dagli analisti del Pentagono, per i quali in primis non affermano l’importanza della “questione extraterrestre” senza timore del ridicolo e di pesanti ripercussioni alla propria reputazione, in secundis fanno di tutto per remare contro.

Lo spettacolo indecoroso degli ultimi giorni ha visto in ballo i pensieri di due uomini che hanno già sin troppo a lungo gestito le sorti del Paese, forse, ancora più forte del mondo, i presidenti Obama e Trump, i quali hanno entrambe proclamato in pubblico l’esistenza di un problema pressoché insormontabile: nessuno dei due ha disposto e dispone del potere di giudicare se alla realtà del fenomeno UFO è possibile dare una prova definitiva. Sono altri a prendere questa decisione, non i Presidenti. In effetti, il film “Contact” tratto dall’omonimo libro di Sagan e magistralmente interpretato da Jodie Foster nel 1997, alludeva a questi compromessi come a un epitaffio. Nel 2005 durante una conferenza a Toronto, Hellyer prese sulle sue spalle il peso delle nuove istanze del movimento esopolitico, sorto negli anni Novanta per allargare la visuale di una ufologia miope e fossilizzata. Istanze che non significano, come il termine Esopolitica lascerebbe intendere, stabilire chi debba o possa instaurare parametri diplomatici o qualunque tipo di mediazione con eventuali delegazioni aliene, quanto combattere dall’interno del sistema politico mondiale il processo costante di segreta militarizzazione dello spazio. Perché la NASA non è un ente assistenziale, ma un’impresa finanziata con denaro pubblico e fondi neri anche allo scopo di monitorare lo spazio e individuare eventuali intrusi. Dai giorni della Space Defence Initiative (SDI, il programma di “scudo stellare”) di Ronald Reagan, alle bellicose amministrazioni della famiglia Bush e di Obama, l’alibi dell’esistenza di un nemico esterno ha consentito a Washington di sfruttare la paura della gente per gli alieni ostili, similmente allo spettro del “pericolo rosso” della guerra fredda. Citando più volte il Colonnello Philip Corso quale fonte attendibile di informazioni correlate al fenomeno UFO, ben prima di un Grusch, Hellyer dichiarava apertamente che il Pentagono sapeva perfettamente delle EBE (Entità Biologiche Extraterrestri) e che la loro tecnologia era finita nelle mani di apparati di intelligence militare statunitense.

Tutto è stato celato agli occhi delle masse, grazie a un’oculata gestione delle informazioni ai massimi livelli di segretezza, secondo una strategia che il fisico nucleare canadese Stanton Friedman ha denominato “Watergate Cosmico” e che altri, come lo storico Richard Dolan, pongono nell’ottica del mantenimento dello “stato di sicurezza nazionale”. Come si evince dai libri “Il Giorno Dopo Roswell” e “L’Alba di una Nuova Era” – il colonnello Corso riteneva che gli Alieni fossero “il nemico”, come tale da considerare un pericolo incombente per il suo Paese. Hellyer, inascoltato a livello politico, invece aveva proposto un dibattito che avrebbe costretto gli USA e il Canada a mettere in chiaro se esistano le prove di una concreta minaccia da parte extraterrestre, ovvero se gli UFO costituiscano o meno un “target reale” con conseguente strategia difensiva da discutere nelle sedi politiche appropriate. Sin quando la questione resterà appannaggio di strutture militari, purtroppo tale discussione non avrà seguito e l’alibi del nemico esterno potrà prendere forme inimmaginabili, come quella di falsi attacchi alieni dal cosmo.

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di Agata Zizzo, 20 Febbraio 2026

Innanzitutto, un saluto a chi mi legge. Ho avuto occasione di ascoltare alcuni stralci della intervista a Eugenio Siragusa, realizzata e pubblicata da Maurizio Baiata se non erro nel 1998. Eugenio, senza alcun indugio, vi racconta di Giorgio Bongiovanni con severità e con quell’amaro dispiacere che un padre prova verso un figlio smarrito. Sicuramente aveva notato da tempo alcuni atteggiamenti che lo stavano allontanando dalla retta via, orientandolo verso percorsi sbagliati. Usando le sue “Conoscenze” e sfruttando il suo “Dono” per scopi puramente umani e speculativi, Bongiovanni si stava dirigendo verso una realtà prettamente egoistica. Il suo comportamento era ormai all’antitesi degli insegnamenti di Eugenio e dei Fratelli del Cosmo.

Nella foto in basso, Eugenio Siragusa e Giorgio Bongiovanni.

Naturalmente, non ho mai dubitato dell’importanza della sua missione spirituale su questa Terra. Il suo percorso è stato fra i più tortuosi, segnato da ostacoli e tradimenti: un cammino fatto di spine, vipere e “vampiri”. Di questi ultimi, purtroppo, ne ho incontrati molti, specialmente tra coloro che si professavano i suoi “prediletti”. Eugenio Siragusa era un uomo innocente, vittima di accuse infamanti e di un arresto profondamente ingiusto. Quando lo si sente parlare di quei momenti, non si può che sperare che il cielo perdoni chi gli ha fatto del male. A mio parere, questa è un’intervista documentale che tutti dovrebbero ascoltare, per amore della verità e per giustizia nei confronti di Eugenio e di chi ancora oggi segue con umiltà le sue orme. Scelgo di rendere pubblico ciò che raccontò quel giorno, perché, come diceva lui: “La verità non si vende e non si compra”.

Vi racconto brevemente la mia esperienza. Sono catanese e nel 1988, grazie ad alcune conoscenze di mio fratello Lorenzo, incontrai persone che avevano vissuto a stretto contatto con Eugenio. Lo chiamavano “Maestro” ed erano onorati di esserne discepoli; non perché lui si fosse mai attribuito quel titolo, ma per il valore dei suoi insegnamenti su discernimento, giustizia e fratellanza cosmica. Una profondità che pochi concepiscono, travisandone spesso il messaggio.

Nel 1993 mi trasferii in una villa bifamiliare alle pendici dell’Etna, a Nicolosi. Fu lì che conobbi Eugenio ed il caso volle che fossimo vicini di casa. Vivere all’ombra del vulcano non era solo una scelta geografica, ma una vicinanza a una fonte di energia pura che faceva da cornice naturale alla sua presenza. Quando ci incontrammo avevo circa 24 anni; lui era già anziano ma con la verve di un ragazzino. Non dimenticherò mai il suo sorriso e quella luce negli occhi che lo distingueva da tutti i membri della “Fratellanza”, di cui troppi oggi tentano di offrire una vaga imitazione. Non riesco a descrivere l’emozione che provai: non era esaltazione, ma la consapevolezza di chi avessi di fronte. Ricordo la carezza sul mio viso e le sue poche parole dette con una lucidità che noi giovani spesso dimentichiamo. Era un’anima buona, non di questo mondo, con la forza di un leone e la determinazione di chi sa. Frequentando quell’ambiente, mi accorsi subito che i veri nemici erano proprio coloro che lo circondavano e lo frequentavano più assiduamente. Lui ne era pienamente cosciente e ne soffriva molto.

La vera luce è racchiusa in ognuno di noi… farla emergere sarà uno dei nostri compiti verso un’umanità migliore.

Nota: sul canale Youtube di Maurizio Baiata (MAURIZIO BAIATA CHANNEL) presto apparirà l’intervista integrale rilasciata da Eugenio Siragusa a M. Baiata nel 1988.

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