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Gli inediti retroscena di un debunking ai danni dell’anziano colonnello… e quello che accadde a Laughlin dove nel 2006 dovevo parlare di lui…     

Di Maurizio Baiata29 Marzo 2026

La presenza del colonnello Philip Corso in Italia confermò quanto già sapevamo: la verità può venire fuori solo se a raccontarla è un suo autentico protagonista. Nelle due visite al nostro Paese nel ’97 e nel ’98 Corso chiarì una volta per tutte che il problema nodale della questione UFO/ET era costituito da un’impenetrabile cortina di segretezza e che, per gli ufologi, sfidarla significava confrontarsi con lo stesso potere di cui avevano fatto parte i militari che sino ad allora avevano avuto il coraggio di parlare. Se Philip Corso lo aveva dimostrato, bisognava adesso riconoscere che aveva ragione chi vedeva la questione ufologica mondiale alla luce delle rivelazioni di militari americani che coraggiosamente si erano esposti, come Robert Orell Dean, ex sergente maggiore della Nato e come Wendelle Stevens, ex colonnello dell’USAF a lungo operativo nel Blue Book. E avevano pagato pesantemente di persona.

A partire dal 1947, per interminabili decenni, l’ufologia mondiale si era aggrappata alla raccolta delle prove fisiche per sorreggere il teorema dell’esistenza del fenomeno UFO e delle intelligenze esogene al pianeta Terra che ne costituirebbero la matrice. Uno stato di fatto che cinquant’anni dopo sarebbe radicalmente cambiato se il mondo avesse dato credito a un veterano dell’intelligence dell’esercito americano pluridecorato e tutto d’un pezzo: il tenente colonnello Philip James Corso. Ma di lui si accorsero esclusivamente gli Stati Uniti e fra le nazioni europee, in primis l’Italia. Philip Corso era nato a Brownsville, Pennsylvania, il 22 Maggio 1915 da genitori di origine italiana, Antonio Corso (1886-1959) e Josephine Ferrere Corso (1894-1979). Morto a Jupiter, Florida, il 16 Luglio 1998 a causa di un attacco cardiaco, Philip aveva scelto la terra di origine della sua famiglia come proscenio di una straordinaria storia che era giunto il momento di divulgare. Per questo, insieme alla giornalista italoamericana Paola Harris, gli fummo sempre accanto durante le sue folgoranti apparizioni televisive, le numerose interviste e sul palco dei congressi di Montesilvano e San Marino.  

In azione a Montesilvano

La prima volta, nel 1997, ci si accorge subito che non scherza affatto. Conferma punto per punto la sostanza delle informazioni di “The Day After Roswell”, il suo atto di accusa nei confronti del cover-up voluto e gestito proprio da quelle strutture che per decenni aveva fedelmente servito. Delle organizzazioni ufologiche italiane più famose, ancorché “nuts & bolts” e perennemente prone in attesa di riconoscimenti ufficiali dallo Stato, il CUN si fece spettatore interessato e incline ad accettare la testimonianza di Corso, mentre sull’esempio di colleghi americani mainstream, il Cisu tentò di demolirne la credibilità, senza riuscirvi. Nessuno era in grado di contestare il suo lavoro al Pentagono nei primi anni Sessanta, o a Fort Riley nel ’47. La posizione di Corso era inattaccabile: per la Difesa degli Stati Uniti gli Extra Terrestri avevano rappresentato un nemico reale (seppure non dichiarato) e come tale costituivano un problema che, essendo inspiegabile, non era divulgabile. Per questo, la questione UFO era stata gestita nella massima segretezza grazie anche al determinante ruolo svolto da Corso.

Il colonnello aveva nel cassetto altri due memoriali dattiloscritti che desiderava vedere pubblicati, “The Day After Dallas” dedicato all’assassinio di JFK e “The American That Ruled Rome”. Il secondo portava alla luce scottanti retroscena della situazione italiana negli anni 1943 -1946 quando Corso fu tra gli alti ufficiali americani al vertice dell’intelligence degli Alleati nella cosiddetta “Roma città aperta”. Aveva visto in diretta il bombardamento di Cassino, aveva torturato i “malfattori comunisti” per ottenere informazioni, aveva rapporti diretti con i più alti prelati vaticanensi, aveva rapporti con De Gasperi… era uno che non si faceva intimorire da nessuno e che la Gestapo temeva più di altri.

Va da sé che le sue visite in Italia, da noi coordinate, non passarono inosservate da parte della stampa e dei media: nel convegno “Il Contatto”, evento svoltosi nel weekend del 1-2 Novembre 1977 nel grande salone del Grand Hotel Mediterraneo davanti a 600 persone Corso era l’ospite d’onore, insieme a figure di spicco dell’ufologia mondiale, fra i quali Sir Desmond Leslie (che vediamo con Corso nella foto sotto), Carlos Diaz, Bill Hamilton III. Fu allora che da fonti rimaste ignote ci giunsero avvertimenti il cui tenore era: va bene che facciate venire in Italia questi personaggi stranieri inclini a parlare di cose riguardanti gli UFO, ma è meglio non andiate oltre e, soprattutto, lasciate perdere le questioni italiane interne. In effetti, oltre ci saremmo andati un paio di anni dopo con Michael Wolf, ma questa è un’altra storia.

A chi credere, dunque?

 Corso si congedò dalla US Army Intelligence lasciando il servizio al Pentagono nel 1963 con i gradi di tenente colonnello. Con il suo superiore, Generale Arthur Trudeau, l’accordo era che non avrebbe mai dovuto rivelare nulla delle proprie attività di coordinamento della sezione Research & Development della Divisione Tecnologia Straniera della U.S. Army. Fra di esse, soprattutto quelle legate all’incidente di Roswell. Tenne fede alla parola data sino alla morte di Trudeau nel 1991, dopo di che mise mano alla raccolta di memorie e note realizzandone un manoscritto, la cui stesura sotto dettatura lo impegnò per oltre due anni dando vita a un dattiloscritto di oltre 150 pagine intitolato “Dawn of A New Age”. Il contenuto del diario avrebbe fornito alla editrice Simon & Schuster tutti gli elementi per pubblicare “The Day After Roswell”, il libro che negli USA uscì nel Luglio 1997, pressoché in concomitanza del corposo dossier “Roswell Case Closed” con cui l’Esercito USA chiudeva il caso suggellando la propria versione definitiva. Secondo il Pentagono, nel 1947 nel deserto del New Mexico non era avvenuto alcun UFO crash e tantomeno era stato recuperato un disco volante con il suo equipaggio di piccoli esseri alieni e non umani.

Per il rapporto ufficiale, ad alimentare la leggenda di un UFO precipitato fu solo un loro pallone sonda contenente manichini, i crash test dummies usati nei test di caduta da grandi altezze. A chi credere dunque, alla storia testimoniata da Corso dei misteri alieni del Pentagono, oppure al tomo firmato dalla U.S. Army che ne negava qualunque evidenza? Al colonnello in pensione integerrimo servitore della patria, desideroso di ripulirsi la coscienza e di lasciare ai nipoti un tangibile ricordo grazie alle royalties del libro che finalmente raccontava la sua storia? Oppure, ai suoi datori di lavoro? I due volumi si fronteggiarono sugli scaffali delle librerie in concomitanza con il cinquantesimo anniversario dell’incidente di Roswell. Come vendite, il pubblico premiò il memoriale del Colonnello. Vi si leggeva che nei primi anni Sessanta alle dipendenze di Trudeau, fu lui a selezionare una parte degli strani materiali e a consegnarli a diverse industrie perché, al riparo da occhi indiscreti, ne carpissero i segreti e li utilizzassero per avvantaggiarsi tecnologicamente, trasformandoli in dispositivi d’arma impiegabili su qualsiasi nemico, terrestre o extraterrestre. Fu un processo complesso di retroingegneria che, senza apparire nel budget ufficiale della Foreign Technology Division, a detta di Corso avrebbe ottenuto parziali, ma importanti risultati, rendendo possibile lo sviluppo dei circuiti integrati, delle fibre ottiche, il laser, le fibre super-tenaci e i visori notturni.

Ufologi, utili idioti

Le rivelazioni di Corso non erano la “pistola fumante” agognata dagli ufologi, molti dei quali lo attaccarono a più riprese per nulla convinti della loro veridicità. Senza prove fisiche dei materiali e/o di documentazioni, ad esempio che avesse avuto per le mani un frammento che avrebbe generato il “memory metal” o un referto autoptico di una E.B.E., o una fotografia o uno spezzone di pellicola e neppure la testimonianza di un suo pari grado o un sottoposto. Tutto era basato solo sulla sua parola. Questo bastò per subire gli attacchi di una schiera di studiosi mainstream che non diedero alcuna importanza né al suo formidabile curriculum militare né alla sua integrità professionale. Rispetto al metodico rilascio addomesticato delle informazioni ufologiche, per loro quella entrata in scena a sorpresa era stata troppo improvvisa, aveva chiamato in causa il governo USA dando fastidio alle sue appendici occulte e ai suoi comparti finanziario-industriali e strutture militari che agiscono secondo le direttive (questo Corso lo ha sostenuto e ha fatto anche i nomi) del gruppo supersegreto Majestic 12. Se si fosse limitato ad affermare “ho visto un alieno in una cassa a Fort Riley” poco male, sarebbe stato il parto della mente di un vanesio militare avanti con l’età. Invece, giurare in un affidavit ufficiale che per oltre un anno al Pentagono certi reperti di Roswell erano stati selezionati e quindi distribuiti ad aziende appaltatrici della U.S. Army spiazzava tutti, persino i ricercatori da sempre schierati contro il cover-up su Roswell.

D’altra parte, Corso considerava gli ufologi degli “utili idioti” che non facevano altro che dilaniarsi tra loro per futili questioni metodologiche, afflitti da sindromi di rivalità congenite e facilmente corruttibili per una briciola di notorietà. Dalle strutture di intelligence delle quali Corso aveva fatto parte, gli ufologi venivano usati e foraggiati con mezze verità, ingannati e depistati, prova ne sia che non avevano (e non hanno) mai ottenuto alcun risultato concreto nella guerra al segreto sulla questione UFO/ET. Se agli occhi di almeno una metà dell’opinione pubblica americana il muro di gomma di Washington su Roswell, gli UFO crash e sul fenomeno UFO appariva lesivo dei diritti costituzionali e in spregio della giusta informazione, il segreto aveva tenuto bene e aveva garantito la faccia pulita del sistema. In effetti, fu proprio Corso a sottolineare che la segretezza era un male deplorevole, ma necessario. Cos’altro attendersi da un uomo che ne aveva fatto un inalienabile principio di vita al servizio del proprio Paese?

Un vecchio, ma indomabile leone

Fra gli interrogativi posti dagli ufologi due emergevano e, stranamente, sembravano volgere a favore di Corso: se era così scottante, come mai la pubblicazione di “The Day After Roswell” in America non era stata bloccata? E perché la sua testimonianza non era stata ufficialmente smentita, né ridimensionata dal Pentagono? In risposta alla seconda domanda basti considerare che nessuna struttura di intelligence mondiale dice la verità se si tratta di faccende coperte da segreto di Stato e la questione UFO lo è. Ne consegue che un portavoce ufficiale del Pentagono mai si sarebbe azzardato a riconoscere la benché minima importanza al libro di Corso. Si scelse di ignorarlo totalmente. Alla prima, invece, le risposte scaturivano dalla natura stessa del libro edito dalla Simon & Schuster, un “instant best seller” i cui contenuti sia nella lussuosa prima edizione in brossura, sia nelle successive uscite paperback (tascabile) non corrispondevano affatto al diario originale “Dawn of a New Age”, il dattiloscritto corredato da disegni, grafici e fotografie in bianco e nero a suo tempo consegnato dal suo autore alla casa editrice. Redatto fra il 1961 e il 1963, il figlio Philip Corso Jr. così lo descriveva: “Sono 176 pagine, una parte scritte di pugno da mio padre, una parte dattiloscritte. Manca del tutto ogni accenno alla Hollywood, contiene solo gli appunti e le note originali, vale a dire quello che realmente la gente avrebbe voluto leggere, integrali e non editate” (dalla relazione di Phil Corso Jr. all’International UFO Congress di Laughlin del 2007).

Nelle clausole contrattuali, si faceva obbligo all’editore di sottoporre all’autore la stesura finale prima che il libro andasse in stampa, ma questo non avvenne. La Simon & Schuster si garantì piena libertà di editing andando oltre gli accordi presi con il colonnello. L’editrice infatti affidò la cura del volume al giornalista William Birnes, il cui nome appare come co-autore a pié di copertina, il quale realizzò una versione profondamente alterata nei contenuti e nella forma, con capitoli integralmente inventati e, rispetto all’originale, con una foliazione doppia che superava le 360 pagine, senza contare le appendici documentali incluse per volere del colonnello. Laddove il diario di Corso era asciutto, essenziale, tecnico ed efficace, ora ogni pagina grondava dello stile immaginifico e spettacolare di Birnes, ottimo “editor” senz’altro, il quale però aveva realizzato un romanzo, pieno di episodi, luoghi e personaggi ignoti al colonnello, di passaggi retorici e sensazionalistici tesi a far presa sul grande pubblico e non destinati alla ristretta comunità ufologica. Era come se al vecchio leone chiuso nella gabbia dello zoo si fosse detto di rinunciare anche alla propria criniera. L’aspetto più evidente del pesante rimaneggiamento di Birnes sta nei primi capitoli in cui vengono ricostruiti i giorni dell’incidente di Roswell fra il 2 e il 5 Luglio 1947 come se vi avesse fisicamente preso parte, mentre il Maggiore Philip Corso era di stanza a Fort Riley, in Kansas. In definitiva, malgrado ne avesse approvato il titolo, Corso immediatamente disconobbe “The Day After Roswell” come sua opera e a nulla valsero le sue rimostranze. Ovviamente, per non compromettere ulteriormente i già tesi rapporti con la Simon & Schuster, Corso non poté rendere noto tutto ciò pubblicamente pertanto la sua conseguente querelle con la major editoriale americana fu solo formale e non gli portò alcun riconoscimento, né sul piano economico né in quello della reputazione. Per sovrappiù, alla scomparsa di Corso, Bill Birnes fu immesso quale socio nella Corso Holdings, formata da Philip Corso Jr. e dall’avvocato William Kent. Da tale struttura sarebbe arrivata la citazione del tribunale di Los Angeles, della quale parlo più avanti.

Il parere del grande Gordon Creighton

A riprova di quanto appena riportato, c’è un articolo di Gordon Creighton (http://www.fsr.org.uk/GCreighton.htm), diplomatico britannico, autorevole ufologo e direttore della storica Flying Saucer Review (morto 95enne nel 2003). Dal pezzo, pubblicato sul Volume 45/1 del 2000 con il titolo “Who’s Monkeying with Colonel Corso’s Book?” (Chi sta giocando con il libro del colonnello Corso?) vale questo stralcio: Poco prima della sua morte, il Colonnello Corso prese parte al congresso UFO di San Marino, in Italia, dove incontrò Desmond Leslie (pilota e scrittore inglese, co-autore di George Adamski, n.d.R.) e con lui ebbe modo di conversare a lungo. Desmond Leslie mi ha personalmente riferito che Corso era su tutte le furie con il signor Birnes, tanto da avergli fatto causa. La ragione? La versione andata in stampa a cura di Birnes stravolgeva completamente quella che Corso aveva scritto(!)… Vorrei aggiungere un ultimo punto: nella mia nota sul Colonello Corso a pagina 15 del fascicolo 44/3 della FSR ho citato un rapporto del MUFON Journal del Luglio 1998 riguardante il fatto che il C.A.U.S. (Citizens Against UFO Secrecy) aveva reso noto che il colonnello Corso non solo ha dichiarato nel suo libro di aver aperto una cassa a Fort Riley e di aver visto al suo interno una piccola entità con mani dotate di quattro dita, ma che successivamente aveva dichiarato sotto giuramento che tale sua affermazione corrispondeva al vero. Le prove dunque evidenziavano molto chiaramente che il Colonnello Corso sapeva di cosa stava parlando. Sembra improbabile che una tale manomissione presente nel suo libro avrebbe incontrato la sua approvazione.

Con il termine “manomissione” Creighton si riferisce al fatto che nel Giugno 1998 (solo un mese prima che Corso morisse, ovviamente senza poter sollevare eccezioni) gli editori (Pocket Books / Simon and Schuster) pubblicavano una versione tascabile del libro al prezzo di $ 6,99 USA e a £ 6,99 nel Regno Unito. Lo strillo di copertina diceva “edizione aggiornata con nuovo materiale sensazionale”. Un nostro lettore l’ha acquistata, controllata e confrontata con l’originale, riscontrandovi a pagina 34 un solo “cambiamento”! Invece di “strane mani con quattro dita” c’era scritto “Strane mani con sei dita”. Facile dedurne che qualcuno ha avuto modo di giocare con i contenuti del libro, per ragioni a noi ignote. E quale ne potrebbe essere lo scopo, se non quello di fornire maggiore credibilità al filmato di Santilli, di per sé assai sospetto, emerso negli ultimi anni, che presenta la presunta dissezione di un corpo alieno dotato di sei dita?”

In Italia “The Day After Roswell” apparve una prima volta nel 1998, per la Futuro Edizioni con il titolo “Il Giorno Dopo Roswell” in allegato alla rivista “Notiziario UFO”. Nel 2017, grazie a una sinergia fra le case editrici Verdechiaro e Nexus, ne ho curato la nuova edizione intitolata “Roswell – Il Giorno Dopo” ampiamente rivista e corretta, eliminando dal testo gli abbellimenti letterari apportati da William Birnes. Il diario “Dawn of a New Age” vide invece la luce in Italia come “L’Alba di una Nuova Era” in prima edizione della Pendragon nel 2003 e in seconda, riveduta e ampliata, per la X-Publishing nel 2017.

Intimidazione andata a vuoto

Nel 2006 sono negli USA, su invito degli organizzatori dell’International UFO Congress Convention and Film Festival di Laughlin, Nevada, che si tiene dal 26 Febbraio al 4 Marzo. La mia relazione al clou della manifestazione è prevista il penultimo giorno, subito la presentazione di George Knapp, famoso giornalista di Las Vegas.

Il tre Marzo, alle ore 8 e 15 a.m. scambio alcune parole nel backstage con George Knapp, quindi delineo gli ultimi dettagli tecnici del mio intervento con Nicole, la figlia del direttore del Congresso, Bob Brown. Tutto ok. Knapp mi dice: “Anche io ho intervistato il colonnello. Sono curioso di ascoltarti”. Reciproco. Mi sistemo di lato nella sala gremita e seguo la relazione di Knapp, funambolica, precisa, degna del miglior giornalismo investigativo statunitense. Conoscendo i tempi stretti, esco dalla sala. Toilette. Fra una decina di minuti devo essere sul palco. Noto nella hall Bob Brown al telefono, parla animatamente con qualcuno: “Sì, Maurizio è qui, c’è un agente che ha detto che deve seguirlo”. Mi volto. Un uomo della sicurezza interna dell’albergo, non più alto di uno e settanta, massiccio e armato di tutto punto, mi squadra e fa: “Lei è Maurizio Baiata?” – Sissignore, rispondo. “Follow me!” (mi segua). Brown è ancora al telefono. Cosa devo fare? Gli chiedo. “Fai come dice l’agente. Io non posso farci niente, non so di cosa si tratta, non me lo ha voluto dire”. L’agente è truce in viso. Mi ripete: “Follow Me”. Obbedisco. Mi indica di camminare davanti a lui e di avviarmi verso l’ascensore. Mi guardo intorno, la hall d’ingresso alla sala conferenze è quasi deserta. Attendiamo l’apertura della porta dell’ascensore. Al suo arrivo, ne escono diverse persone. Faccio per entrare, ma l’agente mi blocca: “Attenda qui”. L’ascensore riparte vuoto. L’agente parla al walkie talkie: “Siamo al piano, ditemi quando”. La cosa mi piace sempre meno. Le porte dell’ascensore si riaprono, ascensore vuoto.

“Entri pure” dice l’agente che al walkie talkie comunica: “Stiamo arrivando”. Penso: e quando arriviamo che succede? In quanti saranno ad accogliermi? Ho fatto qualcosa di male quando vivevo a New York negli Ottanta? Le tasse le avevo pagate. Che vogliono da me? L’ascensore scende di due o tre piani. Si ferma e le porte si spalancano su un corridoio vuoto. Siamo nel seminterrato. “Mi preceda, in quella direzione”. Mi incammino, corridoi vuoti, lavanderia, ambienti anonimi. Mi dice di fermarmi e di attendere davanti a una porta. Bussa e apre un agente di polizia. “Questo è il Constable… – un poliziotto di Los Angeles di cui non afferro il nome – ha qualcosa che la riguarda”.Lei è Maurizio Baiata?” mi chiede il poliziotto – Sì. “Prenda visione di questo”. Mi porge un fascicolo di una ventina di pagine con un’intestazione inequivocabile. Un atto giudiziario. Mi dice: “Lei riceve una citazione del giudice distrettuale di Los Angeles”. Viene dalla società che rappresenta gli eredi del colonnello Corso. Ora non resta altro che quel pubblico ufficiale mi dichiari in arresto, che devo stare in silenzio e che devo seguirlo chissà dove. Ma non è così. Scruto la seconda e terza pagina del documento e chiedo se devo firmare qualcosa. “No, signor Baiata, era mio dovere consegnarle personalmente la citazione e ora è libero di tornare alla sua conferenza”. Gli stringo la mano e lo ringrazio. L’agente della sicurezza dice “Follow me” e andiamo a riprendere lo stesso ascensore. Nella hall mi attendono Bob Brown, Paola Harris bianca come un lenzuolo e l’avvocato Daniel Sheehan. Andiamo nella stanza degli incontri per gli addotti. Ci sediamo. C’è anche Teri, la musa del Congresso, moglie di Bob, ed è terrorizzata. Sono trascorsi venti minuti. Immagino che sul palco la loro figliola Nikki abbia intrattenuto i settecento presenti raccontando barzellette.

Porgo il documento a Daniel Sheehan che lo scorre rapidamente e poi mi dice: “Maurizio non devi preoccuparti, si tratta solo di un’intimidazione, un tentativo di farti paura, per non parlare”. Ma come, se viene dal tribunale di Los Angeles non è importante e poi di quale reato vengo accusato? “Qui dicono che hai infranto il copyright sulla pubblicazione in Italia del libro di Corso Dawn of a New Age, ma c’è allegato il contratto, come sono andate le cose?”. Lo spiego, a mio avviso non abbiamo infranto alcun contratto, ma sono molto rinfrancato. Non mi hanno sequestrato nelle cantine di un hotel nel deserto del Nevada e non mi hanno portato fuori in un sacco di plastica nera.

Va tutto bene, chiariremo tutto dall’Italia, dico. Bob Brown però è infuriato: “Maurizio, non solo hanno minacciato te, hanno minacciato anche la nostra Conferenza! Ora la vedranno!” Sheehan tranquillizza gli animi. Paola si sta riprendendo. Il pubblico in sala rumoreggia da un po’. Ci precipitiamo nel retropalco, passando per i corridoi interni. Tutto pronto. Bob Brown mi presenta. Spiega quello che è successo sventolando la citazione. E rivela un aspetto che ha appena notato. Il fax dal quale è partita la denuncia appartiene al numero di telefono della redazione del mensile “UFO Magazine” diretto da Bill Birnes, il co-autore del libro “The Day After Roswell”. Bob calca la mano e il pubblico applaude. “Noi non ci siamo mai fatti intimorire” – dice – Diversi anni fa avevamo invitato Maurizio una prima volta ma lui ha declinato. Ora finalmente è qui con noi ed evidentemente a qualcuno questa cosa non andava bene”. E conclude: “Ora abbiamo la prova che l’eredità di Corso è nelle mani di persone che non vogliono che si divulghi la verità, ma è il momento di ascoltare Maurizio Baiata”.

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di Maurizio Baiata

Riproporre questa intervista ad Antonello Venditti risalente al Marzo 2000, quando fu pubblicata sul mensile Stargate il mese successivo e poi ancora nel 2012 su questo stesso blog, vuol dire che quanto all’epoca il cantautore romano aveva condiviso, della sua vita, non solo della sua esperienza di avvistamento UFO avvenuto a Roma con tutta probabilità nella seconda metà degli anni Cinquanta, ha valore ancora oggi, anzi direi più di allora. Internet ci ha abituato all’annichilimento della memoria, quella a breve, quella a lungo raggio, persino a quella storica, ma ciò non vuol dire che tutto è destinato a cancellarsi. Al contrario. Antonello al pianoforte intonava sempre con grande emozione “Mio padre ha un buco in gola”, mentre io ero da dietro le quinte manovravo il Revox con le basi musicali, rivelando tutta l’umanità del suo essere. Poteva quindi riferirsi al padre Vincenzo che aveva subito i traumi fisici e derivato quelli psicologici della Seconda Guerra Mondiale, oppure all’Amore de “Le Te Mani su di me” vissuto come un ricordo ancora più intimo e doloroso. L’amicizia dunque era nata durante un lungo periodo di comunanza che nei primi anni Settanta voleva anche dire complicità e condivisione. E cosa ci sarebbe oggi ancora di diverso, fra noi, me lo chiedo.  Sta di fatto che improvvisamente, anche se non ricordo con precisione la circostanza, per la prima volta mi raccontò la sua esperienza. Al suo terzo album, “Le cose della Vita” la RCA aveva affidato Antonello a me, più giovane di lui di un paio di anni, per accompagnarlo come tour manager lungo tutto il tour italiano, che prevedeva tappe in tutto il Paese, comprese le isole. Antonello guidava da pilota provetto e un po’ spericolato una Citroën GS giallo ocra, io fungevo da navigatore, vito che allora avevo solo la patente A, quella da motociclista e insieme percorremmo migliaia di chilometri verso serate intense, tutte sempre diverse e ricche di emozioni. Erano gli “anni di piombo” e Antonello lanciava messaggi che alla ultra sinistra non piacevano. A volte gli autonomi si facevano vivi durante il concerto per contestarlo, arrivavano a minacciarci quasi sin sotto il palco e io mi frapponevo fra loro e l’artista, che stava sul palco, stanco di quelle intrusioni. Fortunatamente, finivano sempre per prevalere il buonsenso e la sua poesia da menestrello romano nell’anima.

Ne nacque una conoscenza profonda, fatta di lunghe conversazioni riguardanti il passato. Entrambi conoscevamo bene la zona Trieste, io perché ero stato al San Leone Magno, lui al Giulio Cesare ed io evitavo accuratamente di fermarmi davanti al bar Tortuga, troppo frequentato da ragazzi di destra, proprio davanti al Liceo di Antonello.  parlavamo di musica “alle frontiere del cosmo” e, una volta, durante un viaggio sulla GS, Antonello mi parlò di un suo avvistamento UFO a Roma. Era ancora adolescente e lo ricordava molto chiaramente. Così, molti anni dopo, per inaugurare il mensile Stargate con una degna copertina, lo avevo contattato e convinto a rilasciarmi l’intervista che segue. Per me resta una testimonianza epocale. Forse, per la prima volta, un musicista già indirizzato verso un successo sempre più clamoroso e capace di rivolgersi a un pubblico che mostrava sempre più di gradire i “messaggi” del cantautorato nostrano, cresceva sia nella consapevolezza del difficile ruolo che i giovani artisti italiani stavano giocando nell’ambiente sempre più teso dell’Italia del 1974, sia come individuo, che si poneva domande esistenziali sulle esperienze di contatto, sulla vita e la morte, i poteri forti, il papa, i servizi segreti… basta continuare a leggere e scoprirete un Antonello Venditti che non ha più avuto occasione o modo di rivelarsi appieno come in questa intervista.      

 

Maurizio Baiata: Antonello, grazie per questo nostro incontro, con il quale vorrei che parlassimo di cosa ti accadde una domenica mattina di tanti anni fa a Roma, sul parco di Villa Paganini, quando arrivò un disco volante e lo vedesti insieme a tua madre.

 A.V.: Va bene, Maurizio.

Maurizio Baiata: Partiamo dal problema benzina. Il prezzo sale, vivere costa sempre di più, ma forse è in atto un processo di strangolamento della coscienza, oltre che del nostro vivere quotidiano.

Antonello Venditti: Il mondo è pressato dal mondo, cioè la Terra sta vivendo una specie di gravità eccezionale che pesa sui nostri cervelli e sulle nostre membra e sui nostri cuori, veramente insopportabile, per cui stiamo occupando tutte le zone del sapere, dello spirito, del corpo e le stiamo sfruttando tanto male, non nella direzione giusta.

M.B.: Questo viene imposto da qualcuno, evidentemente.

A.V.: Sì, perché stiamo procedendo alla globalizzazione, al potere mondiale che escluderà completamente quelli che non si adeguano alle nuove tecnologie, alla nuova politica globale.

M.B.: A Seattle c’è stata una aperta critica di piazza contro il sistema economico globale e in Italia abbiamo a che fare con un governo che sembra abbastanza acquiescente a tutto ciò…

A.V.: No, seguiamo l’ombra di Blair e di Clinton. Siamo una mutandina di Clinton.

M.B.: E della NATO. Abbiamo fatto da trampolino di lancio per la guerra in Kosovo. Non ci fosse stata l’Italia la guerra non si sarebbe fatta.

A.V.: No.

M.B.: Quindi, l’Italia sembra ben poco impegnata in una crescita evolutiva. E gli italiani?

A.V.: Una strada personale, una politica autonoma è troppo complicata. Noi siamo un paese fragile che industrialmente conta pochissimo, dove le nostre industrie vendono tutto quello che possono, non ultima la FIAT. Il mercato non sappiamo cosa sia perché creiamo fittiziamente due soggetti, al massimo tre, e diciamo che è il mercato e invece c’è un trust su tutto, perché le stesse tre società che si dovrebbero fare concorrenza invece entrano ognuna nell’altra, quindi è troppo semplice, non ci vogliamo complicare la vita. Il nostro dopoguerra è nato come colonizzati, e questo intendiamo fare, seguire questa strada apparentemente per avere dei risultati e stare bene, invece molte volte non è così perché alla fine il più forte li tratterà come colonia. C’è il treno vincente, quello del dollaro e quello del perdente, di “cancellate il debito”, di coloro che purtroppo non possono nemmeno aspirare a tendere verso lo sviluppo.

M.B.: I poveri, i diseredati, i senza casa, a New York qualcuno di loro ha una laurea, potrebbe lavorare, condurre una vita normale, ma lo fa per scelta, come antitesi al sistema…

A.V.: Qui è diverso. Non capita mai che un ingegnere, se non è impazzito, se ne stia sotto i ponti e viva in mezzo alla strada. Qui si va in strada per necessità. È pieno di extracomunitari, muoiono nelle baracche bruciate. Diciamo che l’Italia sta come l’America negli anni ’60, per cui non c’è una filosofia di vita dietro, una necessità. Il permesso di lavoro, la cittadinanza. In America, in tanti Stati questo è stato superato, e anche comunità come quella portoricana, quella italiana, cinese, si sono integrate, la vita è diversa. L’America schiude altri scenari e, forte del suo dominio industriale, riuscirà a dare quella specie di giustizia sociale che adesso non ha, perché se non hai la carta di credito o la tessera sanitaria muori per strada. Qui l’interesse sociale per l’individuo è maggiore.

M.B.: Ricordi quando negli anni ’60 avevamo un piede da una parte e uno dall’altra?

A.V.: Allora c’era l’orso comunista che faceva paura al mondo occidentale… l’Unione Sovietica, non si poteva fare tutto quello che si voleva.

M.B.: La nostra generazione viveva una dicotomia, fra gli Stati Uniti con il Flower Power, la musica, Jimi Hendrix e quanto ne conseguiva, dall’altro il Vietnam con il Napalm, uno stato di cose contro cui lottavamo. Oggi lottare, ogni ideale politico…niente.

A.V.: Sono rimasti in alcuni di noi, ma non c’è più la vocazione alla politica, alla piazza, al dibattito. C’è una vocazione all’interesse personale, all’egoismo, non essendoci più una società che fa da paracadute ai fallimenti che uno può avere, rimani da solo depresso e quindi presumibilmente vai verso il suicidio. Da solo, in mezzo alla vita piuttosto che con la speranza che tutti quelli che stanno come te possano avere un riscatto. Prendi i suicidi di massa delle sette, ieri 600 morti, questo vuol dire che si sta recuperando un tipo spiritualità negativa, che non vorrei mai, che si accoppia a religioni storiche, che cercano di dialogare tra loro, fenomeni di cancri personali che portano al rifiuto della vita e poi invece è l’affermazione di un altro tipo di vita. L’impotenza di una persona che nasce oggi in Africa, o in un paese sottosviluppato, è come quella di chi nasce in paese sviluppatissimo, ancor più privo di speranza, come l’America, il paese più progredito del mondo, con le possibilità più grandi del mondo… e si sta male. Che fare? L’unica cosa è la morte.

M.B.: Se questo pianeta è un essere biologico che fa parte di un sistema planetario molto piccolo relativamente già noto, noi dobbiamo fare i conti con due estremi, il primo che siamo inseriti in un Universo, il secondo che i dominanti su questa Terra sono i servizi segreti. Dopo la guerra fredda fra le super potenze, oggi c’è una trama fittissima di rapporti che cercano di creare una economia basata sulla guerra, sugli armamenti e sul mercato della droga. È chiaro che l’individuo ne esce annientato.

A.V.: Si chiama capitalismo. Il capitalismo porta a questo. La ricerca spasmodica del profitto fa le vittime. L’economia è protagonista del pianeta. Gli esseri umani sono misere pedine di un gioco che porta al massacro.

M.B.: Non sono d’accordo su un punto. L’essere umano è un microcosmo uguale all’essere biologico che è la Terra, che è uguale a tutto l’Universo. Quindi se ci fosse più gente che pensa al bene, in positivo, muoverebbe qualche pedina, anche in termini di rapporto con gli altri, la famiglia e i figli. Partecipando a un gioco di trasformazione ed evoluzione potremmo superare il problema economico.

A.V.: Sì, anche l’amore è cultura. Se tu non hai il senso dell’amore, se non ti insegnano i sentimenti… la cosa strana è che l’uomo cambia, che qualcuno sta cambiando per farci cambiare i valori, per metterci altri valori in termini negativi. Dai servizi segreti a internet. Ormai è tutto telematico, cambia anche la nostra funzione fisiologica. Oggi, dopo l’esplosione del jogging anni ’70, che ti portava a correre, a sviluppare il tuo fisico guardando la natura, è cambiato il rapporto con lo sport, del nostro fisico. Oggi ci si chiude nelle palestre a sviluppare una nostra coscienza fisica in solitaria.

M.B.: Tu lo fai?

A.V.: No. Sono nato nel 1949. Un ragazzino che nasce oggi ha una bella poltrona cosmica che lo metterà davanti a un video e dalla sua postazione farà tutto. Loro vorranno farci votare senza più le cabine elettorali, informaticamente, attraverso Internet. La cosa più grave è che stiamo eliminando il paese fisico, la realtà. Ci svegliamo solo quando capiamo che la natura è ancora più forte di noi, ci meravigliamo quando ci sono i terremoti che portano via la terra, o i cataclismi naturali perché ci sentiamo superiori. L’uomo non si considera più un animale, si considera il padrone di questo mondo che poi invece esploderà. Gli equilibri si devono ripristinare.

M.B.: Senti, qualora arrivino “gli altri”? Cosa pensi accada?

A.V. Non lo so. Gli altri, esistenti o non esistenti, hanno contato sempre di più nei periodi di grande crisi dell’umanità. Per esempio, i dischi volanti classici si vedevano nei momenti di guerra, quasi sempre. Era la nostra coscienza che aspetta gli angeli. Noi ci aspettiamo o i diavoli o gli angeli. È un discorso buono con noi stessi. È un problema di fede, di credere in qualcosa, come credere in Dio o nel diavolo, come aspetto negativo. Il problema è che oggi se ne vedono sempre meno.

M.B.: Non è vero, se ne vedono a iosa dovunque.

A.V.: È il bisogno di altro. Tutto il discorso sugli extraterrestri è stato basato su una morale qualche volta un po’ retriva, quella del bene, che dobbiamo mantenere il pianeta in ordine, che i buoni devono fare i buoni. Su una cosa universalistica e cosmogonica che molte volte è un po’ superficiale. La verità è che come per gli angeli, come per Dio, bisogna vedere se gli alieni possono intervenire nel nostro pianeta.

M.B.: Non credo. Perché ammesso ci sia una federazione galattica della quale noi facciamo parte…

A.V.: Allora noi saremmo colonia in questo modo…

M.B.: Loro sono all’esterno, non intervengono assolutamente, svolgono i loro ruoli, tra di loro si combattono in accordo o meno con le superpotenze o le potenze occulte che possono esistere sulla Terra.

A.V.: Ecco, appunto. Questo presupporrebbe comunque che ci sia un governo fantasma.

M.B.: Che ne pensi, esiste o no questo governo fantasma?

A.V.: Non lo so.

M.B.: Pensiamoci un attimo.

A.V.: La storia ci dice che ogni potere forte che resiste… come per esempio Fatima, la chiesa cattolica e i suoi misteri, ogni religione ha i suoi misteri, le sue profezie e quindi si presuppone che il capo della chiesa, il Papa sappia molte più cose di me e di te rispetto all’occulto e al mistero della fede e così io penso che il presidente degli Stati Uniti, o della Russia, sappia molto più di quel che appare su questa faccenda, e per un certo periodo di tempo, almeno 30 anni, si è pensato tutti che il mondo occidentale possedesse tecnologia, avesse contatti precisi abbastanza diretti, fisici anche con gli extraterrestri. Però da tempo mi sembra che si parli più di tecnologia che dialogo tra esseri.

M.B.: Può darsi che ci sia un cambiamento di paradigma nei rapporti: da una parte un dialogo tecnologico, che dura da molti anni, e dall’altra un dialogo legato alla coscienza e alla spiritualità. Non è detto che questi esseri esterni abbiano il nostro stesso livello di coscienza e spiritualità, ma oggi, più che in passato, anziché con i governi e i governi occulti, potrebbero voler interagire con gli individui, mediante gli avvistamenti, stabilendo con chi vede un UFO un contatto, così l’esperienza di coscienza è iniziata e rimane dentro per tutta la vita.

A.V.: Questo è vero. Io ho avuto un contatto visivo, più volte, e più volte anche a livello parapsicologico, che poi mi pare sostanzialmente più interessante. Ma non mi ha cambiato così tanto. Forse ha affermato quello che pensavo, ma non mi ha reso più sereno, non ha rafforzato la mia idea della vita. Le ha segnate da un ulteriore mistero. Mentre l’essere umano ha bisogno di certezze il fatto di aver avvistato o sentito qualcosa, a me non ha apportato questa… pace.

M.B.: Potrebbe averti dato la forza di portare avanti determinate cose per la gente.

A.V.: Può darsi, io credo che uno ce l’ha dentro. Non vedo il rapporto diretto. Qualora ci fosse è del tutto inconscio. Oltretutto sono rari i casi in cui l’avvistamento di un UFO diventa un rapporto che continua nel tempo. Poi alla fine anche il ricordo si consuma lasciandoti qualcosa che, se non riesci a farlo produrre in modo forte, poi ti rimane così, in un processo molto lento.

M.B.: Però tu ricordi perfettamente la tua prima volta. Vuoi parlarne?

A.V. Certo. Io ero ragazzino, avevo forse dodici anni. Doveva essere il ’58 o il ’59. Fu un grande avvistamento. Mia madre lo ricorda meglio di me. Eravamo insieme a Villa Paganini. Una domenica mattina verso le undici e mezzo in questo parco arrivò un disco volante a forma di… cactus, l’hanno visto in tanti, e quando dico un cactus era proprio un cactus, verde, con sotto una cupola gialla con tre soffietti per tenerlo collegato alla terra, tre protuberanze che dovevano essere dispositivi per atterrare, gialle. E questo oggetto era enorme, stava sopra di noi. Stava a 20, 30 metri sopra di noi. Era su di noi in modo lampante. E cadde del silicio, una specie di manna che poi mia madre mi disse essere silicio. L’oggetto ondeggiava facendo vedere anche la cupoletta e si muoveva, mostrando anche gli oblò per tanto tempo, almeno trenta secondi fino a che sparì in un attimo. Svanito senza alcun rumore. Tutta la gente nel parco ha visto questo oggetto, che poi mi dicono essere andato verso Firenze e si è fermato sullo stadio di Firenze facendo lo stesso giochetto che ha fatto a Roma. In seguito ho visto una palla di fuoco, anche se quelli possono essere fenomeni meteorologici. Ero a Olevano Romano e nella valle apparve questa palla di fuoco che tutta Roma vide, ma non aveva lo stesso valore di un disco volante sopra di te.  

Però la cosa che mi sta più dentro è un’esperienza parapsicologica vissuta insieme a un mio amico, Rino Gaetano. Eravamo in macchina, di notte, lui allora faceva teatro e io andavo spesso a vederlo e lo portavo a casa. Tornavamo da Fiuggi, nel bosco che la costeggia, tutti e due avemmo la sensazione che dentro a questo bosco ci fosse una presenza enorme, non propriamente felice, non buona. Assistemmo entrambi al fenomeno della… vecchietta, una cosa letta e riletta, ma che però abbiamo vissuto. Come spiegare? A un certo punto vedemmo una vecchietta sul bordo della strada e insieme questa sensazione, dopo una quarantina di chilometri verso Roma ritrovammo la stessa vecchietta davanti a noi, una cosa impossibile.

M.B.: Che fattezze aveva?

A.V.: Una donna piccolina, simile a quello che uno pensa sia la Befana. Mi sembrava così strana l’idea che in questo bosco ci fosse qualcosa di non buono, di enorme, non ti dico il diavolo, ma quasi. Poteva anche essere un disco, ma enorme. Dopodiché, la visione di questa vecchietta incappucciata, e non era inverno. Poi ritrovi la stessa entità dopo 40 km, ed era anche notte, andavi veloce, non ti hanno superato in 18, non puoi neppure dire che aveva fatto l’autostop.

M.B.: Quando hai visto per la prima volta “Incontri ravvicinati del III tipo”, cosa hai pensato?

A.V.: Che poteva essere completamente plausibile e che la cinematografia americana andava verso qualcosa che poi sarebbe diventato usuale, gli uomini bionici, “Alien”, la clonazione, cui il cinema ci ha abituato, rendendo normale qualcosa di assolutamente stravolgente. Quindi pensavo che dopo “Incontri ravvicinati” ed “ET”, dovesse accadere qualcosa velocemente, invece non è successo nulla, questa cosa si è persa.

M.B.: Si è persa perché in questo pianeta e nell’uomo che lo abita probabilmente la trasformazione sta avvenendo ora.

A.V.: Adesso, credo, è come sa questo mondo sia abbandonato da Dio, ho questa impressione. Malgrado il Papa provi a riportarlo alla storia dell’anima in qualche modo, ho l’impressione che questo mondo sia perso spiritualmente.

M.B.: Però nel disco non dici queste cose.

A.V.: No.

M.B.: Ci metti dentro molte speranze.

A.V.: Assolutamente. Proprio perché la speranza è qualcosa che mi appartiene fortemente. Però io vedo quanto sono diverso dagli altri. Quindi questo mondo non è fatto a mia immagine e somiglianza. Io non l’avrei fatto così.

M.B.: Come lo avresti fatto?

A.V.: Avrei fatto un mondo un po’ più lento, meno invadente. Oggi tutti pensano al proprio discorso, sono delle trasmittenti che ti buttano le loro cose.

M.B.: Sei mai stato in Egitto, hai visto le piramidi? Lì c’è ancora molto da scoprire, di noi stessi e dell’Universo.

A.V.: No, non ci sono ancora stato, ma ho letto tanto sulle piramidi, sulla nascita dell’Universo. La tradizione azteca. Il fatto che si dovrebbe fissare la data di costruzione delle piramidi molto prima di quanto dicono, che ognuna punta verso una costellazione e tutto il resto. Diciamo che è sicuro. La nostra capacità di ragionare in termini scientifici sull’uomo azzeccandoci sempre: vuol dire che l’uomo è qualcosa di costruito che somiglia… ho anche scritto una canzone che ne parla, “Figli del domani” nell’album “Quando verrà Natale”, noi siamo sicuramente cloni di qualcosa che c’è stato, forse un esperimento, quindi tutto il discorso del Paradiso e dell’Inferno e della vita, che sono tutte metafore… noi soffriamo, pensi che la Terra sia una colonia di pena come in “Blade Runner”. Più si va avanti più è così. Il fatto che con il DNA riusciremo a creare altri di noi, i pezzi…

M.B.: Basta che tutti questi poteri non siano solo nelle mani di alcuni che li amministrano negativamente, i militari…

A.V.: Questo diventa meno interessante rispetto al chi siamo, dove andiamo e perché, somiglia molto alla teoria, alla robotica.

M.B.: Per andare fuori da questo sistema solare dobbiamo cambiare noi stessi dentro, anche meccanicamente, perché non funziona. Ogni volta che si cerca di arrivare su Marte, la gran parte delle missioni è finita misteriosamente.

A.V.: Però tu ragioni in termini biologici, io in termini diversi: probabilmente alla fine del proprio viaggio su noi stessi troveremo il computer che ci ha generato, il sistema. Quando risaliremo verso Dio sarà come risalire verso un cervello elettronico diverso che esiste da qualche parte, oppure è morto, come parlare di storia.

M.B.: Sei credente?

A.V.: Sì, però Dio ormai assume questi enormi contorni scientifici. Cioè, Dio ci ha creato a sua immagina e somiglianza, ma può darsi sia il frutto di un microchip… per cui cosa c’è dietro a Dio? Noi siamo la miniatura di qualcosa avvenuta a livello cosmico. Stiamo andando scientificamente verso Dio. Forse avremo qualche delusione, perché mentre troveremo la vita biologica, ancora non troveremo i sentimenti, a meno che un giorno o l’altro troveremo un gene, una composizione chimica che ci dirà perché uno è buon o cattivo. Una volta che nel nostro cervello appare il dolore, nell’emisfero del dolore, già lì puoi manomettere l’uomo. Il dolore è uno dei sintomi più forti di un malessere, una malattia, un disagio, se tu elimini il dolore all’80% elimini la tua sofferenza, ma è il dolore morale che ti porta a discernere il bene e il male, cioè l’anima. E l’anima fortunatamente, ancora non l’abbiamo trovata. Però la troveremo e allora saremo soli.

M.B: Cosa pensi per il futuro dei nostri bambini…

A.V.: Io ho un figlio, Francesco Saverio, e due nipoti, Alice e Tommaso, che è in arrivo. Il mio percorso l’ho già fatto, l’aspetto della salvaguardia della specie l’ho espletato, quindi qualora avessi un figlio sarei in un discorso temporale un po’ contradditorio. Una nuova vita? La vita porta sempre alla morte, per cui è già un atto di crudeltà mettere al mondo un figlio, esporlo all’umanità, sapere che soffrirà o gioirà come te… il punto non è fargli passare una vita migliore o peggiore, quanto l’atto, che può essere di estremo egoismo o di estremo amore, di renderlo umano, di crearlo su questa Terra. Certo, possiamo dire che sarebbe più fortunato perché possiede certi mezzi che altri non hanno… però se questo mio figlio si ammala dentro, o ha qualcosa che non va, la sua vita è indipendente dalla mia. Insomma: muoiono i ricchi e muoiono i poveri. Il problema è la morte dell’uomo. Tutto quello che ci muove nella vita è l’idea di superare la morte. Questo ci porta anche al bene e al male. Perché se tu non avessi l’idea della fine o di un giudizio superiore, la Terra sarebbe una terra di banditi, non ci sarebbero leggi. Tu dici: devo passare sulla Terra una media di 74 anni, quindi mi prendo tutto quello che voglio, che m’importa di comportarmi bene? Tanto morirò!

M.B.: È probabile che tutto questo sia un passaggio verso qualcosa di superiore.

A.V.: Certo, e meno male che noi lo pensiamo, che ci sono diversi livelli di vita, perché se non fosse così noi ci scanneremmo del tutto. Ognuno per sé, per la famiglia, gli amici, cercherà di viverla.

M.B.: Hai seguito la vicenda della canzone “Arcobaleno” di Mogol?

A.V.: Sono cose che esistono, ma in questo caso non lo so. Le forze… i rapporti tra l’uomo e l’aldilà… Anche noi, ogni sera compiamo tutto questo con il sogno, che è libero, è una zona franca in cui noi non trasmettiamo ma siamo riceventi, in cui la mente tace. Tutte le grandi cose avvengono in sogno. Aspetti che qualcuno, non fisico, venga da te e ti parli. Non a caso poi c’è l’interpretazione dei sogni. Quello che è vero nei sogni poi a livello psicologico è tutta un’altra cosa. In sogno andiamo per mare e poi invece la vita è un’altra, ecco. Chiaro che può accadere. Se ti capita una cosa strana, hai l’opportunità di dirlo? Con una televisione basata sulle scempiaggini, va al telegiornale l’attore che fa amicizia con la cameriera e ci fanno un servizio, figurati se qualcuno vede un disco volante… ma non stiamo dimenticando qualcosa?

M.B.: Antonello gli argomenti da dibattere sarebbero ancora molti…

A.V.: Stiamo dimenticando la musica. La musica è una delle cose che unisce gli esseri. Non a caso in “Incontri ravvicinati…” il primo incontro è attraverso la musica. La musica è razionalità e quindi scienza, ma anche intuito, intuizione, naturalezza, istinto. Se uno guarda la musica, la sente, vede come cambia l’uomo. È quanto di più libero possa esserci.

M.B.: Tu davanti a 50.000 persone, la musica la trasmetti, loro ricevono delle vibrazioni e te le ritrasmettono, ma in quel momento cosa accade?

A.V.: Accade qualcosa che vorremmo tanto, che si chiama armonia. Quindi la creazione di una specie di galassia, di bolla di sapone che per un momento è perfetta, dove tutti i partecipanti sono nello stesso momento in sintonia, un grande amplificatore. Ogni singolo trasmettitore di musica segue il suo viaggio. Ed è importante stabilire che genere di viaggio segue l’umanità attraverso la musica che ascolta, che è quella che aggrega. Oggi c’è una frammentazione, ma la musica è l’unica arte che si chiede sempre del pianeta, anche di come stanno gli altri, anche politicamente. Ha una possibilità di testimonianza fisica che nessun’altra arte può avere. Analizzando la musica occidentale si può capire anche dove va il mondo. La musica è un messaggio che viene dal cielo, o che viene dalla Terra e si propaga verso il cielo e ritorna. L’idea che la musica possa essere una delle armi del bene o del male per me è molto bella e affascinante.

M.B.: Antonello, cosa sta succedendo alla Roma?

A.V.: I giocatori hanno paura di sbagliare, di non farcela. Quando uno gioca senza il sorriso non si va da nessuna parte. Facce scure. Ne devono parlare fra loro. Qualcosa c’è all’interno, perché giocano tutti da soli. Credo che dipenda da Totti, Del Vecchio e Montella che trasmettono a tutta la squadra il nervosismo, il fatto di non riuscire a segnare.

M.B.: Non pensi che sia il calcio, non i giocatori a dover cambiare?

Il calcio adesso è un moltiplicatore di capitali, il business totale, un enorme giro di denaro e di stress per tutti, il pubblico subisce tutto. Il pubblico pretende perché paga un biglietto altissimo, tra stream e Tele+ e la partita, e i giocatori lo subiscono perché spendono delle cifre anche psicologiche enormi per reggere l’impatto con la società, perché il calcio sta diventando una delle cose più importanti della nostra vita.

M.B.: Ma non dovrebbe esserlo.

A.V.: Non dovrebbe. Ma adesso le società sportive sono a fini di lucro. Prima c’erano i presidenti, ricchi e scemi, che spendevano i loro capitali per un ipotetico ritorno pubblicitario di se stessi. Ora, dalle associazioni sportive siamo passati a una squadra di qualcuno ed è persino quotata in borsa. Quindi il prossimo passo sarà l’arrembaggio alla borsa del calcio. Maurizio, non credo ci sia altro da aggiungere. Ti ringrazio, è stato bello potersi sentire.

M.B.: Lo è stato anche per me. Grazie, Antonello.

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Di Maurizio Baiata

20 Marzo 2026

“Picnic a Hanging Rock”, il film del regista australiano Peter Weir uscito nel 1975, rappresenta un caso cinematografico a cui in molti hanno dato il crisma del racconto di un Incontro Ravvicinato del Quarto Tipo, un episodio di Contatto e Rapimento Alieno coinvolgente esseri umani. Inoltre, questa è una mia licenza tutta autorale, va a collocarsi accanto alla esperienza di avvistamento di UFO da me vissuta a Cobà, nello Yucatan, tanti anni fa (vedi link a piede di articolo) e cerco di delinearne qui le ragioni.

Attenendosi alla stesura ufficiale del libro omonimo della scrittrice australiana Joan Lindsay, la pellicola di Weir tratta della misteriosa sparizione di alcune allieve dell’Appleyard College avvenuta nel giorno di San Valentino, 14 Febbraio 1900, nel corso di una escursione alle pendici della formazione rocciosa di Hanging Rock, che si erge a 70 Km da Melbourne, Contea di Macedon, Stato di Victoria in Australia. Il regista de “L’attimo Fuggente” e “La Grande Onda” – solo per citare due fra i suoi titoli che mi hanno maggiormente colpito – adattò cinematograficamente la sceneggiatura dalla novella della Lindsay pubblicata nel 1967 e uscita per i tipi della palermitana Sellerio in prima edizione nel 1993. Una componente fondamentale del film è la colonna sonora, in cui spicca la melodia di Gheorghe Zamfir per flauto di pan e organo che completa l’atmosfera inquietante, pur magica e legata all’Assoluto, che permea tutto Picnic a Hanging Rock. Stando a quanto esprimeva l’autrice nella premessa del libro, “Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per proprio conto. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nel 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza”. In questo convengo con la Lindsay. Ritengo infatti che risolvere un mistero impenetrabile basato su fatti probabilmente accaduti davvero e successivamente ampiamente romanzati, a distanza di 67 anni restava impossibile.

Collocando la vicenda nell’Australia ancora vittoriana e colonia britannica da meno di due secoli, nel libro la Lindsay sfoggiava un linguaggio very british, mentre Weir riusciva abilmente a creare un ipnotico mix fra giallo e leggende e tradizioni degli aborigeni. Nel 1900 dunque, su una natura ancora incontaminata incombe la presenza di una roccia sempre vissuta sacralmente – non quanto Ayers Rock peraltro – da un’etnia nativa già deprivata di tutto, ma non della propria identità ancestrale e in grado di comunicare telepaticamente e che non aveva dimenticato la storia di remoti contatti con esseri divini venuti dalle stelle, i Wondina, mitologici spiriti creatori effigiati nell’arte rupestre degli aborigeni delle regioni del Nord Australia. Ciò che va sottolineato è il “senso”, la percezione che si ha nell’assistere al misterioso evolversi della vicenda senza soluzione proposta dal visionario film di Weir. Delle quattro ragazze (Miranda, Irma, Marion ed Edith) che, durante un picnic con le loro compagne e tre istitutrici del loro collegio, sospinte da un richiamo ancestrale si inerpicarono sulla roccia, due in realtà fecero ritorno, Edith totalmente traumatizzata e sconvolta sin dalle prime fasi della salita verso il minaccioso costone roccioso, la seconda, Irma Leopold ritrovata una settimana dopo l’accaduto, con una ferita sulla fronte e completamente dimentica di tutto.

La professoressa di Matematica, la signorina Greta McCraw e le altre due giovanette Miranda e Marion scomparvero per sempre. Quando giunsero sino alla sommità della roccia, qualcosa accadde. Escluso, come all’epoca venne proposto, un loro orrendo destino privo di qualunque accento fiabesco, forse vennero prese a bordo di un oggetto volante, forse furono inghiottite in un’altra dimensione, ma sta di fatto che tutto riporta ai modelli ripetitivi delle abduction aliene. In primis, il missing time, o tempo mancante, o ancora vuoto temporale, che le ragazze vivono adagiandosi in trance e poi addormentandosi su una piattaforma della roccia, poi gli orologi della comitiva bloccati da un potente campo magnetico, o varrebbero persino l’ipotesi di un tunnel dimensionale o componenti di ordine psicologico che il film sfiora però non può approfondire. Il cardine resta l’inquietante Hanging Rock, con le sue gole e squarci e il suo proiettarsi verso l’infinto. In chiave prettamente metaforica, il mistero di Hanging Rock ricorda la Devil’s Tower del Wyoming di Spielberg. Per via del numero TRE che si ripete. In tre arrivano sulla cima di Hanging Rock. Tre sono i protagonisti della scalata verso la vetta della Devil’s Tower, ma solo due arriveranno alla base dove si verificherà l’incontro con l’astronave madre e solo uno avrà la possibilità di scegliere e di andare con “loro”. Tre, ancora tornando alla mia esperienza, erano gli amici romani che una notte di 35 anni fa videro misteriose luci inabissarsi e riemergere dallo specchio d’acqua di Coba. Qualcosa torna, seppure molto resta avvolto nel mistero, inducendoci a ritenere che i fenomeni di contatto alieno rappresentano un potente tramite che consente di avvicinarci al mistero della Creazione, della Vita e della Morte e del Tempo che non esiste, ma scorre inesorabile, soprattutto ora, nel comporre queste pagine elettroniche che hanno segnato una tappa fondamentale della mia vita.

NOTE

Per vedere il video della mia esperienza di avvistamento a Cobà:  https://www.youtube.com/watch?v=bw35bXnAKEo&t=1s

Va inoltre detto che, su suggerimento dell’editore, fu proprio la Lindsay ad escludere dalla prima pubblicazione il capitolo 18, tolto quindi dalla sua stesura originale per ragioni di opportunità. Una omissione piuttosto rivelatrice della quale mi sto occupando da tempo.

Infine, consiglio la lettura del libro australiano “The Murders At Hanging Rock”, ove l’autrice Yvonne Rousseau propone cinque diverse soluzioni all’enigma.

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La stesura del libro “Gli Alieni Mi hanno Salvato la Vita” è iniziata a Tempe, zona a nord di Phoenix, in Arizona sul finire del 2010 ed è stata conclusa a Roma, a metà del 2011. Nella seconda edizione, uscita per la Verdechiaro Edizioni nel 2013, decisi di non includere il capitolo ventuno, unitamente a diverse omissioni, modifiche di testo, aggiunte di fotografico a colori e altri aggiornamenti. Il capitolo 21, nella sua interezza appare per la prima volta sul web ora in questo mio blog, completato dalle copie delle pagine originali della prima edizione. A distanza di 13 anni non ho chiare in mente le ragioni di tali cambiamenti, ma sono certo che è giunto il momento di riprendere la Conversazione con il Maestro e proporla in questa sede.

MAURIZIO BAIATA, LATINA, 18 MARZO 2026

Trascrizione di una comunicazione medianica con un’entità non di questo mondo, da anni in contatto per interposta persona con l’Autore.

Nota: Il testo delle risposte del Maestro viene riportato in minuscolo e maiuscolo come dalla scrittura automatica originale.

Los Angeles, 2 Febbraio 2011

Medium: Vuoi parlare con il Maestro, hai bisogno?

Maurizio: Se per lui va bene.

Maestro: Domanda pure.

Maurizio: Ecco, più che domanda è una considerazione, ho capito il senso di quello che mi è successo, ma la grave difficoltà resta il tornare in America.

Maestro: Lascia che il fiume segua il suo flusso.

Maurizio: Ok, il fiume scorre, però basta con le rapide, perché non voglio finire in un’altra cascata.

Maestro: Dipende dalla tua visione, se mentale o animica.

Maurizio: Più animica ora.

Maestro: Tranquillo, non intralciare il mio flusso… sì sono molto fiero di te, ma dovrò ripulirti un po’. Non si è mai troppo puliti. Figliolo, un po’ di umorismo, la vita è gioiosa se è gioia e senza ironia è una vera noia e ancora meno.

Maurizio: Sì, giustissimo, sei forte.                                                    

                                                                                                                                    235

Maestro: Ridi, sorridi la mattina se vuoi incominciare bene la giornata. Vuoi sapere come fare?

Maurizio:

Maestro: Comincia a ridere. Da prima sarà forzato, ma credimi, sarà dopo un po’ irrefrenabile.

Maurizio: Ah ah ah, come ora… e io che mi stavo concentrando, tutto serio.

Maestro: Meglio, perché sarà tua e solo tua. Serio? Ma cosa è la serietà? Cosa è la normalità? Chi lo ha scritto? Io no. I ruoli sono molto confusi, Babele era una tranquilla torricella in confronto. Gli uomini hanno sviluppato il lato femminile e le donne si sono perse nell’odio e nella perfidia. Dove porta tutto questo secondo te?

Maurizio: Porta a porsi il problema di chi siamo in maniera diversa, in sintesi, a pensare finalmente con il proprio cuore. Ho cercato di farlo con il libro, ma lo sai che piango se ci penso.

Maestro: Piangi, ridi, non importa, sono la medesima cosa, sono palindromi.

Maurizio: Vuoi dire apparentemente di senso opposto e contrario, ma coincidenti, credo.

Maestro: Sì. Come hai detto tu, ma con altre parole.

Maurizio: Devo essere vigile e lucido su tutto quello che posso fare.

Maestro: NON FARE IL BUONISTA, NÉ IL FINTO MORALISTA. NON HAI CAPITO CHE LA VITA SULLA TERRA È UN VIDEO GAME. LA VIRTUALITÀ VI AVVOLGE E NON VE NE RENDETE CONTO.                                               

                                                                                                              236

Maurizio:

Maestro: IL DESTINO È SEGNATO DALLE MOSSE CHE FARETE E QUALI INTERVENTI POSSO FARE PER REGOLARE IL TIRO.

Maurizio: Però queste fitte di dolore non sono virtuali, perché altrimenti sarebbe successo tutto questo?

Maestro: PER TE STESSO. AVEVI BISOGNO DI APRIRE LE CATARATTE DEL TUO CUORE. CHE GIOCO È SE NON SI MUOVONO LE CORDE GIUSTE PER FARVI ARRIVARE ALLA CONSAPEVOLEZZA REALE CHE SIETE DENTRO UNA RETE?

Maurizio: Come Neo.

Maestro: NE POTRETE USCIRE CON LA CONSAPEVOLE REALTÀ CHE È FUORI DA TUTTO QUESTO. MA TU CREDI CHE TUTTO QUESTO SIA SOLO UN GIOCO CHE…

Maurizio: No, non lo credo.

 Maestro: QUANDO VUOI, CI SONO MOLTE COSE MOLTO PERICOLOSE. IN TUTTO QUESTO L’UNICA REALTÀ È DENTRO LA TUA CONSAPEVOLEZZA. L’ETERNITÀ È DENTRO DI TE. NON ESISTE LA MORTE, ESISTE UN PROSIEGUO.

Maurizio: Sì.

Maestro: E TU DOVRESTI SAPERLO

Maurizio: L’ho visto. Sì, lo so, mi ha fatto fare il libro.

Maestro: MA QUELLO CHE HAI VISTO NON È IL TUNNEL DELL’ALDILÀ. TU HAI VISTO IL MIO MONDO,                                        237

LE OASI CHE SONO DISSEMINATE SU UNA DIMENSIONE PARALLELA E DOVE VI PORTEREMO

PER IL CAMBIAMENTO, PER ACCEDERE ALLA VOSTRA DIMENSIONE, ALLA VOSTRA PATRIA DI PROVENIENZA.

Maurizio: Posso trascrivere tutto questo e metterlo in modo che altri possano saperlo?

Maestro: CHE SCRIVANA SGRAMMATICATA PORTA PAZIENZA. CERTO CHE PUOI, MA DOVRESTI SAPERNE UN PO’ DI PIÙ.

Maurizio: È vero, solo che mi stai facendo esplodere il cuore.

Maestro: IL VIRTUALE È STATO CREATO PER VARI SCOPI. LA TUTELA DEL SISTEMA SOLARE, PERCHÉ NON SI VERIFICHI

UN’ALTRA FASCIA DEGLI ASTEROIDI DOPO VARIE ESPLOSIONI NUCLEARI.

Maurizio: Le esplosioni del mio cuore sono come esplosioni nucleari.

Maestro: È PER LA SALVAGUARDIA DELLE OASI, È PER TUTELARE I NOSTRI FIGLI E FRATELLI CHE SONO

Maurizio: e il nostro virtuale è solo una tavola imbandita.

Maestro: … INTRAPPOLATI QUI.

Maurizio: Si.

Maestro: DOVEVANO SALVARE, FAR PROGREDIRE IL PIANETA, MA SONO STATI AMMALIATI COME ULISSE DALLA MAGA CIRCE

Maurizio: Eh eh eh. Come mi ha scritto Larry. Sballottati sulle onde.                                 

238

Maestro: È MOLTO LUNGA LA STORIA.

Maurizio: Lo so!! Possiamo smettere.

Maestro: SE VUOI POSSIAMO.

Maurizio: Ah ah ah!

Maestro: IO HO MOLTO TEMPO.

Maurizio: Io non ho paura, ma è un’esperienza molto forte parlare con te.

Maestro: LO SO, MA SE VUOI ESSERE UN UOMO SENZA FILI CHE MUOVONO DEVI NON AVERE PAURA DELLA VERITÀ.

Maurizio: E non ho paura della verità. Dai…

Maestro: SE TEMI QUESTO QUANDO ANDREMO

AVANTI CHI TI TERRÀ? NON DEVI SCRIVERE UN LIBRO.

Maurizio: Ok, vuoi dire che passerai in me.

Maestro: QUANDO INIZIO DAL BRODO PRIMORDIALE ALLA ESPLOSIONE DELLE PRIME SUPERNOVE. LA TERRA FU POPOLATA DA ESSERI INTELLIGENTI. ERANO ANDROGINI CON I DUE SESSI. SI AUTO FECONDAVANO, MA LA LORO DIMENSIONE ERA TROPPO DENSA. ALLORA MANDAMMO ALTRI SCIENZIATI PERCHÉ AIUTASSERO L’ANDROGINO A NON SEPARARSI MA QUANDO SBARCARONO DOPO UN PO’ FURONO UBRIACATI DALLA NUOVA PER LORO DIMENSIONE. E COSÌ GLI UOMINI SI ACCOPPIARONO CON IL LATO FEMMINILE E LE DONNE CON IL LATO MASCHILE, INNESCANDO IL PROCESSO DI SEPARAZIONE. ECCO PERCHÉ L’UOMO È                                                         

239

SEMPRE ALLA RICERCA DELLA METÀ PERDUTA.

Maurizio: Ne so qualcosa. La via alchemica…

Maestro: FINE DELLA PRIMA PUNTATA.

Maurizio: me lo ha insegnato. Grazie Maestro.

Maestro: SÌ. A TE UNA SANA VITA                                      

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Di Maurizio Baiata 6 Marzo 2026

La “Prometheus”, mastodontico vascello spaziale terrestre con a bordo 17 membri di equipaggio, il 21 Dicembre 2093 giungerà in prossimità del sistema planetario che rappresenta la sua meta.

Nella mente del cineasta e produttore britannico Ridley Scott, il nostro mondo sarà arrivato a un tale livello di sviluppo scientifico e intellettuale da consentire all’uomo di percorrere distanze siderali. Il riferimento alla data dalla quale distiamo 86 anni non sembra posto a mero caso, anzi nasconde un senso metafisico positivo, come non sono casuali i “simboli” e le citazioni dalle pitture rupestri alle gigantesche teste olmeche, dalle immagini di “Lawrence D’Arabia” al riff di “Love the One You’re With” di Stephen Stills (cantata da Crosby, Stills & Nash a Woodstock). Sono singole parti di una traccia della quale però non ci è stato dato sapere di più in “Alien: Covenant”, sequel di “Prometheus” uscito nel 2017.

Cineasta dalla mano inadatta alle educande sin da “I Duellanti”, Scott non è un iconoclasta come Ken Russell o Stanley Kubrick, ma ha il coraggio del pioniere e in “Prometheus” catapulta subito lo spettatore negli spettrali tunnel di geostrutture circolari aliene, un anfiteatro di roccia che racchiude il destino del team scientifico che costituisce l’equipaggio della nave spaziale. Scienziati, non missionari, né guerrieri, né gladiatori, entrano in un Colosseo tecnologico che nasconde ciò che non è mai stato rivelato sulla storia e l’origine della civiltà umana, contenuti profondi che a prima vista minano le fondamenta dei nostri credo scientifici e del dogma religioso. Se Kubrick in “2001 nello spazio” lanciò l’ipotesi di un’influenza aliena manifestata in un monolite al cui tocco l’uomo-scimmia di eoni orsono avrebbe iniziato a sviluppare l’intelligenza, Scott percorre un’altra strada.

Il punto non è rappresentato dal legame con il primo e originale “Alien” del 1979, altrimenti guarderemmo a “Prometheus” solo come appassionati di cinema di fantascienza. Piuttosto, come dicono i protagonisti del film, il punto è che abbiamo ricevuto un invito che non possiamo declinare. Cioè, se vogliamo superare le apparenze filmiche tout court, dobbiamo prestare attenzione alle tesi della cosiddetta “archeologia proibita”, a quelle ancora più alternative della Paleoastronautica e persino alle concezioni eretiche che individuano un’influenza genetica aliena sulla creazione dell’essere umano.

Ridley Scott, evidentemente, si è documentato sulla teoria della Panspermia e sugli studi di Zecharia Sitchin. All’autore e ricercatore nato nell’Azerbaijan, vissuto a lungo negli Stati Uniti e scomparso nel 2010, “Prometheus” deve molto, soprattutto nella fonte primaria del plot: la teoria di antichi astronauti (gli Anunnaki) provenienti da altrove e iniziatori dell’Homo Sapiens.

I sostenitori di tale ipotesi non si pongono l’interrogativo “C’è qualcuno là fuori?”, ma si chiedono: “Gli alieni hanno interagito con il nostro pianeta fin dall’inizio dei tempi?”. E la risposta che danno è un tonante “Sì!”. Obiettivo dei loro studi è la ricerca di manufatti, iscrizioni rupestri, qualunque reperto e documentazione che possa comprovare scientificamente la presenza aliena sulla Terra. Sia nei tempi antichi, sia recenti, ma nel secondo caso si rientra in una branca dell’Ufologia che attiene agli Incontri del Secondo e Terzo Tipo, ovvero le interazioni con macchine volanti non terrestri che possano avere lasciato tracce al suolo e influenzato l’ambiente circostante, e i loro occupanti.

La chiave di lettura della paleoastronautica è semplice: esseri extraterrestri intelligenti hanno visitato la Terra e il loro contatto con il nostro pianeta è collegato alle origini e allo sviluppo dell’umanità. La ricerca di manufatti e prove resta uno dei pilastri di quella che potremmo definire “ufologia trascendentale”, un comparto di studi multi-disciplinari i cui interessi e argomenti spaziano così ampiamente da poter essere esplorati solo attraverso la “gnosi” (termine greco per “conoscenza”) che porta alla ricerca della fonte della creazione. Lo scenario concettuale e filosofico della gnosi prevede l’esistenza e la realizzazione di un essere umano illuminato, la cui mente e spirito siano liberi dalle barriere della razionalità.

In “Prometheus” tutto questo accade, rendendola opera di “fantascienza gnostica”, che comprende fatti, informazioni e risposte alle domande, tutte perfettamente a fuoco, sulla possibilità che il genere umano derivi da civiltà avanzate esogene alla Terra. Le ipotesi che si affacciano sono due. O tali civiltà in un passato remotissimo albergavano qui, o venivano da altrove. Oltre a Sitchin, su simili territori si sono avventurati esperti come Erich von Däniken (che ci ha lasciato recentemente), David H. Childress, Robert Bauval, Graham Hancock, Michael Cremo, George A. Tsoukalos, Robert Schoch, Filip Coppens, Peter Fiebag, Christopher Dunn e Maximillien de Lafayette, solo per citarne alcuni. Per l’Italia, vanno ricordati Mauro Biglino e il microbiologo Pietro Buffa. Sull’enigma delle nostre origini, la sceneggiatura di “Prometheus” ribalta le concezioni classiche e accettate, mettendo in discussione sia la teoria di Darwin sia quella Creazionista. Ne potremmo dedurre che vengono inferti colpi mortali ai dogmi delle “due chiese”: l’uno che ci vuole lontani discendenti di una razza di scimmie e l’altro che ci ritiene costruiti a immagine e somiglianza del Buon Dio. Ma sappiamo che non è così. Se in “Prometheus” a prevalere è l’ipotesi aliena, per quanto prepotente essa appaia dal punto di vista evocativo di risposte che solo la fantascienza può dare, su quello metafisico e spirituale il film di Scott lascia aperti altri spiragli, che forse per alcuni appariranno di compromesso, per altri il viatico al prosieguo dell’avventura. Un viatico espresso in un simbolo, quello della croce stretta nelle mani dello scienziato in viaggio nello spazio profondo.

Al loro risveglio, uscendo dalle capsule criogeniche dove avevano riposato per gli anni necessari a raggiungere LV-223, la luna di un sistema planetario identificato su antichissime “mappe rupestri” rinvenute in diverse zone della Terra, i componenti del team scientifico della nave spaziale, sembrano piuttosto mal messi. Non assomigliano per niente ai duri veterani solitamente visti in azione nei film della serie “Alien”, armati sono ai denti e pronti a tutto. No, loro sono scienziati e quella mastodontica astronave è una sorta di raffineria spaziale, non un incrociatore stellare. Un indizio importante, questo, per capire il comportamento dell’equipaggio nelle circostanze che vedremo collocate, passo dopo passo, in un crescendo di mirabile intensità e… in quale genere di scenario storico ci stiamo trovando e quale sia il livello di civiltà raggiunto nell’anno 2090 dall’umanità. Se è possibile un parallelo con “Blade Runner”, non per i contenuti, quanto nel sistema scelto da Ridley Scott per incidere globalmente con la sua arte sulla nostra società, va detto che del capolavoro con Harrison Ford e Rutger Hauer esistono almeno sette versioni diverse. Mettendo a confronto la prima, uscita nelle sale europee nel 1982 (la “International cut” non edulcorata e priva delle scene più crude e violente) con l’ultima, la “Final Cut” del 2007, approvata come ufficiale dal regista, si riaffaccia una frase che risuona sui set cinematografici: “Buona la prima!” a segnalare che il primo ciak è stato il migliore e sarà quella scena ad apparire nel montaggio finale. Se per “Blade Runner” – esprimendo un parere personale – vale il “buona la prima” è possibile che per “Prometheus” valga lo stesso e me lo auguro.

D’altra parte, nel 2093 avrei 142 anni e dubito fortemente di esserci. Se ci fossi significherebbe che uno dei problemi che maggiormente affliggono il genere umano è stato almeno in parte risolto, in barba alla “Noi non ci saremo” cantata dai Nomadi su testo di Guccini. Saremmo divenuti, almeno in termini di durata della vita, molto più longevi e quasi semi-dei. Potendo esserci, se mi si consentisse di vivere per un po’ altrove, sceglierei anziché lo spazio profondo dove le mie molecole si disperderebbero nell’abisso stellare, un paese che si chiama Islanda. Tre le ragioni. Gli Islandesi sembrano abbiano messo la museruola al potere politico e compiono scelte sempre più libere sul piano del loro vivere civile. Secondo: in Islanda è nato il gruppo Rock alieno per eccellenza, i Sigur Ros, il cui passaggio in Terra ha segnato un cambiamento di proporzioni bibliche in campo musicale e non solo. Terzo: Ridley Scott ha ambientato l’inizio di “Prometheus” in un luogo di agghiacciante maestosità, la cascata di Dettifoss, che sgorga nel canyon Jökulsárgljúfur ed è la più grande d’Europa.  

La cover del primo album dei Sigur Ros, “Ágætis Byrjun”

La Musica e l’Acqua sono fondamentali. Mezzi che si offrono all’immaginazione di un regista e di ogni altro artista e uomo di scienza, ma anche al filosofo che ama sconfinare con la mente oltre i limiti della metafisica del pensiero, perché essa possa esercitare tutto il suo impressionante potere, in grado di imbrigliare ogni forza della natura e dell’uomo. L’uomo va, laddove tutto si crea e nulla si distrugge, nel Tempo. Ci vuole tempo per fare grande cinema. In questo caso parliamo di oltre 12 anni, da quando Ridley Scott ebbe l’idea di creare una storia che racchiudesse in sé l’inizio e la fine di “Alien”, il suo capolavoro del 1977, interpretato da Sigourney Weaver. Lo stacco, fra quella prima avventura e gli altri episodi (sequel) omonimi è stato sempre tale da far pensare che il regista sapesse già cosa avrebbe voluto ottenere, ma non aveva i mezzi per farlo, così altri si sono ingegnati e con risultati sicuramente lodevoli hanno creato una saga cinematografica, con la quale “Prometheus” nulla ha a che vedere.

In questo film si danno delle risposte e non sono scontate, come le molte che ho letto nelle “critiche cinematografiche”, la dominante essendo “Film adatto solo per gli appassionati di Alien” e via discorrendo, tali quindi sia da scoraggiare i cinefili che invece si attendevano il capolavoro, sia i neofiti attratti da una campagna che a lungo ha martellato l’immagine di “Prometheus”. Nonostante questa campagna negativa, sembra che al box office il film abbia superato la concorrenza, pur non piacendo al grande pubblico. Inevitabile, data la qualità culturale di questo Paese. Non sappiamo se Scott, ormai ottantacinquenne, abbia approfondito la tematica nel prossimo “The Dog Stars”, ma chi scrive continuerà ad annoverarlo fra i più capaci e coraggiosi cineasti dell’era che stiamo vivendo.    

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