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di Agata Zizzo, 20 Febbraio 2026

Innanzitutto, un saluto a chi mi legge. Ho avuto occasione di ascoltare alcuni stralci della intervista a Eugenio Siragusa, realizzata e pubblicata da Maurizio Baiata se non erro nel 1998. Eugenio, senza alcun indugio, vi racconta di Giorgio Bongiovanni con severità e con quell’amaro dispiacere che un padre prova verso un figlio smarrito. Sicuramente aveva notato da tempo alcuni atteggiamenti che lo stavano allontanando dalla retta via, orientandolo verso percorsi sbagliati. Usando le sue “Conoscenze” e sfruttando il suo “Dono” per scopi puramente umani e speculativi, Bongiovanni si stava dirigendo verso una realtà prettamente egoistica. Il suo comportamento era ormai all’antitesi degli insegnamenti di Eugenio e dei Fratelli del Cosmo.

Nella foto in basso, Eugenio Siragusa e Giorgio Bongiovanni.

Naturalmente, non ho mai dubitato dell’importanza della sua missione spirituale su questa Terra. Il suo percorso è stato fra i più tortuosi, segnato da ostacoli e tradimenti: un cammino fatto di spine, vipere e “vampiri”. Di questi ultimi, purtroppo, ne ho incontrati molti, specialmente tra coloro che si professavano i suoi “prediletti”. Eugenio Siragusa era un uomo innocente, vittima di accuse infamanti e di un arresto profondamente ingiusto. Quando lo si sente parlare di quei momenti, non si può che sperare che il cielo perdoni chi gli ha fatto del male. A mio parere, questa è un’intervista documentale che tutti dovrebbero ascoltare, per amore della verità e per giustizia nei confronti di Eugenio e di chi ancora oggi segue con umiltà le sue orme. Scelgo di rendere pubblico ciò che raccontò quel giorno, perché, come diceva lui: “La verità non si vende e non si compra”.

Vi racconto brevemente la mia esperienza. Sono catanese e nel 1988, grazie ad alcune conoscenze di mio fratello Lorenzo, incontrai persone che avevano vissuto a stretto contatto con Eugenio. Lo chiamavano “Maestro” ed erano onorati di esserne discepoli; non perché lui si fosse mai attribuito quel titolo, ma per il valore dei suoi insegnamenti su discernimento, giustizia e fratellanza cosmica. Una profondità che pochi concepiscono, travisandone spesso il messaggio.

Nel 1993 mi trasferii in una villa bifamiliare alle pendici dell’Etna, a Nicolosi. Fu lì che conobbi Eugenio ed il caso volle che fossimo vicini di casa. Vivere all’ombra del vulcano non era solo una scelta geografica, ma una vicinanza a una fonte di energia pura che faceva da cornice naturale alla sua presenza. Quando ci incontrammo avevo circa 24 anni; lui era già anziano ma con la verve di un ragazzino. Non dimenticherò mai il suo sorriso e quella luce negli occhi che lo distingueva da tutti i membri della “Fratellanza”, di cui troppi oggi tentano di offrire una vaga imitazione. Non riesco a descrivere l’emozione che provai: non era esaltazione, ma la consapevolezza di chi avessi di fronte. Ricordo la carezza sul mio viso e le sue poche parole dette con una lucidità che noi giovani spesso dimentichiamo. Era un’anima buona, non di questo mondo, con la forza di un leone e la determinazione di chi sa. Frequentando quell’ambiente, mi accorsi subito che i veri nemici erano proprio coloro che lo circondavano e lo frequentavano più assiduamente. Lui ne era pienamente cosciente e ne soffriva molto.

La vera luce è racchiusa in ognuno di noi… farla emergere sarà uno dei nostri compiti verso un’umanità migliore.

Nota: sul canale Youtube di Maurizio Baiata (MAURIZIO BAIATA CHANNEL) presto apparirà l’intervista integrale rilasciata da Eugenio Siragusa a M. Baiata nel 1988.

di Maurizio Baiata – 19 Febbraio 2026

Condotto da George Noory il programma radiofonico Coast To Coast Am del 12 Luglio 2012, dava voce all’ex agente della CIA Chase Brandon, il quale parlò del suo lavoro presso l’agenzia segreta e aggiunse un particolare non da poco, aveva avuto fra le mani uno scatolone pieno di materiale sull’incidente di Roswell. Sono tanti anni che me ne occupo e sono convinto che la vera storia non stia negli incartamenti, ma nella testa delle persone. E allora mi chiedo perché mai un autore di soggetti e sceneggiature da cui sono stati tratti film di spionaggio di grande successo, quella sera del 2012 dovrebbe aver fatto un outing del genere a George Noory, conduttore di un programma molto seguito negli USA, precedentemente gestito da Art Bell, il quale ci aveva lasciato piuttosto prematuramente.

Qualche tempo prima, Chase Brandon aveva fatto una scoperta sconcertante all’interno della Historical Intelligence Collection (HIC), cioè gli archivi della CIA, a Langley, in Virginia, custode di oltre 20.000 volumi di storia mondiale dei servizi segreti. Lasciato da solo dagli impiegati del palazzo, Brandon aveva avuto accesso agli ambienti per alcuni minuti, un tempo sufficiente per addentrarsi nei corridoi della struttura e, spinto da innata curiosità, aveva raggiunto una stanza laterale dove erano archiviate molte scatole piene di fascicoli. Vi entrò, rovistò fra i ripiani e riuscì a scovare uno scatolone che recava impressa la dicitura “Roswell”. Lo aprì. Conteneva fra fotografie e documenti una grande quantità di materiali cartacei, ma nessun reperto alieno o parti biologiche, roba che comunque non avrebbe dovuto essere alla portata dei suoi occhi. Era una documentazione che riguardava l’incidente di Roswell. Un cervello attivo come quello di un ex operativo CIA aveva subito immaginato che si trattava della “pistola fumante” dell’ufologia, le prove di un incidente risalente a tanti anni prima, ma mai emersa.

Già nella sua prima novella “The Cryptos Conundrum”, Brandon aveva realizzato una trama fantascientifica imperniata sugli UFO e gli Extraterrestri e, in particolare, su Roswell, l’UFO caduto in New Mexico nel 1947. E insomma, un uomo del suo calibro, con oltre 40 anni di esperienza nella comunità dell’intelligence quale specialista delle operazioni, comprese all’istante che non c’erano dubbi: Roswell era stato teatro di un vero e proprio incidente UFO. Ma di più a Noory non disse, né tirò fuori altre informazioni. Questa la sua dichiarazione di allora: “Non ho alcun dubbio… so con certezza che un’astronave extraterrestre si schiantò a Roswell e che l’esercito ne raccolse i resti. Non solo i rottami, ma anche i cadaveri e che tutto questo fu momentaneamente reso pubblico. Questo per me è assodato al cento per cento. Lo affermo con tutto me stesso: a Roswell cadde un’astronave e i corpi furono recuperati”.

Che si tratti di contenuti da soppesare vale nel caso di Brandon, super esperto di Hollywood, degli ambienti altolocati della comunicazione e di tutto ciò che fa spettacolo.Fra i film di cui aveva scritto il soggetto, oltre a “The Bourne Identity”, “La Regola del Sospetto, “Nemico Pubblico””, “L’Ombra del Potere”, “Al vertice della tensione” e “Spy Game”, Brandon è stato consulente tecnico di “Mission Impossible” e “Bad Company”, ma anche autore di commedie quali “Ti presento i miei” e “Mi presenti i tuoi?”, nonché di varie serie televisive, una lunga storia di poliedricità scrittoria tutta alla luce del sole. Uno con una doppia vita, che ricorda quella di Michael Wolf quando trascorse almeno due o tre anni a Roma, in piena Dolce Vita, ospite del Grand Hotel Via Veneto alle spese dei contribuenti americani. Anche Brandon era un autentico VIP, come ha ammesso in un’intervista: “Sono stato un funzionario dell’Agenzia per 30 anni, 25 vissuti sotto copertura… Non è un lavoro o una carriera. È uno stile di vita, una vita basata sull’inganno. Il tuo compito è procurare informazioni e trovare persone che siano disposte a lavorare per te. Non sei un agente, ma un dirigente che reperisce agenti in grado di fornire informazioni”.

Se su di lui quasi nulla si riusciva ad appurare come infiltrato in missioni “undercover” si è sempre sospettato che all’epoca delle dichiarazioni rilasciate a “Coast To Coast” avesse legami ancora attivi con la CIA. Va peraltro ricordato che la questione UFO precipitati e recuperati rappresenta la chiave di volta di tutta la storia ufologica, vecchia o moderna che sia. Su tali casi, avvenuti ovunque ma soprattutto negli USA, le poche conferme sono venute da fonti militari e di intelligence.

Pur ammettendo che non fosse una mossa di pura e semplice disinformazione, la storia riferita da Chase Brandon a Noory non era stata pura e semplice fiction, per questo restava e ancora resta di grande rilevanza. Si sa infatti che la formula del mettere su carta informazioni in chiave non strettamente saggistica viene usata per superare i limiti imposti dall’alto coefficiente di segretezza riguardante tutta la storia degli UFO. L’esempio più eclatante è stato quello del dottor Michael Wolf Kruvant che ha scritto e dato alle stampe “The Catchers of Heaven: A Trilogy”. Un altro è il best seller “Out There” di Howard Blum (Pocket Books, 1990), giornalista del New York Times che in una spy story basata su fatti reali coinvolgenti 17 membri dell’intelligence USA, portò alla luce l’esistenza di strutture militari alle prese con il top secret sugli UFO.

Gli agenti segreti sono esseri umani, ligi al dovere sino alla fine dei loro giorni, quasi mai in vista tanto da poter essere individuati per il loro lavoro nell’ombra, ma i dubbi sussistono. Primo su tutti: perché mai infrangere un patto che ti obbliga per sempre al silenzio? La CIA opera in modo altamente compartimentato sulla base della necessità di sapere, quindi spesso gli agenti non vengono informati o non sono a conoscenza delle missioni degli altri, nonostante siano addestrati a mentire e rubare per conto del governo americano. Considerando il principio del “Trust No One” del colonnello Philip Corso, cioè quello che avevi sempre creduto esserti amico fino al midollo in realtà era un doppiogiochista della peggior specie, allora le cose paiono sotto una luce diversa.

In conclusione, volendo conferire credibilità alle sue asserzioni, nel 2013 cercai di contattare Chase Brandon (nella foto qui in alto) attraverso il suo profilo Facebook. Mi presentai così: “In Italia ho pubblicato il libro di Corso ‘The Day After Roswell’ e il suo diario ‘Dawn of a New Age’. So abbastanza su Roswell per essere convinto della sua realtà. Ciò nonostante, le sue dichiarazioni durante il programma Coast to Coast mi hanno molto colpito. Per questo vorrei esprimerle la mia gratitudine e sincera ammirazione… gradirei ricevere una sua conferma a proposito dei contenuti dell’intervista da lei rilasciata a C2C… Ringraziandola nuovamente per l’attenzione che vorrà prestarmi, Signore. Maurizio Baiata”.

Come previsto, non ricevetti alcuna risposta.

Di Maurizio Baiata

16 Febbraio 2026

Dopo oltre 35 di appartenenza e osservazione del mondo ufologico internazionale, in relazione ad attività di disinformazione di cui diventano oggetto testimoni e ricercatori coinvolti in casi più o meno importanti, posso affermare che la prassi di tali “tattiche” è da anni e ovunque identica. Questo articolo deriva da informazioni da me raccolte da ambienti dell’intelligence militare statunitense e da un certo numero di testimoni attendibili conosciuti personalmente. Solo una volta, come nel caso del dottor Michael Wolf che, sino alla sua morte avvenuta nel 2000, ebbi modo di sentire più volte telefonicamente, sono stato avvicinato da un agente italiano (giornalista de “Il Messaggero” di Roma, da tempo deceduto), al quale premeva avere conferme di ciò che Wolf aveva rivelato e che di lì a breve non sarebbe stato possibile appurare a causa della grave malattia di Michael. Nonostante spesso le apparenze inducano a non dare ascolto ai rivelatori, attraverso indizi, fughe di notizie, voci incontrollate, anonimato e carenza di prove fisiche sostanziali, va seguito il buon senso per intuire di essere sulla pista giusta.

 

Quattro passi nell’ombra

Dato che questo governo, come qualunque altro dal 1948 a oggi, è inerme nei confronti della questione UFO, sarà anche anacronistico, ma la realtà è che i vertici di Montecitorio non cambieranno le regole: si deve continuare la politica sugli UFO come sempre, mantenendo tutto segreto soprattutto per non disallinearsi dai diktat di USA e NATO. Rivelarne i reali contenuti è impossibile e quindi sparisce tutto. Come? In primo luogo, attuando una campagna di discredito nei confronti dei testimoni. Per questo, i livelli di debunking sono diversi. L’apice è purtroppo rappresentato dalla eliminazione fisica del soggetto da mettere a tacere. In secondo luogo, i servizi di sicurezza devono tenere all’oscuro sia la gente sia chi la rappresenta, ovvero i nostri politici, che non dispongono dei “clearance” che consentono di accedere a carteggi classificati a livelli di segretezza oltre il Top Secret, quindi per loro troppo elevati. Inoltre, vanno disinformati tutti coloro siano attivi in questo campo. Sono persone/testimoni e ricercatori nei cui confronti, per garantirsi il risultato finale, si devono applicare sempre i sistemi della disinformazione, parte integrante del processo di comunicazione. Quindi, da una parte l’intelligence, dall’altra i media. Nel proliferare dei canali e dei siti, a spese dei web forum e dei blog, chiunque abbia accesso a una piattaforma informatica può disinformare creando notizie fasulle, ma non necessariamente bufale tout court. Le news infatti, sulle prime appaiono interessanti proprio perché navigano in seno alla stessa comunità ufologica, ma ben presto ci si trova in mezzo a un misto di informazioni vere e false, il cui obiettivo è dare credibilità al falso mostrando qualcosa di apparentemente vero e verificabile. Così, quasi sempre, cercando la verità ci si blocca di fronte al muro dell’anonimato o dell’assenza della fonte, mentre un’informazione falsa è stata fatta passare per vera. 

La finta Disclosure

Dal 2017 ad oggi, un gran clamore ha caratterizzato la questione, in primis perché il Pentagono ha rilasciato alcuni video che ritraevano oggetti non identificati ripresi a distanza dall’abitacolo di caccia militari, in secondo luogo perché David Grusch e altri whistleblowers hanno aggiunto perplessità su perplessità sulla questione, dichiarando che gli USA hanno tecnologia e biologia a seguito di recuperi di UFO precipitati, ma di più non si può dire se non si vuole essere eliminati. Ne consegue che a meno di un impazzimento del presidente Trump prima della fine di questo suo secondo mandato, altro in merito ufficialmente non sapremo. Scoraggiante affermazione, vediamo perché. Anche ricorrendo al Freedom Information Act, negli USA o laddove in altri Paesi ci si appellasse a decreti simili, Italia inclusa, non otterremmo alcun risultato a causa delle limitazioni di accesso a documentazioni e a dati classificati, basate su disposizioni inerenti la sicurezza nazionale, come l’ordine pubblico, la difesa e il Segreto di Stato. Infatti, Trump ha richiesto, ma non ha ancora visto derubricate le verità sugli assassinii di Stato del secondo dopoguerra americano, né noi sapremmo nulla su Ustica. Per questo, suona strano che il CUN e il Cisu e altre sigle ufologiche italiane ossequino le strutture militari nostrane deputate all’osservazione del fenomeno, anche considerando che esse rendono consultabili i loro archivi informatici, che però sono del tutto inutili a fini concreti. Dal 1972 la nostra Aeronautica Militare (Stato Maggiore Aeronautica – Secondo Reparto) classifica casi di avvistamento UFO addomesticati “a mero uso statistico”, catalogandoli secondo il sistema americano Blue Book: quelli buoni vengono fatti sparire, gli altri possono essere dati in pasto al volgo, cioè noi. Se il fenomeno in Italia è stato ufficialmente seguito dai primi anni Sessanta quando gli avvistamenti aumentarono, o negli anni ‘77-‘78 quando se ne registrarono a centinaia e l’opinione pubblica ne fu allarmata, cosa è stato fatto sapere in merito? Nulla.

Nella mente degli ufologi 

Vittime predestinate di tale meccanismo sono i ricercatori e gli appassionati di ufologia e di misteri che, fuorviati dagli elementi più importanti (cosa, chi, dove, come e quando) e dalle loro conclusioni, perdono di vista la realtà. In caso di fuga di notizie, premesso che la fonte disponga legittimamente di dati riservati, va ricordato che i veri segreti non si custodiscono solo nelle casseforti né sono celati in codici indecifrabili, da Top Secret in su. I veri segreti sono nella testa degli uomini di Intelligence, oggi si direbbe, anche e sempre di più dovuti alla Intelligenza Artificiale. I livelli delle fughe di notizie restano però gli stessi: i più gravi riguardano il segreto di Stato, poi c’è quello militare, quindi quelli industriale e bancario. Le fonti sono quasi sempre anonime o provengono da rivelatori, le famose gole profonde. Così, si fanno filtrare false informazioni ai ricercatori e ai giornalisti che, a loro volta, deontologicamente le passano a personale di fiducia per le verifiche. Il meccanismo sembra contorto, ma è così che lavora l’intelligence informatica, che gioca a carte quasi scoperte e tu senza accorgerti finisci nel pantano della falsa informazione. Se non si cade nel tranello, vengono fatti arrivare altri dati a quel determinato ricercatore che, in seguito, verrà denunciato come autore del falso. Ecco, come si ottiene il risultato di screditare un più consistente settore di ricerca, o di far naufragare un progetto destinato alla divulgazione attraverso i media. Tutto questo infine si applica anche a fasce più ampie di pubblico per acclimatarlo a certe idee in un tempo delimitato. Si testano così le reazioni della gente. Solitamente, una volta impiantata una falsa notizia, non è neanche necessaria una negazione plausibile per smentirla. Le persone ci credono e basta. Per gli ufologi, la disinformazione ha buon gioco solo se non si ha l’umiltà di vagliare, verificare e imparare dai propri errori. Più nella mente dell’ufologo si rafforza la convinzione di avere ragione su tutto, più ci si espone ad azioni di sorveglianza e alle attenzioni dei servizi segreti.

16 Febbraio 2026

Per saperne di più, consultare il mio canale youtube a questo link: https://youtu.be/F3Uvmwyt358

Di Maurizio Baiata

11 Febbraio 2026

Uno degli aspetti più sconcertanti del variegato mondo della New Age, riguarda il business che nel nostro Paese vi ruota intorno. New Age… suggestivo, ma chimerico termine che indica in senso lato uno sventolio di stendardi che inneggiano soprattutto alle potenzialità e allo sviluppo globale dell’individuo.

Quell’essere umano che vive nel mezzo della Nuova Era dell’Acquario, ovvero un cambiamento epocale iniziato con gli hippies degli anni Sessanta, ha le facoltà e il dovere di formarsi e migliorarsi attraverso l’approfondimento di pensieri e la pratica di tecniche le cui radici affondano nella Metafisica e nella Spiritualità.

E il cui obiettivo primario e immediato è il sano e consapevole riequilibrarsi con il mondo circostante, l’adoperarsi per il bene proprio e altrui, in armonia con sé stessi, con il pianeta e con l’Universo. In tal senso le distanze che ci separano dal raggiungimento della cosiddetta “Illuminazione” (Samadhi) non sembrano così incolmabili e, soprattutto, ci si accorge che tutto ciò che è portatore di una crescita interiore diviene anche un vettore per il benessere biologico della persona.

Per questo, nella New Age, sono proposti approcci poliedrici e gli operatori “olistici” – per definizione esperti multidisciplinari – si occupano di tutto ciò che non si ferma davanti ai limiti e non si incardina nella ferraglia della ragione occidentale, ma percorre territori che vanno dalle filosofie orientali alle terapie di guarigione psicofisica e di risveglio coscienziale, dal partecipare alla dinamica della trasformazione planetaria al ricollegarsi allo sciamanesimo, dalla meditazione al Reiki, dalle medicine alternative ai viaggi astrali, dalle tecniche del corpo alle arti marziali soft, sino al Channeling, ovvero lo stabilire contatti con entità canalizzate non esistenti nel nostro piano di realtà conosciuto.

Ci furono giorni in cui The Beatles raggiunsero l’India per andare a trovare il Maharishi.

Finito il tempo che fu

L’interesse per queste materie sembra essere in costante espansione, con somma preoccupazione per la Chiesa Cattolica, per le scienze ortodosse e per i poteri politici che le sostengono. Non è questa la sede giusta per analizzare le ragioni della “messa all’indice” e delle campagne inquisitorie contro le terapie alternative (il caso Di Bella le avrebbe rappresentate all’unisono), giacché il punto in discussione qui è un altro e meno inquietante, anche se in fondo strabiliante.

Le cosiddette Scienze di Frontiera, le ricerche sul Paranormale, la Medianità, o l’Ufologia e persino l’Astrologia – che hanno solide connotazioni storico/scientifiche – sono discipline che, per chi vi si addentri, vanno affrontate con la massima serietà. Va però detto che non solo la distanza che le separa dalle credenze pseudo religiose o pericolose derive settarie sia abissale e che il “giro economico” che le interessa resti di dimensioni irrisorie rispetto a quello della New Age, è facile per il Cicap e affini avere mano libera per assimilare il tutto in un calderone di affari a spese di gente illusa. A meno che non abbiano a che fare con maestri del calibro di Gustavo Adolfo Rol (nella foto in basso), come capitò ad un malcapitato Piero Angela.   

Negli ultimi anni le grandi conferenze sugli UFO a ingresso gratuito sono diventate un lontano ricordo. Gli organizzatori da tempo si trovano costretti a stabilire ingressi a pagamento, anche se a costi contenuti, per poter invitare relatori stranieri o italiani cui vanno riconosciuti gettoni di presenza. Molti si accontenterebbero di vedersi pagate le spese di viaggio e qualche giorno di permanenza nel nostro bel Paese, ma, mentre nessun ufologo (fino a ieri) è una superstar, per i guru della New Age è diverso. Quelli che si muovono dagli USA o dall’Inghilterra e arrivano in Italia non lo fanno per il bene della giusta causa. Loro sono ruote di ingranaggi di affari ben oliati. Che devono portare la buona novella, il messaggio salvifico, per lo Spirito e per l’Anima e questo lo hanno capito anche e soprattutto i guru New Age nostrani. I quali si sono allineati. Sanno che qui non si tratta solo di promuovere la visione astrale dei propri defunti di fresca data o per capire se esiste un mondo nuovo che ci attende nell’ignoto Altrove. Qui si tratta di affidarsi a personaggi che abbiano una credibilità consolidata e che accettino di legare il proprio nome a una macchina che produce alti profitti. Che sia una tre giorni fra le colline umbre circondate da uliveti e vigneti, che sia in una città d’arte come Firenze, di tradizione come Siena o che si debba pagare un pizzo per accedere a distanza alla Fontana di Trevi, la macchina promozionale e organizzativa del tour rende tutto funzionale mettendosi in moto almeno un semestre prima, con un battage che sfrutta internet, i canali youtube, i siti cospirazionisti ora volteggiati allo spirare dei venti del cambiamento e i blog dedicati al settore New age. Nel contempo, si aprono iscrizioni ai corsi e ai seminari intensivi, si lanciano sottoscrizioni, si crea una appartenenza ad un modello di pensiero, ci si registra   alle conferenze e alle visite guidate, previste fra tre, sei, nove, dodici mesi. Si deve ottenere il tutto esaurito anzitempo.

Illuminazione All Inclusive

In Italia, un biglietto di ingresso per assistere a una conferenza ad esempio sulle regressioni ipnotiche alle vite precedenti, può aggirarsi sui 250 euro al giorno, vitto e alloggio esclusi. Raramente vengono offerti, allo stesso prezzo, pacchetti “all inclusive” come accade abitualmente negli USA, dove partecipare a un seminario esperienziale e conoscitivo di un luminare qualsiasi non è a buon mercato, ma con 250 dollari si vive un week end intero di conferenze condotte da vari relatori e sei ospite della struttura alberghiera dove si tiene la manifestazione.

Incredibilmente, data la situazione economica generale e nonostante i prezzi proibitivi, in Italia questi incontri richiamano molta gente che non si fa scrupolo di spendere cifre sui 350 euro per una “tre giorni di full immersion”, senza contare i costi di viaggio, pernottamento, eccetera.

Evidentemente, si tratta di persone che non riescono a sfuggire alla morsa psicologica di una immaginaria fine dei tempi, di nefaste predizioni di guerre nucleari, di tenebre che per tre giorni caleranno sulle nostre vite e che solo abbracciando la luce “divina” potremo evitare, di strani allineamenti del sistema solare che ci ricongiungeranno al centro galattico. Per sapere di che morte dobbiamo morire, o cosa dovremmo fare per affrontare un qualsiasi nuovo Armageddon, si è disposti a pagare caro.  

Il Paese, diventato ricettacolo di tour mondiali degni delle Rock star internazionali, offre anche spazio ai relatori italiani che hanno preso possesso di un territorio vergine, di un pubblico assetato di saggezza, di menti oscurate dalla paura, rese schiave da politiche che dicono: ragazzi, armatevi, non dovete neppure sostenere costi di trasporto strumenti, allestimento palco, tecnici e apparecchiature Sound & Video, servizi d’ordine, logistica, uffici stampa, pubblicità e promotion… pensiamo a tutto noi, ma voi portateci la vostra “verità”, la faremo pagare fior di quattrini e nessuno dirà niente… mentre i saltimbanchi ex ufologi gongolano, l’informazione alternativa che nasce dal sacrificio di una vita, quella che chiede che avvenga davvero la DISCLOSURE UFO”, resta nel buio, quando ancora troppi si lamentano perché i risultati della ricerca devono essere dispensati gratuitamente.  

Come leggere tale bruciante contraddizione se, ad esempio, mettiamo a confronto quanto renda parlare di New Age, anziché di Ufologia e fenomeni di contatto Extraterrestre? Miriadi di persone sono attratte da temi popolari e “commercialmente” remunerativi quali l’al di là, la vita oltre la morte e il contatto con i defunti, che ci dovrebbero riportare sui libri dei padri della Medianità ben più concreti e appartenenti alla nostra vita quotidiana di quanto non si pensi.

Rosemary al patibolo

All’inizio degli anni Duemila vissi, sul palco del Maurizio Costanzo Show un episodio che mi rimase impresso. Rosemary Altea, medium americana famosa in tutto il mondo, dotata di grande carisma e caratterizzata da quella che si definirebbe una forte “personalità magnetica” fu invitata sul palco del teatro Parioli a parlare del suo campo, la comunicazione con i defunti. Rosemary ha il dono della visione psichica, che le consentirebbe anche di conversare con i trapassati in una sorta di channeling diretto, privo di intermediari, seduta stante. Tali entità disincarnate, provenienti da stati dimensionali diversi dal nostro vivere tangibile, le appaiono sotto forma eterica, ma vengono da lei percepite e viste nel loro aspetto fisico. Quindi, alla Altea bastano pochi attimi di concentrazione per sentire e descrivere la presenza di un familiare o di un caro estinto che, collegato in vita a una determinata persona, le è nuovamente accanto in quel momento davanti ad un pubblico affascinato dalla sua capacità mediatrice con l’Aldilà. Nei minuti precedenti la registrazione della seconda puntata del talk show, dietro le quinte Rosemary mi parve a disagio, tesa. Qualcosa sembrava preoccuparla. Le chiesi se andava tutto bene e lei si limitò a sorridermi, mentre la sua manager americana mi rassicurò. Sarebbe andata come sempre, ma così non fu. Non credo ci sia stato alcun concorso del Cicap, ma lo show al Parioli, a un certo punto, prese una piega inaspettata.

Maurizio Costanzo invitò la sensitiva a passare fra le file della platea e ovviamente molte mani si alzarono per chiedere alla Altea un consulto e un contatto con un proprio caro scomparso. Una ragazza si fece avanti e si avvicinò alla medium, che la scrutò e poi, senza esitazioni, disse di vedere accanto alla giovane la figura di un uomo. Emozionatissima, la ragazza la pregò di stabilire una comunicazione e la Altea fece da tramite, dicendole che quell’entità era suo padre, il quale desiderava confortarla e rassicurarla. Una spettacolare messinscena. La Altea era caduta in un puerile tranello. Il padre della ragazza non era affatto morto!

Tornata sul palco, assieme agli altri ospiti, Rosemary Altea più che contrariata era visibilmente scossa e ammutolita. Non ottenendo risposte da lei, Costanzo si rivolse a me e presi le difese della sensitiva americana, sottolineando che con quell’inganno si era cercato di screditare l’intera categoria degli operatori e degli studiosi del paranormale. Ma il rischio che corrono le grandi star della New Age sembra comunque lautamente ricompensato.  

Maurizio Baiata

Per essere aggiornati sulle attività editoriali di M. Baiata si consiglia di seguire il suo canale Youtube: https://www.youtube.com/@mauriziobaiatachannel

di Maurizio Baiata – 16 Maggio 2025 – Articolo redatto nel Gennaio 2011 e qui aggiornato

STASERA, MERCOLEDI’ 16 LUGLIO 2025, PRIMA E SECONDA PUNTATA DELLA PRIMA STAGIONE DI THE WALKING DEAD, IN ONDA SU CIELO, CH. 26, ORE 21.20

Cinque Dicembre 2010. È sera e tra alcuni minuti andrà in onda via cavo in “prime time” sul canale AMC il sesto e ultimo episodio della prima stagione di “The Walking Dead” (TWD). Non posso perderlo. Primo, perché non ho alternative e non saprei dove andare. Uscire di sera dal motel dove alloggio da due settimane non è una grande idea. Intorno a questo dignitoso albergo della catena Best Western c’è il nulla di cemento di Mesa, contea di Maricopa, Stato dell’Arizona, vasto sobborgo a circa 20 miglia ad est del centro di Phoenix. Siamo nella East Valley dell’area metropolitana della capitale immersa in una valle nel deserto. Mesa è abitata prevalentemente da minoranze etniche che qui significano ispanici e le cui gang sono assi attive. La auto della polizia la pattugliano giorno e notte.

Mappa della zona di Mesa, fra Tempe e Gilbert, nella Grande Valle di Phoenix

Un avamposto urbano desolato e poco rassicurante percorso da stradoni e macchie di terra brulla con ai margini edifici bassi a facciate grigie e mura che si immaginano pericolanti. Considerato lo scenario da catastrofe planetaria, meglio non avventurarsi fuori dal motel, starsene rintanato in stanza ad attendere l’arrivo della cena cinese e prepararsi all’assalto di orde fameliche di zombie della serie televisiva.

Una scena de “La notte dei morti viventi”, il capolavoro di Romero del 1968.

Secondo, perché “The Walking Dead” corona gli incubi preferiti degli appassionati del genere e io sono uno di loro. Sfegatato fan sin dal 1968, quando le livide immagini in bianco e nero de “La Notte dei Morti Viventi” mi inchiodarono allo schermo di un cinema d’essai e intuii la grandezza di George Romero, capostipite e maestro indiscusso di un genere che ancora oggi, come i suoi interpreti-cadaveri, è duro a morire per davvero. Terzo, perché nel motel sono solo, chiuso nella mia stanza e nessuno potrà impedirmi di vedere l’episodio che chiude la prima stagione di un telefilm da infarto che neppure la Hollywood estrema di un crudo western alla Pechinpah, di uno sbilenco noir di Lynch, o un horror grottesco di Raimi, ha mai avuto il coraggio di produrre e proporre sugli schermi Tv.

L’ambientazione della serie voluta dal regista Frank Darabont è un incubo all’aria aperta che nulla lascia all’immaginazione. Il suo realismo è agghiacciante, il ritmo asfissiante, un continuo tira e molla del nodo scorsoio tale da farti attendere l’attacco dei morti viventi come una liberazione ogni volta. E sono loro, i “walkers” a rendere l’azione ancora più sospesa nel tempo e scarnificata, come è giusto, dato che l’apocalisse è già avvenuta e i sopravvissuti, i vivi e i morti che camminano devono vedersela con l’inferno in Terra. È vero, i capolavori di Romero, i claustrofobici “Night of the Living Dead” e il suo derivato di dieci anni dopo “Dawn of the Dead” (indegnamente intitolato “Zombi” nella versione italiana vietata ai minori di 18 anni nel 1978, con la colonna sonora dei Goblin) non sono certo una scampagnata fuori porta, ma in “TWD” le strade sono deserte, solcate da turbinii di vento tossico, affiancate da palazzi abbandonati, dietro i quali si nascondono ex umani dormienti che si risvegliano all’odore della carne di cui si nutrono e dalle loro bocche sventrate escono rantoli terrificanti che preannunciano la tua morte e, ahimé, anche il tuo accesso alla medesima condizione di cadaveri che deambulano e mordono e strappano la carne.

“Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra” è la frase cardine che Romero affida a uno dei protagonisti di “Zombi”, il nero attore Ken Foree, che ricorda il nonno che la ripeteva a mo’ di disperata litania, forse sincretica al culto afro-caraibico della macumba e dei rituali vodoo… Non c’è pace per i vivi che devono confrontarsi purtroppo con gruppi di viventi armati e cattivi, in quanto sopravvissuti allo sterminio globale forse causato da un virus biologico di origine sconosciuta, che una fonte infetta, appunto uno zombi, può trasmettere.

Passato è il tempo pionieristico del Romero cineasta sempre fiero della propria indipendenza da Hollywood e sempre campione di incassi, uno dei pochi profeti di un cinema povero ma intelligente, uno che ha fatto morire due volte miriadi di suoi zombies solo se decapitati o perforati nel cranio e che oggi deve riconoscere che allora aveva avuto ragione: l’inferno in Terra esiste veramente e questo è un pianeta ormai prigioniero del proprio destino e maledetto da chi lo abita, un’umanità priva di anima. Se il primo “La notte dei Morti Viventi” parve immediatamente inaccettabile per i benpensanti, allungandosi come un’ombra sul grande Paese che ancora non aveva digerito l’umiliazione del Vietnam, il monito del regista per un’America meno bigotta, meno razzista e persino pacifista significò anche che non avrebbe mai accettato alcun taglio, o censura ideologica alla sua pellicola. Egualmente, anche a “The Walking Dead” è stato impossibile imporre tagli alle scene più cruente che, guarda caso, vedono protagonisti umani contro umani. Sarebbe sacrilego e scollegato dalle ragioni che hanno decretato il suo enorme successo, non solo di pubblico.

Seguirne le vicende vivendole col fiato sospeso ad ogni scena, coglierne i significati reconditi al di là dell’orrore del sapere che sarà meglio non innamorarsi di Maggie o di Rick, perché gli Stati Uniti sono fatti di centinaia di milioni di esseri tutti diversi gli uni con gli altri, non hanno una coscienza collettiva da scuotere perché reagisca all’apatia e al controllo sociale da sempre dominante tranne che nelle pagine di rivoluzione pacifista del ’68 e di Woodstock. Nel cinema lo ha fatto Romero, nel media televisivo lo fanno i “walkers” di “The Walking Dead”, la più realistica delle metafore che possono descrivere l’uomo di oggi, un involucro svuotato di sentimenti ed emozioni, di discernimento e di empatia, un individuo che, come abbiamo visto con la pandemia Covid, non esita a condannare ogni diverso, da allontanare, relegare in un ghetto e, se non basta, da dare in pasto ad esseri mostruosi che sbucano dal nulla delle coscienze – o da laboratori sotterranei… chissà forse la metafora vi appare eccessiva, ma non importa. Importante sarebbe sapere chi o cosa ha generato il virus pandemico che trasforma gli esseri umani in zombie. Alla fine della prima stagione non lo sappiamo ancora. Ci auguriamo di scoprirlo in tempo per poterlo fermare. E la verità, purtroppo è inimmaginabile sia nella fiction sia nella realtà.