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Nel Luglio 2009 visitai con Jesse Marcel Jr. il “Campo dei Rottami” nel Foster Ranch, dove tutto ebbe inizio 75 anni fa.

Di Maurizio Baiata

5 Luglio 2022

Alla luce del deprimente spettacolo offerto la notte del 2 Luglio scorso dal canale DMAX del digitale terrestre che, in occasione del “World UFO Day”, ha programmato lo speciale britannico “Roswell 75: The Final Evidence”, sarebbe facile per me smentire i debunker, ma preferisco ritornare sui luoghi teatro dell’incidente del Luglio 1947 per come li ho vissuti tredici anni fa, inquadrandoli in maniera sufficientemente completa, contenutisticamente e fotograficamente. 

Le figure chiave dell’Incidente di Roswell. In alto da sx Bill Brazel e lo sceriffo Wilcox. Al centro da sx il Maggiore Jesse Marcel, Sheridan Cavitt del controspionaggio, il comandante Blanchard e Walter Haut, che emise il comunicato stampa che annunciava il ritrovamento di un disco volante. In basso da sx, il Generale Roger Ramey, Il fisico Stanton Friedman e il deputato Steven Schiff. Su sua richiesta, si è appreso che la documentazione sulle attività della base di Roswell nei primi di Luglio 1947 è andata distrutta in un incendio.

Con Paola Harris e Jesse Marcel Jr. ci eravamo dati appuntamento all’aeroporto di Albuquerque, capitale del New Mexico e da lì in macchina eravamo partiti alla volta di Roswell, insieme al britannico Nick Pope e al collega Alejandro Rojas della rivista Open Minds che allora dirigevo. Vi risparmio la cronaca del viaggio, fatto è che dopo aver perso la rotta ed esserci trovati in the middle of nowhere, giunti a Roswell a sera inoltrata, dopo un indimenticabile snack in albergo, eravamo andati a dormire.

Jesse Marcel Jr., Paola Harris e il sottoscritto all’aeroporto di Albuquerque. (foto: Paola Harris)

Con la luce diurna, la cittadina nulla offre di attraente, appollaiata com’è sulla lingua di asfalto della Main Street e tranne pochi edifici bassi e tristanzuoli altro non c’è se non i negozietti per i turisti e il Roswell Museum, che avrei visitato alcuni giorni dopo. Di buon mattino, Paola Harris mi ha presentato Chuck Zukovsky e la sorella Debbie, ricercatori del MUFON Missouri, con i quali abbiamo stabilito di fare gruppo insieme al figlio del mitico Maggiore Jesse Marcel e al video operatore Matt Morgan, destinazione il cosiddetto Debris Field, il campo dei rottami dove nella notte fra il 2 e il 3 Luglio 1947 un oggetto non identificato planò e rimbalzò sul terreno e riprese quota, per schiantarsi altrove (a ridosso della Capitan Mountain e/o nei Piani di San Augustin, ma i particolari costituiscono altra storia).

Paola non è con noi. Altri impegni giornalistici la aspettano ed è già stata al Foster Ranch, dove negli anni Quaranta era solito pascolare il suo gregge il mandriano William Mac Brazel. La mattina del 3 Luglio ’47 Mac trovò il terreno cosparso di strani rottami e la storia umana dell’incidente di Roswell ebbe inizio in quel momento.

Brazel ebbe la luminosa idea di avvertire del ritrovamento lo sceriffo George Wilcox della Contea di Chaves, il quale si preoccupò di informare il colonnello William Blanchard, comandante della base di Roswell. Insieme, Blanchard e Wilcox sembra abbiano raggiunto il luogo del crash, dove l’oggetto aveva trovato la sua destinazione finale, ad oggi ancora avvolta nel mistero e da approfondire in altra sede.

Blanchard incaricò subito il maggiore Jesse Marcel e l’agente del CIC (controspionaggio), capitano Sheridan Cavitt, di andare al Foster Ranch. Marcel sulla sua Buick e Cavitt su una jeep, eseguirono gli ordini e le cose apparvero loro esattamente come descritte da Brazel: sul campo c’erano rottami e detriti di vario aspetto, ma non associabili a qualcosa di conosciuto, secondo la stima di Marcel, che era un super esperto di velivoli di ogni genere, americani e non. Ne raccolsero tutto il possibile sino a riempire i due mezzi. 

Jesse Marcel Jr., Debbie e Chuck Zukovski (foto: Maurizio Baiata)

Le tappe del nostro viaggio

Noi, in questa prima mattina del 2 Luglio 2009, siamo sul potente Nissan 4×4 di Chuck Zukowski, che conosce i posti a menadito e ci spiega che il punto di riferimento è un mulino, ridotto ormai a un rudere e non facilmente distinguibile nello scenario desertico. Siamo a una ottantina di miglia (130 km) a nord di Roswell e abbiamo lasciato la strada asfaltata per seguire un primo tratto di sterrato abbastanza agevole, per alcune miglia. Ad un certo punto il sentiero sparisce e Chuck va ad istinto percorrendo i campi su un fondo da affrontare con una moto enduro o un’auto fuoristrada. A tratti riappare uno sterrato che costeggia ampi lembi di terra semi desertica e altri con vegetazione. Le nostre guide dicono che è la zona in cui è compresa quella che un tempo era la proprietà dei Proctor, una famiglia di allevatori vicini a Brazel e ai quali un giorno dei primi di Luglio “Mac” mostrò uno strano frammento trovato nel suo campo, affermando che secondo lui quella trovata sul suo campo non era roba terrestre.

Il corral, recinto che delimita l’area del capanno degli attrezzi. (Foto M. Baiata)

Facciamo sosta nei pressi del barn, il famoso capanno, o granaio che – un tempo in legno – fungeva da deposito degli attrezzi agricoli e che ora appariva rinforzato in muratura. Si trova all’interno del corral, un terreno recintato con lo stesso robusto filo spinato di un tempo. Fu in quel capanno che Marcel e Cavitt sistemarono alcuni rottami e trascorsero le prime ore della notte. Jesse Marcel Jr. visita per la prima volta quei luoghi tanto importanti per il padre, per la sua famiglia e per tutta la storia ufologica a noi nota e sembra che questo pesi sul suo cuore. Nelle oltre due ore dalla partenza da Roswell si è espresso solo a monosillabi, ponendo solo qualche domanda a Chuck e Debbie. Nell’impossibilità di scavalcare la recinzione e arrivare al capanno, scattiamo qualche foto e poi ripartiamo.

Jesse Marcel Jr. posa per noi davanti al capanno degli attrezzi. (foto M. Baiata)

Ci aspetta ancora una mezz’ora e saremo al debris field, nel ranch che fu di Mac Brazel. Ma Chuck fatica ad orientarsi. Sbaglia direzione, anche se aveva lasciato come riferimento dei paletti metallici a seguito degli scavi condotti nel 2002 e 2006 dal famoso ricercatore UFO e specialista di Roswell, Don Schmitt e supervisionati dall’archeologo Bill Doleman dell’Università di Albuquerque, sponsorizzati dallo Sci-Fi Channel e dalla NBC. La ricerca non produsse risultati significativi. Qualche tempo dopo invece, Debbie e Chuck avrebbero avuto maggior fortuna portando alla luce alcuni frammenti di tessuto di uniforme militare e soprattutto un frammento metallico sepolto sotto una decina di centimetri di terra. Ovviamente, non doveva trovarsi lì ed era sfuggito alla “bonifica” effettuata dalle squadre di militari inviate sul posto a più riprese dalla base di Roswell nei giorni successivi all’incidente. Quindi, questo costituisce una prova: i militari avevano setacciato accuratamente il terreno, ma non avevano occultato del tutto tracce della loro presenza sul posto. Chiunque riesca a spingersi sin qui si accorgerà che il luogo corrisponde alle caratteristiche e alle descrizioni testimoniali. La certezza assoluta non si ha ancora, ma Schmitt, Tom Carey e il team archeologico che vi hanno lavorato per oltre dieci anni ne sono convinti.

Sopralluogo di ricercatori nel Debis Field. Al centro Donald Schmitt, a destra Yvonne Smith (foto: Don Schmitt ©)

Cosa accadde quella notte?

Il Debris Field è un’area a occhio calcolabile in circa 500 metri di lunghezza e trecento di larghezza, protetta da un basso costone collinare su cui ipoteticamente l’UFO avrebbe impattato, per poi scendere repentinamente, toccare il suolo e produrre una larga infossatura (presumibilmente poi riempita di terra dai militari) e infine riprendere quota.

Siamo al centro del campo. Ci restiamo per più di due ore. Si parla, si discute, si fanno congetture, si guarda verso la Capitan Mountain, si immagina cosa possa essere accaduto quella notte e in quei giorni. Ho registrato su audiocassetta tutte le conversazioni e appena possibile ne renderò noti i contenuti.

Jesse Marcel ha ormai passato la settantina, è malfermo sulle gambe e si aiuta con calzari adduttori, ma gironzola ed è difficile tenerlo a bada. Chissà quali interrogativi si starà ponendo, immedesimandosi nel padre… Per quanto mi riguarda, da più di 20 anni (nel 2009, N.d.A.) studio il caso Roswell e ora sono qui, con bravi ricercatori americani e un autentico testimone oculare. Il maggiore Marcel raccolse e portò a casa quanti più rottami possibile. Il figlio ricorda che quando il papà arrivò nel cuore della notte era al volante della sua berlina Buick carica anche sui sedili posteriori di sacchi e scatoloni pieni di cose strane… che mostrò a lui e alla mamma sparsi sul pavimento della cucina. Disse loro che non era materiale degli americani, né di forze militari di altre nazioni, non era roba terrestre, ne era certo. Spero ci sia occasione per parlarne un’altra volta con Jesse Marcel Jr. e chiarire se fu Cavitt a caricare sulla jeep il grosso dei rottami, che portò la mattina dopo al colonnello Blanchard.

L’estensione del campo dei rottami fotografato dal rilievo collinare. (foto M. Baiata)

Le mie impressioni

Se vi capitasse di sorvolare queste zone e osservarle dall’alto, ciò che appare è un territorio desertico a perdita d’occhio. Anche se non del tutto arido fa una certa impressione, soprattutto se si pensa che nella notte del 2 Luglio 1947, forse a causa di una perturbazione geomagnetica o di interferenze radar, qualcosa di inspiegabile davvero vi accadde e tu – misero visitatore di un altro pianeta o un’altra galassia – ti vai a schiantare nel nulla più totale. E invece ora sei tu, umile giornalista italiano, a trovartici nel bel mezzo e calpesti questa terra… pensi al fatto che se degli alieni, uno o più equipaggi extraterrestri a bordo dei loro oggetti volanti fossero incappati in un’avaria che li avesse costretti a scendere sino a sfiorare il suolo, beh, allora ti dici che sì, fra tutti i luoghi possibili questo poteva essere quello giusto. Appena arrivati qui oggi, ho avuto subito la sensazione che il luogo corrisponde alle descrizioni testimoniali, e poi c’è quel rilievo alto qualche decina di metri che poteva aver costituito l’ostacolo su cui una macchina volante impattò, arrivando da lì su, dallo stesso cielo che ora vedono i miei occhi e poi discese e toccò il terreno dove ora ci troviamo e rilasciò detriti e grandi e piccoli rottami e poi riprese il volo. Io ne sono convinto. Tutto è cominciato qui nel mezzo del nulla del Foster Ranch, nella notte fra il 2 e il 3 Luglio 1947. E non è affatto una leggenda.  

Il rilievo su cui potrebbe aver impattato l’UFO prima di discendere sul campo. (Foto M. Baiata)

Zukowski: “I militari erano stati lì”

Il testo che segue è stato redatto dall’amico e ricercatore Chuck Zukowski, specialista negli studi sul fenomeno delle cosiddette “mutilazioni animali”.

«Fu solo verso la fine degli anni Settanta che Stanton Friedman, il fisico nucleare canadese noto come “il padre di Roswell”, portò alla luce la storia del crash. Quindi, tranne alcune persone che vi erano state coinvolte, dal 1947 ad allora nessuno ne aveva mai parlato. Nel 2002 fummo contattati dal Roswell Museum. Cercavano dei volontari per effettuare scavi archeologi nell’area individuata come possibile campo dei rottami, insieme ad un team dell’Università del New Mexico guidato dall’archeologo Bill Doleman. Fu lui che decise uno scavo a strisce nei punti dove io avevo notato tracce di erosione causata dall’acqua, desumendone che nel corso dei decenni un fenomeno naturale avrebbe potuto produrre lo spostamento di frammenti di qualunque genere dalla superficie del suolo interessato dall’impatto verso le zone caratterizzate da erosione… e proprio lì noi avremmo scavato. Per cinque giorni effettuammo tre scavi da un metro e mezzo circa ciascuno, dai quali ottenemmo alcuni risultati significativi, riportati nel nostro rapporto “The Roswell Dig”.

Debbie Ziegelmeyer, Jesse Marcel Jr., M. Baiata, Chuck Zukovski (Foto M. Baiata)

Dei reperti ritrovati e considerando che il museo stesso non aveva stanziato alcun fondo per le analisi, arrivammo al 2008, quando con mia sorella riuscimmo a individuare e portare alla luce un oggetto apparentemente metallico che corrispondeva alle caratteristiche descritte dai testimoni nel 1947. Quindi, nel 2008 ho deciso di sostenere i costi di due separati scanning al microscopio elettronico e il frammento si è rivelato composto da alluminio e silicio, anche se non è stato possibile definire se si trattava di una lega di alluminio e silicio, ma il punto è che avevamo rinvenuto qualcosa in alluminio a sette, otto centimetri nel sottosuolo del Foster Ranch. Si tratta di un manufatto, che non dovrebbe trovarsi nel bel mezzo del deserto. Fra gli altri reperti, c’era anche del materiale simile a filamenti di tessuto verde, tipico di un’uniforme militare e un pezzo di suola in gomma, forse di uno stivale militare di vecchia fattura. Ed erano sepolti nel terreno fra sei, otto, dieci centimetri di profondità. C’era anche del materiale arancione rinvenuto dagli archeologi una settimana prima del nostro arrivo sul posto e non ne conosciamo la natura. Nell’Aprile di quest’anno abbiamo emesso un comunicato stampa sui ritrovamenti del 2002, allo scopo di interessare dei laboratori esterni che potessero analizzarli pro bono, quindi per noi a costo zero. Le ricerche continuano».

Jesse Marcel Jr. è venuto a mancare nell’Agosto 2013.

ROCK MEMORIES

SCRITTI RIBELLI E SINCRONICITÀ DI UN GIORNALISTA MUSICALE

Volume Primo

               Prefazioni di Susanna Schimperna e Renato Marengo

VERDECHIARO EDIZIONI

Un giorno nacque il Rock e il Mondo non fu più lo stesso

1970: dal frastuono del Piper al Dark Sound inglese, dal Blues dei neri d’America ai Corrieri Cosmici tedeschi, dai crocevia di ogni follia underground all’energia dirompente del “muro del suono”, dalle maschere prog partenopee alla prima intervista con un essere speciale: Franco Battiato.

Queste le sincronicità testimoniate dagli incontri con tante stelle del Rock, da David Bowie a New York ai Gentle Giant, EL&P e Colosseum intervistati in Italia, dalla miriade di concerti e di vinili a creare inarrestabili onde sonore e ad accompagnare l’urlo pacifista di un’intera generazione.  

Gli articoli che compongono “Rock Memories” (Volume Primo) apparvero sul settimanale Ciao 2001 fra il 1970 e il 1974. Il format del libro consente di consultarne gran parte nella loro originalità ma, a 50 anni dalla loro pubblicazione, l’Autore ne ha curato un nuovo editing in sintonia con il Presente.

I protagonisti del nostro viaggio

Gran Bretagna: Black Sabbath, King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Gentle Giant, David Bowie, Colosseum, Soft Machine, Quintessence, John Mayall, Joe Cocker, Alexis Korner, Rory Gallagher (Irlanda).

Stati Uniti: Jefferson Airplane, The Shadows, Iron Butterfly, Spirit, Tim Buckley, The Doors, Frank Zappa, Captain Beefheart, The Beach Boys, Shawn Phillips, David Crosby, Miles Davis, Weather Report, Santana.

Italia: Claudio Rocchi, Osanna, Il Balletto di Bronzo, Francesco Guccini, Angelo Branduardi, Antonello Venditti, Il Perigeo.

Da altri mondi: Magma, Franco Battiato, Third Ear Band, Popol Vuh, Tangerine Dream, Can, Amon Düül II, Klaus Schulze, Karlheinz Stockhausen, Faust.

Il corredo iconografico è tratto dall’archivio dell’Autore. 

In copertina, i Colosseum al Piper di Roma.

La Copertina è stata realizzata da Pablo Ayo

Il libro sarà disponibile nelle migliori librerie italiane dal 29 Luglio 2022 e sarà ordinabile negli store online (Macro, Giardino dei Libri, Amazon) e al sito della Verdechiaro Edizioni, dal 22 Luglio 2022. Pagine 352, grande formato, prezzo: € 23,00.

Di Maurizio Baiata 

La mente torna ai tre anni trascorsi a Phoenix a cavallo del 2010, quando mi apparve chiaro che l’Arizona era diventata il sancta sanctorum dei ricercatori UFO americani e stranieri, scegliendola come loro residenza. Fra questi, due autentici “veterani”, come Wendelle Stevens, l’ex colonnello USAF che abitava a Tucson e il sergente maggiore dell’US Army Robert O‘Dean che viveva ad Awatukee, con i quali avevo instaurato un sincero rapporto di amicizia e ormai venuti a mancare da diversi anni. Lo stesso era accaduto con la psicologa Ruth Hover, stimata terapeuta della famiglia, formatasi nello studio delle “Abduction” accanto al compianto dottor John Mack e responsabile del settore Esperienze di Contatto della sezione MUFON (Mutual UFO Network) Arizona, a Phoenix guidata da Stacey Wright e Jim Mann, che ne hanno poi preso le redini per l’intero Stato. Fra gli inglesi, il britannico Nick Pope si è trasferito in Arizona nel 2011 e ha scelto Tucson per viverci con la moglie americana, Elizabeth.

L’ingresso della Redazione di Open Minds

Open Minds

Personalmente, avevo deciso di trasferirmi a Tempe due anni prima, frazione di Phoenix vicina alla elegante Scottsdale, a seguito della proposta di impiego triennale come Direttore della rivista Open Minds, incarico che avevo accettato con grande entusiasmo, che però mi avrebbe portato a vivere un’esperienza coercitiva e dolorosa sino a costringermi al rientro in Italia nel Marzo 2011. Dirigere il bimestrale, dovendone costruire da zero un “editorial department” adeguato alle richieste del committente (il signor John Rao), ovvero una redazione al top negli USA, mi aveva consentito di entrare in contatto con il gotha dell’ufologia americana. Di quel periodo possiedo ancora gran parte degli articoli originali dei collaboratori americani, pubblicati e non, da me coordinati nel primo anno e mezzo di direzione, prima del mio declassamento a staff editor. Il MUFON Arizona per me costituiva un supporto importante.

Da altri punti di vista, l’appeal dell’Arizona si spiega velocemente. Oltre a Roswell in New Mexico e al Nevada con la mitica Area 51, l’Arizona era e resta sinonimo di fenomeni UFO, grazie alle cosiddette Phoenix Lights, le luci che ne invasero il cielo nel Marzo 1997. Altri punti di forza sono le meravigliose montagne rosse e i vortici di energia di Sedona, il Grand Canyon, il gioiellino Flagstaff e le White Mountains dove avvenne il rapimento di Travis Walton… cos’altro chiedere come polo d’attrazione per gente avvezza agli UFO skywatch notturni in tutto lo Stato?

La scena dell’esplosione della villa nel film “Zabriskie Point”

E poi spunta un capolavoro di Michelangelo Antonioni come “Zabriskie Point” a completare il quadro, con una citazione cinematografica. La Casa della Cascata, la villa sospesa nel vuoto con le sue immense vetrate e i cui interni furono scelti dal regista italiano per mostrarne la modernistica “grandiosità”, si trova a Cave Creek, nel deserto a Nord Est di Phoenix. Realizzata dal famoso architetto Frank Lloyd Wright, ovviamente, la struttura non è quella che si vede esplodere davanti agli occhi della meravigliosa protagonista Daria Halprin nella spettacolare sequenza con il micidiale sottofondo dei Pink Floyd. Buona parte del percorso dei due giovani, che faranno l’amore nello scenario mozzafiato della Death Valley, si svolge lungo la highway desertica che collega Los Angeles a Phoenix e ha il suo climax allo Zabriskie Point. E ancora, andando a ritroso nel tempo nei luoghi che ho avuto modo di visitare, ci sono le molte aree di insediamento dei nativi americani, ricche di petroglifi e di sacralità stellare e poi c’è Tombstone, scenario intatto rimasto tale dall’epoca della sfida fra gli uomini di legge con Wyatt Earp e il clan dei Clanton all’OK Corral.

Le Luci di Phoenix

L’aria che si respira nella Valle di Phoenix, se è rovente per buona parte dell’anno, è unica e per me, rappresenta un crocevia di esperienze di vita indimenticabili e di conoscenze importanti, che mi auguro di riuscire a descrivere in un prossimo libro. Fra le conoscenze, l’analista ottico Jim Dilettoso, gli inquirenti Jim Nichols (famoso illustratore e ricercatore UFO, scomparso all’inizio del 2022) Len Kasten, autore di un saggio sul caso “Serpo”, il giornalista aerospaziale Larry Lowe e la dottoressa Lynn Kitey, specialisti delle Phoenix Lights.

Nella copertina del libro di Lynn Kitey, la foto da lei scattata di tre oggetti luminosi in formazione

Dei diversi incontri ai quali ho partecipato come osservatore e relatore, ricordo soprattutto l’edizione 2010 del meeting dedicato ai fenomeni delle Luci di Phoenix del 13 Marzo 1997. In quell’occasione, Larry Lowe, allora in forza al quotidiano online “Examiner”, insieme a testimoni oculari Mike Fortson e Tim Ley, e alla battagliera consigliera comunale Frances Barwood, ebbero il coraggio di denunciare l’amministrazione della capitale dello Stato per l’assurda incuria, sul piano civile e politico, nella gestione delle “Luci di Phoenix”, il più importante avvistamento di massa dell’era moderna. Ricostruiti millimetricamente da Larry Lowe, gli eventi ebbero una dinamica complessa e mai “risolta” dalle spiegazioni di comodo di allora, come il lancio di razzi di segnalazione o di “flares” dell’Aeronautica Militare USA. L’incipit del suo intervento basato su analisi tecniche e grafiche, fu il seguente: “Se una fotografia vale più di mille parole, allora una ricostruzione animata al computer ne vale migliaia perché, solo considerando il gigantesco triangolo volante avvistato dalla torre di controllo di Sky Harbor (l’aeroporto civile di Phoenix, N.d.R), nessun discorso può riprodurre l’impatto che tale visione ebbe sulla popolazione. Secondo la testimonianza di Mike Fortson, tuttavia, sembra che tutto il personale aeroportuale in servizio in quel momento fosse impegnato a guardare in un’altra direzione, cercando di capire cosa fossero quelle luci che si vedevano a sud della South Mountain. Un giorno, in qualche modo, dovremmo essere in grado di mettere insieme i tasselli di questo puzzle e cercare di fare chiarezza su quanto avvenne quella sera”.

Larry sottolineò che avremmo dovuto porre nella giusta prospettiva le Luci di Phoenix e comprendere perché, a distanza di tredici anni, nonostante una gigantesca astronave e diversi altri oggetti non identificati si fossero palesati in modo tanto spettacolare su una metropoli statunitense – e in questo la mancanza di migliori documenti fotografici e di video si fa ancora sentire – simile manifestazione non era stata sufficiente a smuovere le coscienze dormienti di tutta la nazione americana. Inoltre, quelle “luci” potrebbero essere state solo un’avanguardia, una sorta di avvertimento di qualcosa di molto più grande che prima o poi potrà accadere e che non è detto si riveli positivo.

Da sinistra, Larry Lowe, M. Baiata, Jim Nichols, Bob Dean e Dee Andrews

Contattismo di Massa all’italiana

Personalmente, sosterrei la tesi di Lowe, di guardare al fenomeno UFO con la massima apertura mentale e di non escludere alcuna prospettiva che possa derivarne. Altrimenti, dovremmo accettare passivamente gli oltre settanta anni di segretezza governativa e dar credito all’idea che qui sulla Terra esistano o siano esistite situazioni stanziali che avrebbero visto razze aliene in contrasto fra loro, come nel caso italiano “Amicizia”.

In tal senso, i colleghi del MUFON Phoenix, nel 2009 furono affascinati dalla pubblicazione negli USA di “Mass Contacts”, edizione in inglese del libro “Contattismi di Massa” dell’ingegnere Stefano Breccia. Anche lui, come altri testimoni più o meno diretti dell’intera vicenda, aveva preferito restare in silenzio per lunghi anni su un presunto processo di infiltrazione di due razze aliene avvenuto nel nostro Paese con il favore di un numero imprecisato di compartecipi rimasti quasi tutti nell’ombra. E ora, improvvisamente, se ne parlava. Sotto la mia direzione, su “Open Minds” apparve un ottimo orticolo in due parti a firma del ricercatore croato Nikola Duper, che riportava le dichiarazioni di un “insider” di “Amicizia” a supporto dell’autenticità del caso.

L’edizione statunitense del libro di Stefano Breccia “Contattismi di Massa”

In seguito, certi ricercatori americani fecero notare come dal libro di Breccia (e dal suo sequel “50 Years of Amicizia”) non emergessero elementi valevoli a sorreggere fattualmente un racconto che pretendeva di ricostruire venti e più anni di una vicenda rimasta sempre sommersa, sino al “conflitto finale” tra le fazioni aliene W56 e CTR, quando nel 1978 il mare Adriatico fu teatro di eventi drammatici e fenomeni inspiegabili associati alla presenza di UFO, meglio sarebbe dire USO (oggetti sommersi non identificati). Senza la possibilità di approfondire, scomparsi Breccia e testimoni che si sono portati nella tomba la verità, il caso vale soprattutto per la preziosa testimonianza, le fotografie e le audio registrazioni in possesso di Gaspare De Lama, a parte quella poco credibile del W56 “Kenio” alto tre metri, ma lascia in bocca un sapore amaro. Nella complessa vicenda infatti sarebbero rimaste invischiate persone in buona fede, forse vittime di un raggiro di colossali dimensioni, con un inquietante risvolto giudiziario. Sussiste il sospetto che tutto possa essere stato architettato ad arte sulla base di un assunto che suonerebbe così: “Facciamo credere a tutti che qui in Italia gli alieni ci sono stati per anni e anni, ben nascosti nelle loro basi sotterranee. Noi lo sapevamo, ma non lo abbiamo mai rivelato”.

In mancanza di riscontri oggettivi, sul “caso Amicizia” mi atterrei alla prudente posizione del grande ufologo e fisico nucleare Stanton Friedman, il quale era solito riporre i casi privi di spiegazione logica ed evidenze in un suo “grey basket”, un cestino pieno di oggetti né bianchi né neri…

Articolo aggiornato e pubblicato qui per la prima volta.

19 Giugno 2022

Di Maurizio Baiata

Cosa si siano detti i partecipanti della sessione a porte chiuse successiva all’audizione pubblica sui “Fenomeni Aerei Anomali” (UAP – denominazione più indolore di “UFO”) svoltasi lo scorso 19 Maggio nell’edificio del Campidoglio degli Stati Uniti, a Washington, non è dato sapere e non ci verrà rivelato, se non per intervento divino. Possiamo esserne certi. Tutto il dibattito è consultabile a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=aSDweUbGBow&t=1s

Portorico anni 80: nulla del genere appare nei files divulgati dal pentagono.

In un’ora e mezza di audizione congressuale, il Vice Direttore della Naval Intelligence, Scott Bray e il Sottosegretario alla Difesa per l’Intelligence e la Sicurezza, Ronald Moultrie, dopo le ricapitolazioni iniziali sono state proiettate immagini (con tempi morti inaccettabili) che mostravano prima delle sferette nel cielo “prive di spiegazione”, poi dei suggestivi triangoli luminosi librati in atmosfera terrestre, che a detta di Bray, sarebbero riconducibili a velivoli senza pilota, la cui forma triangolare è il risultato di luce rifratta dei visori notturni, registrata da una camera ad infrarossi”.

Dopo di che, la reticenza di Bray e Moultrie si è palesata a fronte degli interrogativi più importanti posti dai rappresentanti del Congresso, ai quali è stato risposto più volte: “Ora non possiamo parlarne, lo faremo più tardi, a porte chiuse”. A quanto dato sapere, tale incontro super riservato era previsto per un paio di ore dopo, intorno mezzogiorno. Gli stessi membri della commissione pubblica presieduta dal democratico André Carson, saranno stati tutti poi ammessi all’audizione a porte chiuse? Non si sa ma, in caso affermativo, avranno ribadito le stesse domande mosse in precedenza agli onorevoli Bray e Moultry? E, se da un dibattito presumibilmente acceso, i delegati hanno ottenuto le informazioni richieste, saranno poi in grado di divulgarle all’opinione pubblica? Probabilmente no, visto che tutta la questione resta ancora coperta da ragioni di Sicurezza Nazionale.   

Quanto il Pentagono ha allestito è stato un mortificante UFO-Cover Up Show, in due parti. La prima, censurata per noi mortali, la seconda riservata solo ai congressmen muniti del necessario need to know, una sorta di diritto assoluto di sapere, che supera le restrizioni oltre il Top Secret.

L’imperturbabile Scott W. Bray ha sottolineato che dal rapporto militare anno 2021 destinato ai legislatori non è emersa alcuna prova che si tratti di “alieni” e che sino ad ora non è mai stato scoperto nulla che sia “di origine non terrestre”, anche se permangono alcuni incidenti inspiegabili.

In estrema sintesi, a seguire, si elencano i quesiti di maggior spessore cui non è stata data risposta. 

Il deputato repubblicano Brad Wenstrup dell’Ohio ha chiesto: “Gli alleati o gli avversari hanno segnalato avvistamenti simili?”, Risposta all’unisono: “Argomento da trattare nella sessione a porte chiuse”.

Il deputato democratico della California Adam Schiff ha osservato: “Che spiegazione avete dato ai casi di rilevamento sia visuale sia radar da parte dei piloti?”. Bray ha risposto: “In merito ai dati dei rilevatori multi sensori parleremo nella sessione successiva”.

Il più agguerrito si è dimostrato il congressman repubblicano di Green Bay, Mike Gallagher, che ha incalzato i suoi interlocutori a più riprese. A proposito dell’incidente occorso il 16 Marzo 1967 nella base USAF di Malmstrom e testimoniato dal capitano Robert Salas all’epoca responsabile della rampa di lancio dei missili nucleari, i cui sistemi elettronici furono bloccati da un UFO che stazionò sulla installazione per diversi minuti, è stato dichiarato che a loro non risultano indagini o informazioni inerenti tale incidente… “Allora a chi spettano tali indagini?” ha detto Gallagher, al quale Moultrie ha detto: “Attendiamoche una figura autorevole le richieda e allora saranno disponibili le risorse per farlo”.Gallagher ha replicato: “Non pretendo di essere una figura autorevole, ma per quello che vale gradirei lo esaminaste”. Moultrie ha farfugliato un “Lo farò”.

Gallagher, infine, ha toccato la questione degli UFO files del vice ammiraglio Thomas Wilson, una “grana” per il Pentagono venuta a galla nell’Aprile 2019, quando l’autorevole storico Richard Dolan ricevette da fonte anonima un documento contenente i dettagli di un incontro risalente al 2002 fra lo stesso Wilson e il fisico Eric Davis, in cui i due discussero dell’esistenza di un programma speciale clandestino del Dipartimento della Difesa, che si occupava di tecnologia aliena. La struttura segreta sarebbe stata finanziata con fondi neri da black projects e gestita con appaltatori esterni. In questo caso il no comment di Bray e Moultrie è stato ancora più lapidario. E ancora Gallagher, tanto per finire, ha domandato se agli atti risultassero dati concernenti rottami o frammenti di oggetti non identificati e recuperati. Ed è toccato a Moultrie dichiarare: “Lo affronteremo in una sessione a porte chiuse, signore”. Scott Bray ha specificato, in tal senso: “Non siamo in possesso di materiali la cui natura suggerisca un’origine extraterrestre, perché i dati sono insufficienti”. 

Il deputato democratico dell’Illinois Raja Krishnamoorthi ha posto i seguenti interrogativi: se il Pentagono sia in possesso di documentazioni concernenti gli USO (Oggetti sottomarini non identificati). La risposta di Moultrie: “Un tema che sarebbe appropriato affrontare in una sessione a porte chiuse, signore”.

Infine, ancora Krishnamoorthi, ha chiesto se siano stati registrati casi di near miss (mancata collisione), di comunicazioni e di ostilità con e da parte di UAP.Bray ha risposto:“Nessuna comunicazione, nessuna ostilità”.

Cosa possiamo dedurre dai risultati resi pubblici di questa importante iniziativa politica del Governo USA? Da un lato, appare demenziale che il Pentagono dichiari e che ovviamente l’Amministrazione Biden ne convenga in nome della sicurezza nazionale, la propria volontà di mantenere il cover-up su aspetti fondamentali della questione UFO, dichiarando nel contempo di volerla liberare dalla connotazione negativa che da decenni ridicolizza la materia sia a danno degli studiosi di mente aperta e non corrotti, che dei testimoni più attendibili. Una strategia, questa, attuata in tutto il mondo da 75 anni. Dall’altro, è opinione di chi scrive che il Pentagono si sia cacciato in un “cul de sac”. Perché l’atteggiamento dei deputati del Congresso non si è dimostrato affatto indulgente nei confronti dei servizi di Intelligence militare statunitensi coinvolti nella questione UFO-ET. Anzi, anche se a porte chiuse, una guerra sul piano politico e dell’informazione sembra essere appena iniziata. Se non altro perché è inaccettabile continuare a sovvenzionare la menzogna.    

Di Maurizio Baiata

La sera dell’8 Dicembre 1980 filava tranquilla, nel loft al n.81 di Murray Street le cui finestre si affacciavano sulle Twin Towers, con i miei amici roomates venuti anch’essi dall’Italia e Dado, il Grande Cane da montagna dei Pirenei. Mia moglie Silvia era in taxi, stava rientrando dal lavoro in Queens, quindi sarebbe arrivata a casa una mezzora dopo. Avevamo appena cenato e, come al solito, a TV spenta, avevo sintonizzato la radio su WPLJ Fm, la stazione che in quel periodo a Manhattan imperava fra le AOR (Album Oriented Rock) insieme a WNEW Fm. Erano le mie preferite, con una formidabile rotazione di brani dagli anni 60 in poi.

Tutto a un tratto, all’interno di una programmazione piuttosto vivace e hard rock, una canzone di cui non ricordo il titolo viene bruscamente interrotta e parte “Imagine” di John Lennon. Strano, mi dico. Giro su WNEW e stanno trasmettendo un pezzo dei Beatles. Coincidenza. Giro sulla più istituzionale CBS Fm e in onda c’è un’altra canzone di Lennon. Forse è una notte speciale dedicata ai quattro di Liverpool. Ma ora la CBS si collega con il Roosevelt Hospital di Manhattan. Un coroner, portavoce dell’ospedale, sta dicendo che ogni tentativo di salvare la vita di John Lennon è stato inutile. Il suo cuore aveva cessato di battere già prima dell’arrivo in ospedale, i medici avevo fatto tutto il possibile per rianimarlo, ma non c’era stato nulla da fare. Ci guardiamo increduli. Accendo la TV. Tutti i canali stanno dando la stessa notizia. È orribilmente vero. Discuto per un po’ con i miei amici. Fuori fa un freddo glaciale e sono le undici suonate. Non so cosa fare. L’istinto mi dice di andare, di prendere subito un taxi, visto che la subway sta quasi per chiudere. Ma devo andare da solo, non posso costringere nessuno a venire con me. Mi interrogo. A cosa serve raggiungere ora il Dakota, il palazzo un po’ gotico sulla Settanduesima che si affaccia sul Central Park e con solo il registratore a cassette? Però, è una testimonianza diretta, necessaria. Interrompo le registrazioni dalla radio, chiamo Glenn Lowery, video operatore con il quale realizzavo servizi per televisioni private e mi dice che mi raggiungerà al Dakota presto la mattina dopo per le riprese. Mi infagotto nel parkas (il freddo è micidiale) e parto. Quello che ho visto quella sera al Dakota lo descriverò al mio ritorno a casa, svegliando con una chiamata telefonica Renato Marengo, giornalista già caporedattore di Ciao 2001, il settimanale musicale per cui corrispondevo da Manhattan. Lascio a lui la parola.

«Non dimenticherò mai la notte dell’8 Dicembre 1980. Erano gli anni di piombo… Erano quasi le quattro e dormivo con Patrizia, la mia compagna che presto sarebbe diventata la mia seconda moglie e al terzo, quarto squillo, dopo l’inevitabile sobbalzo e col cuore a mille, ci fissavamo negli occhi temendo il peggio, per un genitore, un parente o un amico. A quell’ora? A New York erano passate le 22 e sì, a chiamarmi era un mio amico e collega di rock, Maurizio Baiata che un anno prima si era trasferito a Manhattan e collaborava come corrispondente dagli USA per il programma di Radio 1 “Combinazione Suono” che conducevo con Ludovica Modugno e Italo Moscati.
“Maurizio?! Ma lo sai che ore sono?” – pensai subito, ecco sarà uscito da un concerto e mi chiama per parlarmene, ma non avrà fatto caso al fuso orario.

“Maurizio?! Ma Che succede?” 

“Renato – rispose con voce agitata e carica di emozione – Ѐ morto John Lennon… Gli hanno sparato cinque colpi, è morto e la notizia l’hanno data le radio e le televisioni. Mi sono precipitato al Dakota, sulla Settantaduesima, abito al Village e non è distante. Lo avevano portato in ospedale da poco. Ho visto subito da lontano gente ferma davanti a transenne e cordoni della polizia, mi sono avvicinato il più possibile, c’era grande capannello di persone alla sinistra dell’androne del palazzo. Molti in lacrime. Gli agenti sbarravano la strada. Non potevo avvicinarmi di più. Questo ho visto, Renato. Ѐ tutto maledettamente vero”.

Il nostro John Lennon. Non ci potevo credere, il più pacifico degli uomini, che aveva scritto di “Immaginare un mondo senza violenza e senza guerra”, per noi non era solo un grande artista, era un punto di riferimento, un  filosofo, un leader carismatico del libero pensiero e della musica, un poeta immenso.
E Maurizio, stravolto in quel momento ha pensato di doverlo dire subito a qualcuno in Italia, di urlare quella tragedia a noi, ai suoi amici, ai colleghi, di farlo sapere al resto del mondo, di poter condividere quel dolore. E ha pensato a me anche per informare qualcuno in RAI, visto che collaborava al mio stesso programma magari per un collegamento telefonico con la radio, se esisteva una possibilità in diretta in quel momento…

E infatti io, ancora sotto shock, telefonai in Rai. Feci tutti i numeri che conoscevo, dal centralino al direttore di rete, alle redazioni del GR. Per 5, 10 minuti nessuno mi rispose, poi riuscii a farmi passare qualcuno, uno speaker di turno che subito disse: “Io senza il direttore o un caporedattore non poso dire nulla”; mi passarono il famoso “funzionario di servizio” che dopo un vero e proprio interrogatorio, … ma lei chi è, ah… ma come faccio a sapere che è davvero lei, “beh le do il mio numero, mi richiami”… provai a dirgli . “Ma, ora vedo cosa posso fare”. Gesù, John è morto e questo non batte ciglio, non mi fa andare in onda, non chiede il numero di New York di Maurizio per avere una testimonianza a caldo su quello che è successo…. Silenzio per altri 10, 15 minuti, poi finalmente all’altro capo del filo arriva un collega del GR in notturna che mi dice: “Ma scusa Marengo, ma tu sei sicuro?… Sei proprio certo che hanno ammazzato John Lennon? Qui sulle agenzie non c’è nulla, Ansa, ADN Kronos, Italia, niente”. “Ma guarda le agenzie straniere!” – gli dico. Aspettai inutilmente altri 10 minuti. Si erano fatte le 4.30, quasi le cinque, John era morto e io e Maurizio non riuscivamo a farlo sapere ai tanti che lo amavano in Italia. La notizia fu data col GR delle otto. Cinque ore dopo la mia prima inutile chiamata in Rai».

Prestissimo, la mattina dopo, presi la subway e raggiunsi la Settantaduesima Strada dove si ergeva l’austera mole del “Dakota”, residenza di John e Yoko Ono. Dovevano essere le sette. Dieci gradi sottozero. Glenn Lowery mi aspettava con la videocamera Beta professionale. Tanta gente si accalcava in fila sui marciapiedi, dall’una e dall’altra parte della Strada. Fiori dovunque, candele accese, altoparlanti che diffondevano canzoni dei Beatles e persone che cantavano. Una scena irreale. Lacrime ghiacciate sui visi affranti. Cercai di descrivere quello che era avvenuto con voce tremula e fra i singhiozzi al microfono che mi tremava in mano. Glenn aveva il passi come operatore rilasciato dalla polizia di New York.  Riprendeva tutto. Ho superato con lui il cordone e sono riuscito ad arrivare all’ingresso dell’androne del palazzo. C’era ancora il sangue di John sul pavimento. Glenn è andato al suo studio, ha montato il tutto e ne era venuto fuori un servizio di una decina di minuti che si chiudeva con questa mia frase: “New York è il centro del mondo e gli anni Ottanta saranno bellissimi”. Il gelo e l’emozione mi facevano balbettare. E purtroppo non sapevo quello che dicevo. Nella tarda mattinata, con la cassetta Beta sottobraccio raggiunsi la RAI Corporation, sulla Cinquantasettesima. Bussai timidamente alla porta dell’ufficio di Paolo Frajese, allora corrispondente del TG1. Mi accolse, mi sedetti e gli dissi che avevo il servizio pronto. Mi rispose seccamente che non se ne parlava e che se ne sarebbe occupato lui. Il mio servizio non è mai andato in onda su nessuna emittente italiana. Forse aveva ragione Frajese, ero solo un giornalista musicale free lance a cui piacevano tanto i Beatles e i Rolling Stones. Ma New York era la mia città.

Roma, 9 Dicembre 2020

L’articolo è stato pubblicato l’8 Dicembre 2020, sul quotidiano online LA VOCE DI NEW YORK, fondato e diretto da Stefano Vaccara. Ringrazio l’amico e collega Massimo Jaus, responsabile della pagina di Politica interna USA de LA VOCE, per avermi richiesto il pezzo, che sul sito della testata newyorchese è leggibile a questo link: https://www.lavocedinewyork.com/people/nuovo-mondo/2020/12/08/quando-corsi-al-dakota-per-raccontare-allitalia-che-john-lennon-era-stato-ucciso/?fbclid=IwAR33N0nb4vjin2E2_D20B26OTVuVA5zjoBoNybd3LfVBcPV0qnGxJ8DLpL4