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Editoriale/articolo di Maurizio Baiata

2 Novembre 2022

L’articolo che appare dopo questo breve testo introduttivo, risale alla fine degli anni Ottanta, quando in me la ferita della morte di John Belushi non si era ancora rimarginata, e guarita non lo è ancora oggi. Lo scrissi, paragonandone un po’ il destino di attore scomodo alla figura artistica del principe De Curtis, in arte Totò. Per entrambi, il popolo aveva decretato un successo straordinario perché insuperabili nel far ridere la gente che era sulla loro stessa lunghezza d’onda. Ma per la critica e la casta del cinema, che fosse Hollywood oppure Cinecittà, erano parte di un sottobosco, immeritevoli di cenare allo stesso tavolo di produttori e registi di grido, erano guitti da avanspettacolo. Due spiriti liberi come loro, il meglio lo avrebbero potuto dare se e quando i registi li avessero compresi e ne avessero valorizzato le qualità anche drammatiche, non da meri attori comici.

E, per me, parlare di Belushi torna prepotentemente attuale alla luce della sua fine, improvvisa e drammatica. Fu il suo personal trainer Bill “Superfoot” Wallace, la mattina del 5 Marzo 1982 a trovarlo privo di conoscenza nella sua stanza dello Chateau Marmont, albergo sul Sunset Boulevard, nella zona di West Hollywood a Los Angeles. Il campione di karate cercò di rianimarlo, ma fu tutto inutile. John era stato stroncato da un micidiale mix di droghe pesanti, eroina e cocaina. Il mattino dopo scrissi un fondo che Il Progresso Italoamericano pubblicò in prima pagina. Se ben ricordo, si intitolava “Se alle star del Rock non si perdona”. Perché la campagna diffamatoria era già partita. Dicevano che se l’era cercata, era un depravato, un drogato, la cui vita sregolata era un pessimo esempio per i giovani americani che lo idolatravano. Se moriva una rock star poco male, dunque. E quella notte tutti lo avevano lasciato solo a morire, se lo meritava. Per forza, appartenevano ad un altro mondo, un’altra realtà che a lui non faceva paura e che trattava con lo sberleffo, la battuta sarcastica, il “ma mi faccia il piacere” di Totò che significava “io da questa roba sto alla larga”. Epica una battuta di Belushi in una scena di “The Blues Brothers”: “Io li odio i nazisti dell’Illinois!”, una battuta che oggi vale molto di più di 40 anni fa.

Quando la libertà viene messa palesemente in discussione con un decreto legge che, palesemente, può essere applicato nei confronti di chiunque si associ a più di 50 di suoi simili sospettati di dissenso, non mi sembra possa interessare solamente una generazione che nei “rave” ha trovato a torto o a ragione un mezzo usato di tanto in tanto per andare oltre il grigiore dei nostri giorni. Ora, mi ritorna in mente una frase simbolo della controcultura giovanile, la “Sex and Drugs and Rock & Roll” coniata dall’artista punk inglese Ian Dury nel 1977… La ricordate? Wow, quanti guai ha combinato, vero? E basta il ricordo di Bluto per commuovermi facendomi sorridere.

Il Senatore Blutarski riposa felice a poca distanza dalla sua villa di Malibu, in un boschetto pieno di fiori, con le aiuole ben curate dal fido Chance Giardiniere. Si è spento dolcemente, confortato nel momento del trapasso dalla vetusta governante, Mary, dal maggiordomo Stewart e i vicini di casa, il proprietario terriero Aykroyd e consorte, notoriamente dedita all’allevamento di bachi da seta. Il Senatore Blutarski è morto all’età di 87 anni, dopo averne spesi più di sessanta al servizio della Nazione, dello stendardo a stelle e strisce e della pubblica moralità. È stato un esempio, un modello per tutti, soprattutto per le nuove generazioni.

In realtà la storia di “Bluto”, questo il soprannome dell’integerrimo senatore, è un po’ diversa. Bluto è stato – nei pochi anni della sua esistenza terrena – il più irriverente cattivo esempio, il più eccessivo e oltraggioso bestione del cinema americano. Uno che a Washington ha assestato scossoni violentissimi e disgustosi, come quel gigantesco brufolo spremuto in faccia ai bacchettoni compagni nella cafeteria del college.

E perciò non riposa in un campicello fiorito, la sua anima è andata diritta in purgatorio, se è andata bene (c’è chi dice di averla vista vagare per i bassifondi di East Los Angeles – ahimé mal frequentati): il capitolo della sua vita è insomma scritto a chiare lettere nel libro dei cattivi. Alla lettera B come Belushi. Al funerale di John, il fido Dan precedeva il feretro in sella a una Harley Davidson (i due amici se l’erano promesso, di accompagnarsi sino alla fine alla loro maniera), ma poche altre nomi di Hollywood erano presenti, la maggioranza rintanata nel tepore di ville di plastica, protette da gorilla di plastica, vivendo una vita di plastica. Falsa e immorale, nella vergogna di non brillare quel giorno. Dato che Belushi ciò che ha fatto lo ha fatto alla luce del giorno. Si è ammazzato davanti a tutti ingurgitando quei cocktail di “speedball” (la mistura di eroina e cocaina sparata per endovena) conditi da alcool e psicofarmaci. Morendo male, malissimo. Da solo.

Una domanda, alla sua memoria: che ci sia un posto, magari nei dintorni del Paradiso, dove tutti questi angeli maledetti stanno lì, a divertirsi, ridendo, cantando e suonando? Se c’è, John Belushi guida una sgangherata compagnia di increduli talenti destinati all’eternità. Un’armata alla cui testa troviamo lui, scimitarra in pugno, maglietta nera con scritta oscena sopra, bandana da pirata sulla testa, che urla a squarciagola “Siamo tutti qui e nessuno ci può fermare!”.

Il talento di John Belushi, la sua irrefrenabile forza d’attore puro non sono stati – nelle pellicole interpretate – recepiti e compresi completamente. Ad un’analisi di questi film, se appaiono chiare le caratteristiche dissacranti del suo essere totalmente in sintonia con i personaggi partoriti sotto la guida di Landis (ad esempio), vi si leggono anche i limiti di sceneggiature e regie che hanno “compresso” l’uomo prima che liberare l’attore. Chiuso in se stesso nella vita, John sfogava in celluloide ciò che gli veniva richiesto, goliardia pura e velocità carnascialesca. Vi si vedono – seppure trasversalmente – gli stessi problemi incontrati da Totò, anche lui sfruttato vergognosamente sino alla fine, tranne rare eccezioni, vedasi Pasolini. E, come per il principe De Curtis, Belushi ha espresso il meglio quando è stato lasciato totalmente libero di penetrare nelle pieghe della comicità autoironica, sarcastica e triste, psicologicamente perdente e non nella macchietta e nella satira tout court. Restano – è vero – immortali le sue gag di uno sgangherato capitano Kirk dell’Enterprise, o di un Ludwig van Beethoven sordo come una campana che si trasforma in Ray Charles, ma, a chi ne abbia amato le performance mirabolanti del Saturday Night Live e successivamente il suo cameo nello special fine serie del fortunato show, resta ancor più viva l’impressione di quegli occhi grandi e soli che vagano sulle tombe degli amici, in un epitaffio a rovescia che lascia con il cuore trafitto nei lunghi struggenti istanti in cui John recita il suo addio alla vita per presto ricongiungersi ai colleghi defunti.

Una sconfitta totale, la morte di John Belushi, per molti di noi che avevamo creduto in lui. E in un’altra Hollywood che non è mai esistita.

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Jerry Cutillo & O.A.K.

Recensione di Maurizio Baiata – 31 Ottobre 2022

Se al genio viene impedito di comunicare il proprio pensiero, di fornire prove tangibili dei risultati che la sua opera produce, se quando al risveglio del mattino i suoi occhi si spalancano oltre le frontiere del cosmo e nel contempo gli si nega il diritto di sperimentare oltre le barriere, si direbbe si viva ancora in pieno oscurantismo dove il pensiero dominante è quello della chiesa, qualunque essa sia, anche quella della scienza ufficiale.

Dal dodicesimo secolo in poi con l’inquisizione, sino a Giordano Bruno… il lume della ragione, ma solo terrena e umana, ha sempre dominato nel “vecchio continente” e se da una parte c’era già lo sguardo verso il cielo degli astronomi, nel tempo di Galileo e Keplero erano gli strumenti ottici dell’epoca a guardare verso le luci della notte, possiamo anche immaginare che un’altra tensione, quella del Suono, proiettasse i liberi spiriti verso la Luce.

Oggi Jerry Cutillo e i suoi O.A.K. aprono l’album “Lucid Dreaming and the Spectre of Nikola Tesla” come si apre un libro magico delle meraviglie terrestri, passanti da “La Danza delle Ore” di Ponchielli a “L’Apprendista Stregone” di Dukas, nelle renditions animate di Disney. Si inneggia alla “LUCE” in “Everything is Light” e si badi non è uno slogan da newagiani fulminati, qui si tratta di un album di Rock Progressivo che nei testi, nei suoni, nelle atmosfere, nei racconti che ripercorrono idealmente la vita di Nikola Testa, l’Uomo Fuori dal nostro tempo (quello che sentiamo scorrere), potevano solo essere resi nella forma di suite, divise in movimenti senza soluzioni di continuità. A quello che parrebbe essere un “concept album” Cutillo ha dato un respiro di natura quasi selvaggia, quindi libera la tua immaginazione, caro ascoltatore, in questi solchi non troverai solo la storia del genio croato, ovunque ci sono alchimie inusuali, come quelle di flauto e percussioni e negli impasti vocali scorre l’adrenalina della tensione dell’Uomo Tesla in una città che lo vide osannato e sopraffatto, la “New York” che lui avrebbe voluto illuminare grazie al suo libero pensiero assoluto.

Non si può essere sottoposti a una ragione da considerare come una divinità pagana, se non si sogna. “Learn to Run in Your Dreams” è a mio avviso il pezzo centrale dell’album, la portante della seconda facciata che dà luogo alla magnifica “The Comet and the Dreamer” con l’entrata vocale di Oljia Karpova e si capisce che se davvero la ragione è una dea femminile, è solo umana. Musicalmente, qui Cutillo osa ancora più che in passato, sia rispetto a “Giordano Bruno” sia a “Nine Witches”, avventurandosi su ascese piene e potenti con andamenti orchestrali, come in “White Wings”, e l’incedere facendosi drammatico non è mai stucchevole, la ritmica ha una progressione che d’improvviso ci regala un wha wha quasi ancestrale che dialoga col flauto. Si capisce, è vero, fin qui il cammino è stato sin troppo intenso. Allora, per questo, il lavoro di Cutillo vuole salutare il genio di Tesla con dolcezza, affidandosi alla voce di Laura Piazzai nell’apertura di “Silver Cord” come a creare un ponte di voce e suoni con Lui, la solennità di una chiesa, ma sconsacrata. Mi ha ricordato, nei brividi che percorrono il mio corpo in chiusura, la “Gandharva” di Beaver & Krause, in cui anziché al sax di Gerry Mulligan tutto viene affidato alle astrali note della Piazzai.     

Se avessimo dovuto aspettare ancora un secolo per rendere omaggio in musica al genio più misconosciuto della nostra era moderna, tutto sarebbe rimasto uguale. Invece in un coraggioso album di rock d’avanguardia, il fulgido passaggio di Nikola Tesla in Terra viene ricordato con emozione e Amore e nessuno lo può tacere. Perché non è vero che là fuori nessuno ci ascolta. E Nikola tiene accese tutte le luci del cielo nella nostra anima. 

Oltre che nei negozi specializzati, il cd si può acquistare entrando nel sito della casa discografica Aereostella che lo pubblica, a questo link:

https://www.aereostella.com/categoria-prodotto/e-shop/

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CONFERENZA SULLA DIPLOMAZIA EXTRATERRESTRE 2022

COSTRUIRE INSIEME UN’AMBASCIATA RICONOSCIUTA DALL’ONU

PER IL CONTATTO CON GLI EXTRATERRESTRI

GIOVEDÌ 6 OTTOBRE 2022

IN STREAMING INTERNAZIONALE – ORE 24:00 (Italia)

Per acquistare il biglietto andare sul sito https://alliance4et.org/ 

Procedere all’acquisto, seguendo le indicazioni del sito e inserendo il codice: ETDC2022 si potrà ottenere uno sconto sul prezzo del biglietto.

La registrazione verrà resa disponibile gratuitamente per tutti sul canale Youtube della Conferenza entro due mesi successivamente all’evento.

I contenuti della Conferenza  

La ETDConf2022 è una conferenza internazionale che riunisce esperti della questione extraterrestre e appassionati delle tematiche concernenti le civiltà extraterrestri, al fine di discutere i possibili piani della Terra mirati ad avviare relazioni diplomatiche con una civiltà extraterrestre avanzata e darle il benvenuto sulla Terra. Nel riconoscere e accettare le differenze esistenti fra quella terrestre e altre civiltà, intento della Conferenza è proporre a livello mondiale la nostra disponibilità a prendere parte a processi diplomatici su una scala più ampia rispetto alle dimensioni del nostro piccolo pianeta blu. Insieme, renderemo l’umanità più pronta ad accogliere quei popoli extraterrestri desiderosi di incontrarci ufficialmente e apertamente. Si potranno ascoltare le organizzazioni che sostengono questa iniziativa e i progetti che ci stanno portando verso contatti e discussioni ufficiali pacifiche con gli extraterrestri.  È un luogo di pace, idee e azione, che ci avvicina a un’umanità unificata che si unisce a una comunità galattica di cui sappiamo poco.

Organizzazione senza scopo di lucro

L’Alleanza è un’organizzazione canadese senza scopo di lucro, registrata come società federale, priva di personale retribuito, che opera esclusivamente con un team di volontari appassionati. I fondi per l’Ambasciata ET appartengono al Progetto Ambasciata ET, mentre fra i fondatori di supporto c’è il Movimento Raeliano Internazionale.

In quanto tale, i fondi donati vengono raccolti e utilizzati solo per pagare i costi amministrativi, legali, contabili e promozionali.

L’ALLEANZA PER IL CONTATTO DIPLOMATICO EXTRATERRESTRE

La MISSIONE: ACCOGLIERE LE CIVILTÀ EXTRATERRESTRI

L’Alleanza per il Contatto Diplomatico Extraterrestre (AEDC) è una rete internazionale costituita da diplomatici, politici, funzionari governativi, esperti di questioni extraterrestri e persone interessate, con l’obiettivo comune di accogliere le civiltà extraterrestri per stabilire missioni diplomatiche sul nostro pianeta.

Registrata come entità senza scopo di lucro, l’AEDC ritiene che il primo e fondamentale passo per costruire una ambasciata per le civiltà extraterrestri sia la creazione di un quadro diplomatico internazionale inerente tali contatti, preferibilmente basato sulla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche (1961) e sui due protocolli opzionali in essa presenti. A tal fine, l’AEDC ne ha redatto un terzo, provvisoriamente intitolato “Protocollo opzionale relativo alle ambasciate per gli extraterrestri” e sta promuovendo le discussioni e gli emendamenti che porteranno alla sua adozione.

L’AEDC inoltre fornisce consulenza e informazioni autorevoli ai governi per aiutare i loro ambasciatori, militari e politici a comprendere la natura e il significato di contatti con civiltà extraterrestri e a promuovere lo sviluppo di politiche adeguate.

PROTOCOLLO AGGIUNTIVO

PER GLI EXTRATERRESTRI SI RICHIEDE

UNO “STATUS DIPLOMATICO SPECIALE”

L’Alleanza e il promotore del progetto Ambasciata per gli Extraterrestri hanno redatto una bozza (o documento simile) di un terzo protocollo opzionale alla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche, per concordare disposizioni diplomatiche internazionali per i contatti ufficiali con gli Extraterrestri.

La Convenzione di Vienna e i relativi protocolli opzionali sono stati ratificati da quasi tutti i Paesi del pianeta e, finora, hanno soddisfatto le esigenze dei Paesi firmatari. Tuttavia, è sempre più evidente che le civiltà extraterrestri (da tempo, N.d.R.) ci stanno mettendo sull’avviso al fine di prepararci a un contatto ufficiale. L’umanità è giunta a un punto tale da richiedere che la Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche venga modificata, aggiungendo uno specifico protocollo (riguardante la creazione N.d.R.) di ambasciate per gli extraterrestri, in preparazione per un evento di tale storica importanza. Un protocollo concordato a livello internazionale significherà che le Nazioni Unite – o qualsiasi Paese firmatario – saranno pronte per l’annuncio ufficiale di un contatto extraterrestre da parte di una determinata nazione.

TABELLA DI MARCIA DEL PROGETTO

Dal 1974 abbiamo lavorato duramente per organizzare, sviluppare e realizzare il nostro progetto. L’Alleanza è una tappa del piano. Siamo al lavoro. Abbiamo già tutto il necessario per edificare l’ambasciata nel territorio più adeguato. Dobbiamo ottenere che l’ONU discuta e integri i Protocolli Opzionali per il Contatto Extraterrestre, e poi il processo costitutivo dell’Ambasciata per gli Extraterrestri potrà iniziare.

1974

Nasce il concetto di Ambasciata per gli E.T.

1994

Conferenza stampa di presentazione del modello di Ambasciata di E.T. in Svizzera.

2016

Creazione del team di contatto diplomatico.

2019

Prima risposta delle Nazioni Unite.

2020

Creazione dell’Alleanza per il Contatto Diplomatico Extraterrestre

2021 – 2022

Iniziativa diplomatica

Organizzazione di una conferenza per discutere il protocollo opzionale alla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

2022 – 2023

Firma del Protocollo opzionale

Ottenere la firma del Protocollo da parte di almeno tre Paesi.

2023 – 2025

Analisi dell’ubicazione del sito

Individuare si siti idonei per il progetto E.T. Embassy nei Paesi che hanno firmato il Protocollo facoltativo.

2025 – 2027

Acquisizione del sito

Scelta del sito preferito identificato, acquisito e trasferito, insieme a un accordo sulle principali infrastrutture esterne. Finalizzare gli aspetti legali del progetto dell’ambasciata del TCE.

2027 – 2030

Pianificazione e realizzazione

Pianificazione generale, progettazione architettonica e ingegneristica, approvazioni, contratti e messa in funzione. Costruzione del complesso dell’Ambasciata ET, compreso un modello a grandezza naturale dell’Ambasciata che sarà aperto al pubblico.

2030

Dal 2030 l’ambasciata opererà in modalità custode, in attesa del ritorno della civiltà extraterrestre sulla Terra.

                               AIUTATECI A FARE LA STORIA!

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Da tre decenni mi occupo delle cosiddette “esperienze di contatto”, comunemente note come “rapimenti alieni” e in inglese “abductions”. Il punto focale che emerge da ognuna di queste umane vicende è rappresentato, da una parte, dalle persone stesse che ne sono protagoniste e dall’altra dalle misteriose entità che ne sono autrici e/o esecutrici. Di questo e molto altro parlerò il 30 Settembre a Sondrio, nella conferenza incontro “LA NUOVA UFOLOGIA – IL MISTERO DELLE ESPERIENZE DI CONTATTO”, che si terrà presso la Libreria Il Faro dalle 20.30 in Poi. Questa la locandina dell’evento.

La questione va avanti da troppo tempo per non avere un fondamento effettivo e a tutt’oggi chi se ne sia occupato seriamente sul piano professionale, quindi indagandole e cercando di inquadrarle secondo una linea razionale e coerente, si è sempre trovato in difficoltà. Chi non lo ammette fa un torto alla propria intelligenza e, arrogantemente, impone agli altri le proprie visioni e teorie, similmente al portatore della Luce della Conoscenza fra noi mortali, sostenendo di aver risolto la questione. Mentre risolta non lo è affatto. 

Semplificando, i versanti sui quali si pongono i “ricercatori” che hanno la verità in tasca sono tre.

Il primo è costituito da coloro i quali propalano urbi et orbi (non a caso) la propria verità in termini rivelazionistici. Ovverossia, questi signori, illuminati da una sorta di fiamma “cristica universale”, si fanno latori di una teoria sorretta da una pletora di storie contattistiche (reali o inventate che siano) attribuite esclusivamente ad una non meglio identificata fonte superiore. Essa guarda al genere umano con occhio benevolo ancorché selettivo, perché interverrà al momento opportuno, in un giorno ormai assai prossimo, nelle segrete cure del destino umano, giungendo con le proprie schiere a bordo di vascelli celesti a prelevare una schiera relativamente sparuta di eletti che, beati loro, verranno risparmiati dalla distruzione del mondo che conosciamo. Addotti, contattati, contattisti, experiencers di vario genere saranno fra questi prescelti. Da chi, come e in base a quale specifico fattore che li contraddistingua, non è dato sapere, ma in sintesi la situazione si condensa in un astruso paradigma basato sul concetto di “fratellanza cosmica”.

Sul secondo versante si situano esperti appartenenti o provenienti dalla comunità ufologica italiana in particolare, che si occupano del “fenomeno abduction” e agiscono in base all’assunto che i fenomeni di contatto siano da interpretare in una chiave di lettura totalmente negativa. Partono dalla evoluzione della classificazione Hynek (CE of the I, II, III Kind), inserendo tali esperienze nella casistica degli “Incontri Ravvicinati del Quarto Tipo”, la cui parabola si conclude nel peggiore dei modi per gli “experiencers”, che non hanno alcuna via di scampo. Prelevati contro la loro volontà, sottoposti ad ogni genere di intrusione e sopruso psicofisici, alla fine saranno ridotti a vittime ridotte a stato larvale, in quanto deprivati del proprio soffio vitale, l’anima. Tali orribili operazioni, eseguite da una pletora di diverse specie di esseri alieni cattivi al servizio di altrui volontà mere espressioni di “intelligenze superiori” site in un macrocosmo universale fantastico, configurano ahimé uno scenario apocalittico più o meno quanto il primo, condito inoltre dalla presenza e l’interessato supporto di spregevoli individui umani, prevalentemente militari appartenenti ai servizi segreti, come se non bastasse.

Al terzo versante appartiene una sfiancata legione di gregari iscritti a gruppi ufologici che, limitati all’osservazione del cielo e in attesa dell’apparire di un UAP, preferiscono non avventurarsi in un campo oggettivamente per loro minato e, tutt’al più, chiamano a raccolta psicologi e ipnologi dicendo loro di occuparsi dei presunti addotti che a loro speranzosamente si erano rivolti. Quasi mai ottenendo un qualche aiuto concreto.     

“Quelo” e l’Empatia

In tale marasma, il soggetto che queste esperienze ritiene di averle vissute veramente e di volerne superare il trauma, inizia un percorso personale che lo porterà a cercare risposte bussando a qualunque porta, nel classico pellegrinaggio delle “sette chiese”.

Dal mio canto, non essendo il sottoscritto “Quelo”, un guru biancofiore o un santone scientista, chi nel corso degli anni ha voluto rivolgersi a me soprattutto per avere un interlocutore “empatico”, lo ha fatto sapendo che sono stato anche io protagonista di un tale fenomeno di prelevamento nel lontano 1999. Per empatia si dovrebbe intendere a mio avviso quella qualità che caratterizza l’essere umano che, nel nostro caso, consente di considerare in primis la persona nel suo intimo, “sentire” anche propria la sofferenza dell’emarginazione dell’altro. Empatia vuole anche dire risonanza.

Il protagonista di queste vicende ha a lungo lottato contro il muro di difficoltà comunicative nel rapportarsi a chi gli/le sta vicino, nelle relazioni familiari e sentimentali, con amici e conoscenti, sul lavoro e in “società. Ha quindi intrapreso un difficile percorso cognitivo, in cerca di risposte dagli “specialisti”. I medici, che quasi mai conoscono la questione e gli/le hanno consigliato delle terapie a base di psicofarmaci. Altri esperti hanno proposto le ipnosi, inducendolo a credere che potrà così “liberarsi” dal giogo dei suoi malvagi rapitori. Per non dire di chi sia finito nelle grinfie di operatori dell’occulto e di esorcisti, con ovvie ripercussioni, o dei santoni olistici che, come abbiamo visto in apertura, rientrano nella categoria dei predicatori illusionisti che ti fanno il lavaggio del cervello inculcandoti la certezza che la tua salvezza viene dallo spazio.

Fortunatamente, non tutti gli experiencers (o addotti) vivono solo nella paura, sanno anche che c’è dell’altro e si dicono “devo trovare qualcuno che ha vissuto le stesse esperienze” e finiscono per imbattersi nel sottoscritto, con la speranza di essere ascoltati. Nel corso degli anni mi sono esposto sentendo la responsabilità di testimoniare la mia unica (che io ricordi) esperienza risalente al 1999, ma sia chiaro che ho sempre dato più importanza ai testimoni, che non ai ricercatori in campo ufologico.

Chi non sia ricorso agli psicofarmaci o all’acqua benedetta, man mano sente dentro di sé emergere componenti sopite, già facenti parte della propria vita, prive di connotazioni negative, che possono provenire da nuclei familiari in cui il mondo dell’altrove e del sovraumano sono accettati e non esclusi. La paura maggiore è la natura materiale dell’essere diverso sotto forma di entità aliene.

A quel punto le persone devono collegarsi all’idea di una partecipazione attiva a quello che stanno vivendo, non subendo i fenomeni, ma facendone parte….

Per far questo hanno bisogno di informarsi, avendo un approccio obiettivo, neutrale, che non presuppone un giudizio, di qualsiasi natura, altrimenti ricadono nella dimensione della paura dell’essere giudicati e condannati per quello che vivono e che sono.

Ecco la NUOVA UFOLOGIA. La cui realtà appartiene alla vita quotidiana, non è astratta, aleatoria, o vista nei programmi in televisione, no. È una disciplina che analizza gli accadimenti e le conseguenze che essi provocano nella vita di alcune persone, o meglio, di quanto emerge dal loro vissuto qualora e se siano in grado di comunicarlo. Se questo viene loro impedito, se il soggetto viene emarginato e perseguitato, ecco l’oscurantismo medioevale, ecco l’inquisizione, ecco la pira per Giordano Bruno, ecco la manna per i guru degli extraterrestri o cattivissimi o buonissimi. E ci si guadagna alla grande.     

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A 46 anni dalla sua pubblicazione su “Gong”, un articolo che invita ancora ad alzare la voce per cambiare il mondo

Di Maurizio Baiata

Il numero di “Gong” con la Lettera Aperta

3 Agosto 2022

Un mio articolo intitolato “Lettera Aperta – In difesa di Francesco Guccini” venne pubblicato nel numero 4 dell’Aprile 1976 di “GONG”, mensile di musica e cultura, concorrente di “Muzak” nel cui Collettivo di Redazione militavo come responsabile del Rock. A quel che ricordo, il pezzo su Francesco mi fu richiesto dal Direttore di “Gong” Antonino Antonucci Ferrara e dal caposervizi Peppo Del Conte, durante una mia visita a Milano. Eravamo in macchina insieme al mai dimenticato Marco Fumagalli. Si parlava dei cantautori, nei confronti dei quali il periodico nutriva un malcelato “distacco”, se non avversione, come provavano le sue pagine sempre prive di articoli sui nostri cantautori. Io invece ne amavo uno svisceratamente, Francesco Guccini e mi dissi disponibile a scrivere un pezzo su di lui. Lo avevo incontrato e intervistato già un paio di anni prima per Ciao 2001 e Guccini, dal canto suo, aveva scritto “L’avvelenata” indirizzandola ai critici musicali, in particolare il recensore più famoso del settimanale romano (“il prete”), e la “penna” più prestigiosa di “Gong” (menzionato con il cognome). 

Il contenuto di questo articolo, qui riproposto integralmente, credo sia attuale ancora oggi. Se nella “Lettera Aperta” di allora invitavo Francesco ad esporsi ancora di più riappropriandosi del suo ruolo di cantore delle cose vere, piccole o grandi che fossero, per cambiare la società anche sapendo che essa non sarebbe mai cambiata, oggi, in un Paese pressoché ridotto al silenzio e musicalmente avvilito nel totale e conformistico “disimpegno artistico”, quanto vi accingete a leggere sarebbe bello fosse recepito dalle voci non allineate, che vogliano tornare ad ergersi “cantori delle cose vere”, assestando così mortiferi ganci sinistri al fegato del cicaleccio politico e dei media asserviti al potere. Lasciandoli senza fiato, piegati su stessi, sorretti dai secondi sino all’angolo uscendo pietosamente di scena. A questo serve l’arte della parola, cantata nel vento. 

Ospitandomi sulle sue colonne, nel corsivo introduttivo alla “Lettera Aperta a Francesco Guccini”, la Redazione di “Gong” presentava le ragioni della propria scelta editoriale. Eccole.

Abbiamo sempre manifestato la nostra profonda diffidenza per il filone cromato in oro dei cantautori italiani, per il loro facile e sospetto successo commerciale. Ospitando questo intervento non intendiamo cospargerci il capo di cenere, né fare precipitosamente macchina indietro. Semmai vogliamo dimostrare che non esistono in Gong atteggiamenti settari e chiusure irrazionali. Molti di noi condividono solo in parte gli argomenti di Baiata, ma da essi è comunque possibile avviare sulla sostanza e non sui miti un dibattito che giustamente si muove dal musicista più rappresentativo, capostipite forse involontario di un modo di far musica all’italiana.

«La casa sul confine dei ricordi, / la stessa sempre come tu la sai / e tu ricerchi là le tue radici / se vuoi capire l’anima che hai… »

«Si alza sempre lenta come un tempo / l’alba magica in collina, / ma non provo più quando la guardo / quello che provavo prima, / ladri e profeti di futuro / mi hanno portato via parecchio, / il giorno è sempre un po’ più oscuro, / sarà forse perché è storia, / sarà forse perché invecchio…»

Due anni separano questi testi ed il mare gucciniano è mutato profondamente, la sua forza cresciuta, nella violenza fatta a se stesso di raccontare la propria vita – son sempre qui a vivermi addosso – nella sincerità di una storia personale che Francesco offre ormai senza ricorrere più a simbolismi e favole, mentre il suo linguaggio pessimista, ancora dolce, va giusto in fondo all’anima – «bere il vino sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore» – e ti accorgi che questa musica, queste parole ti appartengono, come le avessi scritte tu, anche nella fatica di un riconoscersi scomodo, forse squallido. Guccini, ovvero una generazione che in lui si riflette, lasciata andare nel Dopoguerra e nel mito, persa nelle contaminazioni delle storie di partito, nelle non realtà di una vita quotidiana che ha rinunciato all’ideale politico, ha finito la speranza.

Eppure la crescita di questa generazione è stata cantata nel segno di una disfatta del coraggio, nel racconto di piccole storie quasi insignificanti – la canzone della triste rinuncia, la canzone della bambina portoghese – in cui esiste un’interazione che Guccini ha sempre cercato, voluto nonostante i suoi racconti divenissero col tempo più freddi e difficili, coraggiosi in quanto sinceri, dalla lotta infantile alla grande rivoluzione di classe, tutto ha un suo significato reale, che è coscienza dei fatti e speranza senza ipocrisia, proprio nella vita quotidiana.

Due anni, ed il passaggio dai temi del «tempo andato» a quelli della realtà di ogni giorno: non c’è stata frattura, non sono analisi di due diverse realtà sociali, bensì la logica di ogni giorno, nei pensieri spesi alzandosi al mattino, chiedendosi i perché di una giornata da vivere intensamente. Ed è giusto in questo il rifiuto, da parte del modenese, di cantare il tout court, magari stupendo gli ascoltatori nel coraggio con cui il tema è esposto, quando Francesco va a scegliere il suo «momento storico» con coscienza, analizza il tempo di vivere, non più quello di sognare sulle cose perdute o mal fatte.

Le «stanze» dimostrano i rifiuti per le cose piccolo-borghesi, i rifugi ai quali approdare nei momenti di sconforto, le isole irreali ma razionali che sono la droga ed il bere, sono il viversi addosso «da poeta ed ubriaco, quando picchierai la testa contro i tuoi perché», sono la coscienza di non chiudersi nel ghetto dei ricordi e delle omissioni, quando in Guccini esprimere la vita quotidiana è ormai segno di consapevolezza politica.

Cosa ci ispirava, cosa ci colpiva di lui? Gli anni, i mesi ed i giorni che passavano, il riflusso di esperienze quotidiane, il déjà vu di dolci esperienze d’amore e quindi era il sogno, quando il sogno non ha valore né significati, perché l’uomo che basa la sua vita, anche per un solo istante, sulla segretezza di un ricordo, di un momento passato, non è più uomo, non crea, non vive, né individualmente né socialmente.

Questo stato di cose, il comprenderle, ecco il problema che tanto scotta ai gucciniani convinti, ai convinti assertori di vite che sono il riflesso di altre vite, di passioni che sono rimembranze, di strade di provincia cui incatenarsi per giungere alle nuove città del pensiero, di solitudine di esistenza di amore a metà di comunicazione falsa, insomma le cose che fanno una canzone, cioè quello che Francesco ha sempre combattuto.

Lentamente, questo poeta che poeta non è, ha superato una fase critica gravissima, si accosta ai quaranta con una gioia inimmaginabile, e resta il solo in grado di comunicare pienamente – forse insieme e soltanto ad un Gaber – una sua verità personale, che ci appartiene perché specchio di ogni giorno, perché è politica, lotta in famiglia, in fabbrica, perché è vivere da immigrato e in servizio militare, in banca o alle presse della Fiat. Ed è questo per Guccini l’uscire dal ghetto, solo attraverso l’appartenenza ad una coscienza di classe, e non ai giochi del sistema. Si potrà obbiettare che tutto questo, alla luce degli album, discografici, non appare. Si potrà dire di un Guccini ermetico, schivo all’abbraccio caloroso con la gente, si potrebbe accusarlo di revisionismo, di far musica per una élite ristretta, non si comprenderà il Guccini liberato finalmente dalla paura di cantare La locomotiva o Primavera di Praga, di urlare in faccia alla gente, con rabbia.

Del vecchio Francesco, per quello che ci attendiamo da lui, dovrebbe apparire tra poco il suo nuovo Lp, di nuovo a due anni di distanza dal precedente, non è rimasta che la maturazione, la musica «dylaniata» estrapolata finalmente dal contesto americaneggiante, mitico della giovinezza, è nata in lui una prosa realistica, che non ha bisogno dell’America per esprimere quanto avviene in Italia, non cerca il sogno per simboleggiare una realtà scottante, non crede in terre mitiche o bolle pontificie con le quali suggellare e chiudere una persona nel suo nuovo ghetto che anche Francesco, un tempo, può aver aiutato a costruire, sbarrando il passo al verismo quotidiano, rifugiandosi, sull’Isola non trovata od alla ricerca delle sue Radici.

Francesco comunque ha fatto, e deve fare soprattutto, ben altro, ed il prossimo lavoro lo vorremmo più immediato e polemico, che parli senza inutili enfasi della condizione operaia, che dica dei lunghi mesi di naja, che racconti della droga governativa, che riporti lo scandalo di un paese come il nostro, che le sue stanze si allarghino alle strade, respirino senza «cultura millenaria sospesa in aria»: Francesco ha fatto promesse che vanno mantenute.

Dovrà ancora una volta spogliarsi di tutto, lasciare che le cose gli scorrano intorno e cantarle, ancora più crudamente e con coraggio, una forza che non gli è mai mancata ma che potrebbe stemperarsi nell’età, mentre «le strade sono piene di una rabbia che urla più forte» e gli anni hanno privato di bellezza anche quel Sessantotto che l’uomo ha vissuto… Ed ora un mare di domande, l’anarchia affiorante nei testi, il socialismo, il populismo, la «cultura» di cose americane, la professione, ma insomma ci attendiamo solo delle precise risposte, che Venditti e De Gregori e Dalla sembrano voler lasciar alla «poesia», al successo delle cose dette a metà; e Francesco, solo lui, sarà ancora lo specchio di una generazione, delle sue irrealizzazioni, della sua paura di vivere.

Compito durissimo, quello di Guccini, rendere testimonianza ad ogni passo, in barba anche ai più neri pessimismi. «E poi e poi gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose; e tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote; e tutti, sai ti san dire come fare, quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual è il vero vero; e poi e poi, tutti chiusi in tante celle, fanno a chi parla più forte per non dire che stelle e morte fan paura». Sono parole di Francesco, di qualche tempo fa – La canzone della bambina portoghese – che non tutti hanno compreso, un dramma che era speranza, non la gioia semplice ed inutile di un’esperienza negativa, gucciniana, e quanto è stato scritto mentre non si comprendeva che il succo era che «quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere».

Maledizione, Francesco è riuscito a dirlo, senza mezze frasi, perché il suo vivere è anche il nostro, chiede semplicemente un dialogo che l’industria, la società, il sistema gli negano come uomo e come artista.

Ancora una domanda – la lettera aperta, ecco la formula giusta per un articolo – di avere coraggio sino in fondo, di sapersi divertire come ha fatto nel più misconosciuto dei suoi lavori, quell’Opera Buffa che solo i modenesi hanno compreso, o ne hanno saputo ridere in pochi, perché è musica fatta per strada, quando reinventa la Genesi e pennella furiosamente sulle canzoncine della sbarbata mattutina, quando attacca la cultura scolastica e gli accidenti che ne vengono, e la politica clericale e fascista, tutto con la sua lingua raffinata, suadente, la sua erre moscia che scopri piace tanto al compagno di banco o al garzone del macellaio, quell’equilibrio elegante che è semplicemente frutto di un uomo ormai alle strette, allo scoperto, emotivo, che si deve conoscere, disprezzare o amare: questo fino ad ora ha proposto, senza salire in cattedra, con umiltà, questo c’è da rendergli, con coraggio.

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