Questo editoriale, non era apparso in apertura del mio blog. Mi dispiace.
EDITORIALE di Maurizio Baiata – 8 Dicembre 2024
Riapro queste pagine dopo aver rilanciato il 21 Novembre scorso il Maurizio Baiata Channel su YouTube. Sul canale posso ora concentrare la massima attenzione, grazie alla collaborazione di amici fidati e di un immenso archivio di immagini e contenuti, testimonianza preziosa dei miei lunghi anni di attività giornalistica e video documentaristica. Un patrimonio che metto a disposizione di tutti. Vedo un canale YouTube come un vascello in un mare in tempesta, che riesce faticosamente ad approdare alle isole più lontane. Trasporta esperienze, vissute nei Due Mondi, Europa e Americhe, e le sincronicità delle vite e degli eventi. Un mattino del Luglio 1947, gli occhi del Maggiore Jesse Marcel videro una grande chiazza desertica del Foster Ranch, ricoperta da frammenti metallici di origine sconosciuta; e la sera del 4 Luglio 2009 ero seduto accanto a Travis Walton nella sala del concerto dell’Astronave Jefferson. I due eventi sono accaduti a Roswell. Il Tempo si contrae e si espande. Corre quindi l’obbligo di dire che l’Ufologia questo non lo fa, non contrae e non espande, non dona conoscenze ed emozioni, non aiuta a comprendere la Vita per come invece si dovrebbe, con lo sguardo del Bambino. Non mi chiedo neppure più il perché. Come i tappi attaccati alle bottiglie.
Alla faccia dei padreterni che si credono vessilliferi della verità, basterebbe riconsiderare o vedere per la prima volta INCONTRI RAVVICINATI, il film di Spielberg, per non avere più bisogno di fare o pensare o credere a quello che ci viene detto. In quel film c’era TUTTO! Buon Natale!
Il grande bluesman britannico è morto oggi nella sua abitazione in California. Per conoscere meglio l’immensità della sua figura artistica, ritengo utile pubblicare un mio articolo uscito sul numero 40 del settimanale Ciao 2001 l’8 Ottobre 1972. Il Ciao dedicò a Mayall la cover story, e quella splendida copertina ora lo può degnamente ricordare. Questo il sottotitolo dell’articolo: Con lui la storia musicale inglese è volata a livelli “sensitivi” unici. Tutti i bluesman che si rispettino hanno subito l’influenza – chi indirettamente, chi direttamente come Mick Taylor, Eric Clapton, Jack Bruce – di questo personaggio che, giunto all’età di quarant’anni, fa ancora scuola.
Una sterminata produzione discografica, un lavoro titanico che abbraccia almeno una decina d’anni di registrazioni fondamentali, un nucleo di artisti che sotto la sua guida hanno forgiato la propria personalità, la sensibilità e l’esperienza con le quali il Blues è stato riscoperto: questo, e non solo questo, è John Mayall. Parlare di lui, se si dovesse prescindere da quanto sopra esposto, è inutile, perché mai un altro retroterra sociale, musicale e culturale ha creato un simile stile, una scuola, un modo di fare e sentire la musica. Per questo, affrontando il tema Mayall, si deve procedere per gradi più che in ogni altra occasione, attraverso quel processo filologico che ormai ci è abituale, non parlando quindi di origini strettamente biografiche, spesso limitate a curiosità accademiche, o delle disparate influenze cui si ascrive l’importanza della maturazione di un dato artista, bensì seguendolo solo nel suo sviluppo discografico. In tal modo e attraverso tappe principali e con occasionali paralleli con altri musicisti di notevole levatura, cercherò di inquadrare la personalità di questo grande musicista, la cui importanza forse riusciamo solo oggi a comprendere appieno.
Portiamoci alla fine degli anni ’50
Londra è immersa nel blues più fumoso e sanguigno, il blues della Roundhouse in Wardour Street, quello del Marquee, del cosiddetto “stile britannico”, a torto considerato frutto di una moda transitoria nella quale allora ancora difficilmente si riusciva a focalizzare l’importanza di un artista se non per il suo feeling, il suo trasporto di sensazioni. Oggi riusciamo, per esempio, a vedere la grandezza di un musicista una volta criticato più o meno apertamente, semplicemente perché, proprio da quella scuola, sarebbe poi nato il nucleo più fecondo di menti musicali che forse mai si è avuto; se vogliamo, anche superiore a quello westcoastiano. Parliamo quindi brevemente di Alexis Korner e del suo Blues Incorporated, un punto di partenza fondamentale, non solo perché ascoltato dal pubblico più esigente, ma anche perché in esso la critica vide forse per la prima volta l’importanza e la validità del revival bluesistico, non alle spalle del pop e del R&R, ma alla loro base e con in più la freschezza e il calore di una spontaneità mentale e sensitiva incredibili.
A parte la formazione fissa di Korner, vorrei ricordare alcuni fra i musicisti che con lui lavoravano e che in seguito tutti avremmo conosciuto in formazioni di ben altro clamore, i vari Jagger, Burdon, Plant, Brian Jones, Dick Heckstall-Smith, Jack Bruce, Dave Holland, John Surman e così via: mi sembra anche importante segnalare l’album “Bootleg Him” in attesa di pubblicazione da parte della EMI, contenente un copioso materiale di incisioni che vanno dal ‘61 al ‘71 in gran parte inedite, attribuito a Korner e ai gruppi che sotto la sua guida hanno lavorato.
Tornando a Mayall, lo troviamo nello stesso periodo affratellato al buon Alexis nella ricerca di forme di blues non stereotipate e facilmente contaminabili, da ricercare certo nel blues di origine negroide che, per anni ancora, verrà affidato alle cure dei musicisti americani. Korner e Mayall lavorano in parallelo, ma una netta differenza di classe li distingue. Il primo dipinge le proprie trame a tinte molto vivide e pulsanti, ma spesso le sue espressioni denunciano una carenza di validi motivi estetici e di raffinatezza soprattutto nelle sezioni più jazzate dove invece Mayall lavora sempre mirabilmente: a lui si deve l’accostamento certamente più pregevole fra il blues e il jazz, in tentativi continui di vicinanza che Mayall ha sempre perseguito e che oggi rappresentano forse la forma più importante della sua musicalità.
Ho già premessa la necessità di compiere ampli salti di spazio e di tempo fra un argomento e l’altro, resta necessario un brevissimo accenno alle origini: John Mayall è nato nel Novembre del 1933 a Macclesfield, nel Cheshire; a dodici anni comincia a studiare la chitarra e il pianoforte e già nel 1956 lo troviamo come leader di un complesso, The Powerhouse Four, poi, circa tre anni dopo, è a Londra con la formazione dei Bluesbreakers, il più stupefacente parto artistico-musicale-collettivo che mai sia capitato di vedere.
Le prime importanti testimonianze discografiche dell’attività di questo gruppo risalgono all’album “John Mayall Plays J.M.”, di cui non si è riusciti a sapere molto, ma che dovrebbe comprendere incisioni dei primi due gruppi accompagnatori di Mayall, un primo con Bernie Watson alla chitarra, John Mc Vie al basso e Peter Ward alla batteria; un secondo con Roger Dean alla chitarra, Mc Vie al basso e Hughie Flint alla batteria.
Con assoluta certezza si può invece parlare di una terza formazione, datata Maggio 1965 – Giugno ‘66 e comprendente: Eric Clapton alla chitarra, Mc Vie o Jack Bruce al basso e Flint alla batteria. Testimonianza diretta dell’opera di quest’organico è l’album “B.B. John Mayall Whith Eric Clapton”, edito dalla Decca verso la metà del ‘66. Con Clapton, il blues mayalliano è violento, gli impasti ritmici sono accesi, qua e là un R&R di stupenda fattura fa capolino, ma è pur sempre il blues più genuino a vivere dello splendore dei suoi interpreti. Clapton forse mai raggiungerà vette espressive simili, in seguito; il suo apporto non è marginale, ma anzi della sua fluente personalità s’impregna tutto l’album, con l’incredibile crudezza dei passaggi chitarristici, la sottilissima raffinatezza di alcuni temi boogie dove è il magico “pianino” di John a condurre la danza che andrà poi a concludersi con un fraseggio pulito ed esaltante fra i due strumenti. I momenti più notevoli sono “Another Man” dove l’armonica mayalliana supera magicamente le convenzioni del blues e sfocia in tonalità ora stridule ora osannanti, in modo insuperabile, ed “Have You Heard”, con un selvaggio assolo chitarristico di Clapton e un’atmosfera tutta a tratti molto vicina ai moderni orientamenti jazzistici inglesi. Quest’ultimo carattere trova una sua spiegazione logica nella presenza, in sede di arrangiamento e di esecuzione di alcuni brani, di Alan Skidmore al sax tenore e di John Almond al baritono, nomi ormai noti che non poco devono a questa collaborazione con il grande bluesman inglese.
“Diary of a Band”
Album successivo, inciso nel Luglio del ‘67 è “Crusade”, dove l’organico dei vecchi Bluesbreakers ha subito numerose variazioni. Troviamo infatti alla chitarra solista Mick Taylor, al basso il solito Mc Vie, alla batteria Keef Hartley, al sax tenore Chris Mercer e al baritono Rip Kant. Esiste un album, a questo punto, nella cartella discografica mayalliana, che è doveroso ricordare. Si tratta di “A Hard Road” risalente al periodo compreso tra il Giugno del ‘66 e il Maggio ‘67, con una formazione che vedeva, oltre al suo leader, Peter Green alla chitarra, Mc Vie al basso, e quindi Asley Dunbar (che ritroveremo poi con Zappa) e Mick Fleetwood alternativamente alla batteria. La nota verrà poi ripresa alla conclusione di questo lavoro quando si parlerà di un album, recentemente pubblicato, che comprende alcune registrazioni effettuate negli stessi giorni di “A Hard Road”; per ora possiamo tornare a “Crusade”, sul quale ci soffermeremo brevemente.
“… Io ho dedicato la mia vita al blues… mi auguro che mi aiutiate” queste alcune parole introduttive all’album, note che sintetizzano, senza la minima enfasi e il compiacimento a cui oggi siamo abituati, le finalità di un lavoro singolo e di una precisa scelta a livello musicale e sociale. E “Crusade” corrisponde all’ideale mayalliano di creare nuovamente, genuinamente e virilmente del nuovo blues. Per questo i cambiamenti nella formazione, ma anche per questo il rispetto rigoroso, anche se spaziale, dei canoni e delle battute del blues: il disco è un omaggio ai suoi più grandi interpreti, i vari Dixon, Williamson, Guy, King, che, qualsiasi persona ami il blues, riconosce nelle pietre miliari della sua intera storia. Si nota inoltre come il lavoro di Mayall qui forse presenti alcune smagliature, soprattutto nei passaggi maggiormente big bandistici, a scapito di quella purezza di linee e intenti che il blues persegue. Gli episodi migliori dell’album restano “Snowy Wood”, “Me And My Woman” e “Checking On My Baby”, quest’ultimo, un classico di Sonny Boy Williamson.
Sperando di non compiere errori di valutazione cronachistica, possiamo quindi identificare l’album successivo, “The Blues Alone” con l’opera del quinto gruppo condotto da Mayall, con Mick Taylor, Mc Vie, Hartley, Chris Mercer e Rip Kant. Ma più importante ancora ci sembra “Diary Of A Band”, dove la formazione vede Mick Taylor alla chitarra, Keith Tillman o Paul Williams o Andy Fraser al basso, Keef Hartley alla batteria, Dick Heckstall-Smith sax tenore e soprano, Chris Mercer al sax tenore. Da simile organico non potevamo aspettarci altro che un album eccezionale, interamente registrato dal vivo, con un ambiente da sottofondo davvero elettrico e dove i vari strumentisti propongono il meglio della propria esperienza. Il disco è uscito in due volumi: il primo contiene registrazioni effettuate dal 19 Ottobre al 14 Novembre del ‘67; il secondo include pezzi che vanno dal 28 Novembre al 7 Dicembre. Per il primo volume, ricco anche di interviste al pubblico e ai diretti interessati, di valore storico innegabile, siamo in un momento fondamentale nello sviluppo del bluesismo mayalliano, in cui maggiormente si esplica il gusto dell’iterazione e delle ripetitività continue di riff densi e corposi, con il conseguente abbandono dell’atmosfera tradizionale che aveva contraddistinto diversi tratti dei lavori precedenti. Il disco ha in sé i caratteri essenziali di un blues-jazz di derivazione questa volta più americana, ma il new sound prettamente inglese non ne esce malconcio, poiché la convivenza soprattutto del sax e dell’armonica risulta eccezionale, mentre anche il lavoro della chitarra appare molto netto e in costante maturazione. Entrambe le facciate sono stupende, ma segnaliamo comunque “My Own Fault”, dove più efficace appare la sezione fiatistica e l’atmosfera totale eredita e fa sua tutta la potenza del jazz-blues.
Ritorno alle Radici
Lo schematismo di questo articolo impone una prosecuzione più che veloce, eccoci dunque a “Bare Wires”, uno dei punti fermi della politica musicale del nostro artista. “Bare Wires” è un’opera troppo spesso ricordata per la sola importanza data al fattore connubio fra le matrici di cui più volte abbiamo detto, vorrei aggiungere che si tratta di una suite (quella omonima della prima facciata) dove compaiono Mercer, Heckstall-Smith, John Hiseman alla batteria, Henry Lowter alla cornetta e al violino, Mick Taylor alla chitarra e Tony Reeves al basso. Diciamo pure che da questi Bluesbreakers sono nati i Colosseum, in concomitanza con il valore attribuito alla collaborazione con Graham Bond all’interno della sua Organisation, ma la grandezza di questo gruppo è tale che forse neanche al grande John capiterà più di ripetersi in modo simile. Vedremo come solo con “Turning Point” il discorso sarà diverso, resta il fatto che quest’organico, ufficialmente disciolto nel Luglio ‘68, rappresenta il più vicino al gusto blues-jazzistico di oggi, ma ha in più una freschezza e un vigore compositivi che lo pongono di una spanna più in alto di opere come “Jazz Blues Fusion”.
Ad una data pressoché storica, corrisponde in Mayall un periodo di profondo ripensamento e di ricerca di tonalità e musicalità diverse; i Bluesbreakers si ricompongono infatti in modo completamente diverso, con un organico ridotto comprendente Mick Taylor alla chitarra, Steve Thompson al basso e Colin Allen alla batteria. Discograficamente non c’è molto da dire, (dato il carattere di sintesi di questo articolo), mentre di grandissima importanza è l’organico successivo. Siamo nel Maggio del ‘69, l’anno di “Looking Back” e di “Turning Point”, due opere straordinarie. La prima è, dopo “Back To The Roots”, l’antologia più importante del Mayall di sempre: è un carosello di incisioni comprese tra il ‘64 e la fine del ‘67; un album che viene così presentato: “… un lavoro unico in quei chiarissimi spettacoli che costituiscono la progressione musicale del Mayall degli ultimi cinque anni… undici sezioni dove si può scoprire il cambiamento di tutte le band e gran parte del loro lavoro…” e non c’è da aggiungere altro.
Affettivamente parlando, a livello di sensazioni e di piacevolezza d’ascolto, forse “Turning Point” è il massimo che Mayall sia riuscito ad esprimere, perché mai dalla sua mente è scaturita un’opera altrettanto vivace ed incisiva, seppure tutta la sua storia discografica non presenti la minima macchia o la monotonia che, in apparenza, il blues potrebbe potenzialmente possedere. “Turning Point” è un lavoro cui hanno collaborato i nuovi Bluesbreakers, nell’ordine: John Mark all’acoustic finger e alla steel guitar, oltre all’elettrica normale, Steve Thompson al basso e Johnny Almond ai sax tenore e alto, e al flauto. Dal primo all’ultimo solco, l’album è un succedersi di sensazioni incredibili. L’atmosfera “live” esalta e sconvolge ad un tempo ed il blues vive, ora, con Mayall e i suoi ragazzi, momenti altissimi, checché ne dicano i detrattori bacchettoni e radicali. Questa è musica la cui definizione di “totale” sembra essere gratuita, tale è la sua purezza, la sua cristallinità, la sua vivace aggressività, un’esplosione di fantasia e di gioia ritmica. Ed è per questo che il blues di Mayall piace, affascina e strega nel contempo, perché ha in sé non la forza amara e calda propria dell’espressione negroide, ma la raffinatezza, l’aeriformità e l’umorismo sottilmente caustico del popolo inglese, un blues bianco, dunque, ma un blues che non ha mai tradito i suoi appassionati, che, incredibilmente, ha continuato ad avanzare in un mare di sporcizia ritmica e di facile consumo, un blues senza ambiguità e compiacimento, ma solo impetuoso e coerente fino all’esasperazione.
Questo è “Turning Point”: cercatelo. Proseguiamo nel nostro viaggio, ricordando fra l’altro che l’intera produzione di Mayall consta di diciannove album, secondo calcoli ufficiosi, mentre rimandiamo il lettore alle recensioni apparse sulle nostre pagine. Piuttosto, mi preme parlare di un album, cui ho accennato all’inizio, uscito in Inghilterra da pochi giorni per l’etichetta London. Si tratta di “Thru The Years” e costituisce un avvenimento di eccezionale interesse. Vi compaiono incisioni distinguibili in due gruppi, quelle facenti capo al Mayall dei “futuri Colosseum” e quello del periodo “Peter Green”. Alla formidabile sezione ritmica di “Bare Wires” si affiancano, a tratti, Paul Williams, Keef Hartley, Mick Taylor e altri abituali collaboratori del nostro bluesman; si fanno apprezzare anche un paio di pezzi dove appaiono Johnny Almond ed Alan Skidmore, risalenti ai primissimi Bluesbreakers.
Per concludere, vanno menzionati altri tre lavori mayalliani: il mitico doppio capolavoro “Back To The Roots”, quindi “Memories”, “USA Union” e “Blues From Laurel Canyon”, che da solo varrebbe vasta trattazione, ma in altra data. Per ora, spero di aver eliminato una lacuna piuttosto vistosa nell’ambito delle retrospettive. Ma John Mayall meriterebbe un lavoro enciclopedico che, forse, un giorno o l’altro verrà fuori.
L’articolo nella sua versione originale completa e testo a fronte (lo stesso qui riportato), appare nel Volume Primo della mia trilogia saggistica musicale “ROCK MEMORIES” (Edizioni Verdechiaro, 2022) acquistabile e/o ordinabile presso le migliori librerie e le piattaforme online. Ecco le copertine dei primi due volumi.
Nell’udienza sugli UFO tenutasi a Washington lo scorso 26 Luglio, i componenti di una sottocommissione governativa appartenenti al Congresso e al Senato hanno interrogato in diretta tre testimoni sotto giuramento: i piloti David Fravor (US Navy) e Ryan Graves (US Navy, fondatore della Americans for Safe Aerospace), e David Grusch, agente e responsabile della task force UAP del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti fino al 2023.
A sinistra Ryan Graves, direttore esecutivo di Americans for Safe Aerospace e l’ex funzionario dell’intelligence David Grusch. Foto: Elizabeth Frantz/Reuters
Da quanto è emerso dal fuoco incrociato, vanno sottolineati alcuni punti. In primis, i piloti hanno ribadito quanto avevano dichiarato a partire dal 2017, quando la saga degli UAP e le rivelazioni del Pentagono telecomandate al New York Times, avevano scosso mezzo mondo: ovvero, gli oggetti da loro avvistati erano reali e nulla di simile, come capacità di manovra e velocità, poteva essere stato costruito dagli USA o da qualunque altra forza militare straniera. Ma Graves e Fravor hanno ora aggiunto che i propri rispettivi casi di incontri ravvicinati in volo con oggetti sconosciuti, regolarmente riportati ai loro superiori, sono stati insabbiati. Inoltre, un numero considerevole di loro colleghi, altresì protagonisti di interazioni con UFO, sono stati costretti al silenzio.
Considerando che i militari non fanno filosofia, si occupano della difesa nazionale, quindi della sicurezza di un Paese rispetto a potenziali nemici, interni (terrestre) o esterni (non terrestre) se a parlare di intimidazioni e di ritorsioni ai danni di loro colleghi sono avieri della Marina Militare degli Stati Uniti, allora finalmente si può dire che c’è qualcuno che ha il coraggio di fare emergere situazioni estremamente gravi. Tale disclosure (trasparenza e divulgazione totale) non a caso scaturisce da esponenti della US Navy, il ramo delle forze armate americane da decenni deputato alla gestione di intelligence, quindi nella massima segretezza, della patata bollente rappresentata dagli UFO. Graves e Fravor devono quindi aver avuto il “la” da qualcuno in alto nella catena di comando e si sono esposti non solo per affermare di aver visto degli UFO, ma soprattutto per denunciare il cover-up. E non può trattarsi di un “harakiri della Marina”, dopo la reticenza recentemente palesata a più riprese nelle audizioni dei rappresentanti della propria Intelligence. E la faccenda ha assunto proporzioni così rilevanti da sollecitare l’autorevole e ormai conservatore Washington Post a titolare: “Gli UFO sono una minaccia per la Sicurezza Nazionale?”, avvalorando subdolamente la tesi del nemico esterno, ovvero alieno, ora preso molto seriamente in considerazione da entrambe le compagini del Congresso.
Dal canto suo, Grusch sta scherzando col fuoco. Ha un curriculum di ferro, è assistito da legali di tutto rispetto e fa parte di un trust di cervelli che comprende il famoso giornalista di Las Vegas George Knapp e anche il fisico dell’Area 51-S4 Bob Lazar. Se le sue affermazioni verranno confermate e, soprattutto, suffragate da evidenze, fisiche, materiali o almeno testimoniali, allora ciascuno di noi, osservatori di una realtà evidentemente asservita a media corrotti che hanno soppresso informazioni essenziali inerenti i nostri “vicini” che ci hanno fatto visita da tempo immemore, allora possiamo nutrire qualche tenue speranza, senza impantanarci in elucubrazioni filosofiche.
Da sx: Il filmaker Jeremy Corbell, il fisico Bob Lazar, il giornalista George Knapp e il regista Luigi Vendittelli, che sta realizzando con Lazar un documentario a Montreal. Courtesy: Oliviero Mannucci
Secondo Grusch, gli USA da decenni sono in possesso di veicoli alieni “intatti e parzialmente intatti”, UFO precipitati e recuperati in operazioni supersegrete di “Crash & Retrieval” e Washington li ha studiati e ne ha sviluppato progetti destinati alle industrie appaltatrici del Pentagono. Affermazioni le sue cui ha fatto eco immediata un portavoce del Pentagono con una recisa smentita, negando che ci sia mai stato un insabbiamento delle prove e che “non esistono, né sono mai esistiti, programmi relativi al possesso o alla retroingegneria di materiali extraterrestri”. Si ripete la stessa pantomima del crash di Roswell, mai avvenuto secondo il Pentagono, che nel 1997 emise la propria sentenza: caso chiuso ufficialmente. Senza in questa sede (per ora) scomodare il compianto colonnello Philip J. Corso, a proposito di date, basta un’occhiata al sistema di segretezza vigente negli USA che stabilisce una possibile derubricazione di documentazioni secretate da un minimo di 10 anni a un massimo di settantacinque, per capire come mai, nonostante le sue credenziali e gli incarichi afferenti alla questione UF0/UAP, all’ex funzionario dell’intelligence militare sia stato negato l’accesso alle informazioni più “delicate”. Grusch di certo non si fermerà qui. Ma avrà a che fare, lui e tutto il gruppo teso alla “rivelazione finale”, con un sistema che, se non elimina fisicamente i propri enzimi bacati, li blocca e li dissuade attraverso mille cavilli della più mortifera e kafkiana memoria.
Fino a ieri al servizio dell’intelligence militare USA per le questioni UFO/UAP, al di là delle sue ineccepibili credenziali, David Grusch dovrà affrontare giorni difficili…
Dal fuoco incrociato sulla Dealey Plaza di Dallas che stroncò la vita del Presidente John Fitzgerald Kennedy ad oggi sono passati 70 anni e nulla di concreto, a proposito di chi materialmente lo uccise e chi furono i mandanti, è mai emerso. Per gli UFO è ancora peggio e solo un miracolo potrebbe cambiare le cose. La burocrazia pentagonale ammantata di nero è un potente e spietato nemico della verità. Né più e né meno della burocrazia biancovestita del Vaticano. Queste strutture vogliono impedire che avvengano le seguenti cose: 1) La conferma della presenza ET e del suo interagire con il pianeta Terra sin da tempi remoti. 2) Che una loro manifestazione palese possa aiutarci a comprendere quale sia o possa essere la posizione dell’umanità nell’Universo. 3) Che i Visitatori, intendiamoci, quelli ben disposti nei nostri confronti, vogliano adoperarsi per la salvaguardia nostra e del pianeta Terra.
Fino al 26 Luglio 2023, la propaganda e la campagna di disinformazione ha favorito e nutrito, anche presso le menti più aperte, il perpetuarsi di un clima di veleni e di divisioni in merito alla questione UFO/ET. Lo si è constatato in qualunque organizzazione di ricerca ufologica. In effetti gli “utili idioti” (come Corso amava definire gli studiosi della materia) hanno mostrato grande considerazione per le finte disclosure del Pentagono degli ultimi anni, non perché in stato confusionale, più probabilmente in base a una logica di servizio nei confronti dei poteri forti, o per proprio mero tornaconto. Sta di fatto che, accettare (e fare proprie) retoriche affermazioni provenienti dagli USA, quali “seguiamo con attenzione il fenomeno, ma escludiamo sia di origine aliena”, o non denunciare il subdolo cambiamento da “Unidentified Flying Objects (UFO)” a “Unidentified Aerial Phenomenon (UAP)” quale strumento di cancellazione – nella concezione popolare – della natura esogena di tali fenomeni, ha rivelato ancor di più da quale parte soffia il vento e chi è al timone del bastimento ufologico internazionale. Nessun problema, però, la scienza ha già risposto a tutto e la gente, mesmerizzata e/o col cervello in pappa, può tranquillizzarsi. Perché ci sono i militari a proteggerci dalla minaccia aliena, semmai tale dovessero rivelarsi le loro apparizioni nei nostri cieli. Il nostro senso critico deve prevalere, senza credere tout court a Grusch se non produrrà le evidenze, né ad altri rivelatori se dietro di loro, non visti eppure sotto gli occhi di tutti, non operassero autentici maestri della disinformazione e dell’inganno.
Si ringrazia Oliviero Mannucci per la preziosa consulenza e la sua instancabile attività di collegamento con i migliori ricercatori UFO americani indipendenti.
Pentagono, NASA, Congresso e Senatori degli Stati Uniti, commissioni di studio, piloti che inseguono le luci nel cielo e non riescono a intercettarle, regole di ingaggio contraddittorie, ora sono UAP prima erano UFO, a suggello di un periodo invero parossistico di vacue ammissioni miste a constatazioni di continui nulla di fatto. Ma ora sbucano due grossi giornalisti ben collegati ai media statunitensi mainstream con in mano un candelotto esplosivo, di quelli sparati sulle scialuppe di salvataggio. Abbiamo un testimone, un irreprensibile militare di 36 anni, che sa molto di ciò che non si deve sapere, ammettere o riconoscere. Gli USA hanno recuperato diversi UFO, alcuni ridotti a rottami, altri intatti. E da sempre sono ben nascosti agli occhi di tutti.
Veterano dell’Afghanistan, Grusch ha ricoperto importanti incarichi presso l’Agenzia Nazionale di Intelligence Geospaziale (NGA) e il National Reconnaissance Office (NRO). Ma perché è da considerare un insider UFO? Perché ha fatto parte, come analista, della “Unidentified Aerial Phenomena task force” gruppo di ricerca dei fenomeni UAP (acronimo esecrabile) dal 2021 al 2022. Su una scacchiera, il compito di “gola profonda” o “spifferatore” di David Charles Grusch, sarebbe quello dell’alfiere.
I giornalisti Ralf Blumenthal e Leslie Kean, già collaboratori del New York Times e più di recente del Washington Post, hanno scovato un alfiere che fiancheggia Re e Regina e Torri e Cavalli, che si muove obliquamente e affonda il colpo al cuore della difesa avversaria, affinché la sua mossa favorisca l’apertura di uno spiraglio forse finale, quello di far tornare alla luce, d’un tratto, tutto il possibile chiudendo la partita con uno scacco matto alla strategia del silenzio dell’intelligence USA in merito alla questione UFO in atto da 70 anni.
Il Washington Post ha indugiato a pubblicare e Blumenthal e Kean hanno sottoposto l’intervista al sito The Debrief che l’ha messa in apertura all’istante suscitando un vespaio a livello internazionale. Avendo subito segnalato la questione a Mauro Dal Sogno del TG di Telenorba, ho detto delle rivelazioni di Grusch in un collegamento in diretta e ne è uscito uno scoop, per l’Italia. Successivamente, il 7 Giugno, Roberto Pinotti, presidente del Centro Ufologico Nazionale e il sottoscritto, al TG di Telenorba hanno concordato che la vicenda Grusch ha un fondamento.
Dal 2022, David Grusch ha fornito al revisore generale della Commissione Intelligence del Congresso USA una massa di informazioni segrete a cui ha avuto accesso, relative al programma di recupero di materiali di origine non terrestre derivati dagli UFO crash. Si tratterebbe di rottami e/o oggetti intatti, di origine non umane e persino dei loro “piloti” (dichiarazione questa riportata dal settimanale “Newsweek”). In merito ai materiali in questione, ai membri del Congresso nulla di concreto è stato fornito. Il programma, infatti, resta super segreto. Pertanto, Grusch ritiene inaccettabile che le informazioni da lui raccolte a seguito di interviste e contatti con alti funzionari dell’intelligence siano state celate al Congresso.
Siamo nel 2023 e dal 2017 il Pentagono e agenzie di studio, di raccolta dati e di informazione ad esso parallele all’interno delle quali operano scienziati, ex militari, personaggi famosi, politici e finanziatori privati, ad oggi non avevano ottenuto alcun risultato concreto sulla questione fondamentale delle ricerche sugli UFO: le prove sulle operazioni di recupero degli oggetti precipitati, nonché il coinvolgimento di potenti settori dei servizi segreti nazionali e internazionali, quindi nomi, cognomi, luoghi, date ed evidenza fisica di tutto ciò. Invece nulla, nessuna pistola fumante. Nessun cranio di alieno emerso dalle sabbie del Foster Ranch. No affatto. Solo alcune riprese di oggetti luminosi, apparentemente strutturati, girate dai piloti, inermi e surclassati dalle velocità pazzesche e dalle inusitate capacità di manovra degli strani velivoli da loro avvistati.
Le rivelazioni di Grusch hanno peraltro segnato un punticino a favore di un “disclosure ufficiale”, ma rimandata a data sconosciuta. Inoltre, le sue dichiarazioni non sono state circostanziate da immagini (lui se ne dice in possesso) o da altri elementi a suffragio. La testimonianza c’è e basta.
Tale però da aver suscitato una reazione ufficiale di Washington che, stando a Fox News, ha replicato il 7 Giugno: IN RISPOSTA ALLE CLAMOROSE RIVELAZIONI, IL PENTAGONO DICHIARA: “NON ABBIAMO UN PROGRAMMA SEGRETO SUI RECUPERI UFO”.
Quindi mettiamola così, sì certo, Grusch poteva anche starsene zitto, ma per il momento non deve temere per la propria incolumità, dato che questo programma di recupero UFO per il Pentagono ufficialmente non esiste. Con ciò, dovremmo dimenticare il Colonnello Philip James Corso, autore del fondamentale “The Day After Roswell” (“Roswell Il Giorno Dopo” ed. Verdechiaro e Nexus, 2017) e “L’Alba di una nuova era” (ed. X Publishing 2017). Dovremmo dimenticare il Sergente Clifford Stone, che fece parte di gruppi militari addetti ai recuperi UFO ed EBE (solo per citare i due personaggi a noi ben noti il cui ruolo nei “post UFO crash” è stato ampiamente documentato. Ecco, nel caso di Philip Corso sappiamo anche che ha potuto dare alle stampe le proprie memorie solo dopo la scomparsa del suo superiore al Pentagono, il Generale Arthur Trudeau, al quale aveva fatto giuramento di “silenzio”, mentre il suo “mentore politico”, il Senatore Strom Thurmond, aveva scritto una prefazione alla prima edizione di “The Day After Roswell” (Ed. Simon & Schuster, 1997), inopinatamente scomparsa nelle successive. Semplice opportunismo di un potente politico ultra conservatore?
Va anche sottolineato – a detta del regista e ufologo Jeremy Corbell – come David Grusch abbia supportato le sue dichiarazioni con un “affidavit”, una dichiarazione giurata (davanti a un magistrato o un pubblico ufficiale), che nel diritto USA ha valore in giudizio come prova. Lo stesso fece Philip Corso, che accompagnò con un affidavit l’uscita del suo libro nel 1997, quasi contemporaneamente alla pubblicazione di “The Roswell Report Case Closed” con cui il Pentagono chiudeva l’incidente del 1947 una volta per tutte con la versione “palloni sonda e manichini”, il cui sapore – stranamente – parrebbe simile al principio “Tachipirina e vigile attesa”.
Ok, il nostro “guastatore” di turno, rispetto a un settantennale muro del silenzio, non può suscitare in noi ansie di prossime ammissioni ufficiali. Il perché è presto detto: noi non apparteniamo al mondo delle ombre e delle bugie, della moltitudine di illeciti, di appalti illegali, di attività anticostituzionali, della soppressione di informazioni e di testimoni, che hanno sinora tagliato fuori dalla verità quegli individui per bene interessati al fenomeno UFO/ET che esistono fra gli industriali, gli scienziati e gli accademici e forse anche fra le fila dei militari e dei servizi segreti. E per questo vengono in mente le parole del Colonnello Corso (nell’immagine sotto, giovane ufficiale US Army), che ha sempre servito la sua Nazione con onore e nel suo memoriale ha scritto: “Se le mie valutazioni erano esatte, stavamo trattando on un’intelligenza aliena che inviava sulla Terra creature sacrificabili”. Altro che le cosiddette gole profonde.
“ANCIENT COSMIC TRUTH” è il suo nuovo album: 25 minuti al fulmicotone che colpiscono al cuore e allo spirito. Intervista-Tavola Rotonda per parlare di un Suono che ha radici nel Golfo di Napoli e incrocia il multiverso di Miles Davis e Jimi Hendrix
Louis non canta, ma la voce non gli difetta visto che per stare al passo del suo finissimo napoletano, era confortante il salottino del suo appartamentino a Trastevere, che ci ha ospitato: Louis al centro, io al suo fianco sinistro e, di fronte, il produttore Renato Marengo e il fotografo Mario Coppola, a distanza di registrazione, di scatti e di istanti da ricordare. Era l’Ottobre 2022. Ma ne parlo ora perché il disco è appena uscito e l’intervista, anticipata dal Cinecorriere, appare ora qui nella sua integralità, con la premessa di Renato Marengo.
Dedichiamo molto volentieri uno “Speciale Musica” di Cinecorriere a un incontro con un musicista che potremmo definire di jazz-rock o d’avanguardia, che è anche un noto autore di colonne sonore: Louis Siciliano.La cosa maggiormente interessante è che questo straordinario artista, dopo aver vissuto, studiato e fatto musica in luoghi del mondo fra loro diversi come Napoli (sua città natale), Londra, Los Angeles, Bombay e altre località dell’India, dopo aver “risciacquato panni e partiture” fra Mississippi, Tamigi e Gange, risponde adesso al richiamo del mare del Golfo dove si affaccia il Vesuvio. Così, dopo qualche decennio, Siciliano si immerge nuovamente in quel Centro del Mediterraneo, quella città porosa che ha visto la Sirena Partenope nuotare e cantare… e ha visto bastimenti partire per terre assai lontane e portaerei arrivare cariche di giovanottoni che, fatta la guerra, ogni sera per anni nei vicoli del porto, fra il Maschio Angioino e Bagnoli, cercavano alcool e “signurine” e non esitavano a fare musica con ragazzi “local” come James Senese e Mario Musella, Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Bennato, De Simone e Avitabile. E Louis, uomo, compositore e musicista, fa ritorno nel suo mare d’origine arricchito dai tanti suoni da lui raccolti e creati in un instancabile girovagare tra luoghi, etnie e strumenti diversi che fa astralmente convivere nella sua ultima fatica di Suono ed Energia: “Ancient Cosmic Truth” (“ACT”). Un’opera che me lo fa accogliere a braccia aperte – come si fa per ogni figliuol prodigo che ritorna – nel futuro musicale di quel Napule’s Power che mi sta nel cuore.Per questo ho deciso di produrre “ACT”, realizzato per la prestigiosa etichetta Musica Presente diretta dall’illustre critico e musicologo italiano Renzo Cresti, grande amico al quale devo la prefazione di lusso del mio libro “Napule’s Power”. Ed è chiaro anche il perché ho invitato Maurizio Baiata, il collega che come critico tanto stimo sin dai tempi del mitico settimanale musicale Ciao 2001 dove scrivevamo agli albori del Rock, ad un incontro con Louis, con il giornalista Paolo Zefferi e con Mario Coppola, fotografo dalla mirabile sensibilità di immagini di corpi e anime di jazzisti da lui ritratti in tutto il mondo.Questo Speciale dedicato a Louis Siciliano è una lunga e approfondita chiacchierata di musica e dintorni in libertà, che sarebbe stato un reato tagliare e che grazie al web possiamo riportare integralmente. Leggete sin dove potete, ma sono sicuro che, dopo le prime pagine, continuerete a viaggiare insieme a Louis Siciliano e a noi per scoprire…. come va a finire. E vorrete ascoltare “ACT”, un disco che la critica di tutto il mondo sta apprezzando. Renato Marengo
Louis Siciliano e Maurizio Baiata. Foto: Mario Coppola
CHE MUSICA È “ANCIENT COSMIC TRUTH”?
Tavola rotonda con Louis, Renato Marengo, Paolo Zefferi, Mario Coppola e Maurizio Baiata. Foto di Mario Coppola
Renato Marengo (introduce): siamo qui per raccontare dell’ultima impresa o avventura musicale di Louis Siciliano, artista poliedrico e polivalente, proveniente da una marea di esperienze delle quali parleremo, costruttive, utili, aggregate a tutto ciò che Louis ha sviluppato, non dispersive, su un unico canale, la Musica, il nuovo nella Musica. Subito, al nostro primo incontro, abbiamo parlato dei “panni sciacquati” nei fiumi del mondo, che sente di dover tornare dove è nato, nel Golfo di Napoli, città che già da giovanissimo Louis avrebbe voluto cambiare. Non la Napoli delle grandi canzoni dei compositori, né quella della tradizione, una Napoli di allora pietistica, delinquenziale, neomelodica, che aveva creato un abisso tra il nord e il resto del mondo, una Napoli vista più per i fatti scandalistici e di cronaca nera e non per le sue grandiose prerogative che, come dice il critico Renzo Cresti, l’hanno resa capitale della musica europea insieme a Parigi. Con Cresti, che ho conosciuto in zona Opus Avantra, grazie alla sua mediazione, lui con la contemporanea, io con la musica del mondo, abbiamo familiarizzato nel fil rouge Napoli-Venezia. Louis era alla presentazione del mio tomo dedicato alla immensa forza del “Suono di Napoli” e ho di getto apprezzato le sue musiche, anche come autore di colonne sonore. Un mondo che al momento sta mettendo da parte per concentrarsi all’universo al quale appartiene: il Jazz. E questo ha una motivazione iniziale, un nome, Wayne Shorter, lo spirito del Jazz-Rock… dico bene, Louis?
Louis Siciliano e Wayne Shorter. Foto: L. Siciliano
Louis Siciliano: Wayne è un maestro zen, e come tutti i maestri non ti dice cosa devi fare. Ho avuto il privilegio di frequentarlo, con la sua famiglia, con la moglie Carolina, e ho subito iniziato a scendere in me stesso. Quel viaggio indicato dai Greci: conosci te stesso.
Ho dovuto adattarmi… un compositore italiano di fine 900… usando la logica del naufrago che mette la lettera nella bottiglia, illudendomi di poter sopravvivere con le colonne sonore, pensando che i film poi avrebbero fatto uscire la mia parte musicale, in realtà io i film li ho disseminati di simboli, di segni… creando musica a multilivelli…
Ma ancora non ero io. E con Wayne ho capito soprattutto che la Verità conta sopra qualunque altra cosa. Ero poco più che un ragazzino, con il mio amico carissimo e scrittore straordinario Franco Cuomo e un giorno Carmelo Bene mi disse: “Ma per te la musica è una questione di vita o di morte?” Ecco, adesso, dopo Wayne, lo è… davvero.
RM: quando ci siamo incontrati… abbiamo detto del tuo rinnovato interesse per Napoli, che forse oggi ti appartiene di più. Quale è il tratto di unione fra il punto dove sei arrivato e questa esigenza di entrare nel futuro del Napule’s Power?
LS: Io sono da sempre a Napoli… la mia Napoli è come la Gerusalemme Celeste di Torquato Tasso… Napoli… tutti i grandi sino a Pino Daniele, James Senese… I mostri di allora, pilastri della nostra cultura. Joe Amoruso, Ernesto Vitolo, Tony Esposito, Gigi De Rienzo, Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo… loro sono i nostri tropicalisti come Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Chico Buarque… Sai, noi spesso ci dimentichiamo che siamo tutti nel multidimensionale, pensiamo di essere nella dimensione tangibile, ma non esiste solo questa… io a Napoli ci sono sempre, non l’ho mai lasciata… Le sue radici sono profonde e i rami svettano in alto…
(Louis spiega Napoli e Varanasi sul Gange…)
ho collaborato con un fantastico suonatore di shehnai, Ali Abbas Khan che era il nipote di Ustad Bismillah Khan, una leggenda della musica classica Hindustana. Quando inserivo dei vocalizzi all’unisono col mio sarangi in napoletano, lui e tutti gli altri musicisti impazzivano. Che lingua è che lingua è? Dicevano. È il napoletano rispondevo e si illuminavano. Che immenso bagaglio culturale Napoli! La città di Partenope rappresenta nel mondo l’eccellenza: pensiamo all’alta sartoria, ai suoi artigiani, al teatro, alla musica, alla gastronomia. Napoli non è e non può essere “Gomorra”. Il napoletano non è un dialetto ma è una lingua ancora tutt’altro che viva. Mi viene in mente la brigantessa Michelina Di Cesare, le tante donne violentate e giustiziate in pubblica piazza e i briganti che non si identificavano con i Savoia. La Napoletanitudine è dura da sconfiggere! Ed è viva più che mai!
Maurizio Baiata: Eduardo ai giovani talenti napoletani diceva “andatavene”?
LS: Fuitevenne! Era amareggiato il grande Eduardo. Oggi come allora i grandi personaggi che potrebbero dare un forte impulso a Napoli se ne stanno arroccati nelle loro torri d’avorio, mentre i gattopardi continuano a spadroneggiare. Così è se vi pare! Diceva qualcuno, manco a farlo apposta sempre in ambito teatrale.
MB: Gli stessi di “Mani sulla Città” di Rosi?
LS: Sono i figli dei baroni…
MB: Quei baroni di allora rispettavano o no, il fatto che esistesse una napoletanità…
LS: I baroni di quel tempo avevano rispetto perché erano figli di una cultura alta ancora radicata in tutti gli strati sociali…. Alla quale poi si è anteposto il vile denaro, la speculazione, la violenza, i camorristi… La politica è stata a guardare pur di mantenere i propri privilegi.
MB: Eppure grazie alla tua città una guerra vera ha avuto una svolta, raccontata mirabilmente da Nanny Loy nel film “Le Quattro Giornate di Napoli”, che vorrei che tu ricordassi… gli scugnizzi…
LS: Per me… Napoli è e sarà per sempre anarchia di fondo. Multiverso…
RM: Chiamo spesso anche io Napoli la città “porosa”, un termine che viene da grandi scrittori… Rea, La Capria, la città, anziché farsi massacrare, soccombere, nel corso dei secoli ha assorbito tante culture… mentalità sinergica e contaminatrice, ha stemperato le dominazioni, ha acquisito, sino a crearne una nuova, la napoletanità polivalente.
LS: E la musica non è immune, come non ne è immune la cultura… elementi del mondo ebraico… Federico II, la scuola medica che sintetizzava armonicamente mondo cristiano, islamico ed ebraico, l’università napoletana, Adam De La Halle (compositore e poeta francese che visse alla corte degli Angioini, N.d.A.)… l’Ars Nova fiorisce a Napoli… la rabbia della riscossa, detentori di un grande bagaglio, in un tempo in cui la tv ha elevato prima le masse e poi ha distrutto tutto sino ad una Napoli che oggi ha solo immondizia e i grandi, come Pino Daniele, James Senese, Enzo Gragnaniello e grandi poeti della canzone come Carlo Faiello, li ascolta poco… ripeto sempre al mio primo figlio che ha 14 anni che gran parte della produzione musicale italiana odierna è immondizia devastante, ma siamo ancora in tempo ad arginarla…
MB: c’è stato in Italia un grande personaggio del mondo della comunicazione e della musica, che ha sofferto di quanto avete appena detto, Renzo Arbore… lui ha portato fuori… ha dato spazio ai nuovi talenti, coi suoi programmi “Indietro Tutta”, persino “Alto Gradimento”…
RM: Esatto… molti napoletani glielo devono, per questo un capitolo di “Napule’s Power” si intitola “Renzo Arbore… i prodromi”… da giovane Renzo viene a Napoli, da jazzista, un mondo internazionale sano, porta i napoletani a riscoprire, a migliorare le grandi canzoni in stile swing… Peppino di Capri, Bongusto, Il Giardino dei Semplici, Totò Savio, eccetera…
LS: mi solleciti… Renzo Arbore, la sua Orchestra Italiana, è stato un incubatore… di talenti eccezionali, come il grande percussionista Giovanni Imparato…
RM. Che aveva suonato con Eugenio Bennato.
MB: E a “DOC”, ragazzi, ha suonato live Miles Davis!
LS: E Pat Metheny, Dizzie Gillespie, Michael Brecker…
RM: E Gegè Telesforo… ma esistono ancora i padri, va citato il sociologo Lello Savonardo e la sua “Bit Generation”… le nuove tecnologie, i 99 Posse, 24 Grana, Raiz, i giovanissimi ed ecco che arriviamo a te.
LS: Pino, James sono grandi, Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello, Carlo Faiello… A me piace tantissimo anche Piero Gallo e la sua mandolina. Da ragazzo seguivo molto Antonio Onorato, musicista di altissimo livello. E poi due mostri ognuno con le sue caratteristiche: Joe Amoruso ed Ernesto Vitolo. Vedi l’Arte Musicale è un cielo immenso e ognuno di questi artisti sono stelle che brillano. Come fai a dire questo è meglio di quello. Ognuno di loro, di noi è unico e irripetibile!
Il grande pianista Joe Amoruso, scomparso nel 2020. Foto di Almiro Fontana
RM: Roberto De Simone ha rappresentato il recupero della tradizione, ma a Eugenio si deve la transizione, il passaggio, sino ai Musica Nova, dopo le basi… si crea il nuovo, con Tony Esposito…
LS: Credo che oggi si debba lottare strenuamente contro il bluff e la mancanza di verità.
MB: Ascoltando il tuo nuovo disco il mio primo pensiero è stato: la nuova musica deve uccidere questa pessima cultura attuale.
LS: lo sottoscrivo col sangue.
MB. Con i suoi quattro brani, a costituire una suite, che potrebbero diventare due, il tuo album “Ancient Cosmic Truth” è la cosa più straordinaria che a mio avviso sia uscita in Italia negli ultimi anni, o persino da sempre. Ad esempio, rispetto al Perigeo, che adoro, non c’è confronto… a prescindere che siano passati tanti anni dalla loro musica, la tua è molto più avanti.
LS: Io penso di essere anche loro figlio col mio sound. Li ho tanto ascoltati insieme a Napoli Centrale, Weather Report, King Crimson, Popol Vuh, Tangerine Dream, Sun Ra Arkestra, Jimi Hendrix, John Coltrane ovviamente …
MB: Mi sono sempre chiesto perché non abbiano proseguito su quel percorso e si siano fermati: tu hai sofferto quello che hai dovuto soffrire e loro invece hanno rinunciato… Con dei mostri quali Biriaco, Tommaso, eccetera… avrebbero potuto produrre di più rispetto al movimento definito “prog”, che secondo me è stato sterile, perché ha dato poco dal punto di vista della crescita di avanguardie musicali…
LS: Vi racconto questo: Negli USA negli anni 90, ho lavorato nel Queens allo studio 78/88 collaborando con moltissimi rapper americani: Masta Ace, Group Home, RUN DMC. Una sera ero ad una festa qui in Italia, mi presentano uno già famoso… pieno di cocaina, che raccontava che veniva dai ghetti, invece poi scopro che era di una famiglia borghese ricchissima. Ecco, vogliamo riportare l’asse sulla verità, essere veri, oppure finire ingoiati dal maledetto marketing della Tv? I Talent Show hanno massacrato la Musica e i musicisti, in Italia più del resto del mondo, perché l’Italia è un paese “Telecratico”. Chiunque scemo va in Tv viene idolatrato e si crede un padre eterno. A me questa roba mi manda al manicomio…
MB: Quindi escludi che la tua musica possa andare in TV?
LS: La dovrebbe scardinare… Certo se poi si ritorna a fare “DOC” con quella qualità, sarei felicissimo di esibirmi in Tv con la mia band. “ANCIENT COSMIC TRUTH” non so se è un capolavoro, ma è la mia musica, non so se ho fatto meglio o peggio, ma so che dietro di me ci sono ore di ascolto, di studio, dolore, lacrime, gioia, delusioni, soddisfazioni, solitudine ed euforia. C’è la mia vita. Tutta! Nel bene e nel male. Dobbiamo dire ai ragazzi: non credete nell’immondizia. In chi investe in qualcuno che dice di venire dalla strada e ha il papà industriale… quello lì, se lo porti in Queens e al Bronx ha paura della sua ombra. Tette, culi, macchine potenti, catene d’oro sono cose dei ghetti americani… chi è cresciuto a Napoli ha un altro background che non è affatto inferiore anzi… nel mio disco io porto la mia cultura, che alla radice è super napoletana…
Da sinistra, Renato Marengo, Louis Siciliano, Maurizio Baiata e Paolo Zefferi. Foto: Mario Coppola
RM: Però sei stato in America, in India e a Londra.
LS: Il napoletano è cittadino del mondo e un tempo viaggiava. Mi trovavo in Rajahstan… incontro un napoletano in un posto sperduto, incarnava lo spirito viaggiatore, mai violento, generoso… la Napoli di oggi è una provincia, la politica li tiene in pugno col mangime del clientelismo. “Nulla di nuovo sotto il sole”.
RM: Abbiamo detto del legame con Napoli e delle conseguenze… del come arricchire un lavoro… arrivando fino ai giorni nostri, possiamo parlare di futuro? Cosa è questo tuo nuovo album?
MB: Posso intervenire approfondendo la domanda? Visto che il titolo dell’album è “Ancient Cosmic Truth”, credo che tu veda il futuro compreso in questi tre termini, perché quando dici cosmico è il futuro, è la visione che hai… però come sei riuscito a mettere insieme i tre termini per giungere a una musica che abbraccia tutto?
LS: Dobbiamo fare una premessa. Quando si dice musica si dice Cultura, dobbiamo esserne consapevoli, la musica è l’arte del “qui ed ora” ed ha una capacità medica, curativa, terapeutica.
Nello spirito comune del “genius locii” del tempo, negli anni Settanta, la musica era contestazione politica. Poi sono arrivati gli Ottanta, l’edonismo, il divertimento. I Novanta sono stati gli anni del malessere, vedi i Nirvana…
RM: Vedi anche i 99 Posse, Almamegretta, 24 Grana…
LS: Per il Duemila dobbiamo usare una parolina magica non da sputtanare nel supermercato dell’effimero, che è “Olismo”. Essere olistici. Tutto è collegato, siamo in una realtà quantica. In questo momento non parla Louis, parlano i miei avi, parlano tutti i musicisti prima di me con me…
MB: Stai canalizzando, canalizzi mentre parli?
LS: Certo. Un canale del quale io sono solo un’antenna. L’artista è una antenna, diffonde un segnale che arriva da molto lontano… che attraversa la memoria e si ricollega ai nostri predecessori, agli alberi che sono i primi abitanti di questo pianeta. Madre Natura che rimane il nostro centro in questo incredibile viaggio che chiamiamo vita.
MB: Ma sono entità presenti e immanenti.
LS: Sì. L’artista catalizza tutto il mondo che non si vede. Per esempio a Napoli c’è un importantissimo culto degli avi perché, attraverso quello, tu sei anche la voce di chi non c’è più. Pino Daniele non c’è più, ma è dentro di me. L’ho ingerito e digerito. Come James Senese e tutti i grandi da Gesualdo da Venosa, a Jommelli, Leo, Durante, Mercadante, Cilea, Martucci fino a De Simone.
RM: Un’annotazione utile. Fabrizio Sotti, jazzista, chitarrista e compositore (autore di un eccezionale omaggio a Pino Daniele)… gli americani gli hanno detto che per loro Daniele è un autore che viene eseguito come Gershwin nel Jazz….
(si conversa sulla differenza fra le canzonette e il Napule’s Power)…
LS: Noi siamo nel qui e ora, che esprime anche quello che arriverà… tutte queste energie che vanno anche nel multiverso. Io non sono un fricchettone reduce degli anni ‘60, no, io mi baso sulle avvincenti scoperte del nostro tempo. La fisica quantistica finalmente ha fatto capire a tutti noi che quello che gli Egizi e il mondo vedico avevano scoperto e i sacerdoti conoscevano, oggi è di dominio pubblico. Perché tutti noi come tante pecore dobbiamo avere il vaglio della scienza? Spesso il business si nasconde come il Lupo travestito da Cappuccetto Rosso nella nostra società. Questa scienza bisogna capire cosa è, quali signori la gestiscono, quale lobby la finanzia. Mi posso fregiare di essere amico di un Nobel della Fisica, George Smoot III… col quale ho avuto fitti scambi, e oggi sono consapevole di rappresentare una branca della Conoscenza molto importante che è la Musica, che è la sintesi del Tutto. Nel multidimensionale ci sono tutte le energie che ci circondano, le anime che non si riescono a staccare dal pianeta, perché il nostro sistema delle nascite, e così via, è molto complesso, il Logos in cui siamo, mentre fuori dal nostro logos c’è quello che si chiamano alieni, extraterrestri… Ognuno la interpreta a seconda… ma tutto questo concerto di energie ci attraversa. Siamo parte di una Sinfonia Cosmica e la nostra essenza è Vibrazione. Fa parte di noi e la musica in questo è meravigliosa, sintetizza le formule cosmiche. Nel disco mi riferisco a una vecchia leggenda dei Bambara a cui ho dedicato il primo brano “Bambara Symmetries”, le simmetrie dei Bambara sono dei codici…
MB: Puoi dirci qualcosa dei Bambara…
LS: Sono uno dei primi popoli ad aver abitato nel West Africa… (Louis parla dei Bambara e dei Dogon)… popoli che non conoscevano la guerra… i Portoghesi li hanno massacrati. Noi Europei abbiamo messo l’Africa in ginocchio. Li abbiamo e li stiamo depredando ancora di tutto. Ѐ inutile che i politici adesso facciano finta di arginare la massiccia migrazione che viene dall’Africa. Dopo tutti i danni che il Consumismo ha fatto cosa si aspettano questi geni che abbiamo in parlamento?
La leggenda di un potente faraone egizio che crea un gruppo di sacerdoti custodi delle sacre formule, che non stanno in volumi… no, si trovano nel ritmo e nella danza, la formula, la simmetria tu non la puoi passare solo attraverso lo scritto… e la Cuba di Fidel Castro, gli ho dedicato una poesia letta sulla sua tomba dall’ambasciatore. E Fidel e Che Guevara… io penso anche ad un mondo cosmico, in cui… (Louis parla della musica classica, dei tamburi batá delle cerimonie sacre della santeria)… vengono suonate le simmetrie che agiscono sul nostro sistema cognitivo, che lavora con gli algoritmi. Un grandissimo Artista e Babalawo della Tradizione Yoruba come Giovanni Imparato queste cose fanno parte di lui e frequentandolo me le ha trasmesse un po’ anche a me. Verso Gianni ho un immenso affetto ed una totale riconoscenza. Io due volte al giorno non faccio solo meditazione, ma anche tecniche di ipnosi, che vengono da Jung e dai post junghiani, non solo, ma anche di Ipnosi Quantistica applicata alla musica, per via dei miei studi sul nostro cervello e non è un caso che ho poi partorito MUMEX: Music Multiverse Exploration: A New Cosmology of the Sound perché noi abbiamo certe connessioni, certe sinapsi che il potere da sempre vuole cancellare.
Louis e le tastiere, fotografato da Mario Coppola nel suo studio di Roma.
MB: Entrando in “Ancient Cosmic Truth”, partiamo dal primo brano, “Bambara”, appena ho cominciato l’ascolto ho esclamato “azzzz”, annotando questo: dopo un’epica entrata del sax sembra che questi spaccaossa stiano suonando live. Ѐ quello che volevate ottenere, tu assieme agli altri??
LS: Maurizio… questo è importante, è il cuore del mio progetto. Io da sempre sono nel Napule’s Power, la mia radice è quella, si chiama Umanità, Empatia, altrimenti come mi reggo in equilibrio in questo mondo di guerre, di speculazioni, di violenza inaudita. Però c’è anche qualcosa di tangibile e importante in questo album. Dopo 25 anni di lavoro, dopo aver elaborato un metalinguaggio, il MUMEX, che è un modo di vedere quella che noi chiamiamo armonia, lo sviluppo della melodia che viene da Coltrane, in realtà lo zoccolo duro del progetto siamo, ovviamente io, Claudio Romano alla batteria, super napoletano che tutt’oggi vive a Pomigliano d’Arco e Umberto Muselli al sassofono, che Pat Metheny ha definito “l’erede di Michael Brecker”.
Umberto Muselli abita alle porte di Napoli ed è un outsider totale, un puro, mi ricorda tantissimo Massimo Urbani… Un genio totale!
RM: Un Urbani che ricorda Mario Schiano…
LS: Umberto Muselli quando sente odore di “musichetta” dice “io me ne sto a casa, ho i miei allievi”, è un grandissimo didatta, di grande cuore e grandissimo musicista… giocavamo da ragazzini a pallone sulla spiaggia, è una vita che suoniamo insieme, ci conosciamo, ci vogliamo bene, siamo la generazione venuta dopo Gigi De Rienzo, Bob Fix, Ernesto Vitolo, Rino Zurzulo, Joe Amoruso, Tony Esposito, Tony Cercola, Tullio, Pino, James, loro erano più accomodanti, terreni, dal sorriso disincantato, noi siamo quelli incazzati, veniamo dopo le posse: 99 Posse, Almamegretta; ecco, noi siamo quelli che “quando entrano non transigono”… a Napoli si dice “mazzate ‘a cecata”. La nostra musica non ammicca, non fa sconti, non vogliamo piacere. La nostra Musica è una religione senza se e senza ma. Se entra in contatto con noi un musicista americano, uno tipo Steve Coleman, noi siamo a casa, non temiamo niente e nessuno, perché veniamo da ore e ore di musica, di studio, di sessions, abbiamo consacrato la nostra vita come fa un monaco buddhista zen. Non a caso ho detto “wuagliù” voglio chiamare Randy Brecker alla tromba… il fratello di Michael… e Alex Acuna alle percussioni, spina dorsale ritmica dei Weather Report.
MB: Scusa, una domanda, tu hai sentito “Blackstar” di Bowie?
LS: Sì, certo.
MB: E quante volte ci hai pianto su…
LS: Ebbeh, perché anche lì c’è una verità cosmica che lo permea…
MB: Che è proprio quello che io ho sentito nei quattro brani del tuo album… il cui concept, così breve, che in soli sei o sette minuti per ciascun brano riesce a sintetizzare degli universi che fra loro sembrano tutti collegati, il che rientra nel discorso del multiverso. Io consiglierei di ascoltare prima “BlackStar” e poi “Ancient Cosmic Truth” per superare lo scoglio della tristezza…
RM: La malinconia, la saudade…
MB: È qualcosa che va oltre, forse lo può spiegare Louis…
LS: quando si parla di Bowie non si parla di un fesso, quando Platone ci parla di iperuranio, di certe dimensioni, ognuno di questi grandi, lo stesso Yogananda, Aurobindo, ha elaborato un linguaggio, perché siamo in un mondo… finito, dove ci tocchiamo, ci palpiamo, e descriviamo, in un linguaggio che è figlio del retaggio del linguaggio del tempo, un qualcosa che è dell’Infinito, qualcosa che è un paradigma che esiste e dalle grandi scuole iniziatiche è stato chiamato Logos… in quante delle nostre Sacre Scritture si dice In Principio era il Verbo… non era il Verbo, in principio era la Vibrazione…
MB: Non che tu debba immedesimarti in Bowie, ma come lui in “Blackstar” hai fatto la stessa operazione circondandoti di musicisti Jazz… perché?
LS: Perché quando tu sei connesso attraverso il cuore e l’intelletto a questa matrice, un’energia più grande e più forte di noi, è una visione olistica…
MB: E allora soltanto il Jazz è quello che io da sempre definisco “musica totale”…
LS: Quando un navigatore di spazi intuitivi arriva a intuire che questo Logos immanente opera nel mondo in un certo modo, lo declina attraverso la sua arte in determinati modi. Ad esempio György Ligeti, grande compositore, o Jimi Hendrix, lo hanno fatto a proprio modo, e Jimi non era per nulla inferiore a Parker, a Dizzy o a John Coltrane. Sono tutti… sacerdoti, ma anche ingegneri cibernetici, o degli spazi siderali ed è la famosa musica delle sfere della quale parlava Pitagora, qualcosa che è nel Logos e che tu capti e a cui cerchi di dare forma attraverso gli strumenti che hai, lo ha fatto Johann Sebastian Bach che arrivava da Josquin e da Ockeghem.
RM: Un magnifico titolo, questo “Navigatore di spazi intuitivi”.
LS: Questi argonauti dell’intuizione, come David Bowie, a un certo punto fanno un’operazione fondamentale. Ne parla Huxley: “Se le porte della percezione fossero purificate tutto appare infinito”. Perché due cose sono da sempre fondamentali per l’essere umano, secondo me. Una è la “ruota infinita” (il moto perpetuo) che significa portare la mente in uno stato di vuoto, lavorandoci su tantissimo, e non è detto ci si arrivi pur impegnandosi tutti i giorni ed è un po’ quello che avviene, quando Wayne Shorter suona, quando Coltrane suona, quando io nel mio piccolo faccio le mie cose. La mente diventa la ruota infinita quando non pensi e l’ignoto, l’inconoscibile, la meta da raggiungere.
MB: Che differenza c’è fra “Blackstar” e “Mysterious Traveller” dei Weather Report?
LS: Io sono uno scultore, ricevo un segnale e mi ritrovo a Parigi dove gli elementi di cui dispongo sono legno e cristallo e, con questi, inizio a inventarmi qualcosa. Io invece sono Bowie, mi trovo nel deserto del Sahara o in una savana, devo prendere altri elementi da quello che mi circonda, da mettere insieme e creare. Cambia l’aspetto linguistico, il modo di architettare, tutto ha una struttura e una meta-struttura. Nella prima dominano i linguaggi, il lessico, quindi i Weather Report, Joe Zawinul e Wayne Shorter, con Jaco Pastorius che lavoravano su qualcosa che aveva radici in Miles Davis, il Picasso della Musica. David Bowie invece viene dal teatro cosmico, è uno Shakespeare in musica, c’è molta parola, e il “portare l’astrale nel fisico”, come dice quel genio di Jodorowsky, la montagna è questa qui, ognuno ci può salire da un lato diverso, ma alla cima la realtà è per tutti una.
Le classi sacerdotali poi nell’arco del tempo… hanno dato nomi alle entità, tipica scelleratezza dell’essere umano che dà il nome a tutti, al cane e anche a quella energia. Che invece è un’energia senza nome, né tempo, né spazio, è un’energia che dilaga, quando tu di metti in contatto con essa attraverso il cuore e la devozione, perché tu devi essere devoto non al Buddha, ma al divino che porti dentro. La musica porta questa verità.
Anche uno che ha la terza elementare… ad esempio un Giovanni Coffarelli che si collega non alla Madonna, ma al suo daimon interiore. Davanti a tutto questo, cadono le università, i ceti sociali e ognuno ci può arrivare da una parte della montagna.
RM: Diciamo chi era Coffarelli. Io l’ho conosciuto con Roberto De Simone.
LS: Era un sublime cantatore e maestro della tradizione insieme ad altri grandi come Tonino O’Stock, Zi Sabatino della paranza dello Gnundo di Somma Vesuviana, Zì Giannino O’ Monaco, Zi Tore O’Brutto fino ad arrivare a O’ Lione, Raffaele Inserra, il mio amico Miciariello e suo nipote Enzo. Marcello Colasurdo che sta in ospedale, al quale va un mio pensiero affettuoso. Tutti grandissimi maestri della tammorra.
Franco Battiato. Foto di Fiorella Nozzetti
MB: Hai mai incontrato Franco Battiato?
LS: Tutti mi dicevano che avrei dovuto incontrarlo. Gli avevano fatto avere il mio album “One Vibration” e se ne era innamorato. Dovevamo incontrarci, ma si era ammalatoe quindi non è mai accaduto. Ma mi era apparso in un sogno in cui mi diceva “tu sei ALUEI” e io questo l’ho assunto come mio nome d’arte dal 2012 al 2020, 8 anni non casuali…
(Louis fa cenno alle sue esperienze in studio con il produttore Pasquale Minieri e con Sergio Marcotulli, uno dei più grandi ingegneri del suono di tutti i tempi con i quali ha registrato il suo album “ONE VIBRATION” nel 2016)
MB: E invece con Renato?
LS: È stato in un momento in cui mi stavo… chiudendo, Renato mi ha riportato alla mia missione per la musica, ecco, un giovane di quasi 80 anni più entusiasta di un ventenne… Renato è un dono per la Cultura Italiana di oggi. Grazie a Renato in Italia non si è indietro, non si è provincia e si punta sempre in avanti nell’eccellenza. Il NAPULE’S POWER, il movimento che ha fondato è tutt’oggi più vivo e vegeto che mai e nel mondo grazie a Renato la grande musica di qualità che parte da Napoli e ancora recepita con entusiasmo e ammirazione. Napoli gli dovrebbe dare la cittadinanza onoraria. Ѐ un faro culturale!
MB: Il secondo brano, “Translucent Dodecahedron”, da dove arriva? Di tutti i gruppi dell’epoca, intuisco, si sente una derivazione dai King Crimson…
LS: (Ride) Proprio stamattina ho pensato, sul prossimo disco alla chitarra mi piacerebbe chiamare Robert Fripp. Vedremo. Per adesso sono concentrato sul Tour e sulle performances dal vivo che faremo nel 2023.
MB: Meraviglioso. A proposito di “Blackstar” dissi che il gruppo perfetto sarebbe stato Bowie, Fripp e Eno… ma il termine “Translucent” fu usato dai Pearls Before Swine del fantastico poeta Tom Rapp e da te… e i carri semitrasparenti e il dodecaedro da dove arrivano?
LS:Tutto nel mondo è proporzione, numero, struttura. Struttura poi avvinta dallo spirito. Così, anche nella storia della musica, oltre che della struttura, del numero e dello spirito, il 12 è un numero che torna sempre. Spiegazione sintetica: derivano dagli apostoli al flamenco…
MB: Quindi si arriva al blues, molto semplificato rispetto al 12…
LS: Sì, il Blues ha 12 battute… la Buleria, che è uno stile ed una danza nobilissima del flamenco, ha 12 beat. Numerologia e proporzioni che ci richiamano alla dimensione della danza… in Escher hai il dodecaedro, nella cui simbologia c’è qualcosa che appartiene ai nostri archetipi… musica archetipale. Molti negli States l’hanno definita Musica Quantistica. Per me è importante non il linguaggio, ma andare all’origine di questi archetipi e carpire nel profondo il processo che è alla base di tutto.
(Segue una digressione sugli archetipi fra l’esterno e l’interno dell’essere umano. Archetipi Junghiani)
LS:Mi sento intriso profondamente dallo spirito Junghiano che è quello che più si è avvicinato all’India. Io gran parte delle mie vite precedenti le ho fatte in India!
Secondo il Mahabharata, tutto quello che accade e accadrà è successo… luogo fondamentale per il pianeta, vi si sono svolte cose importantissime… eccetera. Compresi i Vimana, le tecnologie volanti e gli armamenti avanzati.
MB. Dell’India in Occidente abbiamo colto soprattutto la musica.
Louis approfondisce la tematica delle culture antiche e in particolare quelle monoteiste che “ci hanno distrutto”. Sottolinea invece quello che esse non accettano, ovvero la normalità del multidimensionale, che la musica come disciplina sintetizza da sempre. E fra le radici a cui riferirsi, cita nuovamente il “gitano napoletano” che va nel mondo e dedica la propria musica a Camaron del Isla, il cantante re dei gitani e a Ricardo Cachon, grande compositore di flamenco.
MB: E come inserisci questi grandi, come fanno parte delle tue composizioni?
LS: Quando penso a Coltrane, a Charlie Parker, a Jimi Hendrix a Wayne Shorter… sono i miei avi. Sono nel cerchio magico, nel mio mondo affettivo. Io sono solo un minuscolo granello, loro sono giganti, ma io li sento miei fratelli. Perché la loro musica è Amore. Dice Michael Wolf (e tu lo sai bene caro Maurizio) dobbiamo ascoltare con gli occhi e guardare con le orecchie.
MB: Ma quei dieci anni, fra Coltrane, Parker e Davis hanno scandito la rivoluzione totale che ti ha colpito nel profondo.
LS: Per due motivi. Uno per la sintesi, dalle etnie portate in Centro America e poi smistate, poi innestate alla parte celtica, alla parte dei nativi americani, con Mingus ad esempio. Abbiamo smarrito la poesia, dei rapper i poeti sono il tre per cento di poeta… roba da supermercato…
La musica strumentale bypassa il bluff della parola, ti connette a qualcosa direttamente spirituale. Mi ascoltano gli ebrei, gli islamici… è un linguaggio che parla al corpo prima che all’anima.
Passo le mie giornate nella ricerca, non solo in meditazione, e non solo ricerca macro strutturale sull’armonia, io creo anche i suoni, sulle sonorità delle cose…
MB: Anche come musica concreta…
LS: Sono stato iniziato da un pioniere della musica elettronica e della computer-music, Antonio De Santis, che ha fondato l’IRCAM a Parigi insieme a Pierre Boulez, Peppino Di Giugno (geniale inventore, N.d.A.). Sarò per sempre riconoscente al mio Maestro. Mi manca. Mi mancano le nostre chiacchierate i nostri scambi. Era un gigante! Un vero gigante della Musica. Mi piace pensare che la mia Musica possa colmare il vuoto che le persone importanti nella nostra vita hanno lasciato passando nel mondo che non si vede.
MB: E arriviamo a Frank Zappa…
LS: Lo aveva capito perché veniva da Edgar Varèse.
Un po’ come nell’accademia di Platone, nel mio caso ti puoi ritrovare a cinque anni ad apprendere la tradizione della Benares Gharana (la casta dei musicisti di Varanasi sul Gange, N.d.A.)e alla fine del tuo corso, dopo 20 anni di studio, aggiungi al tuo nome il nome della casta… così avrai rispettato la tradizione della gharana. Non si può innovare senza aver sviscerato pienamente la Tradizione.
RM: Sei uscito da Napoli, hai girato il mondo e conversato con tutti, con tante culture, ora hai la sintesi, che è il Jazz per tua scelta e torni a Napoli perché è un tuo messaggio, oppure perché Napoli è nuovamente capace di accoglierlo?
LS: Io in realtà non mi sono mai allontanato… Napoli vive sempre in me, ma dicevamo che la sensibilità di questi anni è una ricerca olistica e Napoli è olistica e sincretica da millenni… Parli (rivolgendosi a Renato)… come sintetizzando quello che è Napoli in me.
RM: Quindi tu scendi in campo per affermare Napoli e per sostenere che non siamo provincia.
LS: Ne sono ambasciatore.
MB: E la costruzione di quest’opera mi fa chiedere: come hai messo insieme la band: concettualmente, virtualmente o sensitivamente?
LS: Sensitivamente. Perché ci riempiono di cazzate. Ci dicono, guarda al cervello… le ultime scoperte cognitive della scienza ci dicono che il cervello è qui nel plesso solare, gli antichi lo chiamavano Archeos. Io mi muovo con la mia bussola qua (indicando il plesso solare).
MB: Ma qui (indicando la fronte) c’è il terzo occhio.
LS: Ѐ un ponte fra qui e qui… archeos e poi l’intuizione… Manzoni diceva che Renzo apparteneva alla gente meccanica… Ebbene, per arrivare alla consapevolezza la musica è una via spirituale, non è entertainment. La via iniziatica che ho deciso di percorrere da quando avevo nove anni.
MB: Questa è una band che regge insieme? O è un organico passeggero.
LS: Dato il covid time… la musica internet, un concerto on line… come una donna bellissima che devi incontrare se ci vuoi stare. La gente deve capire che l’arte vera vive nella performance dal vivo. La mia band ideale è in un teatro dove si fa musica con i cuori di tutti i presenti… essere in risonanza empatica col pubblico. I dischi sono come i quadri e io oggi sono nel mio periodo blu, ma fare un disco è un altro modo di esprimere l’arte, fissare quel momento compositivo ed esecutivo, è la fotografia, ma anche giocare con l’artificio e la tecnica. Non in questo mio disco che è tutto dal vivo. Ogni concerto è sacro, ogni volta che un essere umano impugna uno strumento è un atto sacro, che vale più delle moschee, delle sinagoghe e delle chiese. Il concerto rimane l’essenza del fare musica.
MB: Siamo al terzo brano: “The Secret of Mansa”. Mansa credo appartenga all’africanità, alla base assoluta del senso ritmico, alla fisicità sonora… scene che io ho visto con i miei occhi in Togo: bambini piccoli danzavano su se stessi e battevano le manine per comunicare con noi bianchi, per avvicinarsi e stabilire una forma di contatto e ricevere il regalino, la caramellina… la musica è l’unica cosa che ci lega all’Africa, che abbiamo solo sfruttato.
LS: Le multinazionali hanno sempre fatto man bassa, la Francia soprattutto. Ho vissuto in Senegal e in Mali e ho provato la crisi del ritorno… vivendo con loro, ti accorgi che quei territori e i loro popoli sono un patrimonio per tutta l’umanità, il gigante cinese è lì da anni a spadroneggiare… Ho conosciuto la nipote del presidente del Senegal Leopold Sengor, l’unico nero ammesso alla Accademia di Francia. (Racconta del suo lungo viaggio per incontrarla, in barca, su un asino e su un carretto e la signora non c’era…poi il canto da un minareto…).E alla fine la vidi e capii cosa era l’Animismo, che è un ponte con l’intuizione, un ponte con il multidimensionale, mi prese per mano, abbiamo parlato… mi diede un bracciale, portalo in Italia, mi disse. L’Africa così mi è entrata dentro. Mi è arrivata dall’emisfero destro, in Africa ci sono i maestridell’emisfero destro… invece in Europa, nell’Occidente abbiamo costruito tutta una società poggiata sull’emisfero sinistro. Io non sono per la civiltà visiva, ma quella uditiva, perché si dice che l’orecchio è connesso all’emisfero destro, in Africa c’è molto emisfero destro, che oltre alla musica la fa da padrone anche nella ritualità, si danza…
MB: Ed è legato al femminile, se non vado errato.
LS: E certo! Il femminino sacro, da Leonardo sino a Dante ne erano cultori, Botticelli… l’emozione è l’emisfero destro e noi lo abbiamo perso, la musica invece fortunatamente ce l’ha, ma poi chi letteralmente naufraga nell’emisfero destro sono pochi… come nel film “Lisbon Story” di Wim Wenders, in cui il regista cerca di dimenticare le immagini…
Un fotogramma tratto dal film di Peter Weir “Picnic ad Hanging Rock” (pubblico dominio)
MB: Mentre parlavi mi è venuto in mente “Picnic ad Hanging Rock”… primo, perché un mistero irrisolto, secondo, perché è legato al “superiore”, terzo, perché è legato al femminile dato che riguarda le ragazze dell’Appleyard College, la loro grazia, energia, potenza…
LS: La violenza sulle donne. Tutto quello che avviene in negativo…. Cultura è ascolto del femminile, il nostro è un vero dramma culturale.
MB: Allora il disco è una suite in quattro movimenti. Ma anomala, non alla Pink Floyd, i cui movimenti occupano un’intera facciata di 24 minuti… E quindi dove sono gli altri 24 minuti tuoi di una seconda facciata?
LS: Il prodotto di un’attività artistica va calato nel tempo in cui viviamo. Con un clic siamo a Tokio, possiamo comprare del greggio dal Golfo Persico… l’avvento dei pc ha cambiato la percezione dello spazio tempo e anche delle durate, anche nella buona musica di consumo è saltata l’introduzione, si va subito alla strofa, perché la nostra capacità del qui e ora è completamente diversa e le sei ore di un grande genio come Wagner sono diventate le due ore dei Pink Floyd e ora i miei 40 minuti. I quattro o cinque matrimoni degli americani di oggi, contro le sei o sette vite dei nostri nonni, l’umanità è diversa.
MB: Questa musica in tutto l’album è estremamente potente. Dal punto di vista delle emozioni che consente di percepire e che fa reagire l’ascoltatore. Solitamente, ad esempio nel prog, c’è l’inserimento della voce femminile, della soprano, che tu non hai usato…
LS: No, non l’ho usata…. Amo molto il canto armonico, le diplofonie, come strumento di tecnica spirituale, ma in questo caso no. Venivo da due album dove c’era il pianoforte, strumento relativamente recente inventato da un italiano (sottolineo), nato duecento anni fa, ma l’essenza degli strumenti è antichissima… l’orecchio di Bach, Luigi Russolo con l’Intonarumori… il tasto del primo pianoforte era molto aspro. Dopo anni e anni dedicati all’intelligenza artificiale, alla ricerca elettroacustica, le conferenze ad Harvard e nelle più importanti università e centri di studio nel mondo, in un gruppo di ricerca che si chiamava “Musica Inaudita” guidato da Vittorio Cafagna, che è nell’altra dimensione, io, Domenico Vicinanza e Filippo D’Eliso… mi sono detto basta stare nei cenacoli, la gente parla di musica elettronica, tutto fattibile da chiunque con il computer, mi sono detto è arrivato il momento di mettere insieme qualcosa che prenda un pubblico più vasto, elettronica per tutti. I suoni di questo disco non si trovano altrove, non sono preconfezionati, alcune delle note, delle mie tastiere vanno dal grave all’acuto, suono con i piedi la pedaliera, creo suoni come un liutaio di me stesso e questo è il frutto di anni spesi nel “micro” a creare suoni, nel ricercare questo nuovo linguaggio MUMEX. E con Renato, con la mia volontà, abbiamo ascoltato delle mie cose, poi la grande amicizia, ma il senso che ci accomuna è essere portatori di qualità, la mia musica è vera, non è un bluff.
MB: L’album finisce con un gong, perché dà inizio e fine a una preghiera, una meditazione?
LS: Perché non esiste l’inizio e non esiste la fine, è tutto un ciclo e il gong è lo strumento che raffigura la liberazione, il culto della vibrazione. Io faccio musica per devozione e per essere curativo, portare qualcosa alle persone nell’ambito della guarigione. Della quale io sono solo un tramite. La vera musica è guarigione, terapia, amore, compassione, la più grande strada spirituale che esiste, non c’è una disciplina più profonda. So che la vibrazione ha un peso importante nell’evoluzione di questo pianeta. Dal punto di vista scientifico perché in tutti gli elettromedicali si è scoperto il potere degli infrasuoni, spirituale e della materia… quando usciamo da un concerto dal vivo, l’elettricità, l’energia che abbiamo nell’anima è la straordinaria forza della musica. Basta che gli artisti non stiano sotto la tavola dei potenti ad aspettare l’osso. Così sarai sempre uno schiavo. Allora vivi il tuo giorno da leone, con gioia, ma anche in libertà.
Perché la vita in questo corpo è una e il passaggio è uno, non ne faremo 300 mila. Una sola volta sono andato da una medium, perché da sempre ho il dono della medianità ed era una medium che stava dall’altra parte del Tevere, di fronte casa mia ed era la medium di Fellini. Famosissima. Quando l’ho incontrata mi ha detto: “Maestro, ma perché sei venuto qui, tu non ne hai bisogno” e durante questo colloquio mi ha detto ancora: “Tu ti sei voluto incarnare per sperimentare la gioia attraverso il suono e la parola”. Spesso lo dimentichiamo, perché la situazione non è rosea e ci ingrigiamo, però non dobbiamo perdere di vista la gioia, ed è questo che mi ha reso possibile il legame con Renato, lavorando con il sorriso. La capacità di dispensare gioia per te e per gli altri.
Cronache rock, incontri ravvicinati e altre dimensioni
Un giornalista ufologo disegna un percorso che parla di destino e d’amore in un universo che così poco conosciamo.
Prefazioni di Carlo Barbera ed Ernesto Assante
Dal 1971, quando un incidente stradale lo portò a vivere un’esperienza di pre-morte, al 2010, quando una seduta di ipnosi regressiva gli ha mostrato una realtà rimossa dalla memoria cosciente, quanto appare in questo libro è legato alla risonanza, al principio che rende le nostre vite collegate e comunicanti, anche se non ce ne accorgiamo.
Giornalista investigativo e ricercatore del mistero, Maurizio Baiata è cresciuto con la musica rock nel sangue. Altrove, assoluto e alieni sono per lui lo specchio esteriore di uno stesso mondo, al quale a volte abbiamo accesso, se il nostro sé vuole compiere il percorso legato al soprannaturale, a tutte le creature nel cosmo, alle nostre vite passate, presenti e future.
Le esperienze di contatto con altri esseri e attraverso altre dimensioni diventano allora una via di uscita dal buio dell’anima, verso il risveglio, sul piano individuale, collettivo e cosmico della coscienza.
Quindi, un mosaico di testimonianze, di incontri straordinari, di luci e ombre su distanze oceaniche, di sensazioni e scoperte, di prove, interrogativi e alcune certezze.