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Intervista esclusiva al grande attore – Originalmente pubblicata su “OZ Orizzonte Zero” n. 10, Gennaio 2022

di Maurizio Baiata

23 Gennaio 2023

Abbiamo parlato con Enrico Montesano, da tempo schierato a favore della libertà di espressione, deluso da un Paese reso irriconoscibile dalla tracotanza di potere e dimentico dei principi della convivenza democratica e civile. Per questo, il grande attore ha scelto un esilio volontario dalle scene e percorre i sentieri tortuosi della comunicazione con lo sberleffo, la satira, la riflessione fulminante.       

Maurizio Baiata: Buongiorno Enrico, sono Maurizio Baiata.

Enrico Montesano: Buongiorno, ma scusi non ho capito, lei chi è, Maurizio Baiala…

Maurizio Baiata. Avevamo stabilito di sentirci oggi alle 12.

Ma questa che radio è….

Non è una radio, è una rivista mensile, OZ Orizzonte Zero. Sarei il direttore e ho 70 anni.

Ah, allora va bene.

Enrico mi devi scusare, se ci diamo del tu.

Sì, ma mi raccomando, vorrei leggere il testo prima della pubblicazione, visti i tempi che stiamo vivendo e quello che mi è successo nell’ultimo mese, perché se fa uno starnuto uno qualunque rimane uno starnuto, lo faccio io, diventa un affare di stato nazionale. Dopo 52 anni, di attori come noi ce ne sono rimasti pochi, quindi quello che dico io ha una risonanza e i miei legali mi hanno pregato di leggere attentamente sempre prima quello che… 

Sarà fatto. La nostra linea editoriale da alcuni mesi e dopo la prima copertina dedicata a Massimo Mazzucco e quella successiva a Nandra Schilirò (qui sotto, nella foto di Fabio Federici), Facebook ha posto alcuni blocchi, poi rimossi e ha lanciato avvertimenti, segno che diciamo cose interessanti. 

Sì, perché tutto ciò che esce dal politicamente corretto, dal pensiero unico… dà noia. Loro drizzano le antenne e dirigono certe attenzioni non piacevoli verso alcune persone, attività, siti web o riviste.

Riviste in edicola e organi di stampa che dicano quello che sta accadendo e riportino i fatti nei termini della cronaca, ce ne sono poche.

Hai ragione, qualche piccolo spiraglio si ha con “La Verità” di Belpietro e col programma di Mario Giordano. Per il resto abbiamo una uniformità e un asservimento totali.

Beh, comunque in Italia siamo bravissimi, per noi è un bel primato nel mondo occidentale.  

Noi sì, ci uniformiamo completamente… per 20 anni cosa abbiamo fatto? All’epoca quanti erano i fascisti? Trenta, 40 milioni, poi improvvisamente sono diventati 40 milioni di antifascisti. Un po’ è il carattere, la mentalità italiana. Però, devo dire che cercato di capire e mi ha sorpreso molto quando, il giorno dopo, sono usciti tutti di casa con una pezza in faccia, era là che bisognava rifiutarsi.

Al di là della caratura artistica e dell’umanità che hai sempre espresso, ci si aspetterebbe che il mondo della cultura e dell’arte avvertisse la responsabilità di comunicare con la gente, visto che si ha una credibilità nei confronti delle persone…

Certo, ma forse… le persone, gli artisti non vogliono perdere le posizioni di vantaggio acquisite, cioè il contrasto, mettersi contro     non ti dà vantaggi. Come ben vedi, oggi c’è la satira “a culo caldo” come la chiamo io, ovvero la satira contro chi si oppone al potere, mentre è sempre stata contro chi il potere lo detiene. Oggi invece la satira si fa contro i pochi che contrastano il regime, la situazione attuale. I comicucci di regime, tutti servi, c’è una servitù volontaria. Sai quel bellissimo libretto, il discorso di Étienne de La Boétie “La Servitù Volontaria”. Ecco, è questo, nessuno si schiera contro perché poi non trae alcun vantaggio da quella posizione.

Però, la generazione dei personaggi usciti ad esempio dalla scuola di Renzo Arbore…

Ma io dico, datemi un Gian Maria Volonté, dov’è un Volonté e dove sono tutti i miei colleghi che si batterono con il sindacato degli attori italiani per la questione Voce/Volto (Volonté fu alla testa della battaglia contro il doppiaggio italiano, N.d.R.) per i diritti degli attori. Oggi gli attori sono massacrati. O “magni sta minestra” per dirla alla romana, o ti butti dalla finestra.

Invece, quanti sono gli attori che si sono scagliati contro i resistenti, i consapevoli… non mi piacciono le definizioni che decidono i media di regime, no vax, no mask, no green pass, accomunando tutti i cittadini che oppongono un minimo di resistenza, che contrastano, che avanzano critiche. A loro volta, gli attori che hanno criticato questi cittadini hanno poi avuto bei vantaggi. Io li vedo in televisione, fanno serie TV, presentano, sono invitati, ecco il motivo per cui è difficile esporsi e andare contro.

Però, la generazione dei personaggi usciti ad esempio dalla scuola di Renzo Arbore…

Ma io dico, datemi un Gian Maria Volonté, dov’è un Volonté (nella foto sotto, nel ruolo di Bartolomeo Vanzetti, pubblico dominio) e dove sono tutti i miei colleghi che si batterono con il sindacato degli attori italiani per la questione Voce/Volto (Volonté fu alla testa della battaglia contro il doppiaggio italiano, N.d.R.) per i diritti degli attori. Oggi gli attori sono massacrati. O “magni sta minestra” per dirla alla romana, o ti butti dalla finestra.

Benissimo. Il che vuol dire che fra l’arte, che è una forma di comunicazione che dovrebbe scaturire dal cuore e…

Essere libera.

Ma quando in un giornale si fanno le riunioni di redazione, te lo vedi il direttore che comincia a dire “allora tu caporedattore degli Spettacoli di che parli?” – Risposta: del covid. “E tu agli Esteri come apri?” Col covid… non esiste più il giornalista che dovrebbe proporre al direttore diverse notizie di prima pagina e invece non lo fa, sono due anni che è tutto omologato.  

Io spero che la gente si stanchi. Anche chi la pensa come loro. Prima o poi spero che il pubblico, lo spettatore, il lettore si stanchino di sentire notizie monotematiche. Tutto in una unica direzione, senza contraddittorio… Ah, c’è però il trappolone di certe televisioni generaliste nazionali che invitano una persona contraria alla linea, un giornalista, un medico, un personaggio dello spettacolo, qualcuno come me – due o tre bravi – di non conforme al pensiero dominante, nella speranza che tu possa dire qualcosa. Appena riveli qualcosa… ti scagliano addosso tre doberman, tre mastini, è sempre tre contro uno, anche quattro, alle volte è il conduttore stesso a scagliarsi contro il malcapitato ospite, che è una voce di libertà. In questo modo fai il gioco della rete, perché fanno ascolto, fanno la trasmissione…

D’altra parte la cosa più semplice è il debunking, la pubblica demolizione della reputazione…

… Dell’avversario. 

Ѐ il loro sport preferito. Prendi il caso di Montagnier.

Loro ne traggono dei vantaggi, vivono di questo. Chi vive della calunnia, o calunniando gli altri si descrive da sé. Adesso i vincitori sono loro e sono anche padroni della verità. Ti sto per leggere un verso, una riga della prefazione de “I Sommersi e i Salvati” di Primo Levi: “In ogni modo il vincitore è padrone anche della verità. La può manipolare come gli pare”. In questo momento loro sono i vincitori perché detengono il potere, tutti i mezzi di comunicazione, a malapena prima abbiamo citato una testata e mezza che si differenziano. Loro dicono delle cose di un’enormità spaventosa, ma nessuno osa controbattere.

Qualcuno di noi continua a dire “guardate che il Re è Nudo” però siamo soffocati, è una cecità della massa, la servitù volontaria menzionata prima e di cui ho letto nel mio canale youtube. Sono stato attaccato soltanto perché avevo menzionato il contenuto di un articolo del quotidiano Il Tempo, a firma del direttore Bechis, che riportava i dati dell’Istituto Superiore della Sanità. Ecco, un inviato di una trasmissione… che non menzioniamo per evitare reazioni sconsiderate, un inviato che va nelle piazze – lo hanno fatto in due puntate – spero che la sete di vendetta si sia placata – sai, uno di quegli inviati che vengono zittiti, comandati a bacchetta a distanza e anche maltrattati dal conduttore, io li chiamo “il banalino di coda”, beh lui che fa? Attribuisce a me i dati dell’ISS e dice all’intervistata: “signora, lei è molto arrabbiata, vero, con Montesano per quello che dice”, suggerendo anche la risposta. Sapete cosa vi dico? Che voi ve la prendete con un altoparlante, un amplificatore, io sono stato solo un ambasciatore della notizia. Se la prendono con chi ha amplificato, chi ha trasmesso la notizia. Cioè un megafono. Prendetevela con quello che ci parla dentro.

Facciamo un’astrazione un attimo… Tu sei stato protagonista di uno dei film cult per eccellenza… inutile anche starlo a menzionare, a fianco di attori formidabili…

Sì e pensa tu, pure quel film è stato usato per darmi addosso.

In che senso?

Un senatore, o un deputato del Parlamento Italiano, che non nomino, ha detto: «Mah, uno che ha fatto “Febbre da Cavallo”…»… Ma magari l’avessi fatto te!!!

Risate

Ѐ un capolavoro, che ci vuoi fare e dopo 40 anni la gente ancora ride quando lo vede.

Il tecnico qui in studio che ci segue, sta facendo segni di giubilo.

Ma sì, a quello sarebbe da risponneje come Mandrake e er Pomata, o il povero Francesco De Rosa: “Ma fallo te, sei capace a fallo? Ma tu ch’hai fatto in 40 anni pe’ la Repubblica Italiana? Sta cippa de gnente. Hai solo preso i sordi e hai detto un po’ de fregnacce”. Scusa il romanesco, ma in questo modo lui non solo ha offeso due grandi attori che non ci sono più. A parte il grandissimo e straordinario Gigi, ma anche il buon Francesco De Rosa che era un grande attore di prosa, ma hai offeso pure i milioni di spettatori che amano “Febbre da Cavallo”. E tu mi devi offendere perché ho fatto un film di enorme successo come “Febbre da Cavallo”? Beh hai detto proprio una boiata.  

Uno scatto di scena di “Febbre da Cavallo” il film (1976) di Steno con da sinistra, Mario Carotenuto, Gigi Proietti, Francesco De Rosa ed Enrico Montesano.

Sai a cosa volevo arrivare? Rispetto a un cast di quel livello… al fatto che forse sarebbe bene che alcuni di voi, vi riuniste a mo’ di carbonari, sai una cellula di attori clandestini…

Questa è una buona idea… (ride)

Che a un certo punto, vi ritrovate in un seminterrato, e mandate messaggi alla popolazione con le vostre voci – dato che siete ahimé talmente riconoscibili – e dite le cose che vanno dette. “Febbre da Cavallo” non è soltanto la presa in giro di un determinato tipo di Italiani, ma anche la capacità di giocare…

Scusami se ti interrompo. Era la descrizione di un ambiente, fatta però con affetto. Non prendevamo in giro i giocatori di cavalli, era un atteggiamento di comprensione verso di loro, pur denunciandone ironicamente certi difetti. Abbiamo descritto un mondo che è sparito, che non c’è più.

Forse alla stessa maniera bisognerebbe mettersi insieme, senza apparire…

Sono d’accordo. La pensiamo allo stesso modo e questo mi fa piacere. Io non faccio più i video di letture. Faccio degli audio. L’altro giorno ho letto il mio ultimo audio che sta su Telegram, evito fognabuk e molti

mi dicono, perché non rifai i video? Non rifaccio i video perché non voglio che sul mio palcoscenico salga una persona per offendermi. Dicono: “Ma tu fai solo Telegram, noi così non possiamo commentare”“Ce rimette il giusto pé l’ingiusto”, come diciamo noi a Roma. Mi dispiace per te, cara Fiorella, Antonietta, tante ragazze e signore che mi scrivono, mi seguono più di 250 mila persone, quindi come faccio io a rispondere a tutti? Io sono un autarchico, non ho segretarie, lacché e servitori, quindi faccio da me. Ci rimettono alcune persone è vero, ma io ti presento una mia lettura su Telegram. L’altro giorno ho letto un brano di Giuseppe Prezzolini, molto bello, parla di com’era l’Italia, com’erano gli Italiani.

Qui sotto, uno scatto di scena di “Febbre da Cavallo” (1976) il film di Steno. Da sinistra, Mario Carotenuto, Gigi Proietti, Francesco De Rosa ed Enrico Montesano.

Oggi non so se farò un’altra lettura, vorrei leggere qualcosa da “Sommersi e Salvati” di Primo Levi perché in questo momento mi sento un sommerso e vorrei essere salvato, insomma…  a parte che Primo Levi è un grandissimo scrittore, è bello leggere, meditare e riflettere, per esempio lui dice una cosa che oggi si adatta, lo sai?

Sarebbe?

“Molti sanno poco, e pochi sanno tutto”.

Verissimo.

E la scrive negli anni Ottanta, nell’83 credo, “Sommersi e Salvati” è il suo secondo libro, in cui ripensa alle sue vicissitudini, si riferisce alla sua situazione, alla sua storia, ma è una frase che si adatta benissimo al momento attuale, vero? Molti sanno poco, perché queste persone non sanno. E quindi credono a quello che arriva attraverso la micidiale propaganda… capisci?

La propaganda. Il che ci riporta ad aspetti di noi come esseri umani, dotati apparentemente di coscienza e mossi da un’energia vitale. Mi riferisco a una risposta di Nandra Schilirò che fra poco si ritroverà a Firenze con non si sa quante migliaia di donne… è l’energia femminile che dovrebbe riportare un po’ di equilibrio, perché quella maschile…

Ma l’uomo è diverso, meglio lasciarlo perdere. Ma la donna è madre, allora tu madre accetti che tuo figlio venga sottoposto a queste vessazioni?

E non ti vengono in mente le Madri di Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos argentini…

Eccome no.

La rivoluzione la fecero loro, che osarono chiedere: “I nostri figli dove sono?”.

Sì, le coraggiose Madri di Maggio. Ma infatti dico, le mamme sono state plagiate anche loro? Io mi rifiuterei di riempire mio figlio appena nato di dieci vaccini, perché sono obbligatori, dopo l’infausto accordo che fece la sventurata Beatrice, lasciamo perdere il soprannome che le ho dato. Oggi guai a dire che tu su alcuni vaccini hai delle perplessità. Siamo dominati dagli interessi delle grandi case farmaceutiche. Dovremmo analizzare assieme a medici e ricercatori seri i vaccini necessari. Perché tutti, su qualunque mezzo di comunicazione, quando iniziano a parlare, dicono: “premesso che io non sono contro i vaccini”, perché lo devi dire, sennò sei bollato, sei un apostata, vai contro i vaccini, sei un appestato…

Montesano, in uno dei suoi personaggi protestatari.

Non puoi neppure dire free vax e che ognuno ha libertà di scelta.

No che non puoi. Noi siamo per la libertà, però non basta. Devi dire “io non sono contro i vaccini” se vuoi cominciare a parlare. Io replico, “quando dite no vax, dite una boiata”, perché io di vaccini me ne sono fatti quattro o cinque, tutti me li sono fatti, i vaccini storici. Ecco, io sono per il vaccino storico, ammesso e non concesso che anche questo non provochi qualche reazione avversa. Diversi medici affermano che l’antipolio ha generato dei problemi e, se leggiamo un libro un po’ scomodo forse, “Nemesi Medica” di Ivan Illich, non so se si pronuncia Illicc, perché se è tedesco dicono che deve essere dolce… m’hanno corretto pure su Illich, secondo loro dovrei essere un tuttologo… ho letto un nome tedesco e quelli da fognabuk attaccano “no! Il tedesco è dolce!” e chissene frega che è dolce, ma a me il nome mio quando vado in America o in Inghilterra me lo storpiano. Quindi come direbbe Femo Blas (il rapper interpretato da Montesano, N.d.R.), “Non me rompete er ca”. Dunque, Ivan Illich in “Nemesi Medica” dice che nonostante l’avvento dell’antitubercolosa, la tubercolosi stava diminuendo naturalmente e alla questione dedica un capitolo includendo anche un grafico.

Perché accade così, per le migliorate condizioni di vita, o alimentari, o di igiene… ma se queste cose le prospetti anche timidamente, poi ti mettono a tacere. Lo hanno fatto con il dottor Citro, la dottoressa Bolgan, all’inizio lo diceva anche Tarro, il professor Montagnier, tutti questi emeriti riconglioniti (definizione del professor Bassetti, N.d.R.) e mettiamoci anche Didier Raoult e una flotta di medici tedeschi, americani, inglesi, il dottor Christian Vélot, beh io sulla mia pagina li ho pubblicati tutti.

Poi bisogna premettere: “Io non sono un medico” così tutti ti possono dire: “Allora perché te parli di macchine, che sei un ingegnere meccanico, automobilistico? No. Allora stai zitto”. E se tutti parlano di calcio, dicono: “Perché sei un allenatore tu, sei un preparatore atletico? No. Allora statti zitto!”. E invece, vuoi sapere perché noi parliamo di cose che non sappiamo? Vivaddio! Ne parliamo perché ci facciamo una nostra opinione. Più o meno corretta…

Perché cerchiamo di informarci.

Esatto!!! Loro non suppongono che io possa aver letto qualche libro o aver avuto varie conversazioni con medici, come la dottoressa Antonietta Gatti, che è una ricercatrice, una scienziata, il dottor Montanari, il dottor Amici, un vero combattente, il dottor Roberto Petrella.

La dottoressa De Mari è fortissima.

Ah, Silvana De Mari! Ho parlato con lei ieri al telefono. Una donna straordinaria. Il virus non si sconfigge!

Un virus la cui natura ed esistenza sono ancora da determinare.

Quindi loro partono da un postulato completamente errato, ma accettato supinamente, che il virus si deve sconfiggere. I virus non si sconfiggono. Questa cosa è sfuggita di bocca anche a Walter Ricciardi in un’intervista, esiste il video, basta cercarlo. Ricciardi, era intervistato da uno di questi mezzibusti venduti, collaborazionisti colpevoli e responsabili, peggio del regime di Vichy, che gli chiedeva: “Ma dottore, il vaccino va bene?” Lui rispondeva “No, perché il virus, quando il vaccino entra nel corpo, l’antigene, l’effetto del vaccino… il virus lo incontra e siccome il virus vuole vivere, lo aggira”. Ha usato questa parafrasi, lo aggira che vuol dire? Che il virus si modifica. Eccoci! A un medico vero, ogni tanto gli sfugge, la verità, può scappare. Il virus si modifica. E quindi? Lasciatelo perdere. Deve perdere carica virale. Avevamo detto, molti sanno poco e pochi sanno molto. E quei pochi che sanno molto continuano a dire falsità perché evidentemente sanno cose che noi non sappiamo.

E la Chiesa? Onnipresenti su tutto, il divorzio, l’aborto, tutte le grandi questioni da loro affrontate sino a qualche tempo fa, ma per quanto riguarda questa… da loro sono arrivate solo delle encicliche con cui hanno dichiarato: ha ragione la Scienza. Hanno dato alla scienza di Stato il crisma del dogma.

La Chiesa che ha sempre combattuto la Scienza, Galileo ci ricorda qualcosa. La questione non chiara è che si usino parti, elementi… no, sono linee genetiche, di feti abortiti. Cosa vuol dire linee genetiche. Esce una notizia, subito dopo dicono che è falsa, per creare confusione. Anche quando non è una falsa notizia. Ma no, sono dei feti abortiti, conservati, degli anni ’60. Ma come li hanno conservati negli anni ’60? C’erano già questi metodi di conservazione? Se sono un cattolico apostolico romano, un credente e si parla di feti abortiti, per motivi religiosi io questa cosa posso rifiutarla. Sono un obiettore di coscienza. Posso esserlo, a ragion veduta. Perché è nella dottrina, allora non posso dannare la mia anima per un’iniezione. Siccome sono profondamente cristiano – la distinzione fra cristiano e cattolico mi sembra fondamentale – nato cattolico, mi sono meravigliato quando a Pasqua del 2020, mi pare, ho trovato la mia chiesa chiusa il Venerdì Santo per motivi sanitari. La prima volta da quando esiste la Religione Cristiana. Madre Teresa andava in mezzo ai lebbrosi, San Francesco abbracciava gli infermi, nessun prete è andato a confortare le persone malate e sottoposte a una cura errata. Nessuno lo può dire, perché lì ci saltano addosso…

Vuoi dire che questo non possiamo scriverlo?

No. Lo dicono tutti: nessun sacerdote è andato a confortare i malati. Ricordo che non potevano avvicinarsi, gli passavano le cose attraverso la plastica, mi sembrava tutta una grande messinscena. E qualcuno mi urla addosso: “No! Dicendo così non si rispettano i morti”. Io, stavo citando un articolo di un giornale che riportava i dati statistici dell’Istituto Superiore della Sanità – una cosa che la figlia di un Generale ucciso dovrebbe ben capire – e lei mi ha apostrofato, perché io non rispettavo i morti. E l’altro, un senatore che non voglio nominare, e un deputato, non so quali vantaggi abbiano tratto l’Italia dal loro operato di grandi statisti. Ehhh, ci sono stati i morti. La retorica dei morti. Quei poveretti stavano male e lasciati soli non hanno avuto un conforto religioso, beh, i primi che non li hanno rispettati siete voi. Perché gli avete dato una cura errata, tachipirina e vigile attesa. Li avete intubati, che non era necessario, li avete fatti morire. Dopo qualche mese hanno scoperto che: “no guarda, così gli bruciamo i polmoni, quelli hanno degli emboli polmonari”… e allora? Ve la prendete con chi indica la Luna con il dito, guardate il dito e non guardate la Luna. Noi stiamo indicando la Luna, guardatela! Non capisco questa cecità volontaria.

Ci sono momenti nella vita che fanno davvero pensare. Mi colpisce il fatto che ci sarà Robert F. Kennedy Jr. a Milano.

Ah sì, Dio lo benedica!

Pensi che abbia scelto lui di venire in Italia, oppure…

Ѐ un segnale forte. Ha capito che qui si gioca una partita importante. Quello che a molti invece sfugge.

Se il Presidente Kennedy, a Dallas, sotto fuoco incrociato, viene fatto fuori, evidentemente ci sono delle ragioni.

Ecco, ma noi abbiamo creduto anche a quella favola! Crediamo alle favole. Non sono parallelismi azzardati. Levi diceva: “Hanno fatto finta, i Tedeschi, di non sapere quello che succedeva” e aggiungeva qualcosa sulla scarsa affidabilità dei ricordi, cioè: “La memoria umana è uno strumento meraviglioso… Lo sanno bene i magistrati, non avviene quasi mai che due testimoni oculari dello stesso fatto lo descrivano allo stesso modo”. Ѐ straordinario, vero? Mai, mai, dei miei amici uno dà una versione, l’altro ne dice un’altra, non concordano mai. Io credo che il danno maggiore lo abbiano fatto i collaborazionisti del nostro Paese, che sono tanti, lesti al servizio, alcuni in buona fede, altri perché prezzolati, evidentemente. Levi scrive: “Anche le istituzioni e le tecnologie si trasformano. La storia si ripete, ora l’idea che momenti così desolanti possano ripetersi è insopportabile. Ѐ avvenuto, è avvenuto, quindi può accadere di nuovo. Questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.  Nella prefazione di Tzvetan Todorov, scusa se mi sfugge la pronuncia giusta, tanto ho capito che tu sei romano come me…

Abbastanza, però, tu della Garbatella, io di Monte Sacro…

Bravi e gajardi, siamo. Todorov è calzante. Si preoccupa della “proliferazione di quei fattori che hanno reso l’orrore possibile, magari in altri Paesi sotto altro nome, con nuove giustificazioni, non raggiungendo lo stesso parossismo, ma producendo quanto meno (massacri, spero di no) sofferenze senza fine.”

Già ci siamo alle sofferenze. Tu parlavi delle mamme e le donne che con la Schilirò si riuniranno a Firenze. Mi rivolgo alle mamme: cosa sapete di questo siero misterioso che è in fase sperimentale e la cui sperimentazione termina nel 2023? E viene inoculato nel corpo del vostro bambino di 9-10 anni, perché fate questo? Ma un dubbio non vi viene? Lo dico da sempre e per questo mi hanno attaccato. Io sono uno spacciatore di libri e di pensieri di libertà. E piuttosto che un siero, inoculo un dubbio. 

Un’altra cosa la prendo dal grande scrittore e filosofo tedesco Günther Anders, che è il suo nom de plume (pseudonimo di Günther Siegmund Stern, N.d.R.), che nel libro “L’uomo è antiquato” scrive: “L’artista deve dire l’indicibile” e io l’ho detto perché oggi non si può dire quello che dico io, ma gli altri si sono tutti allineati, anzi hanno parlato male di noi che osavamo criticare questo sistema, il regime nazista sanitario. Quelli che mi hanno meravigliato di più? I colleghi che hanno fatto la pubblicità al cosiddetto vaccino.

Che si toccavano il braccio con le dita a V.

Lo trovo allucinante. E trovo allucinante che i collaborazionisti, dai mezzibusti più autorevoli agli opinionisti da strapazzo, dicano che bisogna fare intervenire l’esercito, che il non fare il vaccino è come essere un renitente alla leva, un disertore. Facendo un accostamento, consentimi, mettono insieme la plastica coi carciofi, insomma a pene di segugio – Steno diceva uccelli senza zucchero, se qualcosa sul set non andava.

Paolo Panelli, Delia Scala e Nino Manfredi in Canzonissima 1969

Ma Paolo Panelli ti manca?

Soprattutto la sua ironia e la sua intelligenza.

Era una generazione di attori di età più grandi di te, quindi tu apprendevi da loro…

Sono stati i miei maestri. Walter Chiari, Delia Scala, Aldo Fabrizi col quale ho fatto per tre o quattro mesi una vita in simbiosi con “Rugantino” e Manfredi… quando ho girato con Manfredi correvo come un pazzo, perché tutto quello che avrei voluto dire io di cose che non quadravano, le aveva già dette lui cinque minuti prima. Stupendo. E Panelli era formidabile, intelligentissimo.

A proposito di Panelli, per me sono indimenticabili le sue battute che iniziavano con “Possino”…. Le uso spesso sai, ma io ne conosco una che non so da dove arriva e il cui significato è comunque quello di augurare a qualcuno di andare in una certa via…

Dai. Dimmela.

Beh io li mando in Via Pitelander.

Grande, la posso fare mia?

Assolutamente. Per me è un onore. Grazie Enrico, dal profondo del cuore.

Grazie a te, Maurizio, mi ha fatto piacere. Ci risentiamo presto.

Nota: Intervista originalmente pubblicata sul n. 10 di “OZ Orizzonte Zero” (mensile edito dalla X-Publishing) come storia di copertina, nel Gennaio 2022.

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La mia Prefazione

di Maurizio Baiata, 4 Novembre 2022

A volte possono sembrare storie di un’altra vita, ma non mi sono mai privato del loro ricordo. Mi è servito per capire meglio ogni giorno realmente chi siamo e come viviamo nel presente. Soprattutto nella Musica, Arte che si esprime nel PERSEMPRE, ciò che respiriamo viene da quello che siamo stati e che saremo. Nel cercare e nel rileggere le tracce del mio passato di giornalista musicale, con un po’ di presunzione ho pensato che tutto era stato scritto e detto e che se le nuove generazioni oggi scoprono un suono, un disco, un volto, questo avviene anche grazie a chi allora ne ha narrato. Con passione, alcuni anche con coraggio, facendo errori madornali di giudizio e alla fine con la più totale certezza di essere ricordati come cronisti di un’epoca mitica sì, ma non leggendaria, reale e contraddittoria, testimone infine della terribile sconfitta di una generazione che viveva di sogni.

Nella seconda metà degli anni ‘60 frequentavo il Liceo Scientifico San Leone Magno dei Fratelli Maristi. Non andavo granché bene, tranne che nelle materie umanistiche, grazie a Walter Mauro, il mio professore di Italiano e Latino, grande giornalista, critico letterario, autore del fondamentale “Jazz e Universo Negro”, che mi impartì lezioni di pensiero per tutti gli anni, sino alla Maturità. Al quarto mi rimandò in Latino, perché si era accorto che lo traducevo all’impronta e che della grammatica nulla mi interessava, né avevo studiato. Imparai la lezione poi, su suo consiglio, l’anno dopo alla maturità presentai una tesina sulla Beat Generation che mi garantì la licenza liceale con un 36 tondo tondo, visto che nelle materie scientifiche feci pressoché scena muta. Walter Mauro era in commissione e mi congedò dicendomi che sapevo scrivere e sembravo possedere una buona predisposizione al giornalismo, ma avevo la testa troppo tra le nuvole.

A quel punto però ero diventato amico di Enzo Caffarelli, anch’egli con un anno meno di me nella sezione B dello Scientifico del San Leone e studentello di “Walterone”. Si parlava spesso di musica, durante la ricreazione. Sapevo che Enzo collaborava con Ciao 2001, compravo la rivista e seguivo la sua rubrica di recensioni “Underground & Pop”. Enzo un giorno mi disse che Saverio Rotondi, il direttore del Ciao, voleva inaugurare una rubrica sulle motociclette, mia smodata passione e dissi che l’avrei curata io, la qualcosa avvenne con il numero 44 del 4 Novembre 1970. Una cosetta di una colonna e mezza, le notizie arrivavano dal mensile “Motociclismo” (alcune fornite dal mitico Roberto Patrignani) e le foto le ritagliavo qua e là, uno spazio che credo incise ben poco sul substrato culturale del mondo giovanile a due ruote, ma andò avanti per diverso tempo.

Il sommario del numero 47 di Ciao 2001, 25 Novembre 1970, menziona il mio articolo sul “dark sound”.

Il mio esordio musicale fu un articolo dedicato al “dark sound”, proposto a Caffarelli e accettato da Rotondi, intitolato “Esplode la Musica Nera” (Ciao 2001 n.47 – 25 Novembre 1970). Vi descrivevo le ricerche e le ansie di un genere che mi interessava perché toccava i mondi dell’ignoto, in collegamento con la poesia ossianica e gli scritti di H.P. Lovecraft, William Blake, Mary Shelley e Bram Stoker, il che si trasferiva in un nuovo, dirompente suono che, a mio avviso, era incarnato soprattutto dai californiani Iron Butterfly, quelli dei micidiali 17 minuti psichedelici di “In A Gadda Da Vida”.

Data l’altra mia grande passione, il basket, scrissi un articolo su Lew Alcindor, allora pivot della squadra dell’UCLA e poi divenuto mega stella della NBA con il nome di Kareem Abdul Jabbar. Le informazioni e le foto in bianco e nero me le aveva fatte arrivare da Los Angeles mio fratello Bill B. Bates, che insegnava Lettere Straniere alla grande Università della Calfornia. Il pezzo, intitolato “Il Batman del Basket” apparve sul n. 49 del 9 Dicembre 1970, poi uscì sul n. 52 del 30 Dicembre un ritratto di Cassius Clay intitolato “Pugni, Pace e Polemiche”. Sul n. 50 1970 firmai per la prima volta la rubrica “L’Angolo del Pop”, nata già da tempo per rispondere alle numerose richieste dei Lettori in materia strettamente musicale. La rubrica era una autentica palestra dell’ardimento, ogni settimana alle prese con ragazzi preparatissimi che volevano esprimersi sulla “loro” rivista. Sentivo intanto l’urgenza di oltrepassare la linea editoriale soft del Ciao, uno strano mix – peraltro funzionale in termini di vendite – di costume giovanile, “leggero impegno politico”, divi plastificati e da “Canzonissima”, di gruppi pop angloamericani di alta classifica ed epigoni del beat nostrano. Insomma si poteva saltare dal Rock sinfonico dei Deep Purple a una Iva Zanicchi tutta boccoli in copertina. In redazione, al numero 2 di via Boezio, mi recavo due volte la settimana. Ci trovavo i redattori Fabrizio Cerqua, Luigi Cozzi, Daniele Del Giudice, Tonino Regini (alias Scaroni) e Giuseppe Resta e spesso anche i collaboratori esterni. Simpatizzai con il variopinto Dario Salvatori, super esperto di Jazz, con Renato Marengo, titolare della rubrica “Disco-Grafica”, in cui recensiva i suoni dei dischi attraverso la creatività delle copertine, punta di diamante e “motore” della nuova musica partenopea che lui chiamò Napule’s Power.  A loro nel ’73 si aggiunsero le talentuose Fiorella Gentile, intervistatrice sensibilissima presto divenuta star radiotelevisiva con “Popoff” e “L’Altra Domenica” del clan Arbore, e Maria Laura Giulietti, redattrice scrupolosa, grande appassionata di Jazz, Blues, California alternativa e il Rock al femminile. In quegli anni i corrispondenti erano Michel Pergolani da Londra e Armando Gallo da Los Angeles e le loro cronache, interviste ed estesi reportage fotografavano puntualmente i movimenti sia musicali che sociali che si dipanavano nel mondo in quel periodo. Nel tamburino il roster dei collaboratori cambiava e si arricchiva continuamente di nuovi nomi. Chi scriveva… troppo doveva usare uno pseudonimo e io mi accordai con mio fratello Claudio per usare il suo nome, con l’aggiunta di Bates, dal ceppo familiare paterno italoamericano.

I “corrieri cosmici” Popol Vuh. Il primo a sinistra è il leader, Florian Fricke. © Popol Vuh

A proposito di padri, Rotondi era un papà burbero, ma buono, che mi ripeteva sempre, disinvoltamente passando dal lei al tu: “Baiata, sa cos’e? Tu quello che mi porti in 30 righe lo deve scrivere in 10”. Non lo ascoltavo eppure sorprendentemente i miei pezzi anche extra lunghi passavano, senza alcun taglio. Il borderò mi consentiva molto di più di una paghetta settimanale e, privilegio assoluto, stavo diventando un critico musicale a 20 anni senza conoscere il pentagramma, né aver mai suonato uno strumento. La Musica Cosmica tedesca era la mia stella cometa, scrivevo non so come, ascoltavo i dischi e martellavo la Lettera 32 sino a tarda notte,traducendo quello che sentivo in parole. Gli altri critici del Ciao 2001 che seguirono (anche Manuel Insolera e Marco Ferranti venivano dal San Leone ed erano amici di Caffarelli) avevano un loro stile, ma a mio avviso dimentichi (ignari non posso crederlo) della forza socio-rivoluzionaria che il Rock possedeva. Rivalità fra di noi ce ne erano, ma le lasciavamo sul piano personale in un settimanale ad altissima tiratura e vendite inusitate che nel 1972-73 giravano attorno alle 300 mila copie. In questo senso, ai gruppi emergenti di Rock italiano – fra loro talenti autentici e formidabili – il giornale a mio avviso non prestava l’attenzione che avrebbero più che meritato. I critici del Ciao cercavano di anticipare i tempi, di avere in mano l’ultimo album originale prima che la casa discografica italiana lo stampasse (quando lo faceva), di intervistare l’artista di passaggio in Italia o di andare in Inghilterra per un’anteprima. In tal senso, esisteva anche una rivalità con la trasmissione radiofonica della RAI “Per Voi Giovani” di Paolo Giaccio, con le voci di Teresa Piazza, Carlo Massarini, Massimo Villa, Claudio Rocchi, Mario Luzzatto Fegiz, Michelangelo Romano, Raffaele Cascone e così via… diciamo che noi scrivevamo e loro parlavano. I rapporti con i promoter e i label manager della EMI, RCA, CBS, RICORDI, PHONOGRAM, FONIT CETRA ed etichette varie, per lo più positivi, potevano diventare tesi solo quando certi accordi dietro le quinte – se esistevano – fra le major e la Direzione della rivista, divenivano “scomodi” o ingestibili. Personalmente, mai ho subito pressioni per compiacere una casa discografica. A metà del 1974 qualcosa si incrinò dentro di me, dovevo lasciare il Ciao, non volevo fare parte di un giornalismo “pop” e leggero, inserito nello show business, mentre gli incidenti ai concerti e le cariche della polizia avevano reso l’aria irrespirabile e, di questo sono convinto, la strategia era stata pianificata e generata non da una protesta proletaria o da istanze alternative, quanto invece da un sistema che aveva scelto di insinuare la violenza fra le fila del dissenso giovanile – soprattutto di sinistra – per minarne la consistenza culturale e disintegrarne la forza aggregativa della condivisione musicale. Forse anche per questo, decisi di provare l’ebrezza della casa discografica, accettando di entrare in RCA con un contratto di consulenza che mi consentì di conoscere dall’interno i meccanismi industriali di produzione, marketing e promozione del… Ministero della Musica Italiana. Ebbi la fortuna di incontrare grossi artisti stranieri e di accompagnare in tour Il Perigeo e Antonello Venditti, musicisti seri, che non si sono mai fermati anche nelle date più infuocate dei palazzetti e dei teatri a soqquadro. Contemporaneamente, l’ansia dello scrivere in libertà non mi aveva abbandonato e l’anno successivo, lasciata la RCA, sarei approdato nel Collettivo di Redazione del mensile Muzak, un’avventura alla quale ho dedicato un capitolo nel libro “Gli Alieni mi hanno salvato la vita”. Tempi che ricordo con rabbia e con gioia, sentimenti inevitabili quando si ha la ventura di viverli come collaboratore, redattore e direttore, prima nei terribili “anni di piombo” e poi a New York, nel periodo più caldo della Presidenza Reagan. Ma questa è un’altra pagina di vita che racconterò attraverso gli articoli, le interviste e le sincronicità del secondo volume di “ROCK MEMORIES”.

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Editoriale/articolo di Maurizio Baiata

2 Novembre 2022

L’articolo che appare dopo questo breve testo introduttivo, risale alla fine degli anni Ottanta, quando in me la ferita della morte di John Belushi non si era ancora rimarginata, e guarita non lo è ancora oggi. Lo scrissi, paragonandone un po’ il destino di attore scomodo alla figura artistica del principe De Curtis, in arte Totò. Per entrambi, il popolo aveva decretato un successo straordinario perché insuperabili nel far ridere la gente che era sulla loro stessa lunghezza d’onda. Ma per la critica e la casta del cinema, che fosse Hollywood oppure Cinecittà, erano parte di un sottobosco, immeritevoli di cenare allo stesso tavolo di produttori e registi di grido, erano guitti da avanspettacolo. Due spiriti liberi come loro, il meglio lo avrebbero potuto dare se e quando i registi li avessero compresi e ne avessero valorizzato le qualità anche drammatiche, non da meri attori comici.

E, per me, parlare di Belushi torna prepotentemente attuale alla luce della sua fine, improvvisa e drammatica. Fu il suo personal trainer Bill “Superfoot” Wallace, la mattina del 5 Marzo 1982 a trovarlo privo di conoscenza nella sua stanza dello Chateau Marmont, albergo sul Sunset Boulevard, nella zona di West Hollywood a Los Angeles. Il campione di karate cercò di rianimarlo, ma fu tutto inutile. John era stato stroncato da un micidiale mix di droghe pesanti, eroina e cocaina. Il mattino dopo scrissi un fondo che Il Progresso Italoamericano pubblicò in prima pagina. Se ben ricordo, si intitolava “Se alle star del Rock non si perdona”. Perché la campagna diffamatoria era già partita. Dicevano che se l’era cercata, era un depravato, un drogato, la cui vita sregolata era un pessimo esempio per i giovani americani che lo idolatravano. Se moriva una rock star poco male, dunque. E quella notte tutti lo avevano lasciato solo a morire, se lo meritava. Per forza, appartenevano ad un altro mondo, un’altra realtà che a lui non faceva paura e che trattava con lo sberleffo, la battuta sarcastica, il “ma mi faccia il piacere” di Totò che significava “io da questa roba sto alla larga”. Epica una battuta di Belushi in una scena di “The Blues Brothers”: “Io li odio i nazisti dell’Illinois!”, una battuta che oggi vale molto di più di 40 anni fa.

Quando la libertà viene messa palesemente in discussione con un decreto legge che, palesemente, può essere applicato nei confronti di chiunque si associ a più di 50 di suoi simili sospettati di dissenso, non mi sembra possa interessare solamente una generazione che nei “rave” ha trovato a torto o a ragione un mezzo usato di tanto in tanto per andare oltre il grigiore dei nostri giorni. Ora, mi ritorna in mente una frase simbolo della controcultura giovanile, la “Sex and Drugs and Rock & Roll” coniata dall’artista punk inglese Ian Dury nel 1977… La ricordate? Wow, quanti guai ha combinato, vero? E basta il ricordo di Bluto per commuovermi facendomi sorridere.

Il Senatore Blutarski riposa felice a poca distanza dalla sua villa di Malibu, in un boschetto pieno di fiori, con le aiuole ben curate dal fido Chance Giardiniere. Si è spento dolcemente, confortato nel momento del trapasso dalla vetusta governante, Mary, dal maggiordomo Stewart e i vicini di casa, il proprietario terriero Aykroyd e consorte, notoriamente dedita all’allevamento di bachi da seta. Il Senatore Blutarski è morto all’età di 87 anni, dopo averne spesi più di sessanta al servizio della Nazione, dello stendardo a stelle e strisce e della pubblica moralità. È stato un esempio, un modello per tutti, soprattutto per le nuove generazioni.

In realtà la storia di “Bluto”, questo il soprannome dell’integerrimo senatore, è un po’ diversa. Bluto è stato – nei pochi anni della sua esistenza terrena – il più irriverente cattivo esempio, il più eccessivo e oltraggioso bestione del cinema americano. Uno che a Washington ha assestato scossoni violentissimi e disgustosi, come quel gigantesco brufolo spremuto in faccia ai bacchettoni compagni nella cafeteria del college.

E perciò non riposa in un campicello fiorito, la sua anima è andata diritta in purgatorio, se è andata bene (c’è chi dice di averla vista vagare per i bassifondi di East Los Angeles – ahimé mal frequentati): il capitolo della sua vita è insomma scritto a chiare lettere nel libro dei cattivi. Alla lettera B come Belushi. Al funerale di John, il fido Dan precedeva il feretro in sella a una Harley Davidson (i due amici se l’erano promesso, di accompagnarsi sino alla fine alla loro maniera), ma poche altre nomi di Hollywood erano presenti, la maggioranza rintanata nel tepore di ville di plastica, protette da gorilla di plastica, vivendo una vita di plastica. Falsa e immorale, nella vergogna di non brillare quel giorno. Dato che Belushi ciò che ha fatto lo ha fatto alla luce del giorno. Si è ammazzato davanti a tutti ingurgitando quei cocktail di “speedball” (la mistura di eroina e cocaina sparata per endovena) conditi da alcool e psicofarmaci. Morendo male, malissimo. Da solo.

Una domanda, alla sua memoria: che ci sia un posto, magari nei dintorni del Paradiso, dove tutti questi angeli maledetti stanno lì, a divertirsi, ridendo, cantando e suonando? Se c’è, John Belushi guida una sgangherata compagnia di increduli talenti destinati all’eternità. Un’armata alla cui testa troviamo lui, scimitarra in pugno, maglietta nera con scritta oscena sopra, bandana da pirata sulla testa, che urla a squarciagola “Siamo tutti qui e nessuno ci può fermare!”.

Il talento di John Belushi, la sua irrefrenabile forza d’attore puro non sono stati – nelle pellicole interpretate – recepiti e compresi completamente. Ad un’analisi di questi film, se appaiono chiare le caratteristiche dissacranti del suo essere totalmente in sintonia con i personaggi partoriti sotto la guida di Landis (ad esempio), vi si leggono anche i limiti di sceneggiature e regie che hanno “compresso” l’uomo prima che liberare l’attore. Chiuso in se stesso nella vita, John sfogava in celluloide ciò che gli veniva richiesto, goliardia pura e velocità carnascialesca. Vi si vedono – seppure trasversalmente – gli stessi problemi incontrati da Totò, anche lui sfruttato vergognosamente sino alla fine, tranne rare eccezioni, vedasi Pasolini. E, come per il principe De Curtis, Belushi ha espresso il meglio quando è stato lasciato totalmente libero di penetrare nelle pieghe della comicità autoironica, sarcastica e triste, psicologicamente perdente e non nella macchietta e nella satira tout court. Restano – è vero – immortali le sue gag di uno sgangherato capitano Kirk dell’Enterprise, o di un Ludwig van Beethoven sordo come una campana che si trasforma in Ray Charles, ma, a chi ne abbia amato le performance mirabolanti del Saturday Night Live e successivamente il suo cameo nello special fine serie del fortunato show, resta ancor più viva l’impressione di quegli occhi grandi e soli che vagano sulle tombe degli amici, in un epitaffio a rovescia che lascia con il cuore trafitto nei lunghi struggenti istanti in cui John recita il suo addio alla vita per presto ricongiungersi ai colleghi defunti.

Una sconfitta totale, la morte di John Belushi, per molti di noi che avevamo creduto in lui. E in un’altra Hollywood che non è mai esistita.

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Jerry Cutillo & O.A.K.

Recensione di Maurizio Baiata – 31 Ottobre 2022

Se al genio viene impedito di comunicare il proprio pensiero, di fornire prove tangibili dei risultati che la sua opera produce, se quando al risveglio del mattino i suoi occhi si spalancano oltre le frontiere del cosmo e nel contempo gli si nega il diritto di sperimentare oltre le barriere, si direbbe si viva ancora in pieno oscurantismo dove il pensiero dominante è quello della chiesa, qualunque essa sia, anche quella della scienza ufficiale.

Dal dodicesimo secolo in poi con l’inquisizione, sino a Giordano Bruno… il lume della ragione, ma solo terrena e umana, ha sempre dominato nel “vecchio continente” e se da una parte c’era già lo sguardo verso il cielo degli astronomi, nel tempo di Galileo e Keplero erano gli strumenti ottici dell’epoca a guardare verso le luci della notte, possiamo anche immaginare che un’altra tensione, quella del Suono, proiettasse i liberi spiriti verso la Luce.

Oggi Jerry Cutillo e i suoi O.A.K. aprono l’album “Lucid Dreaming and the Spectre of Nikola Tesla” come si apre un libro magico delle meraviglie terrestri, passanti da “La Danza delle Ore” di Ponchielli a “L’Apprendista Stregone” di Dukas, nelle renditions animate di Disney. Si inneggia alla “LUCE” in “Everything is Light” e si badi non è uno slogan da newagiani fulminati, qui si tratta di un album di Rock Progressivo che nei testi, nei suoni, nelle atmosfere, nei racconti che ripercorrono idealmente la vita di Nikola Testa, l’Uomo Fuori dal nostro tempo (quello che sentiamo scorrere), potevano solo essere resi nella forma di suite, divise in movimenti senza soluzioni di continuità. A quello che parrebbe essere un “concept album” Cutillo ha dato un respiro di natura quasi selvaggia, quindi libera la tua immaginazione, caro ascoltatore, in questi solchi non troverai solo la storia del genio croato, ovunque ci sono alchimie inusuali, come quelle di flauto e percussioni e negli impasti vocali scorre l’adrenalina della tensione dell’Uomo Tesla in una città che lo vide osannato e sopraffatto, la “New York” che lui avrebbe voluto illuminare grazie al suo libero pensiero assoluto.

Non si può essere sottoposti a una ragione da considerare come una divinità pagana, se non si sogna. “Learn to Run in Your Dreams” è a mio avviso il pezzo centrale dell’album, la portante della seconda facciata che dà luogo alla magnifica “The Comet and the Dreamer” con l’entrata vocale di Oljia Karpova e si capisce che se davvero la ragione è una dea femminile, è solo umana. Musicalmente, qui Cutillo osa ancora più che in passato, sia rispetto a “Giordano Bruno” sia a “Nine Witches”, avventurandosi su ascese piene e potenti con andamenti orchestrali, come in “White Wings”, e l’incedere facendosi drammatico non è mai stucchevole, la ritmica ha una progressione che d’improvviso ci regala un wha wha quasi ancestrale che dialoga col flauto. Si capisce, è vero, fin qui il cammino è stato sin troppo intenso. Allora, per questo, il lavoro di Cutillo vuole salutare il genio di Tesla con dolcezza, affidandosi alla voce di Laura Piazzai nell’apertura di “Silver Cord” come a creare un ponte di voce e suoni con Lui, la solennità di una chiesa, ma sconsacrata. Mi ha ricordato, nei brividi che percorrono il mio corpo in chiusura, la “Gandharva” di Beaver & Krause, in cui anziché al sax di Gerry Mulligan tutto viene affidato alle astrali note della Piazzai.     

Se avessimo dovuto aspettare ancora un secolo per rendere omaggio in musica al genio più misconosciuto della nostra era moderna, tutto sarebbe rimasto uguale. Invece in un coraggioso album di rock d’avanguardia, il fulgido passaggio di Nikola Tesla in Terra viene ricordato con emozione e Amore e nessuno lo può tacere. Perché non è vero che là fuori nessuno ci ascolta. E Nikola tiene accese tutte le luci del cielo nella nostra anima. 

Oltre che nei negozi specializzati, il cd si può acquistare entrando nel sito della casa discografica Aereostella che lo pubblica, a questo link:

https://www.aereostella.com/categoria-prodotto/e-shop/

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CONFERENZA SULLA DIPLOMAZIA EXTRATERRESTRE 2022

COSTRUIRE INSIEME UN’AMBASCIATA RICONOSCIUTA DALL’ONU

PER IL CONTATTO CON GLI EXTRATERRESTRI

GIOVEDÌ 6 OTTOBRE 2022

IN STREAMING INTERNAZIONALE – ORE 24:00 (Italia)

Per acquistare il biglietto andare sul sito https://alliance4et.org/ 

Procedere all’acquisto, seguendo le indicazioni del sito e inserendo il codice: ETDC2022 si potrà ottenere uno sconto sul prezzo del biglietto.

La registrazione verrà resa disponibile gratuitamente per tutti sul canale Youtube della Conferenza entro due mesi successivamente all’evento.

I contenuti della Conferenza  

La ETDConf2022 è una conferenza internazionale che riunisce esperti della questione extraterrestre e appassionati delle tematiche concernenti le civiltà extraterrestri, al fine di discutere i possibili piani della Terra mirati ad avviare relazioni diplomatiche con una civiltà extraterrestre avanzata e darle il benvenuto sulla Terra. Nel riconoscere e accettare le differenze esistenti fra quella terrestre e altre civiltà, intento della Conferenza è proporre a livello mondiale la nostra disponibilità a prendere parte a processi diplomatici su una scala più ampia rispetto alle dimensioni del nostro piccolo pianeta blu. Insieme, renderemo l’umanità più pronta ad accogliere quei popoli extraterrestri desiderosi di incontrarci ufficialmente e apertamente. Si potranno ascoltare le organizzazioni che sostengono questa iniziativa e i progetti che ci stanno portando verso contatti e discussioni ufficiali pacifiche con gli extraterrestri.  È un luogo di pace, idee e azione, che ci avvicina a un’umanità unificata che si unisce a una comunità galattica di cui sappiamo poco.

Organizzazione senza scopo di lucro

L’Alleanza è un’organizzazione canadese senza scopo di lucro, registrata come società federale, priva di personale retribuito, che opera esclusivamente con un team di volontari appassionati. I fondi per l’Ambasciata ET appartengono al Progetto Ambasciata ET, mentre fra i fondatori di supporto c’è il Movimento Raeliano Internazionale.

In quanto tale, i fondi donati vengono raccolti e utilizzati solo per pagare i costi amministrativi, legali, contabili e promozionali.

L’ALLEANZA PER IL CONTATTO DIPLOMATICO EXTRATERRESTRE

La MISSIONE: ACCOGLIERE LE CIVILTÀ EXTRATERRESTRI

L’Alleanza per il Contatto Diplomatico Extraterrestre (AEDC) è una rete internazionale costituita da diplomatici, politici, funzionari governativi, esperti di questioni extraterrestri e persone interessate, con l’obiettivo comune di accogliere le civiltà extraterrestri per stabilire missioni diplomatiche sul nostro pianeta.

Registrata come entità senza scopo di lucro, l’AEDC ritiene che il primo e fondamentale passo per costruire una ambasciata per le civiltà extraterrestri sia la creazione di un quadro diplomatico internazionale inerente tali contatti, preferibilmente basato sulla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche (1961) e sui due protocolli opzionali in essa presenti. A tal fine, l’AEDC ne ha redatto un terzo, provvisoriamente intitolato “Protocollo opzionale relativo alle ambasciate per gli extraterrestri” e sta promuovendo le discussioni e gli emendamenti che porteranno alla sua adozione.

L’AEDC inoltre fornisce consulenza e informazioni autorevoli ai governi per aiutare i loro ambasciatori, militari e politici a comprendere la natura e il significato di contatti con civiltà extraterrestri e a promuovere lo sviluppo di politiche adeguate.

PROTOCOLLO AGGIUNTIVO

PER GLI EXTRATERRESTRI SI RICHIEDE

UNO “STATUS DIPLOMATICO SPECIALE”

L’Alleanza e il promotore del progetto Ambasciata per gli Extraterrestri hanno redatto una bozza (o documento simile) di un terzo protocollo opzionale alla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche, per concordare disposizioni diplomatiche internazionali per i contatti ufficiali con gli Extraterrestri.

La Convenzione di Vienna e i relativi protocolli opzionali sono stati ratificati da quasi tutti i Paesi del pianeta e, finora, hanno soddisfatto le esigenze dei Paesi firmatari. Tuttavia, è sempre più evidente che le civiltà extraterrestri (da tempo, N.d.R.) ci stanno mettendo sull’avviso al fine di prepararci a un contatto ufficiale. L’umanità è giunta a un punto tale da richiedere che la Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche venga modificata, aggiungendo uno specifico protocollo (riguardante la creazione N.d.R.) di ambasciate per gli extraterrestri, in preparazione per un evento di tale storica importanza. Un protocollo concordato a livello internazionale significherà che le Nazioni Unite – o qualsiasi Paese firmatario – saranno pronte per l’annuncio ufficiale di un contatto extraterrestre da parte di una determinata nazione.

TABELLA DI MARCIA DEL PROGETTO

Dal 1974 abbiamo lavorato duramente per organizzare, sviluppare e realizzare il nostro progetto. L’Alleanza è una tappa del piano. Siamo al lavoro. Abbiamo già tutto il necessario per edificare l’ambasciata nel territorio più adeguato. Dobbiamo ottenere che l’ONU discuta e integri i Protocolli Opzionali per il Contatto Extraterrestre, e poi il processo costitutivo dell’Ambasciata per gli Extraterrestri potrà iniziare.

1974

Nasce il concetto di Ambasciata per gli E.T.

1994

Conferenza stampa di presentazione del modello di Ambasciata di E.T. in Svizzera.

2016

Creazione del team di contatto diplomatico.

2019

Prima risposta delle Nazioni Unite.

2020

Creazione dell’Alleanza per il Contatto Diplomatico Extraterrestre

2021 – 2022

Iniziativa diplomatica

Organizzazione di una conferenza per discutere il protocollo opzionale alla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

2022 – 2023

Firma del Protocollo opzionale

Ottenere la firma del Protocollo da parte di almeno tre Paesi.

2023 – 2025

Analisi dell’ubicazione del sito

Individuare si siti idonei per il progetto E.T. Embassy nei Paesi che hanno firmato il Protocollo facoltativo.

2025 – 2027

Acquisizione del sito

Scelta del sito preferito identificato, acquisito e trasferito, insieme a un accordo sulle principali infrastrutture esterne. Finalizzare gli aspetti legali del progetto dell’ambasciata del TCE.

2027 – 2030

Pianificazione e realizzazione

Pianificazione generale, progettazione architettonica e ingegneristica, approvazioni, contratti e messa in funzione. Costruzione del complesso dell’Ambasciata ET, compreso un modello a grandezza naturale dell’Ambasciata che sarà aperto al pubblico.

2030

Dal 2030 l’ambasciata opererà in modalità custode, in attesa del ritorno della civiltà extraterrestre sulla Terra.

                               AIUTATECI A FARE LA STORIA!

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