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di Maurizio Baiata – 16 Maggio 2025 – Articolo redatto nel Gennaio 2011 e qui aggiornato

STASERA, MERCOLEDI’ 16 LUGLIO 2025, PRIMA E SECONDA PUNTATA DELLA PRIMA STAGIONE DI THE WALKING DEAD, IN ONDA SU CIELO, CH. 26, ORE 21.20

Cinque Dicembre 2010. È sera e tra alcuni minuti andrà in onda via cavo in “prime time” sul canale AMC il sesto e ultimo episodio della prima stagione di “The Walking Dead” (TWD). Non posso perderlo. Primo, perché non ho alternative e non saprei dove andare. Uscire di sera dal motel dove alloggio da due settimane non è una grande idea. Intorno a questo dignitoso albergo della catena Best Western c’è il nulla di cemento di Mesa, contea di Maricopa, Stato dell’Arizona, vasto sobborgo a circa 20 miglia ad est del centro di Phoenix. Siamo nella East Valley dell’area metropolitana della capitale immersa in una valle nel deserto. Mesa è abitata prevalentemente da minoranze etniche che qui significano ispanici e le cui gang sono assi attive. La auto della polizia la pattugliano giorno e notte.

Mappa della zona di Mesa, fra Tempe e Gilbert, nella Grande Valle di Phoenix

Un avamposto urbano desolato e poco rassicurante percorso da stradoni e macchie di terra brulla con ai margini edifici bassi a facciate grigie e mura che si immaginano pericolanti. Considerato lo scenario da catastrofe planetaria, meglio non avventurarsi fuori dal motel, starsene rintanato in stanza ad attendere l’arrivo della cena cinese e prepararsi all’assalto di orde fameliche di zombie della serie televisiva.

Una scena de “La notte dei morti viventi”, il capolavoro di Romero del 1968.

Secondo, perché “The Walking Dead” corona gli incubi preferiti degli appassionati del genere e io sono uno di loro. Sfegatato fan sin dal 1968, quando le livide immagini in bianco e nero de “La Notte dei Morti Viventi” mi inchiodarono allo schermo di un cinema d’essai e intuii la grandezza di George Romero, capostipite e maestro indiscusso di un genere che ancora oggi, come i suoi interpreti-cadaveri, è duro a morire per davvero. Terzo, perché nel motel sono solo, chiuso nella mia stanza e nessuno potrà impedirmi di vedere l’episodio che chiude la prima stagione di un telefilm da infarto che neppure la Hollywood estrema di un crudo western alla Pechinpah, di uno sbilenco noir di Lynch, o un horror grottesco di Raimi, ha mai avuto il coraggio di produrre e proporre sugli schermi Tv.

L’ambientazione della serie voluta dal regista Frank Darabont è un incubo all’aria aperta che nulla lascia all’immaginazione. Il suo realismo è agghiacciante, il ritmo asfissiante, un continuo tira e molla del nodo scorsoio tale da farti attendere l’attacco dei morti viventi come una liberazione ogni volta. E sono loro, i “walkers” a rendere l’azione ancora più sospesa nel tempo e scarnificata, come è giusto, dato che l’apocalisse è già avvenuta e i sopravvissuti, i vivi e i morti che camminano devono vedersela con l’inferno in Terra. È vero, i capolavori di Romero, i claustrofobici “Night of the Living Dead” e il suo derivato di dieci anni dopo “Dawn of the Dead” (indegnamente intitolato “Zombi” nella versione italiana vietata ai minori di 18 anni nel 1978, con la colonna sonora dei Goblin) non sono certo una scampagnata fuori porta, ma in “TWD” le strade sono deserte, solcate da turbinii di vento tossico, affiancate da palazzi abbandonati, dietro i quali si nascondono ex umani dormienti che si risvegliano all’odore della carne di cui si nutrono e dalle loro bocche sventrate escono rantoli terrificanti che preannunciano la tua morte e, ahimé, anche il tuo accesso alla medesima condizione di cadaveri che deambulano e mordono e strappano la carne.

“Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra” è la frase cardine che Romero affida a uno dei protagonisti di “Zombi”, il nero attore Ken Foree, che ricorda il nonno che la ripeteva a mo’ di disperata litania, forse sincretica al culto afro-caraibico della macumba e dei rituali vodoo… Non c’è pace per i vivi che devono confrontarsi purtroppo con gruppi di viventi armati e cattivi, in quanto sopravvissuti allo sterminio globale forse causato da un virus biologico di origine sconosciuta, che una fonte infetta, appunto uno zombi, può trasmettere.

Passato è il tempo pionieristico del Romero cineasta sempre fiero della propria indipendenza da Hollywood e sempre campione di incassi, uno dei pochi profeti di un cinema povero ma intelligente, uno che ha fatto morire due volte miriadi di suoi zombies solo se decapitati o perforati nel cranio e che oggi deve riconoscere che allora aveva avuto ragione: l’inferno in Terra esiste veramente e questo è un pianeta ormai prigioniero del proprio destino e maledetto da chi lo abita, un’umanità priva di anima. Se il primo “La notte dei Morti Viventi” parve immediatamente inaccettabile per i benpensanti, allungandosi come un’ombra sul grande Paese che ancora non aveva digerito l’umiliazione del Vietnam, il monito del regista per un’America meno bigotta, meno razzista e persino pacifista significò anche che non avrebbe mai accettato alcun taglio, o censura ideologica alla sua pellicola. Egualmente, anche a “The Walking Dead” è stato impossibile imporre tagli alle scene più cruente che, guarda caso, vedono protagonisti umani contro umani. Sarebbe sacrilego e scollegato dalle ragioni che hanno decretato il suo enorme successo, non solo di pubblico.

Seguirne le vicende vivendole col fiato sospeso ad ogni scena, coglierne i significati reconditi al di là dell’orrore del sapere che sarà meglio non innamorarsi di Maggie o di Rick, perché gli Stati Uniti sono fatti di centinaia di milioni di esseri tutti diversi gli uni con gli altri, non hanno una coscienza collettiva da scuotere perché reagisca all’apatia e al controllo sociale da sempre dominante tranne che nelle pagine di rivoluzione pacifista del ’68 e di Woodstock. Nel cinema lo ha fatto Romero, nel media televisivo lo fanno i “walkers” di “The Walking Dead”, la più realistica delle metafore che possono descrivere l’uomo di oggi, un involucro svuotato di sentimenti ed emozioni, di discernimento e di empatia, un individuo che, come abbiamo visto con la pandemia Covid, non esita a condannare ogni diverso, da allontanare, relegare in un ghetto e, se non basta, da dare in pasto ad esseri mostruosi che sbucano dal nulla delle coscienze – o da laboratori sotterranei… chissà forse la metafora vi appare eccessiva, ma non importa. Importante sarebbe sapere chi o cosa ha generato il virus pandemico che trasforma gli esseri umani in zombie. Alla fine della prima stagione non lo sappiamo ancora. Ci auguriamo di scoprirlo in tempo per poterlo fermare. E la verità, purtroppo è inimmaginabile sia nella fiction sia nella realtà.

di Maurizio Baiata – 16 Maggio 2025 – Articolo redatto nel Gennaio 2011 e qui aggiornato

Cinque Dicembre 2010. È sera e tra alcuni minuti andrà in onda via cavo in “prime time” sul canale AMC il sesto e ultimo episodio della prima stagione di “The Walking Dead” (TWD). Non posso perderlo. Primo, perché non ho alternative e non saprei dove andare. Uscire di sera dal motel dove alloggio da due settimane non è una grande idea. Intorno a questo dignitoso albergo della catena Best Western c’è il nulla di cemento di Mesa, contea di Maricopa, Stato dell’Arizona, vasto sobborgo a circa 20 miglia ad est del centro di Phoenix. Siamo nella East Valley dell’area metropolitana della capitale immersa in una valle nel deserto. Mesa è abitata prevalentemente da minoranze etniche che qui significano ispanici e le cui gang sono assi attive. La auto della polizia la pattugliano giorno e notte.

Mappa della zona di Mesa, fra Tempe e Gilbert, nella Grande Valle di Phoenix

Un avamposto urbano desolato e poco rassicurante percorso da stradoni e macchie di terra brulla con ai margini edifici bassi a facciate grigie e mura che si immaginano pericolanti. Considerato lo scenario da catastrofe planetaria, meglio non avventurarsi fuori dal motel, starsene rintanato in stanza ad attendere l’arrivo della cena cinese e prepararsi all’assalto di orde fameliche di zombie della serie televisiva.

Una scena de “La notte dei morti viventi”, il capolavoro di Romero del 1968.

Secondo, perché “The Walking Dead” corona gli incubi preferiti degli appassionati del genere e io sono uno di loro. Sfegatato fan sin dal 1968, quando le livide immagini in bianco e nero de “La Notte dei Morti Viventi” mi inchiodarono allo schermo di un cinema d’essai e intuii la grandezza di George Romero, capostipite e maestro indiscusso di un genere che ancora oggi, come i suoi interpreti-cadaveri, è duro a morire per davvero. Terzo, perché nel motel sono solo, chiuso nella mia stanza e nessuno potrà impedirmi di vedere l’episodio che chiude la prima stagione di un telefilm da infarto che neppure la Hollywood estrema di un crudo western alla Pechinpah, di uno sbilenco noir di Lynch, o un horror grottesco di Raimi, ha mai avuto il coraggio di produrre e proporre sugli schermi Tv.

L’ambientazione della serie voluta dal regista Frank Darabont è un incubo all’aria aperta che nulla lascia all’immaginazione. Il suo realismo è agghiacciante, il ritmo asfissiante, un continuo tira e molla del nodo scorsoio tale da farti attendere l’attacco dei morti viventi come una liberazione ogni volta. E sono loro, i “walkers” a rendere l’azione ancora più sospesa nel tempo e scarnificata, come è giusto, dato che l’apocalisse è già avvenuta e i sopravvissuti, i vivi e i morti che camminano devono vedersela con l’inferno in Terra. È vero, i capolavori di Romero, i claustrofobici “Night of the Living Dead” e il suo derivato di dieci anni dopo “Dawn of the Dead” (indegnamente intitolato “Zombi” nella versione italiana vietata ai minori di 18 anni nel 1978, con la colonna sonora dei Goblin) non sono certo una scampagnata fuori porta, ma in “TWD” le strade sono deserte, solcate da turbinii di vento tossico, affiancate da palazzi abbandonati, dietro i quali si nascondono ex umani dormienti che si risvegliano all’odore della carne di cui si nutrono e dalle loro bocche sventrate escono rantoli terrificanti che preannunciano la tua morte e, ahimé, anche il tuo accesso alla medesima condizione di cadaveri che deambulano e mordono e strappano la carne.

“Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra” è la frase cardine che Romero affida a uno dei protagonisti di “Zombi”, il nero attore Ken Foree, che ricorda il nonno che la ripeteva a mo’ di disperata litania, forse sincretica al culto afro-caraibico della macumba e dei rituali vodoo… Non c’è pace per i vivi che devono confrontarsi purtroppo con gruppi di viventi armati e cattivi, in quanto sopravvissuti allo sterminio globale forse causato da un virus biologico di origine sconosciuta, che una fonte infetta, appunto uno zombi, può trasmettere.

Passato è il tempo pionieristico del Romero cineasta sempre fiero della propria indipendenza da Hollywood e sempre campione di incassi, uno dei pochi profeti di un cinema povero ma intelligente, uno che ha fatto morire due volte miriadi di suoi zombies solo se decapitati o perforati nel cranio e che oggi deve riconoscere che allora aveva avuto ragione: l’inferno in Terra esiste veramente e questo è un pianeta ormai prigioniero del proprio destino e maledetto da chi lo abita, un’umanità priva di anima. Se il primo “La notte dei Morti Viventi” parve immediatamente inaccettabile per i benpensanti, allungandosi come un’ombra sul grande Paese che ancora non aveva digerito l’umiliazione del Vietnam, il monito del regista per un’America meno bigotta, meno razzista e persino pacifista significò anche che non avrebbe mai accettato alcun taglio, o censura ideologica alla sua pellicola. Egualmente, anche a “The Walking Dead” è stato impossibile imporre tagli alle scene più cruente che, guarda caso, vedono protagonisti umani contro umani. Sarebbe sacrilego e scollegato dalle ragioni che hanno decretato il suo enorme successo, non solo di pubblico.

Seguirne le vicende vivendole col fiato sospeso ad ogni scena, coglierne i significati reconditi al di là dell’orrore del sapere che sarà meglio non innamorarsi di Maggie o di Rick, perché gli Stati Uniti sono fatti di centinaia di milioni di esseri tutti diversi gli uni con gli altri, non hanno una coscienza collettiva da scuotere perché reagisca all’apatia e al controllo sociale da sempre dominante tranne che nelle pagine di rivoluzione pacifista del ’68 e di Woodstock. Nel cinema lo ha fatto Romero, nel media televisivo lo fanno i “walkers” di “The Walking Dead”, la più realistica delle metafore che possono descrivere l’uomo di oggi, un involucro svuotato di sentimenti ed emozioni, di discernimento e di empatia, un individuo che, come abbiamo visto con la pandemia Covid, non esita a condannare ogni diverso, da allontanare, relegare in un ghetto e, se non basta, da dare in pasto ad esseri mostruosi che sbucano dal nulla delle coscienze – o da laboratori sotterranei… chissà forse la metafora vi appare eccessiva, ma non importa. Importante sarebbe sapere chi o cosa ha generato il virus pandemico che trasforma gli esseri umani in zombie. Alla fine della prima stagione non lo sappiamo ancora. Ci auguriamo di scoprirlo in tempo per poterlo fermare. E la verità, purtroppo è inimmaginabile sia nella fiction sia nella realtà.

di Maurizio Baiata – 2 Maggio 2025

Appare assurdo che a decidere le sorti di una nazione, di un intero continente, persino del genere umano, siano apparati occulti che si servono dei militari per portare a compimento i loro progetti di dominio globale. Accade da sempre. Nell’estate del 1947 i plenipotenziari che si assoggettarono al Piano del Generale statunitense George Marshall al fine di risollevare le condizioni dei loro Paesi dissanguati e affamati dalla guerra, accettarono la spartizione dell’Europa (andrebbe detto del vecchio continente), consentendone il disfacimento e la sottomissione delle popolazioni, consegnati poi nelle mani dei vincitori. La storia del Dopoguerra d’Italia lo dice chiaramente. E oggi? I due territori, focolai e nuclei degli attuali conflitti, uno mediorientale, uno europeo, saranno anch’essi spartiti, con il placet dei militari e delle strutture che dalla loro opera di distruzione guadagnano e delle logge e apparati segreti con i quali tutto ciò era stato pianificato. La questione UFO rientra da sempre e perfettamente in quest’ottica. Vediamo come tutto abbia avuto inizio e sia stato orchestrato. Primi anni ’40: constatazione dell’esistenza del fenomeno e di interazioni aliene nei cui confronti nessuno si può opporre, neppure le onnipotenti religioni monoteiste. Seconda metà degli anni ’40: si constata l’apparente supremazia statunitense rispetto ai sovietici nel controllo della questione UFO/Alieni. Anni ’60: viene attuata la copertura totale della questione UFO/ET, da parte di entrambe le superpotenze, usando in primis lo specchietto per le allodole della corsa allo Spazio, che sì consente alla gente di guardare ai cieli, ma certamente non in attesa dell’arrivo dei dischi volanti da Marte.

A destra, il Presidente Harry Truman, con l’Ammiraglio James Forrestal, che fece parte del MJ-12.

Negli USA il meccanismo si mise in moto per volere del Presidente Harry Truman attraverso l’istituzione del gruppo Majestic 12, che disponeva di mezzi illimitati per instaurare un sistema di segretezza assoluta e dava in pasto al mondo un cumulo di menzogne. Lo storico Richard Dolan nel suo “UFO’s and National Security State” così ha inquadrato questo cruciale periodo: “Supponiamo che negli anni ‘40 il presidente Truman sia stato informato dell’esistenza sulla Terra di esseri alieni intelligenti e che una o più delle loro navicelle fosse stata recuperata dai militari. C’è da scommettere che avrebbe tenuto segreta tale conoscenza. Dopo tutto, per un’America che mai ha spartito con il resto del mondo le proprie conquiste tecnologiche in campo nucleare, questo (gli UFO, N.d.R.) avrebbe rappresentato qualcosa di ben più avanzato e potente. Logicamente, secondo la nostra ipotesi, Truman avrebbe raccolto un gruppo di consiglieri per decidere la linea di condotta. Il segreto sull’esistenza di questi consulenti andava mantenuto, anche per il Congresso. Perché non appena il mondo avesse saputo che una tecnologia così impressionante era in possesso americano, sarebbe stato solo questione di tempo prima di doverla condividere. Nel frattempo, era necessario studiare la miriade di implicazioni connesse a tale dirompente divulgazione: se si trattava di esseri amichevoli, oppure ostili; a quale livello avrebbe potuto diffondersi il panico; quanto vulnerabili sarebbero divenuti i comparti industriali o gli interessi finanziari. In tutta certezza, mantenere il segreto sembrava l’opzione più sicura, almeno a breve termine”.

Richard Dolan, con Paola Harris e a sinistra si scorgono Don Schmitt, Alfred Webre e Steve Bassett.

Con la presidenza Eisenhower (1953-1961) il sistema di segretezza si consolidò a tal punto da divenire imbarazzante persino per i vertici di Washington. E divenne ancora più scomodo all’avvento di John Fitzgerald Kennedy, eliminato prima che riuscisse a far valere una politica di trasparenza in un Paese dominato dalle corporation e che il resto del mondo aveva già definito un’economia imperialista. Un’ampia documentazione comprova come fosse nelle intenzioni di Kennedy opporsi alla macchina della segretezza e ai suoi addentellati malavitosi e guerrafondai e, per questo, si rendesse necessaria la sua eliminazione. Il sospetto che questo fu attuato prima che il presidente mettesse realmente mano alla questione UFO è fondato. In ogni caso, se si giunge a uccidere un Presidente degli Stati Uniti, imporre il silenzio a qualunque testimone ufologico appare un gioco da ragazzi, per i servizi segreti. Ci vuole comunque il pelo sullo stomaco, ovvero disprezzare la vita altrui, per sottoporre soggetti che hanno “vissuto esperienze” a un trattamento che li costringa almeno a “dimenticare”. E viene da chiedersi quali siano i denominatori comuni caratterizzanti gli individui che compiono questi crimini: in qualche modo associabili ai “Men in Black” della storia ufologica, se il loro identikit non è possibile, esiste un modello psicopatologico cui appartengono, o per il quale vengono scelti? Hanno un background etnico, un credo religioso, o una visione politica, che giustificano nei recessi della loro coscienza (se ne hanno una) tali loro attività? Dagli anni ‘50 ad oggi chiunque si sia alternato sui gradini più alti delle piramidi del potere politico, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Gran Bretagna all’Italia, dalla Cina al Canada, che fosse conservatore o liberale, ebreo o musulmano, animista o satanista, comunque per questo chiunque gli UFO e la questione aliena andavano messi a tacere. La segretezza, soleva dire il colonnello Philip Corso, “è deplorevole ma necessaria” e non mi si venga a dire che a prendere le decisioni e a portare avanti un gioco tanto perverso siano imprecisati sistemi “burocratici” sovranazionali. Affermarlo nasconde un fine: quello di sviare la nostra attenzione dalla verità. Il “j’accuse” va fatto in primis nei confronti delle persone nella catena di comando al cui vertice esecutivo stazionano gli apparati militari. Punto primo. Un testimone scomodo non viene sequestrato e cementato nelle fondamenta di un palazzo in costruzione per ordine di semplici “passacarte”. No. E neppure un Presidente USA crivellato dai colpi di più killer, fra i quali – forse – lo stesso suo autista al volante di quella Lincoln nera.

A impartire gli ordini ci vogliono gruppi super potenti come il Majestic 12, e assassini di professione che li eseguono portando a termine la missione. Porranno in evidenza un capro espiatorio, come Lee Harvey Oswald o, nel caso dei testimoni UFO, inventeranno trame talmente assurde da essere spiegate solo prosaicamente: morte accidentale o suicidio, come nel caso dell’ammiraglio Forrestal, fatto passare per un allucinato affetto da turbe psichiche. I burocrati non si sporcano le mani. Loro sono intoccabili, lavorano per il bene del popolo e dispongono di una rete di complicità che include ambienti e personaggi politici che per l’opinione pubblica hanno le mani pulite e dei quali si conoscono identità, lo stato di famiglia e gli incarichi che svolgono. I burocrati, possono apparire alla luce del sole, ma agiscono nella totale segretezza. Quindi, i veri responsabili del cover-up sugli UFO non siedono a Washington o a Palazzo Chigi, ma sono altri individui, marionette mosse da fili invisibili. Punto secondo. A mia memoria, nessun organo (o singolo soggetto) rappresentativo di un potere politico o industriale, è in grado di operare autorevolmente in campo ufologico senza avere al suo servizio i veri terminali, i “killer della divulgazione della verità”. Costoro sono inquirenti e studiosi della materia, che fungono da parafulmine e agiscono in un mondo dove dominano inganni e doppi giochi, siedono a tavoli attorno ai quali pasteggiano bari e spie, alti ufficiali e guru spiritualisti, scienziati e giornalisti famosi e, ovviamente, diffamatori di professione.

E così gli ho stretto la mano. Perché lo volevo. Perché l’avevo chiesto alla Musica

Saliamo le scale verso la Sala Petrassi dell’Auditorium di Roma, composta fiumana di persone già proiettate verso il concerto, come strumenti che si stanno accordando. Prendiamo posto alle poltrone, cala il buio. Sul palco compare: pianoforte a coda in mezzo al campo visivo, il maestro lì, a pochi passi.È il concerto di Roberto Cacciapaglia, compositore sinfonico di altissimo livello che conclude il suo “Time to Be Tour” con la data romana del 24 Aprile. Si rivolge al pubblico con fare amichevole e umile, ricorda l’amico Franco Battiato, che avrebbe festeggiato i suoi 80 anni. Spende parole per il Papa, scomparso da pochi giorni. Poi siede al pianoforte…

Gli accordi sono quasi tangibili, nastri di seta che volteggiano nella sala, vortici di vento astrale mistico e impalpabile. Delicati fraseggi si alternano a improvvisi risvegli tonanti, che però non spaventano, ma danno quel colpo alle corde dell’anima. E tutto il corpo trema. A tratti porta le note in un mantra che si dipana a spirale, sale verso l’alto, raggiunge la spasmodica tensione e poi esplode nella maestosa rilassatezza di accordi che sono come la risacca dell’Oceano. Un brano dopo l’altro, luce e buio, come sulla copertina del suo ultimo lavoro, si alternano a scandire la scaletta di emozioni che ha preparato. Ad ogni buio, scrosci di applausi.

Un brano dopo l’altro, dialoga con i suoi musicisti attraverso ondeggi della testa e delle mani, e intesse la trama di un arazzo. Violoncello e violoncello elettrico sono affidati a una magistrale esecutrice, che ai cenni di Cacciapaglia accompagna, sottolinea, rincorre, sfiorando con l’archetto o pizzicando le corde, muovendosi nella penombra del margine palco e con luce puntata che sapientemente protegge i cambi di strumento, spegnendosi opportuna. Al lato opposto, l’altro componente la “sua” orchestra rende obbedienti strumentazioni elettroniche per percussioni e armonie, creando il tendaggio entro cui l’esperienza diventa tangibile. Il maestro interrompe in più punti la mera esecuzione, spiega, ci vuole con sé. Lezione di conservatorio, di antiche tradizioni. E tempo sospeso. Ci dimostra come, cristallini e immateriali, gli armonici viaggino da soli, senza che altri strumenti lo producano se non il pianoforte. Un accordo… prolungato… e la nota che esce da martelletto e corda diviene coda di cometa, vibrazione tridimensionale.Viene posto un microfono puntato sul pubblico. Intoniamo il LA sostenuti dal pianoforte, lui che vuole questa gigantesca “OM” di tutto il pubblico. E il pubblico risponde. Un coro che unisce compositore e fruitori, musicisti e persone in sala.

Ogni volta che chiude le mani al termine di un brano, come a raccogliere le note ancora vaganti, la luce si spegne improvvisa, lo scroscio di applausi entusiasti non si contiene. Poi pausa esecutiva, tempo di dialogo. Perché Cacciapaglia ti fa entrare nel suo concerto, non lo ascolti soltanto. Lo esegui con lui… che lo esegue per te. Chiede al pubblico emozioni, ti fa lavorare. Sì. Non ne esci così come ci sei entrato! Lui è il tendine di balestra che scoccherà la freccia, è il capitano di quella nave in tempesta che trova acque lievi. È il volo dell’aquila verso i picchi innevati. Sotto c’è il mondo. Lo ama, si sente. Concede il bis, voluto da tutti. Si prende gli applausi e li restituisce a noi. Si tocca il cuore più volte.A fine concerto accetta di incontrare la gente. Fila composta e silenziosa, che non ha fretta in un mondo che corre, tutti attendiamo nel bookstore di poterlo avvicinare. Ciascuno sosta il tempo a lui necessario. Nessuno scalpita. Ciascuno con in mano il suo ultimo lavoro, in CD o in vinile, pretesto mite e bambino per poter avere il suo autografo, la traccia che “ci siamo guardati negli occhi”, noi e lui. E lui firma, parla, commenta, sorride e si presta per foto ricordo.

Arriva il mio turno, lo avvicino e lo ringrazio per questa immersione senza bombole sul fondo della vibrazione, che dalle profondità ti trascina in alto, più in alto, e il respiro non manca. Anzi, ritorna! Volevo incontrarlo ancor prima di entrare in sala. Ma il punto è che lui voleva incontrare noi! Perché Cacciapaglia non scrive per se stesso, ma si rende strumento per Qualcosa che lo attraversa e che ha un messaggio. Ora. Proprio ora. It’s Time to Be!

di Maurizio Baiata (articolo aggiornato da un originale co-firmato da Adriano Forgione)

IL VIDEO COMPLETO “GLI UFO FILES SEGRETI DEL KGB” È SUL MAURIZIO BAIATA CHANNEL

In merito all’autenticità dei filmati inseriti nel programma della TNT “The KGB Secret UFO Files” non possiamo affermare che i filmati sono autentici, né che la nostra ricerca sia stata infondata. Ci siamo attenuti alla più obiettiva esposizione giornalistica dei fatti, riportando il parere degli esperti internazionali che avevano avuto l’opportunità di esaminare le diverse scene, sottolineando la necessità di approfondire lo studio di un materiale tanto clamoroso.

La copertina del n. 22 di Notiziario UFO, pubblicato nel Novembre 98.

È stata nostra cura presentare i filmati in pubblico solo in occasione di convegni ufologici (a Cagliari e a Pisa), esponendone gli aspetti più controversi e lasciando al pubblico la totale libertà di giudizio, indipendentemente dal dibattito in corso. Sinora, nessuno ha provato né che i filmati siano falsi, né che siano autentici. Fra gli esperti coinvolti dalla produzione della TNT il tecnico cine-fotografico russo Sergei Goncharov, a giudicare dai marchi, i codici e le scritte impressi in testa alla pellicola (16 millimetri, colore, tipo A-2), le pellicole corrisponderebbero ad un girato risalente al marzo 1969 e proverrebbero dagli Archivi del KGB. Ovviamente, disponendo di pellicole originali sovietiche della fine anni Sessanta sarebbe stato agevole produrre simili filmati con le attuali tecniche video. Ma, stranamente, nessuno si è fatto avanti per contestare l’analisi di Goncharov. Di notevole importanza risultano le riprese aeree che mostrano UFO che si fondono e gli scramble tra i caccia Mig e gli oggetti sigariformi ripresi dalle Gun Cameras.

La cover del n. 2 del Gennaio 1999 di Notiziario UFO dedicata ai filmati aerei del KGB.

Il nostro parere è che tali materiali del KGB, presentati dalla statunitense TNT, un network culturale associato alla potentissima CNN di Ted Turner – facciano parte di una strategia dell’intelligence, un misto di informazione e disinformazione avviato da molti anni attraverso i media. Un esperimento sociologico, condotto attraverso un affidabile mezzo televisivo, coinvolgente un ampio campione di popolazione. L’impatto psicologico della notizia di un UFO precipitato nella ex Unione Sovietica, sarebbe di minore portata di una Roswell e chiamerebbe in causa i Russi, anziché gli Americani. Dunque qualcuno, ovvero la regia nascosta di una simile messinscena, avvalendosi di un team ben preparato in campo ufologico, potrebbe aver architettato gli eventi utilizzando materiale sovietico d’archivio e/o ricostruendo la situazione in un set cinematografico. È già avvenuto, a torto o a ragione, come con i documenti MJ-12, i filmati autoptici di Santilli, il caso Guardian, l’intervista o interrogatorio dell’Alieno, il video di Las Lomas… Ma allora, dove sono gli autori del falso? Spariti nel nulla, nonostante l’enorme pubblicità che ne avrebbero ottenuto.

L’articolo originale proposto in queste pagine e apparso su Notiziario del Febbraio 99.

Abbiamo interpellato i produttori del documentario TNT ponendo loro una serie di importanti quesiti. Le risposte si sono rivelate insoddisfacenti. Qui possiamo riferire in sintesi le dichiarazioni dei diversi ricercatori internazionali da noi interpellati. Due le ipotesi ancora preliminari. La prima: forse, una così dirompente fase di “UFO Glasnost” russa è giunta inattesa e ha colto impreparati la maggioranza dei ricercatori. La seconda: se questo materiale mostra realmente ciò che potrebbe essere accaduto a Sverdlovsk nel 1969, ed è davvero uscito da un archivio segreto del KGB, allora potremmo attenderci l’entrata in scena di altri personaggi, non necessariamente russi, ma collegati agli apparati di spionaggio internazionale, pronti a tuonare contro tali filmati.

COSA NE PENSANO GLI ESPERTI DA NOI INTERPELLATI

Michael Lindemann (USA): sono personalmente convinto, basandomi su diverse fonti di cui non posso fare i nomi ora, che il filmato è interamente una fabbricazione. Credo (anche se non posso provarlo) che la produzione lo sapesse sin dall’inizio e potrebbe aver realizzato il footage dal nulla.

Boris Shurinov (Russia): È un falso organizzato dagli Americani per screditare l’ufologia russa. Posso provare che la fibbia dei cinturoni dei militari non corrisponde a quelle allora di ordinanza, e che i certificati di morte dei tre medici sono stati falsificati.

Anton Anfalov: dispongo di una serie di dettagli in merito all’evento, ma non sono comprovabili. Se fosse una contraffazione, è comunque molto vicina ad una verità tenuta celata dal KGB, dai militari russi e dal Governo. Se è un falso premeditato, è stato realizzato per screditare sia un possibile vero UFO crash avvenuto nelle vicinanze, sia tutti gli altri UFO crash russi.

Antonio Huneeus (Cile): dispongo di elementi sufficienti a farmi oggi dichiarare che per me si tratta di un grandioso falso.

Alex Hefman (USA, ex URSS): ho tutte le prove che si tratta di un falso.

Michael Wolf (USA): l’incidente accadde esattamente nel periodo descritto nel documentario, noi ne fummo informati.  Il filmato è di origine sovietica e per me è autentico. Ma le testimonianze sono dubbie. La strategia è far vedere due cose buone e una fasulla.

Michael Hesemann (Germania): il materiale è falso, si vede che la scena del recupero è un set cinematografico e sostengo pienamente le idee di Shurinov.

Gildas Bourdais (Francia): Mi riservo un parere dopo aver ottenuto migliori risultati di analisi, ma propendo per il falso.

Candida Mammoliti (Svizzera Italiana): il fatto stesso che il programma sia presentato da Roger Moore dimostra che si tratta di un’operazione commerciale priva di fondamento.

Stanton Friedman (Canada): ho ricevuto una telefonata da persona rimasta anonima, che afferma di disporre delle prove della contraffazione. Non posso aggiungere altro a quanto dichiarato nel corso dell’intervista fattami dalla TNT, vale a dire che il materiale resta per me valevole di ulteriori analisi.