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Nelle ultime settimane gli amici del Maurizio Baiata Channel hanno accolto molto favorevolmente le testimonianze di figure importanti per la storia della moderna ufologia. Le interviste a Philip Corso, Travis Walton, Jacques Valléé e Paul Hynek, rese possibili grazie alla giornalista investigativa italoamericana Paola Harris, hanno dato un forte impulso ad un canale YouTube che si arricchisce settimanalmente con interventi di attualità e materiali inediti tratti dal mio archivio audio e video, concentrandosi sul campo ufologico e sul giornalismo di inchiesta, mentre per quello musicale e artistico, le sorprese non tarderanno ad arrivare.

Parliamo di “Nuova Ufologia”, definizione che coniai dopo un traumatico distacco dal Cun all’alba dell’anno 2000. Non fu un colpo di spugna per cancellare il passato, ma il riconoscere che si stavano schiudendo altre prospettive, di approccio, di indagine e di comunicazione riguardanti le tematiche UFO/ET. Lo scenario era cambiato ed emergevano valori che qualificavano l’ufologia come una “nuova scienza” di grande portata culturale e sociale. Nella visione globale, l’esistenza e la capacità comunicativa di entità esogene al genere umano, imponevano un cambiamento: porre la “questione Contatto” davanti ad ogni altra. Ebbene, il percorso lo abbiamo fatto. Chi si è iscritto al MBC ha già fatto una scelta di campo precisa e altresì coloro i quali lo seguono per potervi trovare qualcosa di diverso. Di cosa si tratta? Una volta, era un grande prato verde su cui aleggiava un’aria pulita ed era una lentissima fiumana, immensa e ordinata, di automobili variopinte e di furgoni multicolori a fiori sgargianti e odorosi di erbe aromatiche, che sul finire degli anni Sessanta arrivarono alla fattoria di Max Yasgur…

Era quel Sogno di un Mondo Migliore di mezzo milione di ragazzi che non avevano solo occhi e orecchie e cuori stupefatti dai suoni di Jimi o dei Jefferson Airplane, ma soprattutto non accettavano la guerra e si opponevano ad ogni forma di razzismo. E, per giunta, erano pronti all’arrivo dei Fratelli del Cosmo, che non vedevano come salvatori della patria, ma come livellatori delle forze in campo. Il battito del nostro cuore scandisce con orgoglio il passare del tempo, un ritmo vitale di cui non sono padroni né i governi, né le religioni. Se dentro di te non senti quel battito, allora, caro Amico che mi leggi, anche gli Extraterrestri ti eviteranno e resterai da solo su questo pianeta grigio e triste.

L’immenso prato della fattoria di Max Yasgur, in una foto di Vincent Cammisa.

Ai miei amici Lettori: seguitemi sul Maurizio Baiata Channel. Cliccate qui: https://www.youtube.com/@mauriziobaiatachannel

Questo editoriale, non era apparso in apertura del mio blog. Mi dispiace.

EDITORIALE di Maurizio Baiata – 8 Dicembre 2024

Riapro queste pagine dopo aver rilanciato il 21 Novembre scorso il Maurizio Baiata Channel su YouTube. Sul canale posso ora concentrare la massima attenzione, grazie alla collaborazione di amici fidati e di un immenso archivio di immagini e contenuti, testimonianza preziosa dei miei lunghi anni di attività giornalistica e video documentaristica. Un patrimonio che metto a disposizione di tutti. Vedo un canale YouTube come un vascello in un mare in tempesta, che riesce faticosamente ad approdare alle isole più lontane. Trasporta esperienze, vissute nei Due Mondi, Europa e Americhe, e le sincronicità delle vite e degli eventi. Un mattino del Luglio 1947, gli occhi del Maggiore Jesse Marcel videro una grande chiazza desertica del Foster Ranch, ricoperta da frammenti metallici di origine sconosciuta; e la sera del 4 Luglio 2009 ero seduto accanto a Travis Walton nella sala del concerto dell’Astronave Jefferson. I due eventi sono accaduti a Roswell. Il Tempo si contrae e si espande. Corre quindi l’obbligo di dire che l’Ufologia questo non lo fa, non contrae e non espande, non dona conoscenze ed emozioni, non aiuta a comprendere la Vita per come invece si dovrebbe, con lo sguardo del Bambino. Non mi chiedo neppure più il perché. Come i tappi attaccati alle bottiglie.

Alla faccia dei padreterni che si credono vessilliferi della verità, basterebbe riconsiderare o vedere per la prima volta INCONTRI RAVVICINATI, il film di Spielberg, per non avere più bisogno di fare o pensare o credere a quello che ci viene detto. In quel film c’era TUTTO! Buon Natale!

di Maurizio Baiata – 24 Luglio 2024

Il grande bluesman britannico è morto oggi nella sua abitazione in California. Per conoscere meglio l’immensità della sua figura artistica, ritengo utile pubblicare un mio articolo uscito sul numero 40 del settimanale Ciao 2001 l’8 Ottobre 1972. Il Ciao dedicò a Mayall la cover story, e quella splendida copertina ora lo può degnamente ricordare. Questo il sottotitolo dell’articolo: Con lui la storia musicale inglese è volata a livelli “sensitivi” unici. Tutti i bluesman che si rispettino hanno subito l’influenza – chi indirettamente, chi direttamente come Mick Taylor, Eric Clapton, Jack Bruce – di questo personaggio che, giunto all’età di quarant’anni, fa ancora scuola.

Una sterminata produzione discografica, un lavoro titanico che abbraccia almeno una decina d’anni di registrazioni fondamentali, un nucleo di artisti che sotto la sua guida hanno forgiato la propria personalità, la sensibilità e l’esperienza con le quali il Blues è stato riscoperto: questo, e non solo questo, è John Mayall. Parlare di lui, se si dovesse prescindere da quanto sopra esposto, è inutile, perché mai un altro retroterra sociale, musicale e culturale ha creato un simile stile, una scuola, un modo di fare e sentire la musica. Per questo, affrontando il tema Mayall, si deve procedere per gradi più che in ogni altra occasione, attraverso quel processo filologico che ormai ci è abituale, non parlando quindi di origini strettamente biografiche, spesso limitate a curiosità accademiche, o delle disparate influenze cui si ascrive l’importanza della maturazione di un dato artista, bensì seguendolo solo nel suo sviluppo discografico. In tal modo e attraverso tappe principali e con occasionali paralleli con altri musicisti di notevole levatura, cercherò di inquadrare la personalità di questo grande musicista, la cui importanza forse riusciamo solo oggi a comprendere appieno.

Portiamoci alla fine degli anni ’50

Londra è immersa nel blues più fumoso e sanguigno, il blues della Roundhouse in Wardour Street, quello del Marquee, del cosiddetto “stile britannico”, a torto considerato frutto di una moda transitoria nella quale allora ancora difficilmente si riusciva a focalizzare l’importanza di un artista se non per il suo feeling, il suo trasporto di sensazioni. Oggi riusciamo, per esempio, a vedere la grandezza di un musicista una volta criticato più o meno apertamente, semplicemente perché, proprio da quella scuola, sarebbe poi nato il nucleo più fecondo di menti musicali che forse mai si è avuto; se vogliamo, anche superiore a quello westcoastiano. Parliamo quindi brevemente di Alexis Korner e del suo Blues Incorporated, un punto di partenza fondamentale, non solo perché ascoltato dal pubblico più esigente, ma anche perché in esso la critica vide forse per la prima volta l’importanza e la validità del revival bluesistico, non alle spalle del pop e del R&R, ma alla loro base e con in più la freschezza e il calore di una spontaneità mentale e sensitiva incredibili.

A parte la formazione fissa di Korner, vorrei ricordare alcuni fra i musicisti che con lui lavoravano e che in seguito tutti avremmo conosciuto in formazioni di ben altro clamore, i vari Jagger, Burdon, Plant, Brian Jones, Dick Heckstall-Smith, Jack Bruce, Dave Holland, John Surman e così via: mi sembra anche importante segnalare l’album “Bootleg Him” in attesa di pubblicazione da parte della EMI, contenente un copioso materiale di incisioni che vanno dal ‘61 al ‘71 in gran parte inedite, attribuito a Korner e ai gruppi che sotto la sua guida hanno lavorato.

Tornando a Mayall, lo troviamo nello stesso periodo affratellato al buon Alexis nella ricerca di forme di blues non stereotipate e facilmente contaminabili, da ricercare certo nel blues di origine negroide che, per anni ancora, verrà affidato alle cure dei musicisti americani. Korner e Mayall lavorano in parallelo, ma una netta differenza di classe li distingue. Il primo dipinge le proprie trame a tinte molto vivide e pulsanti, ma spesso le sue espressioni denunciano una carenza di validi motivi estetici e di raffinatezza soprattutto nelle sezioni più jazzate dove invece Mayall lavora sempre mirabilmente: a lui si deve l’accostamento certamente più pregevole fra il blues e il jazz, in tentativi continui di vicinanza che Mayall ha sempre perseguito e che oggi rappresentano forse la forma più importante della sua musicalità.

Ho già premessa la necessità di compiere ampli salti di spazio e di tempo fra un argomento e l’altro, resta necessario un brevissimo accenno alle origini: John Mayall è nato nel Novembre del 1933 a Macclesfield, nel Cheshire; a dodici anni comincia a studiare la chitarra e il pianoforte e già nel 1956 lo troviamo come leader di un complesso, The Powerhouse Four, poi, circa tre anni dopo, è a Londra con la formazione dei Bluesbreakers, il più stupefacente parto artistico-musicale-collettivo che mai sia capitato di vedere.

Le prime importanti testimonianze discografiche dell’attività di questo gruppo risalgono all’album “John Mayall Plays J.M.”, di cui non si è riusciti a sapere molto, ma che dovrebbe comprendere incisioni dei primi due gruppi accompagnatori di Mayall, un primo con Bernie Watson alla chitarra, John Mc Vie al basso e Peter Ward alla batteria; un secondo con Roger Dean alla chitarra, Mc Vie al basso e Hughie Flint alla batteria.

Con assoluta certezza si può invece parlare di una terza formazione, datata Maggio 1965 – Giugno ‘66 e comprendente: Eric Clapton alla chitarra, Mc Vie o Jack Bruce al basso e Flint alla batteria. Testimonianza diretta dell’opera di quest’organico è l’album “B.B. John Mayall Whith Eric Clapton”, edito dalla Decca verso la metà del ‘66. Con Clapton, il blues mayalliano è violento, gli impasti ritmici sono accesi, qua e là un R&R di stupenda fattura fa capolino, ma è pur sempre il blues più genuino a vivere dello splendore dei suoi interpreti. Clapton forse mai raggiungerà vette espressive simili, in seguito; il suo apporto non è marginale, ma anzi della sua fluente personalità s’impregna tutto l’album, con l’incredibile crudezza dei passaggi chitarristici, la sottilissima raffinatezza di alcuni temi boogie dove è il magico “pianino” di John a condurre la danza che andrà poi a concludersi con un fraseggio pulito ed esaltante fra i due strumenti. I momenti più notevoli sono “Another Man” dove l’armonica mayalliana supera magicamente le convenzioni del blues e sfocia in tonalità ora stridule ora osannanti, in modo insuperabile, ed “Have You Heard”, con un selvaggio assolo chitarristico di Clapton e un’atmosfera tutta a tratti molto vicina ai moderni orientamenti jazzistici inglesi. Quest’ultimo carattere trova una sua spiegazione logica nella presenza, in sede di arrangiamento e di esecuzione di alcuni brani, di Alan Skidmore al sax tenore e di John Almond al baritono, nomi ormai noti che non poco devono a questa collaborazione con il grande bluesman inglese.

“Diary of a Band”

Album successivo, inciso nel Luglio del ‘67 è “Crusade”, dove l’organico dei vecchi Bluesbreakers ha subito numerose variazioni. Troviamo infatti alla chitarra solista Mick Taylor, al basso il solito Mc Vie, alla batteria Keef Hartley, al sax tenore Chris Mercer e al baritono Rip Kant. Esiste un album, a questo punto, nella cartella discografica mayalliana, che è doveroso ricordare. Si tratta di “A Hard Road” risalente al periodo compreso tra il Giugno del ‘66 e il Maggio ‘67, con una formazione che vedeva, oltre al suo leader, Peter Green alla chitarra, Mc Vie al basso, e quindi Asley Dunbar (che ritroveremo poi con Zappa) e Mick Fleetwood alternativamente alla batteria. La nota verrà poi ripresa alla conclusione di questo lavoro quando si parlerà di un album, recentemente pubblicato, che comprende alcune registrazioni effettuate negli stessi giorni di “A Hard Road”; per ora possiamo tornare a “Crusade”, sul quale ci soffermeremo brevemente.

“… Io ho dedicato la mia vita al blues… mi auguro che mi aiutiate” queste alcune parole introduttive all’album, note che sintetizzano, senza la minima enfasi e il compiacimento a cui oggi siamo abituati, le finalità di un lavoro singolo e di una precisa scelta a livello musicale e sociale. E “Crusade” corrisponde all’ideale mayalliano di creare nuovamente, genuinamente e virilmente del nuovo blues. Per questo i cambiamenti nella formazione, ma anche per questo il rispetto rigoroso, anche se spaziale, dei canoni e delle battute del blues: il disco è un omaggio ai suoi più grandi interpreti, i vari Dixon, Williamson, Guy, King, che, qualsiasi persona ami il blues, riconosce nelle pietre miliari della sua intera storia. Si nota inoltre come il lavoro di Mayall qui forse presenti alcune smagliature, soprattutto nei passaggi maggiormente big bandistici, a scapito di quella purezza di linee e intenti che il blues persegue. Gli episodi migliori dell’album restano “Snowy Wood”, “Me And My Woman” e “Checking On My Baby”, quest’ultimo, un classico di Sonny Boy Williamson.

Sperando di non compiere errori di valutazione cronachistica, possiamo quindi identificare l’album successivo, “The Blues Alone” con l’opera del quinto gruppo condotto da Mayall, con Mick Taylor, Mc Vie, Hartley, Chris Mercer e Rip Kant. Ma più importante ancora ci sembra “Diary Of A Band”, dove la formazione vede Mick Taylor alla chitarra, Keith Tillman o Paul Williams o Andy Fraser al basso, Keef Hartley alla batteria, Dick Heckstall-Smith sax tenore e soprano, Chris Mercer al sax tenore. Da simile organico non potevamo aspettarci altro che un album eccezionale, interamente registrato dal vivo, con un ambiente da sottofondo davvero elettrico e dove i vari strumentisti propongono il meglio della propria esperienza. Il disco è uscito in due volumi: il primo contiene registrazioni effettuate dal 19 Ottobre al 14 Novembre del ‘67; il secondo include pezzi che vanno dal 28 Novembre al 7 Dicembre. Per il primo volume, ricco anche di interviste al pubblico e ai diretti interessati, di valore storico innegabile, siamo in un momento fondamentale nello sviluppo del bluesismo mayalliano, in cui maggiormente si esplica il gusto dell’iterazione e delle ripetitività continue di riff densi e corposi, con il conseguente abbandono dell’atmosfera tradizionale che aveva contraddistinto diversi tratti dei lavori precedenti. Il disco ha in sé i caratteri essenziali di un blues-jazz di derivazione questa volta più americana, ma il new sound prettamente inglese non ne esce malconcio, poiché la convivenza soprattutto del sax e dell’armonica risulta eccezionale, mentre anche il lavoro della chitarra appare molto netto e in costante maturazione. Entrambe le facciate sono stupende, ma segnaliamo comunque “My Own Fault”, dove più efficace appare la sezione fiatistica e l’atmosfera totale eredita e fa sua tutta la potenza del jazz-blues.

Ritorno alle Radici

Lo schematismo di questo articolo impone una prosecuzione più che veloce, eccoci dunque a “Bare Wires”, uno dei punti fermi della politica musicale del nostro artista. “Bare Wires” è un’opera troppo spesso ricordata per la sola importanza data al fattore connubio fra le matrici di cui più volte abbiamo detto, vorrei aggiungere che si tratta di una suite (quella omonima della prima facciata) dove compaiono Mercer, Heckstall-Smith, John Hiseman alla batteria, Henry Lowter alla cornetta e al violino, Mick Taylor alla chitarra e Tony Reeves al basso. Diciamo pure che da questi Bluesbreakers sono nati i Colosseum, in concomitanza con il valore attribuito alla collaborazione con Graham Bond all’interno della sua Organisation, ma la grandezza di questo gruppo è tale che forse neanche al grande John capiterà più di ripetersi in modo simile. Vedremo come solo con “Turning Point” il discorso sarà diverso, resta il fatto che quest’organico, ufficialmente disciolto nel Luglio ‘68, rappresenta il più vicino al gusto blues-jazzistico di oggi, ma ha in più una freschezza e un vigore compositivi che lo pongono di una spanna più in alto di opere come “Jazz Blues Fusion”.

Ad una data pressoché storica, corrisponde in Mayall un periodo di profondo ripensamento e di ricerca di tonalità e musicalità diverse; i Bluesbreakers si ricompongono infatti in modo completamente diverso, con un organico ridotto comprendente Mick Taylor alla chitarra, Steve Thompson al basso e Colin Allen alla batteria. Discograficamente non c’è molto da dire, (dato il carattere di sintesi di questo articolo), mentre di grandissima importanza è l’organico successivo. Siamo nel Maggio del ‘69, l’anno di “Looking Back” e di “Turning Point”, due opere straordinarie. La prima è, dopo “Back To The Roots”, l’antologia più importante del Mayall di sempre: è un carosello di incisioni comprese tra il ‘64 e la fine del ‘67; un album che viene così presentato: “… un lavoro unico in quei chiarissimi spettacoli che costituiscono la progressione musicale del Mayall degli ultimi cinque anni… undici sezioni dove si può scoprire il cambiamento di tutte le band e gran parte del loro lavoro…” e non c’è da aggiungere altro.

Affettivamente parlando, a livello di sensazioni e di piacevolezza d’ascolto, forse “Turning Point” è il massimo che Mayall sia riuscito ad esprimere, perché mai dalla sua mente è scaturita un’opera altrettanto vivace ed incisiva, seppure tutta la sua storia discografica non presenti la minima macchia o la monotonia che, in apparenza, il blues potrebbe potenzialmente possedere. “Turning Point” è un lavoro cui hanno collaborato i nuovi Bluesbreakers, nell’ordine: John Mark all’acoustic finger e alla steel guitar, oltre all’elettrica normale, Steve Thompson al basso e Johnny Almond ai sax tenore e alto, e al flauto. Dal primo all’ultimo solco, l’album è un succedersi di sensazioni incredibili. L’atmosfera “live” esalta e sconvolge ad un tempo ed il blues vive, ora, con Mayall e i suoi ragazzi, momenti altissimi, checché ne dicano i detrattori bacchettoni e radicali. Questa è musica la cui definizione di “totale” sembra essere gratuita, tale è la sua purezza, la sua cristallinità, la sua vivace aggressività, un’esplosione di fantasia e di gioia ritmica. Ed è per questo che il blues di Mayall piace, affascina e strega nel contempo, perché ha in sé non la forza amara e calda propria dell’espressione negroide, ma la raffinatezza, l’aeriformità e l’umorismo sottilmente caustico del popolo inglese, un blues bianco, dunque, ma un blues che non ha mai tradito i suoi appassionati, che, incredibilmente, ha continuato ad avanzare in un mare di sporcizia ritmica e di facile consumo, un blues senza ambiguità e compiacimento, ma solo impetuoso e coerente fino all’esasperazione.

Questo è “Turning Point”: cercatelo. Proseguiamo nel nostro viaggio, ricordando fra l’altro che l’intera produzione di Mayall consta di diciannove album, secondo calcoli ufficiosi, mentre rimandiamo il lettore alle recensioni apparse sulle nostre pagine. Piuttosto, mi preme parlare di un album, cui ho accennato all’inizio, uscito in Inghilterra da pochi giorni per l’etichetta London. Si tratta di “Thru The Years” e costituisce un avvenimento di eccezionale interesse. Vi compaiono incisioni distinguibili in due gruppi, quelle facenti capo al Mayall dei “futuri Colosseum” e quello del periodo “Peter Green”. Alla formidabile sezione ritmica di “Bare Wires” si affiancano, a tratti, Paul Williams, Keef Hartley, Mick Taylor e altri abituali collaboratori del nostro bluesman; si fanno apprezzare anche un paio di pezzi dove appaiono Johnny Almond ed Alan Skidmore, risalenti ai primissimi Bluesbreakers.

Per concludere, vanno menzionati altri tre lavori mayalliani: il mitico doppio capolavoro “Back To The Roots”, quindi “Memories”, “USA Union” e “Blues From Laurel Canyon”, che da solo varrebbe vasta trattazione, ma in altra data. Per ora, spero di aver eliminato una lacuna piuttosto vistosa nell’ambito delle retrospettive. Ma John Mayall meriterebbe un lavoro enciclopedico che, forse, un giorno o l’altro verrà fuori.

L’articolo nella sua versione originale completa e testo a fronte (lo stesso qui riportato), appare nel Volume Primo della mia trilogia saggistica musicale “ROCK MEMORIES” (Edizioni Verdechiaro, 2022) acquistabile e/o ordinabile presso le migliori librerie e le piattaforme online. Ecco le copertine dei primi due volumi.

Di Maurizio Baiata

Nell’udienza sugli UFO tenutasi a Washington lo scorso 26 Luglio, i componenti di una sottocommissione governativa appartenenti al Congresso e al Senato hanno interrogato in diretta tre testimoni sotto giuramento: i piloti David Fravor (US Navy) e Ryan Graves (US Navy, fondatore della Americans for Safe Aerospace), e David Grusch, agente e responsabile della task force UAP del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti fino al 2023.

A sinistra Ryan Graves, direttore esecutivo di Americans for Safe Aerospace e l’ex funzionario dell’intelligence David Grusch. Foto: Elizabeth Frantz/Reuters

Da quanto è emerso dal fuoco incrociato, vanno sottolineati alcuni punti. In primis, i piloti hanno ribadito quanto avevano dichiarato a partire dal 2017, quando la saga degli UAP e le rivelazioni del Pentagono telecomandate al New York Times, avevano scosso mezzo mondo: ovvero, gli oggetti da loro avvistati erano reali e nulla di simile, come capacità di manovra e velocità, poteva essere stato costruito dagli USA o da qualunque altra forza militare straniera. Ma Graves e Fravor hanno ora aggiunto che i propri rispettivi casi di incontri ravvicinati in volo con oggetti sconosciuti, regolarmente riportati ai loro superiori, sono stati insabbiati. Inoltre, un numero considerevole di loro colleghi, altresì protagonisti di interazioni con UFO, sono stati costretti al silenzio.  

Considerando che i militari non fanno filosofia, si occupano della difesa nazionale, quindi della sicurezza di un Paese rispetto a potenziali nemici, interni (terrestre) o esterni (non terrestre) se a parlare di intimidazioni e di ritorsioni ai danni di loro colleghi sono avieri della Marina Militare degli Stati Uniti, allora finalmente si può dire che c’è qualcuno che ha il coraggio di fare emergere situazioni estremamente gravi. Tale disclosure (trasparenza e divulgazione totale) non a caso scaturisce da esponenti della US Navy, il ramo delle forze armate americane da decenni deputato alla gestione di intelligence, quindi nella massima segretezza, della patata bollente rappresentata dagli UFO. Graves e Fravor devono quindi aver avuto il “la” da qualcuno in alto nella catena di comando e si sono esposti non solo per affermare di aver visto degli UFO, ma soprattutto per denunciare il cover-up. E non può trattarsi di un “harakiri della Marina”, dopo la reticenza recentemente palesata a più riprese nelle audizioni dei rappresentanti della propria Intelligence. E la faccenda ha assunto proporzioni così rilevanti da sollecitare l’autorevole e ormai conservatore Washington Post a titolare: “Gli UFO sono una minaccia per la Sicurezza Nazionale?”, avvalorando subdolamente la tesi del nemico esterno, ovvero alieno, ora preso molto seriamente in considerazione da entrambe le compagini del Congresso.  

Dal canto suo, Grusch sta scherzando col fuoco. Ha un curriculum di ferro, è assistito da legali di tutto rispetto e fa parte di un trust di cervelli che comprende il famoso giornalista di Las Vegas George Knapp e anche il fisico dell’Area 51-S4 Bob Lazar. Se le sue affermazioni verranno confermate e, soprattutto, suffragate da evidenze, fisiche, materiali o almeno testimoniali, allora ciascuno di noi, osservatori di una realtà evidentemente asservita a media corrotti che hanno soppresso informazioni essenziali inerenti i nostri “vicini” che ci hanno fatto visita da tempo immemore, allora possiamo nutrire qualche tenue speranza, senza impantanarci in elucubrazioni filosofiche.

Da sx: Il filmaker Jeremy Corbell, il fisico Bob Lazar, il giornalista George Knapp e il regista Luigi Vendittelli, che sta realizzando con Lazar un documentario a Montreal. Courtesy: Oliviero Mannucci

Secondo Grusch, gli USA da decenni sono in possesso di veicoli alieni “intatti e parzialmente intatti”, UFO precipitati e recuperati in operazioni supersegrete di “Crash & Retrieval” e Washington li ha studiati e ne ha sviluppato progetti destinati alle industrie appaltatrici del Pentagono. Affermazioni le sue cui ha fatto eco immediata un portavoce del Pentagono con una recisa smentita, negando che ci sia mai stato un insabbiamento delle prove e che “non esistono, né sono mai esistiti, programmi relativi al possesso o alla retroingegneria di materiali extraterrestri”. Si ripete la stessa pantomima del crash di Roswell, mai avvenuto secondo il Pentagono, che nel 1997 emise la propria sentenza: caso chiuso ufficialmente. Senza in questa sede (per ora) scomodare il compianto colonnello Philip J. Corso, a proposito di date, basta un’occhiata al sistema di segretezza vigente negli USA che stabilisce una possibile derubricazione di documentazioni secretate da un minimo di 10 anni a un massimo di settantacinque, per capire come mai, nonostante le sue credenziali e gli incarichi afferenti alla questione UF0/UAP, all’ex funzionario dell’intelligence militare sia stato negato l’accesso alle informazioni più “delicate”. Grusch di certo non si fermerà qui. Ma avrà a che fare, lui e tutto il gruppo teso alla “rivelazione finale”, con un sistema che, se non elimina fisicamente i propri enzimi bacati, li blocca e li dissuade attraverso mille cavilli della più mortifera e kafkiana memoria.

Fino a ieri al servizio dell’intelligence militare USA per le questioni UFO/UAP, al di là delle
sue ineccepibili credenziali, David Grusch dovrà affrontare giorni difficili…

Dal fuoco incrociato sulla Dealey Plaza di Dallas che stroncò la vita del Presidente John Fitzgerald Kennedy ad oggi sono passati 70 anni e nulla di concreto, a proposito di chi materialmente lo uccise e chi furono i mandanti, è mai emerso. Per gli UFO è ancora peggio e solo un miracolo potrebbe cambiare le cose. La burocrazia pentagonale ammantata di nero è un potente e spietato nemico della verità. Né più e né meno della burocrazia biancovestita del Vaticano. Queste strutture vogliono impedire che avvengano le seguenti cose: 1) La conferma della presenza ET e del suo interagire con il pianeta Terra sin da tempi remoti. 2) Che una loro manifestazione palese possa aiutarci a comprendere quale sia o possa essere la posizione dell’umanità nell’Universo. 3) Che i Visitatori, intendiamoci, quelli ben disposti nei nostri confronti, vogliano adoperarsi per la salvaguardia nostra e del pianeta Terra.

Fino al 26 Luglio 2023, la propaganda e la campagna di disinformazione ha favorito e nutrito, anche presso le menti più aperte, il perpetuarsi di un clima di veleni e di divisioni in merito alla questione UFO/ET. Lo si è constatato in qualunque organizzazione di ricerca ufologica. In effetti gli “utili idioti” (come Corso amava definire gli studiosi della materia) hanno mostrato grande considerazione per le finte disclosure del Pentagono degli ultimi anni, non perché in stato confusionale, più probabilmente in base a una logica di servizio nei confronti dei poteri forti, o per proprio mero tornaconto. Sta di fatto che, accettare (e fare proprie) retoriche affermazioni provenienti dagli USA, quali “seguiamo con attenzione il fenomeno, ma escludiamo sia di origine aliena”, o non denunciare il subdolo cambiamento da “Unidentified Flying Objects (UFO)” a “Unidentified Aerial Phenomenon (UAP)” quale strumento di cancellazione – nella concezione popolare – della natura esogena di tali fenomeni, ha rivelato ancor di più da quale parte soffia il vento e chi è al timone del bastimento ufologico internazionale. Nessun problema, però, la scienza ha già risposto a tutto e la gente, mesmerizzata e/o col cervello in pappa, può tranquillizzarsi. Perché ci sono i militari a proteggerci dalla minaccia aliena, semmai tale dovessero rivelarsi le loro apparizioni nei nostri cieli. Il nostro senso critico deve prevalere, senza credere tout court a Grusch se non produrrà le evidenze, né ad altri rivelatori se dietro di loro, non visti eppure sotto gli occhi di tutti, non operassero autentici maestri della disinformazione e dell’inganno.   

Si ringrazia Oliviero Mannucci per la preziosa consulenza e la sua instancabile attività di collegamento con i migliori ricercatori UFO americani indipendenti.       

 

di Maurizio Baiata – 9 Giugno 2023

Pentagono, NASA, Congresso e Senatori degli Stati Uniti, commissioni di studio, piloti che inseguono le luci nel cielo e non riescono a intercettarle, regole di ingaggio contraddittorie, ora sono UAP prima erano UFO, a suggello di un periodo invero parossistico di vacue ammissioni miste a constatazioni di continui nulla di fatto. Ma ora sbucano due grossi giornalisti ben collegati ai media statunitensi mainstream con in mano un candelotto esplosivo, di quelli sparati sulle scialuppe di salvataggio. Abbiamo un testimone, un irreprensibile militare di 36 anni, che sa molto di ciò che non si deve sapere, ammettere o riconoscere. Gli USA hanno recuperato diversi UFO, alcuni ridotti a rottami, altri intatti. E da sempre sono ben nascosti agli occhi di tutti.

Veterano dell’Afghanistan, Grusch ha ricoperto importanti incarichi presso l’Agenzia Nazionale di Intelligence Geospaziale (NGA) e il National Reconnaissance Office (NRO). Ma perché è da considerare un insider UFO? Perché ha fatto parte, come analista, della “Unidentified Aerial Phenomena task force” gruppo di ricerca dei fenomeni UAP (acronimo esecrabile) dal 2021 al 2022. Su una scacchiera, il compito di “gola profonda” o “spifferatore” di David Charles Grusch, sarebbe quello dell’alfiere.

I giornalisti Ralf Blumenthal e Leslie Kean, già collaboratori del New York Times e più di recente del Washington Post, hanno scovato un alfiere che fiancheggia Re e Regina e Torri e Cavalli, che si muove obliquamente e affonda il colpo al cuore della difesa avversaria, affinché la sua mossa favorisca l’apertura di uno spiraglio forse finale, quello di far tornare alla luce, d’un tratto, tutto il possibile chiudendo la partita con uno scacco matto alla strategia del silenzio dell’intelligence USA in merito alla questione UFO in atto da 70 anni.

Il Washington Post ha indugiato a pubblicare e Blumenthal e Kean hanno sottoposto l’intervista al sito The Debrief che l’ha messa in apertura all’istante suscitando un vespaio a livello internazionale. Avendo subito segnalato la questione a Mauro Dal Sogno del TG di Telenorba, ho detto delle rivelazioni di Grusch in un collegamento in diretta e ne è uscito uno scoop, per l’Italia. Successivamente, il 7 Giugno, Roberto Pinotti, presidente del Centro Ufologico Nazionale e il sottoscritto, al TG di Telenorba hanno concordato che la vicenda Grusch ha un fondamento.

Dal 2022, David Grusch ha fornito al revisore generale della Commissione Intelligence del Congresso USA una massa di informazioni segrete a cui ha avuto accesso, relative al programma di recupero di materiali di origine non terrestre derivati dagli UFO crash. Si tratterebbe di rottami e/o oggetti intatti, di origine non umane e persino dei loro “piloti” (dichiarazione questa riportata dal settimanale “Newsweek”). In merito ai materiali in questione, ai membri del Congresso nulla di concreto è stato fornito. Il programma, infatti, resta super segreto. Pertanto, Grusch ritiene inaccettabile che le informazioni da lui raccolte a seguito di interviste e contatti con alti funzionari dell’intelligence siano state celate al Congresso.

Siamo nel 2023 e dal 2017 il Pentagono e agenzie di studio, di raccolta dati e di informazione ad esso parallele all’interno delle quali operano scienziati, ex militari, personaggi famosi, politici e finanziatori privati, ad oggi non avevano ottenuto alcun risultato concreto sulla questione fondamentale delle ricerche sugli UFO: le prove sulle operazioni di recupero degli oggetti precipitati, nonché il coinvolgimento di potenti settori dei servizi segreti nazionali e internazionali, quindi nomi, cognomi, luoghi, date ed evidenza fisica di tutto ciò. Invece nulla, nessuna pistola fumante. Nessun cranio di alieno emerso dalle sabbie del Foster Ranch. No affatto. Solo alcune riprese di oggetti luminosi, apparentemente strutturati, girate dai piloti, inermi e surclassati dalle velocità pazzesche e dalle inusitate capacità di manovra degli strani velivoli da loro avvistati.

Le rivelazioni di Grusch hanno peraltro segnato un punticino a favore di un “disclosure ufficiale”, ma rimandata a data sconosciuta. Inoltre, le sue dichiarazioni non sono state circostanziate da immagini (lui se ne dice in possesso) o da altri elementi a suffragio. La testimonianza c’è e basta.

Tale però da aver suscitato una reazione ufficiale di Washington che, stando a Fox News, ha replicato il 7 Giugno: IN RISPOSTA ALLE CLAMOROSE RIVELAZIONI, IL PENTAGONO DICHIARA: “NON ABBIAMO UN PROGRAMMA SEGRETO SUI RECUPERI UFO”.  

Quindi mettiamola così, sì certo, Grusch poteva anche starsene zitto, ma per il momento non deve temere per la propria incolumità, dato che questo programma di recupero UFO per il Pentagono ufficialmente non esiste. Con ciò, dovremmo dimenticare il Colonnello Philip James Corso, autore del fondamentale “The Day After Roswell” (“Roswell Il Giorno Dopo” ed. Verdechiaro e Nexus, 2017) e “L’Alba di una nuova era” (ed. X Publishing 2017). Dovremmo dimenticare il Sergente Clifford Stone, che fece parte di gruppi militari addetti ai recuperi UFO ed EBE (solo per citare i due personaggi a noi ben noti il cui ruolo nei “post UFO crash” è stato ampiamente documentato. Ecco, nel caso di Philip Corso sappiamo anche che ha potuto dare alle stampe le proprie memorie solo dopo la scomparsa del suo superiore al Pentagono, il Generale Arthur Trudeau, al quale aveva fatto giuramento di “silenzio”, mentre il suo “mentore politico”, il Senatore Strom Thurmond, aveva scritto una prefazione alla prima edizione di “The Day After Roswell” (Ed. Simon & Schuster, 1997), inopinatamente scomparsa nelle successive. Semplice opportunismo di un potente politico ultra conservatore?

Va anche sottolineato – a detta del regista e ufologo Jeremy Corbell – come David Grusch abbia supportato le sue dichiarazioni con un “affidavit”, una dichiarazione giurata (davanti a un magistrato o un pubblico ufficiale), che nel diritto USA ha valore in giudizio come prova.  Lo stesso fece Philip Corso, che accompagnò con un affidavit l’uscita del suo libro nel 1997, quasi contemporaneamente alla pubblicazione di “The Roswell Report Case Closed” con cui il Pentagono chiudeva l’incidente del 1947 una volta per tutte con la versione “palloni sonda e manichini”, il cui sapore – stranamente – parrebbe simile al principio “Tachipirina e vigile attesa”.

Ok, il nostro “guastatore” di turno, rispetto a un settantennale muro del silenzio, non può suscitare in noi ansie di prossime ammissioni ufficiali. Il perché è presto detto: noi non apparteniamo al mondo delle ombre e delle bugie, della moltitudine di illeciti, di appalti illegali, di attività anticostituzionali, della soppressione di informazioni e di testimoni, che hanno sinora tagliato fuori dalla verità quegli individui per bene interessati al fenomeno UFO/ET che esistono fra gli industriali, gli scienziati e gli accademici e forse anche fra le fila dei militari e dei servizi segreti. E per questo vengono in mente le parole del Colonnello Corso (nell’immagine sotto, giovane ufficiale US Army), che ha sempre servito la sua Nazione con onore e nel suo memoriale ha scritto: “Se le mie valutazioni erano esatte, stavamo trattando on un’intelligenza aliena che inviava sulla Terra creature sacrificabili”. Altro che le cosiddette gole profonde.