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Jim Morrison (© Elektra - photo by Joel Brodsky)

Jim Morrison (© Elektra – photo by Joel Brodsky)

Molti sanno chi era Jim Morrison, James Douglas Morrison, la “voce” del gruppo The Doors. Jim era un poeta. Ne siamo certi perché le parole delle canzoni dei Doors erano sue poesie, nude e crude, migrate su un’intelaiatura musicale. Il tessuto che ne nasceva era un misto di Rock scarno ed essenziale basato sulla punteggiatura delle tastiere di Ray Manzarek e la base ritmica creata dal chitarrista Robbie Krieger e dal batterista John Densmore. In pratica, un trio. La voce di Morrison dominava, come un urlo di luce nel buio della notte. Il gruppo si formò a Los Angeles, California, nel 1965 e il nome The Doors derivò dal titolo del libro dello scrittore visionario Aldous Huxley, The Doors of Perception, Le Porte della Percezione. In breve, per la serie la Storia della Grande Musica Rock, personalmente inserisco i Doors nella top ten delle band più importanti di sempre e il nome Jim Morrison al primo posto in assoluto fra le voci soliste maschili.

Ora, Jim morì nel 1971, una meteora nella nostra vita. Ray Manzarek , in un’intervista rilasciatami nel 1982, lo disse a chiare lettere: «Jim e io eravamo su una spiaggia a Venice una sera, circa tre mesi dopo aver costituito i Doors. Discutevamo. Si parlava della vita e della morte. A un certo punto Jim mi ha chiesto: “Hey man, dimmi, tu quanto pensi che vivrai?” E io: “Ma, non so, penso che mi piacerebbe vivere fino… forse… fino a 87 anni. Perché, tu invece cosa pensi?” – E Jim: “No, non io, man, non so quanto vivrò, ma certo non sarà ancora per molto… Vedi, io penso a me come a una shooting star (una stella cadente), sai come capita, stai in giro la notte, alzi gli occhi al cielo e la vedi. E ti dici ‘guarda come è bella!’ e intanto anche gli altri la vedono e dicono ‘Wow! Guarda!’ e poi… feeeewww… e la stella cadente brilla fulgida in mezzo a quel paradiso e poi… puff, è andata’. Ecco come mi vedo io, amico.» 

Esattamento questo è successo con l’apparizione e la breve presenza nel nostro piano di esistenza di Jim Morrison. Tanto breve anche fu la storia dei Doors che mai vennero in Italia e infuocarono le stagioni della California musicale dei secondi anni Sessanta. Non tutto fu “Flower Power” e pacifismo, non tutto fu psichedelia e la voglia di far nascere una nuova nazione giusta e pulita. Era tale, infatti, il marciume dell’Occidente che si rifletteva sulla giungla di asfalto di Los Angeles, che Jim Morrison e i Doors non avrebbero potuto fare altro che urlare e lottare, con la loro arte inarrivabile. Fu una breve lotta. E fu il mondo intero a perderla alla morte di James Douglas Morrison.

Una poesia di Jim Morrison

(da Wilderness: The Lost Writings of Jim Morrison, Villard Books, New York, 1988)

Cold electric music 

Damage me

Rend my mind

w/your dark slumber

Cold temple of steel

Cold minds alive

on the strangled shore

Veterans of foreign wars

We are the soldiers of

Rock & Roll Wars

 

Fredda musica elettrica

Feriscimi

Strappa la mia mente

con il buio del tuo dormire  

Tempio di freddo acciaio

Fredde menti vive

sulla riva strangolata

Veterani di guerre straniere

Noi siamo i combattenti 

delle Guerre Rock & Roll

 

Maurizio Baiata, 11 Febbraio 2016

 

 

La Psicomagia di “Blackstar”

Come David Bowie ha trovato se stesso 

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Seppure trascorsa l’onda emozionale, ascoltare “Blackstar” (in vinile, prima stampa) è esperienza traumatica. Cercare di annodarne i fili significa ripartire da capo e proiettarsi nel futuro, compiere un viaggio con Bowie dai banchi di scuola al luogo in cui le ceneri di un essere umano sono destinate a essere sparse, nel vento dall’alto di una roccia a strapiombo sul mare. E la cerimonia inizia con il brano che apre la facciata A e che all’album dona il titolo. “Blackstar” si distingue in due parti che a ¾ si fondono. La prima sembra uscita da una pagina crimsoniana, la seconda da una dei Dead Can Dance. La voce al centro del tutto, una cadente dimora medioevale – «In the Villa of Ormen» dai segreti e significati esoterici impenetrabili e di libera interpretazione – in cui Bowie si muove come bardo ossianico. Invito spettrale, ma dal momento in cui il Farfisa intesse la seconda parte, orchestrale, la sua maestosa estensione dice che il viaggio psicomagico ci condurrà dalle radici del beat alla vetta della montagna sacra di ogni avanguardia Art Rock.  

Il secondo brano “’Tis a Pity She Was a Whore” ha un incipit martellante che ti trascina in una lounge fumosa e malfamata di una città anni ’50, dove un crooner sta in scena accanto a qualcuno che picchia monotonamente su una batteria sgangherata. I fiati qui rasentano la follia. Jazzisti formidabili guidati da Bowie e Tony Visconti senza una sbavatura, da metronomo. Fra di loro, ai fiati Donny McCaslin, al basso Tim Lefebvre, batteria e percussioni Mark Guiliana.

Con “Lazarus” le cose cambiano e i brividi corrono, per la sua consistenza alla finale di “Blade Runner”, il tempo ormai fermo. Bowie lo fotografa nella sua amata New York, dove sussurra “ha vissuto come un re sperperando il suo denaro”. David chiude il cerchio, trova se stesso. Sei al mix del tuo ultimo album agli Electric Lady Studios cosciente che morirai a breve e dici a quel sax come deve entrare e lo strumento ubbidisce e ti sorride, anticipando i colpi di una chitarra sospesa nel cielo plumbeo della tua anima.DAVID-BOWIE_LP_-1000x600

La side B si apre con “Sue” ha una struttura da sezione ritmica tagliente britannica, di batteria/percussioni/basso su cui Bowie usa la voce per innestare a cascata, le tastiere. Ostinandoci a voler dare un “senso storico” a questa musica di Bowie potremmo azzardare un suo lontano ipotetico parallelo con quello che i King Crimson non sono stati dopo la loro prima incarnazione, se al posto di Lake ci fosse stato Bowie e al basso fosse entrato Jannick Top dei Magma. Impietoso e sempre più furioso, il materiale sonoro qui, come se alla regia ci fosse una creatura alla Frankestein, la testa di Bowie, le gambe di Vander e le braccia di Fripp.

Se sin qui ti sei lasciato prendere, “Girl Loves me” rischia di farti lasciare. Tanto il testo, quanto la musica diventano favola schizofrenica, saltellante, manicomiale, non fosse per i cori che Bowie mantiene miscelati a tappeto. Il brano si dipana come su un teatrino delle marionette e in questo forse ha sempre avuto ragione lui, lasciare che la vita resti in sospeso, zen allo stato puro. Il testo è senza fili, la filastrocca grottesca, operazione zappiana con una sua logica sottotraccia, nelle partiture di archi, bruscamente interrotte a mo’ di finale cinematografico.

“Dollar Days”, sin dall’inizio si annuncia come una ballad da cattedrale elettronica, il beat della creazione del tutto in un’epoca in cui ancora le grandi orchestre facevano la musica che la gente ascoltava seduta ai tavoli in abito da sera… E Bowie canta elegantemente la sua morte qui, la spiega nel suo essere sincero sino in fondo,«I’m Dying To» che suona «Too» si capisce per come lo pronuncia. Le ultime mani del suo poker con la vita Bowie le gioca con un complice, un sax che Gerry Mulligan avrebbe voluto suonare, incantato ed epico come nella “Gandharva” di Beaver & Krause. Senza soluzione continuità arriva il finale, “I Can’t Give Everything Away”. Non posso dare via tutto. Qui Bowie gira le riprese della scena finale sul set del suo film, per una trama alla quale non voleva mettere la parola fine, costretto da esigenze di copione. Deve molto alla frippertronics, dal momento in cui dice«I know something is very wrong» e costruisce un’invocazione iterativa, a noi rivolta, scandita dalla chitarra che entra lancinante dentro, deve ripetersi, ancora e ancora e ancora e ancora.

La luce della lampadina accanto alla scrivania si affievolisce lentamente, emette flash sempre più fiochi, come respiri che si spengono, mentre termino gli appunti al primo ascolto di questo capolavoro. Mi alzo e mi avvicino al giradischi su cui la testina gira ancora, la alzo e torno a sedermi. Nella stanza resta acceso solo lo schermo del computer.

Maurizio Baiata, 5 Febbraio 2016

 

UN IMPORTANTE AGGIORNAMENTO

Ricevo e volentieri pubblico due annunci emessi alcune ore fa dalla Redazione di “Mistero” e consultabili sulla pagina Facebook della trasmissione: https://www.facebook.com/mistero.it/?fref=nf

Ricordo che il frammento in questione è esposto in una sala della sezione “Alieni”, da me curata, della Mostra MISTERO THE EXPERIENCE che ha aperto i battenti a Torino a metà dello scorso Novembre e resterà aperta al pubblico per altri due mesi. Il sito della Mostra: http://www.misteroexperience.it/index.php

Maurizio Baiata, 19 Gennaio 2016

Primo ANNUNCIO:
Stiamo cercando una persona, un uomo di origine indiana che un po’ di tempo fa è stato alla nostra mostra Mistero – The Experience a Torino. Durante la sua visita, l’uomo ha maneggiato il frammento di astronave extraterrestre fornitoci da Maurizio Baiata e ha fatto una specie di rito indiano. Il frammento ha improvvisamente iniziato a irradiare luce, calore ed energia.
Vorremmo che questo signore ci contattasse, visto che non sappiamo come trovarlo. Ci piacerebbe capire bene cosa ha fatto.
Intanto, ne parleremo su Mistero Magazine di febbraio.
Se questo signore ci sta leggendo, ci contatti!!!

La redazione

Secondo Annuncio

PRESUNTO PEZZO DI ASTRONAVE ALIENA SI ILLUMINA MISTERIOSAMENTE
Due settimane fa circa un uomo ha visitato la nostra mostra con la sua compagna. Questo signore si è soffermato a lungo sul presunto pezzo di astronave aliena esercitando delle tecniche di meditazione e concentrazione che hanno portato l’oggetto ad illuminarsi di luce propria.
Ovviamente ci piacerebbe approfondire questo particolare fenomeno e soprattutto confrontarci con tutti coloro che possano captare energia da questo reperto.
Quindi invitiamo il signore a ritornare a trovarci, così come invitiamo chiunque pensi di poter ripetere l’esperimento a contattarci in privato.
Grazie.

Il frammento siliceo esposto alla mostra "Mistero the Experience". (Foto © Pasquale Galasso)

Il frammento siliceo esposto alla mostra “Mistero the Experience”. (Foto © Pasquale Galasso)

E ora, il mio articolo. Buona lettura.

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Per abbracciarlo, seduto sul suo scooter elettrico con cui gironzola agevolmente, bombola a ossigeno con cannule nelle narici, devo piegarmi su di lui. Wendelle stende le braccia mentre il viso scarno e profondamente segnato si illumina in un debole sorriso. Ci sistemiamo al grande tavolo rettangolare della redazione della rivista “Open Minds”, che mi vede ancora direttore. Questo sarà il nostro ultimo incontro. È il 25 Agosto 2010.

Il colonnello Wendelle Stevens nell'ufficio di John Rao, Open Minds, a Tempe, AZ. (foto: Maurizio Baiata)

Il colonnello Wendelle Stevens nell’ufficio di John Rao, Open Minds, a Tempe, AZ. (foto: Maurizio Baiata)

Wendelle passa a trovarci regolarmente ogni mercoledì, se le sue condizioni glielo consentono. Negli ultimi tempi, l’età e i malanni hanno avuto il sopravvento. Dal mio arrivo a Tempe nell’Aprile 2009, l’ho visto deperire rapidamente, ma nella conversazione resta acuto, coinvolgente, impossibile quasi interromperlo nelle sue digressioni, molte delle quali ho registrato e ho intenzione di pubblicare al più presto.

Torniamo indietro, a poco più di un anno prima, nella sua casa di Tucson a poco meno di 200 chilometri da Phoenix. Continua a leggere »

UNDICI GENNAIO 2016

Sono sconvolto dalla notizia della morte di David Bowie. Ho avuto il grandissimo onore di incontrare questa meravigliosa creatura artistica e umana, figlia della nostra Terra e di altri luoghi del Cosmo e dell’Anima, che per qualche recondita ragione volle concedermi un’intervista a New York nel 1981. La più importante della mia vita.

Grazie, David!

Il seguente testo, di introduzione all’intervista, risale al 15 Novembre 2014.  

Un amico, giornalista e producer musicale che vive a New York e non vedevo da lunghi anni, mi ha detto alcuni giorni fa che intervistare David Bowie oggi è impresa pressoché impossibile. A tre anni dai 70, la sua salute sembra tenerlo lontano da incontri con la stampa. Io ho avuto la fortuna di intervistarlo molto tempo fa e tutto quello che allora mi raccontò fu audio registrato su una cassetta che possiedo ancora. Non si è smagnetizzata.music_26_aprile1981_uno

Vivendo e lavorando come giornalista musicale a New York per quasi tutti gli  Ottanta, prima attraverso le corrispondenze scritte per il settimanale “Ciao 2001”, poi con quelle radiofoniche per diversi programmi di Radio Tre, poi come capo servizi Cultura e Spettacoli del quotidiano “Il Progresso Italoamericano”, ebbi il privilegio di trovarmi faccia a faccia con mostri sacri del mondo dello spettacolo, alcune Rock star internazionali e grandi attori e registi del Cinema Italiano.

Nel Dicembre 1980 Mark David Chapman, che spero marcisca in galera sino alla fine dei suoi giorni, uccise John Lennon colpendolo con cinque colpi di pistola nell’androne del Dakota, il palazzo sulla 72.ma Strada. Chapman era un suo fan e lo era anche di Bowie, che in quei giorni era in scena con “The Elephant Man” al Booth Theatre di Broadway.

Se non fosse riuscito a far fuori Lennon, avrebbe poi detto in seguito, la sua seconda opzione sarebbe stata David Bowie, che dal Settembre 1980 e sino Gennaio 1981 avrebbe calcato il palcoscenico del Booth Theatre a Broadway, interpretando il personaggio dello sfortunato John Merrick, reso grottescamente deforme dalla neurofibromatosi, che nel film di David Lynch del 1980 era John Hurt.  Continua a leggere »