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Due ragazzini latinos furono testimoni oculari di un crash in una zona del New Mexico dove gli USA sperimentavano gli ordigni nucleari. E si impadronirono di reperti metallici asportati dallo scafo alieno lasciato incustodito dai militari. La loro storia è stata oggetto di un’approfondita indagine condotta da Jacques Vallée e Paola Harris. Ma chi scrive ha incontrato Reme Baca, che all’epoca dei fatti aveva sette anni, mentre il suo amico José Padilla ne aveva nove. Se la storia del crash di Trinity fosse vera anticiperebbe di due anni la ben più famosa vicenda di Roswell. Fu Linda Moulton Howe, giornalista e ricercatrice nota per le sue inchieste sul mistero delle mutilazioni animali, a rivelarmi di avere fonti nell’intelligence militare secondo cui i primi UFO crash erano stati registrati all’inizio degli anni ’40 e che dischi volanti erano stati abbattuti dagli Americani con armi assai sofisticate per l’epoca, già nel 1941. Nell’ottimo libro di Ryan Wood “Majic Eyes Only”, specificamente dedicato alla tematica degli UFO precipitati, il primo caso registrato sul territorio degli Stati Uniti si verificò all’inizio della primavera 1941 a Cape Girardeau, nel Missouri. Lo portò alla luce il “pioniere” Leonard Stringfield, che giunse alla conclusione che l’incidente era autentico, data la buona attendibilità delle testimonianze. Nella sua dinamica troviamo “ante litteram” il recupero di un velivolo sconosciuto e dei suoi occupanti, nonché il successivo insabbiamento delle prove. Ed è ancora Ryan Wood a parlare approfonditamente del crash di San Antonio riferendosi al lavoro del giornalista Ben Moffett che per primo ne ha parlato nel 2003 in un articolo pubblicato sul “Mountain Mail” di Socorro.

Linda Moulton Howe e il libro di Wood, nell’apertura del mio articolo su “X Times”, Dicembre 2010.

Nel 2010, in qualità di Direttore del bimestrale Open Minds, ebbi modo di incontrare Reme Baca e di conversare telefonicamente con lui più volte e, in una sola occasione, di parlare con José Padilla. Le loro due versioni coincidono perfettamente. Padilla più riservato, Baca disponibilissimo a dilungarsi in dissertazioni sulla causa dei “latinos”, gli ispano-americani che costituivano una forte comunità etnica di uno Stato, il New Mexico, che alla metà degli anni Quaranta contava circa 600.000 abitanti di ceppo messicano, nativo-americano (tribù Pueblo e Navajo) e statunitense. Osservato dall’alto o percorrendo le interstatali, ancora oggi il New Mexico appare come uno sterminato territorio prevalentemente desertico. Nel 1945, l’anno dei fatti i fatti riferiti da Padilla e Baca, vivere in quella sorta di terzo mondo americano non doveva essere da tutti e solo la dura tempra dei mandriani avrebbe consentito lo sviluppo di insediamenti agricoli e di allevamento di bestiame. San Antonio, dove vivevano le famiglie dei due ragazzini allora era poco più di un villaggio nel Contea di Socorro. Per gli appassionati di ufologia i nomi Socorro, Magdalena, Los Alamos, Alamogordo e Trinity fanno luccicare gli occhi. Socorro ci riporta all’incontro ravvicinato del terzo tipo dell’agente di polizia Lonnie Zamora avvenuto nell’Aprile 1964. Magdalena sarebbe stata teatro nelle San Augustin Mountains, del possibile secondo crash di Roswell, nella notte del 3-4 Luglio 1947, secondo il fisico nucleare e ufologo Stanton Friedman. Alamogordo e Los Alamos erano siti atomici e Trinity Site era il poligono in cui fu testato il primo ordigno nucleare il 16 Luglio ’45 con un’esplosione da 16 kiloton. La nostra storia si ambienta nello scenario desolatamente unico al mondo in cui gli apparati militari americani avevano scelto di installare le proprie più avanzate centrali di ricerca e sperimentazione a fini bellici.

A sinistra José Padilla, Paola Harris e Reme Baca. (foto: Paola Harris)

Reme Baca fu testimone di quella prima detonazione al Trinity Site, con tutta la sua famiglia. Vivevano nel ranch McDonald, a una cinquantina di chilometri a nord-ovest dall’epicentro. Il “blast” investì con un bagliore accecante la sua casa, le conseguenze del fallout però non furono letali per i componenti della famiglia, tranne che per la mamma, che perse la vista da un occhio. Me lo raccontò 65 anni dopo, quando lo incontrai con John Rao, il mio capo, titolare della Open Minds Production. Reme ci attendeva nella sua abitazione di Gig Harbor, cittadina di mare in una bella zona del territorio di Seattle, Stato di Washington, dove risiedeva con la moglie Virginia da diversi anni. Appena entrati nel villino, Reme si rivelò un torrente di parole, prodigo di informazioni, affermò subito di essere convinto che esseri di altri mondi si accorsero di quella prima esplosione nucleare ed era altresì convinto che essa rappresentò la svolta per iniziare un loro processo di avvicinamento ad un pianeta sull’orlo della catastrofe.

Accadde un mese dopo, a pochi giorni dal Ferragosto 1945. Reme e José avevano raggiunto a cavallo un punto semi roccioso del territorio desertico di proprietà della famiglia Padilla, attratti da un’esplosione seguita da una folata di vento e sabbia. Non compresero di cosa si trattava, ma i due giovanissimi latinos coperti dalle rocce di un rialzo, poterono seguire non viste le fasi di un’operazione di recupero effettuata da una ventina di militari e durata dal pomeriggio alle prime ore della sera. Al calare della sera, gli uomini se ne andarono lasciando il disco incustodito. Fu allora i ragazzini notarono degli strani “bambini” che si muovevano vicino all’oggetto poggiato al suolo. Le fattezze di quelle piccole creature erano simili a quelle degli insetti. Reme e José tornarono sul posto nei giorni successivi, senza aver detto ai parenti nulla di quanto facessero. I militari lavoravano a turno, date le torride temperature delle ore diurne. Non fu un grande spiegamento di forze, come a Roswell, dove il contingente impegnato nell’opera di bonifica fu di almeno un centinaio di uomini per il solo “campo dei rottami” sul Foster Ranch. Una sera, rimasto incustodito, Reme e José si fecero intraprendenti e si avvicinarono per osservarlo meglio. José, di due anni più grande di Reme, trovò il coraggio e si calò all’interno dello scafo attraverso un portellone divelto all’impatto. Facendo leva con un piede di porco, riuscì ad asportare dall’abitacolo un oggetto, che Reme aveva poggiato sulla tavola della piccola sala da pranzo della famiglia Baca.

Raccontandolo al presente. Remigio lo maneggia con attenzione, quasi con amore, lo liscia e ne pettina con le dita la superficie grigio-bluastra porosa, come fosse il mantello di peli di un cuccioletto. “Posso toccarlo?” gli chiedo. “Certo” mi risponde, porgendomelo. Ed è una sensazione strana, quella che provo. Non posso credere che si tratti di un manufatto alieno, proveniente da un’astronave precipitata. È asimmetrico e irregolare, una sorta di manubrio metallico, se piccole mani avessero dovuto impugnarne le estremità, ma davvero non riesco a comprendere a cosa mai potesse servire.

Di dimensioni non ragguardevoli, circa 25 centimetri di lunghezza, il manufatto è molto leggero e sembra fatto di una lega metallica. Appare intatto, tranne che per una minuscola incisione, quasi un’abrasione sul suo corpo centrale che, mi spiega Remigio, è stata necessaria per asportarne una piccola porzione per le analisi. Reme e José si impadronirono e hanno conservato per tutti questi anni, oltre all’oggetto più grande, anche una sezione semi circolare di una barra apparentemente fatta dello stesso materiale del “manubrio” e altri piccoli frammenti di ciò che viene definito “memory metal”.

Il secondo oggetto asportato dall’UFO, di dimensioni apprezzabili paragonate alle dita femminili nella foto. (Foto: Paola Harris)

Gli esami eseguiti dal dottor William Ashwood presso il Dipartimento di Metallurgia dell’Università di Washington, si sono concentrati sulla struttura del manufatto più grande, che le foto di Paola Harris illustrano meglio di qualsiasi mia descrizione. Per le analisi sulla sua composizione, sono stati impiegati tre microscopi a scansione elettronica. Come primo risultato, il metallo è risultato essere un silicato di alluminio (caolino) in cui, secondo Ashwood, è presente un’alta e insolita percentuale di Carbonio. All’interno del metallo è stata rilevata la presenza di strutture rare e anomale, simili a micro scheletri di insetto schiacciati al suo interno, quasi fusi, nonché strati di un altro materiale simile a fibre di Carbonio. Una seconda analisi al microscopio elettronico, condotta nei laboratori della Boeing, a Renton (Washington State), ha confermato i dati precedenti. Nel nostro incontro, Reme espresse il desiderio di vedere progredire le ricerche sino a verificare le proprietà di un metallo capace di disperdere molto efficacemente il calore, una caratteristica tipica del rivestimento protettivo degli space shuttle.

In quell’Agosto 1945 Reme e José seppellirono altri frammenti di un “oggetto volante precipitato” in una buca nel deserto, in un punto che sono certi di poter individuare e dove vorrebbero far effettuare degli scavi per riportarli alla luce. Alla fine del nostro incontro, Virginia, la gentile moglie di Reme, ci servì un buon caffè americano. E finiva così per John Rao, il sogno di riportare a casa anche soltanto uno degli oggetti in possesso di Reme Baca. Il nostro interlocutore si dimostrò irremovibile nella sua intenzione di non separarsene, anche a fronte di cifre cospicue. Dovendo lasciare Gig Harbor, un po’ a malincuore, pensavo che in fondo Ispanici e Italiani hanno radici comuni, etnie molto inclini all’ospitalità e alla gentilezza. Incontrare Remigio Baca, testimone diretto di un incidente UFO risalente ormai a sin troppi anni fa, mi trasmise “buone vibrazioni”, al di là della sua storia così sconcertante. Pochi anni dopo avrei appreso da Paola Harris della scomparsa di Reme e mi dispiacque molto. José, oggi ultranovantenne, a suo tempo aveva deciso che quei reperti non avrebbero dovuto devono finire in mani sbagliate e un giorno saranno donati a un’istituzione che provvederà a esporli adeguatamente in un museo aperto al pubblico. Senza alcun compenso monetario per chi li trovò 65 anni fa nel deserto del New Mexico, non lontano da Trinity, un nome che è sinonimo di olocausto nucleare. 

(Tratto ed elaborato da un articolo a firma dell’Autore, pubblicato sul mensile “X Times” nel Dicembre 2010).

Sul Maurizio Baiata Channel l’intervista a Jacques Vallée e Paola Harris sul caso Trinity a questo link:

Per gli approfondimenti del caso, vi rimando all’eccellente saggio-dossier “Trinity – Il Segreto più nascosto”, ordinabile online.   

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Anni di vita vissuta in Arizona che non dimenticherò. Dall’Agosto 2009 al Settembre 2010 ho lavorato in un contesto privilegiato, la redazione giornalistica della Open Minds Production di Tempe, nella valle di Phoenix, a due passi dall’aeroporto Sky Harbor. Diverse zone di questo vasto territorio desertico vennero sorvolate nel Marzo 1997 da strani oggetti volanti che presero subito il nome di “Luci di Phoenix” e fu un clamoroso avvistamento UFO di massa, insuperato nell’era moderna. Quindi, mi sarei aspettato un bell’avvistamento sopra la mia testa. E invece no, le segnalazioni ci sono sempre state, ma non è accaduto granché di eclatante tranne una mattina, poco dopo l’alba del Dicembre 2011 quando avrei lasciato Phoenix per trasferirmi dai miei parenti a Los Angeles. Avevo appena fatto colazione al piccolo bar Best Western Motel di Mesa e dalle vetrate al piano terra notai un oggetto tubolare che volteggiava in cielo, roteando su se stesso, ora in verticale, ora orizzontale, per poi sparire indisturbato. Lo considerai un gradito “saluto”.

Se si vuole comprendere perché l’Arizona – con Phoenix e Sedona a fare da poli energetici maggiormente attivi – rappresenti uno specifico epicentro di fenomeni UFO, non vanno calcolati gli avvistamenti, ma le continue e numerose esperienze di contatto alieno. Molte sono giunte alla mia attenzione, da tante persone le cui storie cercherò di raccontare in futuro.

Sedona, Cathedral Rock. Foto M. Baiata

In due anni e mezzo, fra i numerosi personaggi strettamente legati al mondo dell’ufologia ho incontrato e conosciuto bene il microbiologo Dan Burisch, le ricercatrici di fama mondiale nel campo delle abduction quali Barbara Lamb, Ruth Hover e l’australiana Mary Rodwell, l’analista ottico Jim Dilettoso, il capitano dell’Air Force Robert Salas, il celebre addotto Stan Romanek, Britt Elders, che con il marito Lee fu fra i primi ad incontrare Billy Meier e portarne il caso all’attenzione mondiale, il giornalista aeronautico francese Bernard Thouanel, Reme Baca (la cui straordinaria testimonianza del caso “Trinity” viene documentata nella video intervista a Jacques Vallée e Paola Harris nel canale YouTube al link https://www.youtube.com/watch?v=HVIutRqb9dY&t=1166s), i super esperti delle Phoenix Lights, Lynne Kitei e il giornalista aerospaziale Larry Lowe, l’illustratore Jim Nichols, lo studioso del caso Serpo Len Kasten, nonché i dirigenti delle sezioni Phoenix e Arizona del MUFON, la più grande organizzazione di studi ufologici negli USA e nel mondo.

E ho rivisto amici come il sergente maggiore Bob Dean, il colonnello Wendelle Stevens, Travis Walton e Richard Dolan, condividendo preziosi momenti, anche molto difficili a livello umano. Prima come editor in chief (direttore), poi come staff editor (redattore) del magazine bimestrale “Open Minds”, ho acquisito i fondamenti tecnici del giornalismo all’americana, ben diversi da quelli nostrani giungendo ad un buon livello di scrittura e di editing. Poi è accaduto che non dovessi lavorare più per Open Minds e il trauma è stato fortissimo. Una ferita professionalmente e umanamente lacerante. Con la fine improvvisa di un contratto di lavoro esteso su un visto di tre anni, dopo i quali avrei avuto diritto ad un’assunzione a tempo indeterminato con relativa Carta Verde su sponsorizzazione diretta e obbligata del datore di lavoro, in un primo tempo mi sono sentito… perduto. Poi ho elaborato il lutto, grato al destino che mi aveva consentito di lavorare legalmente negli USA e di accumulare esperienza in campo ufologico.

La qualità degli studi in questo campo è alta. Il MUFON è attivo localmente a Phoenix e nell’intero Stato, con indagini sul campo, skywatch notturni e conferenze mensili con ospiti di prestigio, il tutto, dimostrando una notevole autonomia rispetto al tradizionale aplomb della casa madre nazionale. Phoenix poi ospita gruppi filo-contattistici e medianici, pieni di spiriti inquieti e di scienziati, creativi, artisti e un materiale umano costantemente in evoluzione, teso al risveglio della coscienza. Anche negli USA non mancano divergenze ideologiche e metodologiche e che la vecchia guardia è restia a lasciare spazio all’Esopolitica. Però, a differenza dell’Italia, il dibattito tra i ricercatori rientra nei canoni della correttezza e del rispetto delle altrui opinioni. Ho potuto constatarlo in prima persona in occasione di un incontro con Steve Bassett, verso la fine del 2010 nella redazione di Open Minds, a Tempe. Proveniente da Washington e passando per Phoenix, Bassett aveva accettato l’invito di John Rao, titolare della Open Minds Production. Vi avrebbero preso parte degli amici di Steve, i redattori del bimestrale Open Minds e alcuni autorevoli esperti dell’Arizona, in totale una ventina di persone sedute al grande tavolo delle riunioni, pronte a discutere del presente dell’ufologia mondiale e soprattutto delle diverse soluzioni e prospettive della “Disclosure”.

Steve Bassett al National Press Club di Washington, D.C.

Il confronto si è imperniato sul pensiero di Bassett, convinto assertore della necessità strategica di incentrare gli sforzi su Washington. Ovvero, attuare sul Senato e sul Congresso un’opera di informazione capillare sui capisaldi dell’Ufologia in chiave esopolitica. A tale proposta, l’ex sergente maggiore della Nato Robert O’ Dean, opponeva la sua ferma convinzione che nulla di rilevante sarebbe mai scaturita da un potenziale indottrinamento ad personam di rappresentanti del potere politico, per i quali essere a conoscenza della questione UFO/ET rappresentava l’ultimo degli interessi. Viceversa, Dean affermava che solo “dall’alto” la divulgazione sarebbe giunta, a tempo debito e secondo una modalità già delineata osservando gli eventi nudi e crudi, “Phoenix Lights” in testa. Non sono i politici di Washington a decidere, sono gli Esseri che hanno sempre evitato apparizioni plateali concordate con i governi e le strutture militari. Di queste ultime, sosteneva Dean, solo gli ammiragliati e i vertici di intelligence della Marina Militare erano al corrente dello stato effettivo della situazione.

Dean e Liljegren durante il meeting a Tempe. Foto M. Baiata

A favore del suo pensiero, Dean aveva ricordato il Briefing organizzato al Press Club di Washington il 28 Settembre 2010 da Robert Hastings, inquirente UFO di Albuquerque, New Mexico. In quella sede, sotto gli occhi delle telecamere, erano venuti alla luce i casi di oltre 120 ex militari, testimoni oculari delle intrusioni di UFO nei pressi di depositi e poligoni di lancio di armi nucleari. Fra loro, Robert Salas, capitano della US Air Force che nel 1967 era di stanza alla base di Malmstrom in Montana, le cui 10 rampe missilistiche dotate di testate atomiche furono rese inoperative dall’interferenza di un grande UFO apparso nel cielo sopra l’installazione. Ebbene, tali forti testimonianze e fatti inoppugnabili nessun clamore avevano suscitato in un’opinione pubblica addomesticata dai media foraggiati da una classe politica per nulla disposta a fare i conti con una “UFO Disclosure”. Forse, risultati più significativi avrebbero ottenuto iniziative non su scala nazionale, come propugnava Bassett, bensì locale, come enunciarono i responsabili del MUFON Arizona, Stacy Wright e Jim Mann.  

Ritaglio di un quotidiano di Phoenix del 17.3.1997.

Insomma, nel 2010 gli ufologi americani erano destinati ad incanutire con il rimpianto di non aver visto verificarsi la “Rivelazione” nel loro grande Paese, il cui allora Presidente Obama era un ingranaggio mediatico di un sistema di segretezza che, in nome della sicurezza nazionale, rendeva gli UFO un argomento che andava ben oltre i suoi poteri. Questa fu la secca conclusione del “panel” organizzato quel lungo pomeriggio a Tempe. Fra i partecipanti, l’ex colonnello USAF Wendelle Stevens, la signora Pamela Leigh Richards, ex moglie del famoso saggista britannico David Icke, il fotoanalista e ingegnere informatico Jim Dilettoso, il documentarista della Spectrum Video Ken Liljegren e tre redattori di Open Minds Magazine, ovvero l’ottimo Antonio Huneeus, l’esperto aeronautico Michael Schratt e il sottoscritto. Il panel concluse piuttosto amaramente che sarebbe stato totalmente inutile attendere una Disclosure da Paesi pur fortemente interessati dal fenomeno UFO, quali il Brasile (dipendente dagli USA, come l’Inghilterra) o la Cina, che fa le cose in segreto. La rivelazione in quel momento non aveva Stati trainanti, men che meno, gli USA. Infine, una possibile divulgazione palese, se svincolata dal giogo statunitense, poteva arrivare dal confinante Messico.

Gigantesca formazione di luci a boomerang ripresa dal costone roccioso di Moon Mountain.
Antonio Huneeus e M. Baiata a Laughlin nel 2009.

In chiusura di questa ricapitolazione introduttiva ad aspetti salienti dell’Ufologia americana, vorrei accennare alla mia esperienza di ipnosi regressiva. Alcuni elementi chiave dell’incontro con intelligenze aliene di cui ero stato protagonista nel 1999, emersero in regressione ipnotica in stato cosciente condotta dalla psicologa Ruth Hover, per lunghi anni con John Mack e responsabile terapeutica per il MUFON Arizona nel campo delle esperienze di contatto.  Della seduta esiste il video completo girato negli studi televisivi di Open Minds.

In quei momenti ebbi modo di comprendere che dentro di me era avvenuto un processo di espansione della coscienza, un iter che può estendersi a lungo nel tempo prima che si riesca a intuire almeno una parte effettiva della verità. Sapere di essere stato “preso” può portarti molto lontano sia con il cervello sia con il cuore.

Ruth Hover e Dan Burisch. Foto Maurizio Baiata.

Nel mio caso, sono convinto che mi fu di aiuto per affrontare il trauma di un difficile ritorno in Italia nel 2011, forte di tre mesi trascorsi in famiglia a Los Angeles, con mio fratello William “Bill” B. Bates e sua moglie Lucia. Bill ci ha lasciati una decina di anni fa. Lucia, le mie due nipoti e i loro figli sono al sicuro, vivono in zone residenziali che non sono state lambite dalle fiamme di questi terribili giorni. Ma non mi capacito di come questo inferno continui a devastare la Città degli Angeli.

Lucia e Bill Baiata Bates, il più piccolo dei miei fratelli americani.

Per seguire il Maurizio Baiata Channel su youtube, questo link vi porterà sull’ultimo mio intervento dedicato alle prospettive di disclosure alla luce della nuova presidenza Trump: https://www.youtube.com/watch?v=jPOBJncT6XI&t=14s

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Lo scorso 19 Gennaio, il neo-eletto Presidente Donald Trump, ha detto che a breve rivelerà documenti classificati relativi all’assassinio del Presidente John Fitzgerald Kennedy, del senatore Robert Kennedy e del leader dei diritti civili Martin Luther King. In quest’ottica, forse anche per la questione UFO potrebbe aprirsi uno spiraglio di luce verso la Verità. Ma prendiamo in considerazione i precedenti. 

Donald Trump con i suoi sostenitori nella campagna elettorale del 2024. Foto: Gage Skidmore – Fonte Wikipedia.

Emesso dal presidente Barack Obama nel 2009, l’ordine esecutivo 13526 sanciva il sistema di classificazione ufficiale dei coefficienti di segretezza e della gestione delle informazioni di sicurezza nazionale provenienti da organismi interni ed esterni, da appaltatori, o da altri governi. Va ricordato che la data standard di declassificazione dei documenti è di 10 anni. Dopo 25 anni, avviene la revisione automatica di un determinato documento classificato (con sua eventuale derubricazione = UNCLASSIFIED), ad esclusione di nove deroghe in base alle quali su determinati files si mantiene la segretezza. Dopo 50 anni le deroghe si riducono a due e, oltre i 75 anni, per ottenere la declassificazione è necessario richiedere un permesso speciale. Il decreto FOIA (sulla libertà di informazione) consente di ottenere documenti a seguito di declassificazione mandatoria. 

Richiesto da Trump e divulgato il 25 Giugno 2021, nelle sue nove pagine consuntive, il Rapporto di Valutazione del Governo Americano in merito agli UAP (Unidentified Aerial Phenomena – Fenomeni Aerei non Identificati). I dati riguardavano 144 avvistamenti raccolti dal 2004 al 2021 e provenivano in larga parte dalla US Navy, la Marina Militare Americana. Nelle sue conclusioni preliminari, tale rapporto dichiarava: non si sa cosa gli UAP rappresentino, in 70 anni di osservazioni non è pervenuta una spiegazione plausibile (un solo caso conclusivo), non ci sono prove che si tratti di oggetti extraterrestri, né statunitensi (fatta salva l’ipotesi di aggeggi “segreti” marcati USA), né russi, né cinesi. Inoltre, si affermava che gli UAP sono una potenziale minaccia e vanno studiati predisponendo stanziamenti ai fini della ricerca. Nel contempo, le commissioni Intelligence della Camera, del Senato e del Pentagono, ovvero gli esponenti “in the loop” (da informare), ricevevano il rapporto completo, di 78 pagine, definito “impressionante” dall’attuale amministratore NASA Bill Nelson, ex astronauta e senatore. Purtroppo, il contenuto del rapporto è rimasto classificato. Pertanto, almeno dal punto di vista ufficiale, nel 2021 a situazione appariva senza via d’uscita. Poi, a piccoli passi, alcuni militari USA si facevano avanti rivelando che, a seguito di UFO crash e relative operazioni di recupero, il Pentagono e diverse industrie appaltatrici erano entrate in possesso di tecnologie e biologia aliene, materiali gestiti in assoluta segretezza. In concreto, però, emergevano solo le loro coraggiose dichiarazioni giurate, alle quali non ha fatto riscontro alcuna effettiva “rivelazione” da parte dei chiamati in causa, come il colonnello Corso definiva i vertici dei suoi datori di lavoro al Pentagono, dopo la pubblicazione del memoriale “The Day After Roswell”.

Nei due anni successivi, diverse udienze pubbliche sugli UFO basate su testimonianze dirette di personale militare di elevata esperienza e di assoluta fedeltà al proprio Paese, sotto gli occhi della Commissione Intelligence del Senato, non hanno fatto altro che ribadire le spiegazioni di comodo, terrestri, per gli UAP registrati da velivoli militari nei cieli degli Stati Uniti negli ultimi decenni. Un notevole impulso verso un cambiamento di rotta si è avuto in seguito alla deposizione giurata di David Grusch, che ha rivelato e in sostanza denunciato come al Congresso non fossero state mai mostrate tutte le prove della tecnologia UFO, compresi i rottami e gli scafi alieni alieni intatti e loro equipaggi recuperati a seguito di incidenti.

Rubio giura nelle mani del Vicepresidente J.D. Vance come Segretario di Stato su una Bibbia retta dalle mani della moglie Janette. Fonte Wikipedia. Pubblico Dominio

Ovvio che alcuni legislatori abbiano dimostrato un certo interesse per tale questione. Fra questi, Marco Rubio, senatore repubblicano della Florida dal 2011 al 2024, noto sostenitore della trasparenza sulla questione UFO/ET, nel 2023 dichiarava al portale di informazione NewsNation che, oltre a Grusch, altri agenti dei servizi segreti, dotati di elevati nullaosta di sicurezza si erano esposti con testimonianze “di prima mano” in merito alla tecnologia aliena in possesso del Pentagono. Dallo scorso 21 Gennaio, Rubio è l’attuale Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America nella seconda presidenza di Donald Trump.

Per saperne di più, il mio canale YouTube è aggiornato settimanalmente con interventi in video che riguardano la situazione ufologica internazionale e non solo. Vi rimando quindi al commento riferito alla questione Trump-UFO al seguente link: https://youtu.be/jPOBJncT6XI

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Questo editoriale, non era apparso in apertura del mio blog. Mi dispiace.

EDITORIALE di Maurizio Baiata – 8 Dicembre 2024

Riapro queste pagine dopo aver rilanciato il 21 Novembre scorso il Maurizio Baiata Channel su YouTube. Sul canale posso ora concentrare la massima attenzione, grazie alla collaborazione di amici fidati e di un immenso archivio di immagini e contenuti, testimonianza preziosa dei miei lunghi anni di attività giornalistica e video documentaristica. Un patrimonio che metto a disposizione di tutti. Vedo un canale YouTube come un vascello in un mare in tempesta, che riesce faticosamente ad approdare alle isole più lontane. Trasporta esperienze, vissute nei Due Mondi, Europa e Americhe, e le sincronicità delle vite e degli eventi. Un mattino del Luglio 1947, gli occhi del Maggiore Jesse Marcel videro una grande chiazza desertica del Foster Ranch, ricoperta da frammenti metallici di origine sconosciuta; e la sera del 4 Luglio 2009 ero seduto accanto a Travis Walton nella sala del concerto dell’Astronave Jefferson. I due eventi sono accaduti a Roswell. Il Tempo si contrae e si espande. Corre quindi l’obbligo di dire che l’Ufologia questo non lo fa, non contrae e non espande, non dona conoscenze ed emozioni, non aiuta a comprendere la Vita per come invece si dovrebbe, con lo sguardo del Bambino. Non mi chiedo neppure più il perché. Come i tappi attaccati alle bottiglie.

Alla faccia dei padreterni che si credono vessilliferi della verità, basterebbe riconsiderare o vedere per la prima volta INCONTRI RAVVICINATI, il film di Spielberg, per non avere più bisogno di fare o pensare o credere a quello che ci viene detto. In quel film c’era TUTTO! Buon Natale!

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di Maurizio Baiata – 24 Luglio 2024

Il grande bluesman britannico è morto oggi nella sua abitazione in California. Per conoscere meglio l’immensità della sua figura artistica, ritengo utile pubblicare un mio articolo uscito sul numero 40 del settimanale Ciao 2001 l’8 Ottobre 1972. Il Ciao dedicò a Mayall la cover story, e quella splendida copertina ora lo può degnamente ricordare. Questo il sottotitolo dell’articolo: Con lui la storia musicale inglese è volata a livelli “sensitivi” unici. Tutti i bluesman che si rispettino hanno subito l’influenza – chi indirettamente, chi direttamente come Mick Taylor, Eric Clapton, Jack Bruce – di questo personaggio che, giunto all’età di quarant’anni, fa ancora scuola.

Una sterminata produzione discografica, un lavoro titanico che abbraccia almeno una decina d’anni di registrazioni fondamentali, un nucleo di artisti che sotto la sua guida hanno forgiato la propria personalità, la sensibilità e l’esperienza con le quali il Blues è stato riscoperto: questo, e non solo questo, è John Mayall. Parlare di lui, se si dovesse prescindere da quanto sopra esposto, è inutile, perché mai un altro retroterra sociale, musicale e culturale ha creato un simile stile, una scuola, un modo di fare e sentire la musica. Per questo, affrontando il tema Mayall, si deve procedere per gradi più che in ogni altra occasione, attraverso quel processo filologico che ormai ci è abituale, non parlando quindi di origini strettamente biografiche, spesso limitate a curiosità accademiche, o delle disparate influenze cui si ascrive l’importanza della maturazione di un dato artista, bensì seguendolo solo nel suo sviluppo discografico. In tal modo e attraverso tappe principali e con occasionali paralleli con altri musicisti di notevole levatura, cercherò di inquadrare la personalità di questo grande musicista, la cui importanza forse riusciamo solo oggi a comprendere appieno.

Portiamoci alla fine degli anni ’50

Londra è immersa nel blues più fumoso e sanguigno, il blues della Roundhouse in Wardour Street, quello del Marquee, del cosiddetto “stile britannico”, a torto considerato frutto di una moda transitoria nella quale allora ancora difficilmente si riusciva a focalizzare l’importanza di un artista se non per il suo feeling, il suo trasporto di sensazioni. Oggi riusciamo, per esempio, a vedere la grandezza di un musicista una volta criticato più o meno apertamente, semplicemente perché, proprio da quella scuola, sarebbe poi nato il nucleo più fecondo di menti musicali che forse mai si è avuto; se vogliamo, anche superiore a quello westcoastiano. Parliamo quindi brevemente di Alexis Korner e del suo Blues Incorporated, un punto di partenza fondamentale, non solo perché ascoltato dal pubblico più esigente, ma anche perché in esso la critica vide forse per la prima volta l’importanza e la validità del revival bluesistico, non alle spalle del pop e del R&R, ma alla loro base e con in più la freschezza e il calore di una spontaneità mentale e sensitiva incredibili.

A parte la formazione fissa di Korner, vorrei ricordare alcuni fra i musicisti che con lui lavoravano e che in seguito tutti avremmo conosciuto in formazioni di ben altro clamore, i vari Jagger, Burdon, Plant, Brian Jones, Dick Heckstall-Smith, Jack Bruce, Dave Holland, John Surman e così via: mi sembra anche importante segnalare l’album “Bootleg Him” in attesa di pubblicazione da parte della EMI, contenente un copioso materiale di incisioni che vanno dal ‘61 al ‘71 in gran parte inedite, attribuito a Korner e ai gruppi che sotto la sua guida hanno lavorato.

Tornando a Mayall, lo troviamo nello stesso periodo affratellato al buon Alexis nella ricerca di forme di blues non stereotipate e facilmente contaminabili, da ricercare certo nel blues di origine negroide che, per anni ancora, verrà affidato alle cure dei musicisti americani. Korner e Mayall lavorano in parallelo, ma una netta differenza di classe li distingue. Il primo dipinge le proprie trame a tinte molto vivide e pulsanti, ma spesso le sue espressioni denunciano una carenza di validi motivi estetici e di raffinatezza soprattutto nelle sezioni più jazzate dove invece Mayall lavora sempre mirabilmente: a lui si deve l’accostamento certamente più pregevole fra il blues e il jazz, in tentativi continui di vicinanza che Mayall ha sempre perseguito e che oggi rappresentano forse la forma più importante della sua musicalità.

Ho già premessa la necessità di compiere ampli salti di spazio e di tempo fra un argomento e l’altro, resta necessario un brevissimo accenno alle origini: John Mayall è nato nel Novembre del 1933 a Macclesfield, nel Cheshire; a dodici anni comincia a studiare la chitarra e il pianoforte e già nel 1956 lo troviamo come leader di un complesso, The Powerhouse Four, poi, circa tre anni dopo, è a Londra con la formazione dei Bluesbreakers, il più stupefacente parto artistico-musicale-collettivo che mai sia capitato di vedere.

Le prime importanti testimonianze discografiche dell’attività di questo gruppo risalgono all’album “John Mayall Plays J.M.”, di cui non si è riusciti a sapere molto, ma che dovrebbe comprendere incisioni dei primi due gruppi accompagnatori di Mayall, un primo con Bernie Watson alla chitarra, John Mc Vie al basso e Peter Ward alla batteria; un secondo con Roger Dean alla chitarra, Mc Vie al basso e Hughie Flint alla batteria.

Con assoluta certezza si può invece parlare di una terza formazione, datata Maggio 1965 – Giugno ‘66 e comprendente: Eric Clapton alla chitarra, Mc Vie o Jack Bruce al basso e Flint alla batteria. Testimonianza diretta dell’opera di quest’organico è l’album “B.B. John Mayall Whith Eric Clapton”, edito dalla Decca verso la metà del ‘66. Con Clapton, il blues mayalliano è violento, gli impasti ritmici sono accesi, qua e là un R&R di stupenda fattura fa capolino, ma è pur sempre il blues più genuino a vivere dello splendore dei suoi interpreti. Clapton forse mai raggiungerà vette espressive simili, in seguito; il suo apporto non è marginale, ma anzi della sua fluente personalità s’impregna tutto l’album, con l’incredibile crudezza dei passaggi chitarristici, la sottilissima raffinatezza di alcuni temi boogie dove è il magico “pianino” di John a condurre la danza che andrà poi a concludersi con un fraseggio pulito ed esaltante fra i due strumenti. I momenti più notevoli sono “Another Man” dove l’armonica mayalliana supera magicamente le convenzioni del blues e sfocia in tonalità ora stridule ora osannanti, in modo insuperabile, ed “Have You Heard”, con un selvaggio assolo chitarristico di Clapton e un’atmosfera tutta a tratti molto vicina ai moderni orientamenti jazzistici inglesi. Quest’ultimo carattere trova una sua spiegazione logica nella presenza, in sede di arrangiamento e di esecuzione di alcuni brani, di Alan Skidmore al sax tenore e di John Almond al baritono, nomi ormai noti che non poco devono a questa collaborazione con il grande bluesman inglese.

“Diary of a Band”

Album successivo, inciso nel Luglio del ‘67 è “Crusade”, dove l’organico dei vecchi Bluesbreakers ha subito numerose variazioni. Troviamo infatti alla chitarra solista Mick Taylor, al basso il solito Mc Vie, alla batteria Keef Hartley, al sax tenore Chris Mercer e al baritono Rip Kant. Esiste un album, a questo punto, nella cartella discografica mayalliana, che è doveroso ricordare. Si tratta di “A Hard Road” risalente al periodo compreso tra il Giugno del ‘66 e il Maggio ‘67, con una formazione che vedeva, oltre al suo leader, Peter Green alla chitarra, Mc Vie al basso, e quindi Asley Dunbar (che ritroveremo poi con Zappa) e Mick Fleetwood alternativamente alla batteria. La nota verrà poi ripresa alla conclusione di questo lavoro quando si parlerà di un album, recentemente pubblicato, che comprende alcune registrazioni effettuate negli stessi giorni di “A Hard Road”; per ora possiamo tornare a “Crusade”, sul quale ci soffermeremo brevemente.

“… Io ho dedicato la mia vita al blues… mi auguro che mi aiutiate” queste alcune parole introduttive all’album, note che sintetizzano, senza la minima enfasi e il compiacimento a cui oggi siamo abituati, le finalità di un lavoro singolo e di una precisa scelta a livello musicale e sociale. E “Crusade” corrisponde all’ideale mayalliano di creare nuovamente, genuinamente e virilmente del nuovo blues. Per questo i cambiamenti nella formazione, ma anche per questo il rispetto rigoroso, anche se spaziale, dei canoni e delle battute del blues: il disco è un omaggio ai suoi più grandi interpreti, i vari Dixon, Williamson, Guy, King, che, qualsiasi persona ami il blues, riconosce nelle pietre miliari della sua intera storia. Si nota inoltre come il lavoro di Mayall qui forse presenti alcune smagliature, soprattutto nei passaggi maggiormente big bandistici, a scapito di quella purezza di linee e intenti che il blues persegue. Gli episodi migliori dell’album restano “Snowy Wood”, “Me And My Woman” e “Checking On My Baby”, quest’ultimo, un classico di Sonny Boy Williamson.

Sperando di non compiere errori di valutazione cronachistica, possiamo quindi identificare l’album successivo, “The Blues Alone” con l’opera del quinto gruppo condotto da Mayall, con Mick Taylor, Mc Vie, Hartley, Chris Mercer e Rip Kant. Ma più importante ancora ci sembra “Diary Of A Band”, dove la formazione vede Mick Taylor alla chitarra, Keith Tillman o Paul Williams o Andy Fraser al basso, Keef Hartley alla batteria, Dick Heckstall-Smith sax tenore e soprano, Chris Mercer al sax tenore. Da simile organico non potevamo aspettarci altro che un album eccezionale, interamente registrato dal vivo, con un ambiente da sottofondo davvero elettrico e dove i vari strumentisti propongono il meglio della propria esperienza. Il disco è uscito in due volumi: il primo contiene registrazioni effettuate dal 19 Ottobre al 14 Novembre del ‘67; il secondo include pezzi che vanno dal 28 Novembre al 7 Dicembre. Per il primo volume, ricco anche di interviste al pubblico e ai diretti interessati, di valore storico innegabile, siamo in un momento fondamentale nello sviluppo del bluesismo mayalliano, in cui maggiormente si esplica il gusto dell’iterazione e delle ripetitività continue di riff densi e corposi, con il conseguente abbandono dell’atmosfera tradizionale che aveva contraddistinto diversi tratti dei lavori precedenti. Il disco ha in sé i caratteri essenziali di un blues-jazz di derivazione questa volta più americana, ma il new sound prettamente inglese non ne esce malconcio, poiché la convivenza soprattutto del sax e dell’armonica risulta eccezionale, mentre anche il lavoro della chitarra appare molto netto e in costante maturazione. Entrambe le facciate sono stupende, ma segnaliamo comunque “My Own Fault”, dove più efficace appare la sezione fiatistica e l’atmosfera totale eredita e fa sua tutta la potenza del jazz-blues.

Ritorno alle Radici

Lo schematismo di questo articolo impone una prosecuzione più che veloce, eccoci dunque a “Bare Wires”, uno dei punti fermi della politica musicale del nostro artista. “Bare Wires” è un’opera troppo spesso ricordata per la sola importanza data al fattore connubio fra le matrici di cui più volte abbiamo detto, vorrei aggiungere che si tratta di una suite (quella omonima della prima facciata) dove compaiono Mercer, Heckstall-Smith, John Hiseman alla batteria, Henry Lowter alla cornetta e al violino, Mick Taylor alla chitarra e Tony Reeves al basso. Diciamo pure che da questi Bluesbreakers sono nati i Colosseum, in concomitanza con il valore attribuito alla collaborazione con Graham Bond all’interno della sua Organisation, ma la grandezza di questo gruppo è tale che forse neanche al grande John capiterà più di ripetersi in modo simile. Vedremo come solo con “Turning Point” il discorso sarà diverso, resta il fatto che quest’organico, ufficialmente disciolto nel Luglio ‘68, rappresenta il più vicino al gusto blues-jazzistico di oggi, ma ha in più una freschezza e un vigore compositivi che lo pongono di una spanna più in alto di opere come “Jazz Blues Fusion”.

Ad una data pressoché storica, corrisponde in Mayall un periodo di profondo ripensamento e di ricerca di tonalità e musicalità diverse; i Bluesbreakers si ricompongono infatti in modo completamente diverso, con un organico ridotto comprendente Mick Taylor alla chitarra, Steve Thompson al basso e Colin Allen alla batteria. Discograficamente non c’è molto da dire, (dato il carattere di sintesi di questo articolo), mentre di grandissima importanza è l’organico successivo. Siamo nel Maggio del ‘69, l’anno di “Looking Back” e di “Turning Point”, due opere straordinarie. La prima è, dopo “Back To The Roots”, l’antologia più importante del Mayall di sempre: è un carosello di incisioni comprese tra il ‘64 e la fine del ‘67; un album che viene così presentato: “… un lavoro unico in quei chiarissimi spettacoli che costituiscono la progressione musicale del Mayall degli ultimi cinque anni… undici sezioni dove si può scoprire il cambiamento di tutte le band e gran parte del loro lavoro…” e non c’è da aggiungere altro.

Affettivamente parlando, a livello di sensazioni e di piacevolezza d’ascolto, forse “Turning Point” è il massimo che Mayall sia riuscito ad esprimere, perché mai dalla sua mente è scaturita un’opera altrettanto vivace ed incisiva, seppure tutta la sua storia discografica non presenti la minima macchia o la monotonia che, in apparenza, il blues potrebbe potenzialmente possedere. “Turning Point” è un lavoro cui hanno collaborato i nuovi Bluesbreakers, nell’ordine: John Mark all’acoustic finger e alla steel guitar, oltre all’elettrica normale, Steve Thompson al basso e Johnny Almond ai sax tenore e alto, e al flauto. Dal primo all’ultimo solco, l’album è un succedersi di sensazioni incredibili. L’atmosfera “live” esalta e sconvolge ad un tempo ed il blues vive, ora, con Mayall e i suoi ragazzi, momenti altissimi, checché ne dicano i detrattori bacchettoni e radicali. Questa è musica la cui definizione di “totale” sembra essere gratuita, tale è la sua purezza, la sua cristallinità, la sua vivace aggressività, un’esplosione di fantasia e di gioia ritmica. Ed è per questo che il blues di Mayall piace, affascina e strega nel contempo, perché ha in sé non la forza amara e calda propria dell’espressione negroide, ma la raffinatezza, l’aeriformità e l’umorismo sottilmente caustico del popolo inglese, un blues bianco, dunque, ma un blues che non ha mai tradito i suoi appassionati, che, incredibilmente, ha continuato ad avanzare in un mare di sporcizia ritmica e di facile consumo, un blues senza ambiguità e compiacimento, ma solo impetuoso e coerente fino all’esasperazione.

Questo è “Turning Point”: cercatelo. Proseguiamo nel nostro viaggio, ricordando fra l’altro che l’intera produzione di Mayall consta di diciannove album, secondo calcoli ufficiosi, mentre rimandiamo il lettore alle recensioni apparse sulle nostre pagine. Piuttosto, mi preme parlare di un album, cui ho accennato all’inizio, uscito in Inghilterra da pochi giorni per l’etichetta London. Si tratta di “Thru The Years” e costituisce un avvenimento di eccezionale interesse. Vi compaiono incisioni distinguibili in due gruppi, quelle facenti capo al Mayall dei “futuri Colosseum” e quello del periodo “Peter Green”. Alla formidabile sezione ritmica di “Bare Wires” si affiancano, a tratti, Paul Williams, Keef Hartley, Mick Taylor e altri abituali collaboratori del nostro bluesman; si fanno apprezzare anche un paio di pezzi dove appaiono Johnny Almond ed Alan Skidmore, risalenti ai primissimi Bluesbreakers.

Per concludere, vanno menzionati altri tre lavori mayalliani: il mitico doppio capolavoro “Back To The Roots”, quindi “Memories”, “USA Union” e “Blues From Laurel Canyon”, che da solo varrebbe vasta trattazione, ma in altra data. Per ora, spero di aver eliminato una lacuna piuttosto vistosa nell’ambito delle retrospettive. Ma John Mayall meriterebbe un lavoro enciclopedico che, forse, un giorno o l’altro verrà fuori.

L’articolo nella sua versione originale completa e testo a fronte (lo stesso qui riportato), appare nel Volume Primo della mia trilogia saggistica musicale “ROCK MEMORIES” (Edizioni Verdechiaro, 2022) acquistabile e/o ordinabile presso le migliori librerie e le piattaforme online. Ecco le copertine dei primi due volumi.

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