Due ragazzini latinos furono testimoni oculari di un crash in una zona del New Mexico dove gli USA sperimentavano gli ordigni nucleari. E si impadronirono di reperti metallici asportati dallo scafo alieno lasciato incustodito dai militari. La loro storia è stata oggetto di un’approfondita indagine condotta da Jacques Vallée e Paola Harris. Ma chi scrive ha incontrato Reme Baca, che all’epoca dei fatti aveva sette anni, mentre il suo amico José Padilla ne aveva nove. Se la storia del crash di Trinity fosse vera anticiperebbe di due anni la ben più famosa vicenda di Roswell. Fu Linda Moulton Howe, giornalista e ricercatrice nota per le sue inchieste sul mistero delle mutilazioni animali, a rivelarmi di avere fonti nell’intelligence militare secondo cui i primi UFO crash erano stati registrati all’inizio degli anni ’40 e che dischi volanti erano stati abbattuti dagli Americani con armi assai sofisticate per l’epoca, già nel 1941. Nell’ottimo libro di Ryan Wood “Majic Eyes Only”, specificamente dedicato alla tematica degli UFO precipitati, il primo caso registrato sul territorio degli Stati Uniti si verificò all’inizio della primavera 1941 a Cape Girardeau, nel Missouri. Lo portò alla luce il “pioniere” Leonard Stringfield, che giunse alla conclusione che l’incidente era autentico, data la buona attendibilità delle testimonianze. Nella sua dinamica troviamo “ante litteram” il recupero di un velivolo sconosciuto e dei suoi occupanti, nonché il successivo insabbiamento delle prove. Ed è ancora Ryan Wood a parlare approfonditamente del crash di San Antonio riferendosi al lavoro del giornalista Ben Moffett che per primo ne ha parlato nel 2003 in un articolo pubblicato sul “Mountain Mail” di Socorro.

Nel 2010, in qualità di Direttore del bimestrale Open Minds, ebbi modo di incontrare Reme Baca e di conversare telefonicamente con lui più volte e, in una sola occasione, di parlare con José Padilla. Le loro due versioni coincidono perfettamente. Padilla più riservato, Baca disponibilissimo a dilungarsi in dissertazioni sulla causa dei “latinos”, gli ispano-americani che costituivano una forte comunità etnica di uno Stato, il New Mexico, che alla metà degli anni Quaranta contava circa 600.000 abitanti di ceppo messicano, nativo-americano (tribù Pueblo e Navajo) e statunitense. Osservato dall’alto o percorrendo le interstatali, ancora oggi il New Mexico appare come uno sterminato territorio prevalentemente desertico. Nel 1945, l’anno dei fatti i fatti riferiti da Padilla e Baca, vivere in quella sorta di terzo mondo americano non doveva essere da tutti e solo la dura tempra dei mandriani avrebbe consentito lo sviluppo di insediamenti agricoli e di allevamento di bestiame. San Antonio, dove vivevano le famiglie dei due ragazzini allora era poco più di un villaggio nel Contea di Socorro. Per gli appassionati di ufologia i nomi Socorro, Magdalena, Los Alamos, Alamogordo e Trinity fanno luccicare gli occhi. Socorro ci riporta all’incontro ravvicinato del terzo tipo dell’agente di polizia Lonnie Zamora avvenuto nell’Aprile 1964. Magdalena sarebbe stata teatro nelle San Augustin Mountains, del possibile secondo crash di Roswell, nella notte del 3-4 Luglio 1947, secondo il fisico nucleare e ufologo Stanton Friedman. Alamogordo e Los Alamos erano siti atomici e Trinity Site era il poligono in cui fu testato il primo ordigno nucleare il 16 Luglio ’45 con un’esplosione da 16 kiloton. La nostra storia si ambienta nello scenario desolatamente unico al mondo in cui gli apparati militari americani avevano scelto di installare le proprie più avanzate centrali di ricerca e sperimentazione a fini bellici.

Reme Baca fu testimone di quella prima detonazione al Trinity Site, con tutta la sua famiglia. Vivevano nel ranch McDonald, a una cinquantina di chilometri a nord-ovest dall’epicentro. Il “blast” investì con un bagliore accecante la sua casa, le conseguenze del fallout però non furono letali per i componenti della famiglia, tranne che per la mamma, che perse la vista da un occhio. Me lo raccontò 65 anni dopo, quando lo incontrai con John Rao, il mio capo, titolare della Open Minds Production. Reme ci attendeva nella sua abitazione di Gig Harbor, cittadina di mare in una bella zona del territorio di Seattle, Stato di Washington, dove risiedeva con la moglie Virginia da diversi anni. Appena entrati nel villino, Reme si rivelò un torrente di parole, prodigo di informazioni, affermò subito di essere convinto che esseri di altri mondi si accorsero di quella prima esplosione nucleare ed era altresì convinto che essa rappresentò la svolta per iniziare un loro processo di avvicinamento ad un pianeta sull’orlo della catastrofe.

Accadde un mese dopo, a pochi giorni dal Ferragosto 1945. Reme e José avevano raggiunto a cavallo un punto semi roccioso del territorio desertico di proprietà della famiglia Padilla, attratti da un’esplosione seguita da una folata di vento e sabbia. Non compresero di cosa si trattava, ma i due giovanissimi latinos coperti dalle rocce di un rialzo, poterono seguire non viste le fasi di un’operazione di recupero effettuata da una ventina di militari e durata dal pomeriggio alle prime ore della sera. Al calare della sera, gli uomini se ne andarono lasciando il disco incustodito. Fu allora i ragazzini notarono degli strani “bambini” che si muovevano vicino all’oggetto poggiato al suolo. Le fattezze di quelle piccole creature erano simili a quelle degli insetti. Reme e José tornarono sul posto nei giorni successivi, senza aver detto ai parenti nulla di quanto facessero. I militari lavoravano a turno, date le torride temperature delle ore diurne. Non fu un grande spiegamento di forze, come a Roswell, dove il contingente impegnato nell’opera di bonifica fu di almeno un centinaio di uomini per il solo “campo dei rottami” sul Foster Ranch. Una sera, rimasto incustodito, Reme e José si fecero intraprendenti e si avvicinarono per osservarlo meglio. José, di due anni più grande di Reme, trovò il coraggio e si calò all’interno dello scafo attraverso un portellone divelto all’impatto. Facendo leva con un piede di porco, riuscì ad asportare dall’abitacolo un oggetto, che Reme aveva poggiato sulla tavola della piccola sala da pranzo della famiglia Baca.

Raccontandolo al presente. Remigio lo maneggia con attenzione, quasi con amore, lo liscia e ne pettina con le dita la superficie grigio-bluastra porosa, come fosse il mantello di peli di un cuccioletto. “Posso toccarlo?” gli chiedo. “Certo” mi risponde, porgendomelo. Ed è una sensazione strana, quella che provo. Non posso credere che si tratti di un manufatto alieno, proveniente da un’astronave precipitata. È asimmetrico e irregolare, una sorta di manubrio metallico, se piccole mani avessero dovuto impugnarne le estremità, ma davvero non riesco a comprendere a cosa mai potesse servire.

Di dimensioni non ragguardevoli, circa 25 centimetri di lunghezza, il manufatto è molto leggero e sembra fatto di una lega metallica. Appare intatto, tranne che per una minuscola incisione, quasi un’abrasione sul suo corpo centrale che, mi spiega Remigio, è stata necessaria per asportarne una piccola porzione per le analisi. Reme e José si impadronirono e hanno conservato per tutti questi anni, oltre all’oggetto più grande, anche una sezione semi circolare di una barra apparentemente fatta dello stesso materiale del “manubrio” e altri piccoli frammenti di ciò che viene definito “memory metal”.

Gli esami eseguiti dal dottor William Ashwood presso il Dipartimento di Metallurgia dell’Università di Washington, si sono concentrati sulla struttura del manufatto più grande, che le foto di Paola Harris illustrano meglio di qualsiasi mia descrizione. Per le analisi sulla sua composizione, sono stati impiegati tre microscopi a scansione elettronica. Come primo risultato, il metallo è risultato essere un silicato di alluminio (caolino) in cui, secondo Ashwood, è presente un’alta e insolita percentuale di Carbonio. All’interno del metallo è stata rilevata la presenza di strutture rare e anomale, simili a micro scheletri di insetto schiacciati al suo interno, quasi fusi, nonché strati di un altro materiale simile a fibre di Carbonio. Una seconda analisi al microscopio elettronico, condotta nei laboratori della Boeing, a Renton (Washington State), ha confermato i dati precedenti. Nel nostro incontro, Reme espresse il desiderio di vedere progredire le ricerche sino a verificare le proprietà di un metallo capace di disperdere molto efficacemente il calore, una caratteristica tipica del rivestimento protettivo degli space shuttle.

In quell’Agosto 1945 Reme e José seppellirono altri frammenti di un “oggetto volante precipitato” in una buca nel deserto, in un punto che sono certi di poter individuare e dove vorrebbero far effettuare degli scavi per riportarli alla luce. Alla fine del nostro incontro, Virginia, la gentile moglie di Reme, ci servì un buon caffè americano. E finiva così per John Rao, il sogno di riportare a casa anche soltanto uno degli oggetti in possesso di Reme Baca. Il nostro interlocutore si dimostrò irremovibile nella sua intenzione di non separarsene, anche a fronte di cifre cospicue. Dovendo lasciare Gig Harbor, un po’ a malincuore, pensavo che in fondo Ispanici e Italiani hanno radici comuni, etnie molto inclini all’ospitalità e alla gentilezza. Incontrare Remigio Baca, testimone diretto di un incidente UFO risalente ormai a sin troppi anni fa, mi trasmise “buone vibrazioni”, al di là della sua storia così sconcertante. Pochi anni dopo avrei appreso da Paola Harris della scomparsa di Reme e mi dispiacque molto. José, oggi ultranovantenne, a suo tempo aveva deciso che quei reperti non avrebbero dovuto devono finire in mani sbagliate e un giorno saranno donati a un’istituzione che provvederà a esporli adeguatamente in un museo aperto al pubblico. Senza alcun compenso monetario per chi li trovò 65 anni fa nel deserto del New Mexico, non lontano da Trinity, un nome che è sinonimo di olocausto nucleare.
(Tratto ed elaborato da un articolo a firma dell’Autore, pubblicato sul mensile “X Times” nel Dicembre 2010).
Sul Maurizio Baiata Channel l’intervista a Jacques Vallée e Paola Harris sul caso Trinity a questo link:
Per gli approfondimenti del caso, vi rimando all’eccellente saggio-dossier “Trinity – Il Segreto più nascosto”, ordinabile online.



















