Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Articoli’ Category

di Maurizio Baiata

Riproporre questa intervista ad Antonello Venditti risalente al Marzo 2000, quando fu pubblicata sul mensile Stargate il mese successivo e poi ancora nel 2012 su questo stesso blog, vuol dire che quanto all’epoca il cantautore romano aveva condiviso, della sua vita, non solo della sua esperienza di avvistamento UFO avvenuto a Roma con tutta probabilità nella seconda metà degli anni Cinquanta, ha valore ancora oggi, anzi direi più di allora. Internet ci ha abituato all’annichilimento della memoria, quella a breve, quella a lungo raggio, persino a quella storica, ma ciò non vuol dire che tutto è destinato a cancellarsi. Al contrario. Antonello al pianoforte intonava sempre con grande emozione “Mio padre ha un buco in gola”, mentre io ero da dietro le quinte manovravo il Revox con le basi musicali, rivelando tutta l’umanità del suo essere. Poteva quindi riferirsi al padre Vincenzo che aveva subito i traumi fisici e derivato quelli psicologici della Seconda Guerra Mondiale, oppure all’Amore de “Le Te Mani su di me” vissuto come un ricordo ancora più intimo e doloroso. L’amicizia dunque era nata durante un lungo periodo di comunanza che nei primi anni Settanta voleva anche dire complicità e condivisione. E cosa ci sarebbe oggi ancora di diverso, fra noi, me lo chiedo.  Sta di fatto che improvvisamente, anche se non ricordo con precisione la circostanza, per la prima volta mi raccontò la sua esperienza. Al suo terzo album, “Le cose della Vita” la RCA aveva affidato Antonello a me, più giovane di lui di un paio di anni, per accompagnarlo come tour manager lungo tutto il tour italiano, che prevedeva tappe in tutto il Paese, comprese le isole. Antonello guidava da pilota provetto e un po’ spericolato una Citroën GS giallo ocra, io fungevo da navigatore, vito che allora avevo solo la patente A, quella da motociclista e insieme percorremmo migliaia di chilometri verso serate intense, tutte sempre diverse e ricche di emozioni. Erano gli “anni di piombo” e Antonello lanciava messaggi che alla ultra sinistra non piacevano. A volte gli autonomi si facevano vivi durante il concerto per contestarlo, arrivavano a minacciarci quasi sin sotto il palco e io mi frapponevo fra loro e l’artista, che stava sul palco, stanco di quelle intrusioni. Fortunatamente, finivano sempre per prevalere il buonsenso e la sua poesia da menestrello romano nell’anima.

Ne nacque una conoscenza profonda, fatta di lunghe conversazioni riguardanti il passato. Entrambi conoscevamo bene la zona Trieste, io perché ero stato al San Leone Magno, lui al Giulio Cesare ed io evitavo accuratamente di fermarmi davanti al bar Tortuga, troppo frequentato da ragazzi di destra, proprio davanti al Liceo di Antonello.  parlavamo di musica “alle frontiere del cosmo” e, una volta, durante un viaggio sulla GS, Antonello mi parlò di un suo avvistamento UFO a Roma. Era ancora adolescente e lo ricordava molto chiaramente. Così, molti anni dopo, per inaugurare il mensile Stargate con una degna copertina, lo avevo contattato e convinto a rilasciarmi l’intervista che segue. Per me resta una testimonianza epocale. Forse, per la prima volta, un musicista già indirizzato verso un successo sempre più clamoroso e capace di rivolgersi a un pubblico che mostrava sempre più di gradire i “messaggi” del cantautorato nostrano, cresceva sia nella consapevolezza del difficile ruolo che i giovani artisti italiani stavano giocando nell’ambiente sempre più teso dell’Italia del 1974, sia come individuo, che si poneva domande esistenziali sulle esperienze di contatto, sulla vita e la morte, i poteri forti, il papa, i servizi segreti… basta continuare a leggere e scoprirete un Antonello Venditti che non ha più avuto occasione o modo di rivelarsi appieno come in questa intervista.      

 

Maurizio Baiata: Antonello, grazie per questo nostro incontro, con il quale vorrei che parlassimo di cosa ti accadde una domenica mattina di tanti anni fa a Roma, sul parco di Villa Paganini, quando arrivò un disco volante e lo vedesti insieme a tua madre.

 A.V.: Va bene, Maurizio.

Maurizio Baiata: Partiamo dal problema benzina. Il prezzo sale, vivere costa sempre di più, ma forse è in atto un processo di strangolamento della coscienza, oltre che del nostro vivere quotidiano.

Antonello Venditti: Il mondo è pressato dal mondo, cioè la Terra sta vivendo una specie di gravità eccezionale che pesa sui nostri cervelli e sulle nostre membra e sui nostri cuori, veramente insopportabile, per cui stiamo occupando tutte le zone del sapere, dello spirito, del corpo e le stiamo sfruttando tanto male, non nella direzione giusta.

M.B.: Questo viene imposto da qualcuno, evidentemente.

A.V.: Sì, perché stiamo procedendo alla globalizzazione, al potere mondiale che escluderà completamente quelli che non si adeguano alle nuove tecnologie, alla nuova politica globale.

M.B.: A Seattle c’è stata una aperta critica di piazza contro il sistema economico globale e in Italia abbiamo a che fare con un governo che sembra abbastanza acquiescente a tutto ciò…

A.V.: No, seguiamo l’ombra di Blair e di Clinton. Siamo una mutandina di Clinton.

M.B.: E della NATO. Abbiamo fatto da trampolino di lancio per la guerra in Kosovo. Non ci fosse stata l’Italia la guerra non si sarebbe fatta.

A.V.: No.

M.B.: Quindi, l’Italia sembra ben poco impegnata in una crescita evolutiva. E gli italiani?

A.V.: Una strada personale, una politica autonoma è troppo complicata. Noi siamo un paese fragile che industrialmente conta pochissimo, dove le nostre industrie vendono tutto quello che possono, non ultima la FIAT. Il mercato non sappiamo cosa sia perché creiamo fittiziamente due soggetti, al massimo tre, e diciamo che è il mercato e invece c’è un trust su tutto, perché le stesse tre società che si dovrebbero fare concorrenza invece entrano ognuna nell’altra, quindi è troppo semplice, non ci vogliamo complicare la vita. Il nostro dopoguerra è nato come colonizzati, e questo intendiamo fare, seguire questa strada apparentemente per avere dei risultati e stare bene, invece molte volte non è così perché alla fine il più forte li tratterà come colonia. C’è il treno vincente, quello del dollaro e quello del perdente, di “cancellate il debito”, di coloro che purtroppo non possono nemmeno aspirare a tendere verso lo sviluppo.

M.B.: I poveri, i diseredati, i senza casa, a New York qualcuno di loro ha una laurea, potrebbe lavorare, condurre una vita normale, ma lo fa per scelta, come antitesi al sistema…

A.V.: Qui è diverso. Non capita mai che un ingegnere, se non è impazzito, se ne stia sotto i ponti e viva in mezzo alla strada. Qui si va in strada per necessità. È pieno di extracomunitari, muoiono nelle baracche bruciate. Diciamo che l’Italia sta come l’America negli anni ’60, per cui non c’è una filosofia di vita dietro, una necessità. Il permesso di lavoro, la cittadinanza. In America, in tanti Stati questo è stato superato, e anche comunità come quella portoricana, quella italiana, cinese, si sono integrate, la vita è diversa. L’America schiude altri scenari e, forte del suo dominio industriale, riuscirà a dare quella specie di giustizia sociale che adesso non ha, perché se non hai la carta di credito o la tessera sanitaria muori per strada. Qui l’interesse sociale per l’individuo è maggiore.

M.B.: Ricordi quando negli anni ’60 avevamo un piede da una parte e uno dall’altra?

A.V.: Allora c’era l’orso comunista che faceva paura al mondo occidentale… l’Unione Sovietica, non si poteva fare tutto quello che si voleva.

M.B.: La nostra generazione viveva una dicotomia, fra gli Stati Uniti con il Flower Power, la musica, Jimi Hendrix e quanto ne conseguiva, dall’altro il Vietnam con il Napalm, uno stato di cose contro cui lottavamo. Oggi lottare, ogni ideale politico…niente.

A.V.: Sono rimasti in alcuni di noi, ma non c’è più la vocazione alla politica, alla piazza, al dibattito. C’è una vocazione all’interesse personale, all’egoismo, non essendoci più una società che fa da paracadute ai fallimenti che uno può avere, rimani da solo depresso e quindi presumibilmente vai verso il suicidio. Da solo, in mezzo alla vita piuttosto che con la speranza che tutti quelli che stanno come te possano avere un riscatto. Prendi i suicidi di massa delle sette, ieri 600 morti, questo vuol dire che si sta recuperando un tipo spiritualità negativa, che non vorrei mai, che si accoppia a religioni storiche, che cercano di dialogare tra loro, fenomeni di cancri personali che portano al rifiuto della vita e poi invece è l’affermazione di un altro tipo di vita. L’impotenza di una persona che nasce oggi in Africa, o in un paese sottosviluppato, è come quella di chi nasce in paese sviluppatissimo, ancor più privo di speranza, come l’America, il paese più progredito del mondo, con le possibilità più grandi del mondo… e si sta male. Che fare? L’unica cosa è la morte.

M.B.: Se questo pianeta è un essere biologico che fa parte di un sistema planetario molto piccolo relativamente già noto, noi dobbiamo fare i conti con due estremi, il primo che siamo inseriti in un Universo, il secondo che i dominanti su questa Terra sono i servizi segreti. Dopo la guerra fredda fra le super potenze, oggi c’è una trama fittissima di rapporti che cercano di creare una economia basata sulla guerra, sugli armamenti e sul mercato della droga. È chiaro che l’individuo ne esce annientato.

A.V.: Si chiama capitalismo. Il capitalismo porta a questo. La ricerca spasmodica del profitto fa le vittime. L’economia è protagonista del pianeta. Gli esseri umani sono misere pedine di un gioco che porta al massacro.

M.B.: Non sono d’accordo su un punto. L’essere umano è un microcosmo uguale all’essere biologico che è la Terra, che è uguale a tutto l’Universo. Quindi se ci fosse più gente che pensa al bene, in positivo, muoverebbe qualche pedina, anche in termini di rapporto con gli altri, la famiglia e i figli. Partecipando a un gioco di trasformazione ed evoluzione potremmo superare il problema economico.

A.V.: Sì, anche l’amore è cultura. Se tu non hai il senso dell’amore, se non ti insegnano i sentimenti… la cosa strana è che l’uomo cambia, che qualcuno sta cambiando per farci cambiare i valori, per metterci altri valori in termini negativi. Dai servizi segreti a internet. Ormai è tutto telematico, cambia anche la nostra funzione fisiologica. Oggi, dopo l’esplosione del jogging anni ’70, che ti portava a correre, a sviluppare il tuo fisico guardando la natura, è cambiato il rapporto con lo sport, del nostro fisico. Oggi ci si chiude nelle palestre a sviluppare una nostra coscienza fisica in solitaria.

M.B.: Tu lo fai?

A.V.: No. Sono nato nel 1949. Un ragazzino che nasce oggi ha una bella poltrona cosmica che lo metterà davanti a un video e dalla sua postazione farà tutto. Loro vorranno farci votare senza più le cabine elettorali, informaticamente, attraverso Internet. La cosa più grave è che stiamo eliminando il paese fisico, la realtà. Ci svegliamo solo quando capiamo che la natura è ancora più forte di noi, ci meravigliamo quando ci sono i terremoti che portano via la terra, o i cataclismi naturali perché ci sentiamo superiori. L’uomo non si considera più un animale, si considera il padrone di questo mondo che poi invece esploderà. Gli equilibri si devono ripristinare.

M.B.: Senti, qualora arrivino “gli altri”? Cosa pensi accada?

A.V. Non lo so. Gli altri, esistenti o non esistenti, hanno contato sempre di più nei periodi di grande crisi dell’umanità. Per esempio, i dischi volanti classici si vedevano nei momenti di guerra, quasi sempre. Era la nostra coscienza che aspetta gli angeli. Noi ci aspettiamo o i diavoli o gli angeli. È un discorso buono con noi stessi. È un problema di fede, di credere in qualcosa, come credere in Dio o nel diavolo, come aspetto negativo. Il problema è che oggi se ne vedono sempre meno.

M.B.: Non è vero, se ne vedono a iosa dovunque.

A.V.: È il bisogno di altro. Tutto il discorso sugli extraterrestri è stato basato su una morale qualche volta un po’ retriva, quella del bene, che dobbiamo mantenere il pianeta in ordine, che i buoni devono fare i buoni. Su una cosa universalistica e cosmogonica che molte volte è un po’ superficiale. La verità è che come per gli angeli, come per Dio, bisogna vedere se gli alieni possono intervenire nel nostro pianeta.

M.B.: Non credo. Perché ammesso ci sia una federazione galattica della quale noi facciamo parte…

A.V.: Allora noi saremmo colonia in questo modo…

M.B.: Loro sono all’esterno, non intervengono assolutamente, svolgono i loro ruoli, tra di loro si combattono in accordo o meno con le superpotenze o le potenze occulte che possono esistere sulla Terra.

A.V.: Ecco, appunto. Questo presupporrebbe comunque che ci sia un governo fantasma.

M.B.: Che ne pensi, esiste o no questo governo fantasma?

A.V.: Non lo so.

M.B.: Pensiamoci un attimo.

A.V.: La storia ci dice che ogni potere forte che resiste… come per esempio Fatima, la chiesa cattolica e i suoi misteri, ogni religione ha i suoi misteri, le sue profezie e quindi si presuppone che il capo della chiesa, il Papa sappia molte più cose di me e di te rispetto all’occulto e al mistero della fede e così io penso che il presidente degli Stati Uniti, o della Russia, sappia molto più di quel che appare su questa faccenda, e per un certo periodo di tempo, almeno 30 anni, si è pensato tutti che il mondo occidentale possedesse tecnologia, avesse contatti precisi abbastanza diretti, fisici anche con gli extraterrestri. Però da tempo mi sembra che si parli più di tecnologia che dialogo tra esseri.

M.B.: Può darsi che ci sia un cambiamento di paradigma nei rapporti: da una parte un dialogo tecnologico, che dura da molti anni, e dall’altra un dialogo legato alla coscienza e alla spiritualità. Non è detto che questi esseri esterni abbiano il nostro stesso livello di coscienza e spiritualità, ma oggi, più che in passato, anziché con i governi e i governi occulti, potrebbero voler interagire con gli individui, mediante gli avvistamenti, stabilendo con chi vede un UFO un contatto, così l’esperienza di coscienza è iniziata e rimane dentro per tutta la vita.

A.V.: Questo è vero. Io ho avuto un contatto visivo, più volte, e più volte anche a livello parapsicologico, che poi mi pare sostanzialmente più interessante. Ma non mi ha cambiato così tanto. Forse ha affermato quello che pensavo, ma non mi ha reso più sereno, non ha rafforzato la mia idea della vita. Le ha segnate da un ulteriore mistero. Mentre l’essere umano ha bisogno di certezze il fatto di aver avvistato o sentito qualcosa, a me non ha apportato questa… pace.

M.B.: Potrebbe averti dato la forza di portare avanti determinate cose per la gente.

A.V.: Può darsi, io credo che uno ce l’ha dentro. Non vedo il rapporto diretto. Qualora ci fosse è del tutto inconscio. Oltretutto sono rari i casi in cui l’avvistamento di un UFO diventa un rapporto che continua nel tempo. Poi alla fine anche il ricordo si consuma lasciandoti qualcosa che, se non riesci a farlo produrre in modo forte, poi ti rimane così, in un processo molto lento.

M.B.: Però tu ricordi perfettamente la tua prima volta. Vuoi parlarne?

A.V. Certo. Io ero ragazzino, avevo forse dodici anni. Doveva essere il ’58 o il ’59. Fu un grande avvistamento. Mia madre lo ricorda meglio di me. Eravamo insieme a Villa Paganini. Una domenica mattina verso le undici e mezzo in questo parco arrivò un disco volante a forma di… cactus, l’hanno visto in tanti, e quando dico un cactus era proprio un cactus, verde, con sotto una cupola gialla con tre soffietti per tenerlo collegato alla terra, tre protuberanze che dovevano essere dispositivi per atterrare, gialle. E questo oggetto era enorme, stava sopra di noi. Stava a 20, 30 metri sopra di noi. Era su di noi in modo lampante. E cadde del silicio, una specie di manna che poi mia madre mi disse essere silicio. L’oggetto ondeggiava facendo vedere anche la cupoletta e si muoveva, mostrando anche gli oblò per tanto tempo, almeno trenta secondi fino a che sparì in un attimo. Svanito senza alcun rumore. Tutta la gente nel parco ha visto questo oggetto, che poi mi dicono essere andato verso Firenze e si è fermato sullo stadio di Firenze facendo lo stesso giochetto che ha fatto a Roma. In seguito ho visto una palla di fuoco, anche se quelli possono essere fenomeni meteorologici. Ero a Olevano Romano e nella valle apparve questa palla di fuoco che tutta Roma vide, ma non aveva lo stesso valore di un disco volante sopra di te.  

Però la cosa che mi sta più dentro è un’esperienza parapsicologica vissuta insieme a un mio amico, Rino Gaetano. Eravamo in macchina, di notte, lui allora faceva teatro e io andavo spesso a vederlo e lo portavo a casa. Tornavamo da Fiuggi, nel bosco che la costeggia, tutti e due avemmo la sensazione che dentro a questo bosco ci fosse una presenza enorme, non propriamente felice, non buona. Assistemmo entrambi al fenomeno della… vecchietta, una cosa letta e riletta, ma che però abbiamo vissuto. Come spiegare? A un certo punto vedemmo una vecchietta sul bordo della strada e insieme questa sensazione, dopo una quarantina di chilometri verso Roma ritrovammo la stessa vecchietta davanti a noi, una cosa impossibile.

M.B.: Che fattezze aveva?

A.V.: Una donna piccolina, simile a quello che uno pensa sia la Befana. Mi sembrava così strana l’idea che in questo bosco ci fosse qualcosa di non buono, di enorme, non ti dico il diavolo, ma quasi. Poteva anche essere un disco, ma enorme. Dopodiché, la visione di questa vecchietta incappucciata, e non era inverno. Poi ritrovi la stessa entità dopo 40 km, ed era anche notte, andavi veloce, non ti hanno superato in 18, non puoi neppure dire che aveva fatto l’autostop.

M.B.: Quando hai visto per la prima volta “Incontri ravvicinati del III tipo”, cosa hai pensato?

A.V.: Che poteva essere completamente plausibile e che la cinematografia americana andava verso qualcosa che poi sarebbe diventato usuale, gli uomini bionici, “Alien”, la clonazione, cui il cinema ci ha abituato, rendendo normale qualcosa di assolutamente stravolgente. Quindi pensavo che dopo “Incontri ravvicinati” ed “ET”, dovesse accadere qualcosa velocemente, invece non è successo nulla, questa cosa si è persa.

M.B.: Si è persa perché in questo pianeta e nell’uomo che lo abita probabilmente la trasformazione sta avvenendo ora.

A.V.: Adesso, credo, è come sa questo mondo sia abbandonato da Dio, ho questa impressione. Malgrado il Papa provi a riportarlo alla storia dell’anima in qualche modo, ho l’impressione che questo mondo sia perso spiritualmente.

M.B.: Però nel disco non dici queste cose.

A.V.: No.

M.B.: Ci metti dentro molte speranze.

A.V.: Assolutamente. Proprio perché la speranza è qualcosa che mi appartiene fortemente. Però io vedo quanto sono diverso dagli altri. Quindi questo mondo non è fatto a mia immagine e somiglianza. Io non l’avrei fatto così.

M.B.: Come lo avresti fatto?

A.V.: Avrei fatto un mondo un po’ più lento, meno invadente. Oggi tutti pensano al proprio discorso, sono delle trasmittenti che ti buttano le loro cose.

M.B.: Sei mai stato in Egitto, hai visto le piramidi? Lì c’è ancora molto da scoprire, di noi stessi e dell’Universo.

A.V.: No, non ci sono ancora stato, ma ho letto tanto sulle piramidi, sulla nascita dell’Universo. La tradizione azteca. Il fatto che si dovrebbe fissare la data di costruzione delle piramidi molto prima di quanto dicono, che ognuna punta verso una costellazione e tutto il resto. Diciamo che è sicuro. La nostra capacità di ragionare in termini scientifici sull’uomo azzeccandoci sempre: vuol dire che l’uomo è qualcosa di costruito che somiglia… ho anche scritto una canzone che ne parla, “Figli del domani” nell’album “Quando verrà Natale”, noi siamo sicuramente cloni di qualcosa che c’è stato, forse un esperimento, quindi tutto il discorso del Paradiso e dell’Inferno e della vita, che sono tutte metafore… noi soffriamo, pensi che la Terra sia una colonia di pena come in “Blade Runner”. Più si va avanti più è così. Il fatto che con il DNA riusciremo a creare altri di noi, i pezzi…

M.B.: Basta che tutti questi poteri non siano solo nelle mani di alcuni che li amministrano negativamente, i militari…

A.V.: Questo diventa meno interessante rispetto al chi siamo, dove andiamo e perché, somiglia molto alla teoria, alla robotica.

M.B.: Per andare fuori da questo sistema solare dobbiamo cambiare noi stessi dentro, anche meccanicamente, perché non funziona. Ogni volta che si cerca di arrivare su Marte, la gran parte delle missioni è finita misteriosamente.

A.V.: Però tu ragioni in termini biologici, io in termini diversi: probabilmente alla fine del proprio viaggio su noi stessi troveremo il computer che ci ha generato, il sistema. Quando risaliremo verso Dio sarà come risalire verso un cervello elettronico diverso che esiste da qualche parte, oppure è morto, come parlare di storia.

M.B.: Sei credente?

A.V.: Sì, però Dio ormai assume questi enormi contorni scientifici. Cioè, Dio ci ha creato a sua immagina e somiglianza, ma può darsi sia il frutto di un microchip… per cui cosa c’è dietro a Dio? Noi siamo la miniatura di qualcosa avvenuta a livello cosmico. Stiamo andando scientificamente verso Dio. Forse avremo qualche delusione, perché mentre troveremo la vita biologica, ancora non troveremo i sentimenti, a meno che un giorno o l’altro troveremo un gene, una composizione chimica che ci dirà perché uno è buon o cattivo. Una volta che nel nostro cervello appare il dolore, nell’emisfero del dolore, già lì puoi manomettere l’uomo. Il dolore è uno dei sintomi più forti di un malessere, una malattia, un disagio, se tu elimini il dolore all’80% elimini la tua sofferenza, ma è il dolore morale che ti porta a discernere il bene e il male, cioè l’anima. E l’anima fortunatamente, ancora non l’abbiamo trovata. Però la troveremo e allora saremo soli.

M.B: Cosa pensi per il futuro dei nostri bambini…

A.V.: Io ho un figlio, Francesco Saverio, e due nipoti, Alice e Tommaso, che è in arrivo. Il mio percorso l’ho già fatto, l’aspetto della salvaguardia della specie l’ho espletato, quindi qualora avessi un figlio sarei in un discorso temporale un po’ contradditorio. Una nuova vita? La vita porta sempre alla morte, per cui è già un atto di crudeltà mettere al mondo un figlio, esporlo all’umanità, sapere che soffrirà o gioirà come te… il punto non è fargli passare una vita migliore o peggiore, quanto l’atto, che può essere di estremo egoismo o di estremo amore, di renderlo umano, di crearlo su questa Terra. Certo, possiamo dire che sarebbe più fortunato perché possiede certi mezzi che altri non hanno… però se questo mio figlio si ammala dentro, o ha qualcosa che non va, la sua vita è indipendente dalla mia. Insomma: muoiono i ricchi e muoiono i poveri. Il problema è la morte dell’uomo. Tutto quello che ci muove nella vita è l’idea di superare la morte. Questo ci porta anche al bene e al male. Perché se tu non avessi l’idea della fine o di un giudizio superiore, la Terra sarebbe una terra di banditi, non ci sarebbero leggi. Tu dici: devo passare sulla Terra una media di 74 anni, quindi mi prendo tutto quello che voglio, che m’importa di comportarmi bene? Tanto morirò!

M.B.: È probabile che tutto questo sia un passaggio verso qualcosa di superiore.

A.V.: Certo, e meno male che noi lo pensiamo, che ci sono diversi livelli di vita, perché se non fosse così noi ci scanneremmo del tutto. Ognuno per sé, per la famiglia, gli amici, cercherà di viverla.

M.B.: Hai seguito la vicenda della canzone “Arcobaleno” di Mogol?

A.V.: Sono cose che esistono, ma in questo caso non lo so. Le forze… i rapporti tra l’uomo e l’aldilà… Anche noi, ogni sera compiamo tutto questo con il sogno, che è libero, è una zona franca in cui noi non trasmettiamo ma siamo riceventi, in cui la mente tace. Tutte le grandi cose avvengono in sogno. Aspetti che qualcuno, non fisico, venga da te e ti parli. Non a caso poi c’è l’interpretazione dei sogni. Quello che è vero nei sogni poi a livello psicologico è tutta un’altra cosa. In sogno andiamo per mare e poi invece la vita è un’altra, ecco. Chiaro che può accadere. Se ti capita una cosa strana, hai l’opportunità di dirlo? Con una televisione basata sulle scempiaggini, va al telegiornale l’attore che fa amicizia con la cameriera e ci fanno un servizio, figurati se qualcuno vede un disco volante… ma non stiamo dimenticando qualcosa?

M.B.: Antonello gli argomenti da dibattere sarebbero ancora molti…

A.V.: Stiamo dimenticando la musica. La musica è una delle cose che unisce gli esseri. Non a caso in “Incontri ravvicinati…” il primo incontro è attraverso la musica. La musica è razionalità e quindi scienza, ma anche intuito, intuizione, naturalezza, istinto. Se uno guarda la musica, la sente, vede come cambia l’uomo. È quanto di più libero possa esserci.

M.B.: Tu davanti a 50.000 persone, la musica la trasmetti, loro ricevono delle vibrazioni e te le ritrasmettono, ma in quel momento cosa accade?

A.V.: Accade qualcosa che vorremmo tanto, che si chiama armonia. Quindi la creazione di una specie di galassia, di bolla di sapone che per un momento è perfetta, dove tutti i partecipanti sono nello stesso momento in sintonia, un grande amplificatore. Ogni singolo trasmettitore di musica segue il suo viaggio. Ed è importante stabilire che genere di viaggio segue l’umanità attraverso la musica che ascolta, che è quella che aggrega. Oggi c’è una frammentazione, ma la musica è l’unica arte che si chiede sempre del pianeta, anche di come stanno gli altri, anche politicamente. Ha una possibilità di testimonianza fisica che nessun’altra arte può avere. Analizzando la musica occidentale si può capire anche dove va il mondo. La musica è un messaggio che viene dal cielo, o che viene dalla Terra e si propaga verso il cielo e ritorna. L’idea che la musica possa essere una delle armi del bene o del male per me è molto bella e affascinante.

M.B.: Antonello, cosa sta succedendo alla Roma?

A.V.: I giocatori hanno paura di sbagliare, di non farcela. Quando uno gioca senza il sorriso non si va da nessuna parte. Facce scure. Ne devono parlare fra loro. Qualcosa c’è all’interno, perché giocano tutti da soli. Credo che dipenda da Totti, Del Vecchio e Montella che trasmettono a tutta la squadra il nervosismo, il fatto di non riuscire a segnare.

M.B.: Non pensi che sia il calcio, non i giocatori a dover cambiare?

Il calcio adesso è un moltiplicatore di capitali, il business totale, un enorme giro di denaro e di stress per tutti, il pubblico subisce tutto. Il pubblico pretende perché paga un biglietto altissimo, tra stream e Tele+ e la partita, e i giocatori lo subiscono perché spendono delle cifre anche psicologiche enormi per reggere l’impatto con la società, perché il calcio sta diventando una delle cose più importanti della nostra vita.

M.B.: Ma non dovrebbe esserlo.

A.V.: Non dovrebbe. Ma adesso le società sportive sono a fini di lucro. Prima c’erano i presidenti, ricchi e scemi, che spendevano i loro capitali per un ipotetico ritorno pubblicitario di se stessi. Ora, dalle associazioni sportive siamo passati a una squadra di qualcuno ed è persino quotata in borsa. Quindi il prossimo passo sarà l’arrembaggio alla borsa del calcio. Maurizio, non credo ci sia altro da aggiungere. Ti ringrazio, è stato bello potersi sentire.

M.B.: Lo è stato anche per me. Grazie, Antonello.

Read Full Post »

Di Maurizio Baiata

20 Marzo 2026

“Picnic a Hanging Rock”, il film del regista australiano Peter Weir uscito nel 1975, rappresenta un caso cinematografico a cui in molti hanno dato il crisma del racconto di un Incontro Ravvicinato del Quarto Tipo, un episodio di Contatto e Rapimento Alieno coinvolgente esseri umani. Inoltre, questa è una mia licenza tutta autorale, va a collocarsi accanto alla esperienza di avvistamento di UFO da me vissuta a Cobà, nello Yucatan, tanti anni fa (vedi link a piede di articolo) e cerco di delinearne qui le ragioni.

Attenendosi alla stesura ufficiale del libro omonimo della scrittrice australiana Joan Lindsay, la pellicola di Weir tratta della misteriosa sparizione di alcune allieve dell’Appleyard College avvenuta nel giorno di San Valentino, 14 Febbraio 1900, nel corso di una escursione alle pendici della formazione rocciosa di Hanging Rock, che si erge a 70 Km da Melbourne, Contea di Macedon, Stato di Victoria in Australia. Il regista de “L’attimo Fuggente” e “La Grande Onda” – solo per citare due fra i suoi titoli che mi hanno maggiormente colpito – adattò cinematograficamente la sceneggiatura dalla novella della Lindsay pubblicata nel 1967 e uscita per i tipi della palermitana Sellerio in prima edizione nel 1993. Una componente fondamentale del film è la colonna sonora, in cui spicca la melodia di Gheorghe Zamfir per flauto di pan e organo che completa l’atmosfera inquietante, pur magica e legata all’Assoluto, che permea tutto Picnic a Hanging Rock. Stando a quanto esprimeva l’autrice nella premessa del libro, “Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per proprio conto. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nel 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza”. In questo convengo con la Lindsay. Ritengo infatti che risolvere un mistero impenetrabile basato su fatti probabilmente accaduti davvero e successivamente ampiamente romanzati, a distanza di 67 anni restava impossibile.

Collocando la vicenda nell’Australia ancora vittoriana e colonia britannica da meno di due secoli, nel libro la Lindsay sfoggiava un linguaggio very british, mentre Weir riusciva abilmente a creare un ipnotico mix fra giallo e leggende e tradizioni degli aborigeni. Nel 1900 dunque, su una natura ancora incontaminata incombe la presenza di una roccia sempre vissuta sacralmente – non quanto Ayers Rock peraltro – da un’etnia nativa già deprivata di tutto, ma non della propria identità ancestrale e in grado di comunicare telepaticamente e che non aveva dimenticato la storia di remoti contatti con esseri divini venuti dalle stelle, i Wondina, mitologici spiriti creatori effigiati nell’arte rupestre degli aborigeni delle regioni del Nord Australia. Ciò che va sottolineato è il “senso”, la percezione che si ha nell’assistere al misterioso evolversi della vicenda senza soluzione proposta dal visionario film di Weir. Delle quattro ragazze (Miranda, Irma, Marion ed Edith) che, durante un picnic con le loro compagne e tre istitutrici del loro collegio, sospinte da un richiamo ancestrale si inerpicarono sulla roccia, due in realtà fecero ritorno, Edith totalmente traumatizzata e sconvolta sin dalle prime fasi della salita verso il minaccioso costone roccioso, la seconda, Irma Leopold ritrovata una settimana dopo l’accaduto, con una ferita sulla fronte e completamente dimentica di tutto.

La professoressa di Matematica, la signorina Greta McCraw e le altre due giovanette Miranda e Marion scomparvero per sempre. Quando giunsero sino alla sommità della roccia, qualcosa accadde. Escluso, come all’epoca venne proposto, un loro orrendo destino privo di qualunque accento fiabesco, forse vennero prese a bordo di un oggetto volante, forse furono inghiottite in un’altra dimensione, ma sta di fatto che tutto riporta ai modelli ripetitivi delle abduction aliene. In primis, il missing time, o tempo mancante, o ancora vuoto temporale, che le ragazze vivono adagiandosi in trance e poi addormentandosi su una piattaforma della roccia, poi gli orologi della comitiva bloccati da un potente campo magnetico, o varrebbero persino l’ipotesi di un tunnel dimensionale o componenti di ordine psicologico che il film sfiora però non può approfondire. Il cardine resta l’inquietante Hanging Rock, con le sue gole e squarci e il suo proiettarsi verso l’infinto. In chiave prettamente metaforica, il mistero di Hanging Rock ricorda la Devil’s Tower del Wyoming di Spielberg. Per via del numero TRE che si ripete. In tre arrivano sulla cima di Hanging Rock. Tre sono i protagonisti della scalata verso la vetta della Devil’s Tower, ma solo due arriveranno alla base dove si verificherà l’incontro con l’astronave madre e solo uno avrà la possibilità di scegliere e di andare con “loro”. Tre, ancora tornando alla mia esperienza, erano gli amici romani che una notte di 35 anni fa videro misteriose luci inabissarsi e riemergere dallo specchio d’acqua di Coba. Qualcosa torna, seppure molto resta avvolto nel mistero, inducendoci a ritenere che i fenomeni di contatto alieno rappresentano un potente tramite che consente di avvicinarci al mistero della Creazione, della Vita e della Morte e del Tempo che non esiste, ma scorre inesorabile, soprattutto ora, nel comporre queste pagine elettroniche che hanno segnato una tappa fondamentale della mia vita.

NOTE

Per vedere il video della mia esperienza di avvistamento a Cobà:  https://www.youtube.com/watch?v=bw35bXnAKEo&t=1s

Va inoltre detto che, su suggerimento dell’editore, fu proprio la Lindsay ad escludere dalla prima pubblicazione il capitolo 18, tolto quindi dalla sua stesura originale per ragioni di opportunità. Una omissione piuttosto rivelatrice della quale mi sto occupando da tempo.

Infine, consiglio la lettura del libro australiano “The Murders At Hanging Rock”, ove l’autrice Yvonne Rousseau propone cinque diverse soluzioni all’enigma.

Read Full Post »

La stesura del libro “Gli Alieni Mi hanno Salvato la Vita” è iniziata a Tempe, zona a nord di Phoenix, in Arizona sul finire del 2010 ed è stata conclusa a Roma, a metà del 2011. Nella seconda edizione, uscita per la Verdechiaro Edizioni nel 2013, decisi di non includere il capitolo ventuno, unitamente a diverse omissioni, modifiche di testo, aggiunte di fotografico a colori e altri aggiornamenti. Il capitolo 21, nella sua interezza appare per la prima volta sul web ora in questo mio blog, completato dalle copie delle pagine originali della prima edizione. A distanza di 13 anni non ho chiare in mente le ragioni di tali cambiamenti, ma sono certo che è giunto il momento di riprendere la Conversazione con il Maestro e proporla in questa sede.

MAURIZIO BAIATA, LATINA, 18 MARZO 2026

Trascrizione di una comunicazione medianica con un’entità non di questo mondo, da anni in contatto per interposta persona con l’Autore.

Nota: Il testo delle risposte del Maestro viene riportato in minuscolo e maiuscolo come dalla scrittura automatica originale.

Los Angeles, 2 Febbraio 2011

Medium: Vuoi parlare con il Maestro, hai bisogno?

Maurizio: Se per lui va bene.

Maestro: Domanda pure.

Maurizio: Ecco, più che domanda è una considerazione, ho capito il senso di quello che mi è successo, ma la grave difficoltà resta il tornare in America.

Maestro: Lascia che il fiume segua il suo flusso.

Maurizio: Ok, il fiume scorre, però basta con le rapide, perché non voglio finire in un’altra cascata.

Maestro: Dipende dalla tua visione, se mentale o animica.

Maurizio: Più animica ora.

Maestro: Tranquillo, non intralciare il mio flusso… sì sono molto fiero di te, ma dovrò ripulirti un po’. Non si è mai troppo puliti. Figliolo, un po’ di umorismo, la vita è gioiosa se è gioia e senza ironia è una vera noia e ancora meno.

Maurizio: Sì, giustissimo, sei forte.                                                    

                                                                                                                                    235

Maestro: Ridi, sorridi la mattina se vuoi incominciare bene la giornata. Vuoi sapere come fare?

Maurizio:

Maestro: Comincia a ridere. Da prima sarà forzato, ma credimi, sarà dopo un po’ irrefrenabile.

Maurizio: Ah ah ah, come ora… e io che mi stavo concentrando, tutto serio.

Maestro: Meglio, perché sarà tua e solo tua. Serio? Ma cosa è la serietà? Cosa è la normalità? Chi lo ha scritto? Io no. I ruoli sono molto confusi, Babele era una tranquilla torricella in confronto. Gli uomini hanno sviluppato il lato femminile e le donne si sono perse nell’odio e nella perfidia. Dove porta tutto questo secondo te?

Maurizio: Porta a porsi il problema di chi siamo in maniera diversa, in sintesi, a pensare finalmente con il proprio cuore. Ho cercato di farlo con il libro, ma lo sai che piango se ci penso.

Maestro: Piangi, ridi, non importa, sono la medesima cosa, sono palindromi.

Maurizio: Vuoi dire apparentemente di senso opposto e contrario, ma coincidenti, credo.

Maestro: Sì. Come hai detto tu, ma con altre parole.

Maurizio: Devo essere vigile e lucido su tutto quello che posso fare.

Maestro: NON FARE IL BUONISTA, NÉ IL FINTO MORALISTA. NON HAI CAPITO CHE LA VITA SULLA TERRA È UN VIDEO GAME. LA VIRTUALITÀ VI AVVOLGE E NON VE NE RENDETE CONTO.                                               

                                                                                                              236

Maurizio:

Maestro: IL DESTINO È SEGNATO DALLE MOSSE CHE FARETE E QUALI INTERVENTI POSSO FARE PER REGOLARE IL TIRO.

Maurizio: Però queste fitte di dolore non sono virtuali, perché altrimenti sarebbe successo tutto questo?

Maestro: PER TE STESSO. AVEVI BISOGNO DI APRIRE LE CATARATTE DEL TUO CUORE. CHE GIOCO È SE NON SI MUOVONO LE CORDE GIUSTE PER FARVI ARRIVARE ALLA CONSAPEVOLEZZA REALE CHE SIETE DENTRO UNA RETE?

Maurizio: Come Neo.

Maestro: NE POTRETE USCIRE CON LA CONSAPEVOLE REALTÀ CHE È FUORI DA TUTTO QUESTO. MA TU CREDI CHE TUTTO QUESTO SIA SOLO UN GIOCO CHE…

Maurizio: No, non lo credo.

 Maestro: QUANDO VUOI, CI SONO MOLTE COSE MOLTO PERICOLOSE. IN TUTTO QUESTO L’UNICA REALTÀ È DENTRO LA TUA CONSAPEVOLEZZA. L’ETERNITÀ È DENTRO DI TE. NON ESISTE LA MORTE, ESISTE UN PROSIEGUO.

Maurizio: Sì.

Maestro: E TU DOVRESTI SAPERLO

Maurizio: L’ho visto. Sì, lo so, mi ha fatto fare il libro.

Maestro: MA QUELLO CHE HAI VISTO NON È IL TUNNEL DELL’ALDILÀ. TU HAI VISTO IL MIO MONDO,                                        237

LE OASI CHE SONO DISSEMINATE SU UNA DIMENSIONE PARALLELA E DOVE VI PORTEREMO

PER IL CAMBIAMENTO, PER ACCEDERE ALLA VOSTRA DIMENSIONE, ALLA VOSTRA PATRIA DI PROVENIENZA.

Maurizio: Posso trascrivere tutto questo e metterlo in modo che altri possano saperlo?

Maestro: CHE SCRIVANA SGRAMMATICATA PORTA PAZIENZA. CERTO CHE PUOI, MA DOVRESTI SAPERNE UN PO’ DI PIÙ.

Maurizio: È vero, solo che mi stai facendo esplodere il cuore.

Maestro: IL VIRTUALE È STATO CREATO PER VARI SCOPI. LA TUTELA DEL SISTEMA SOLARE, PERCHÉ NON SI VERIFICHI

UN’ALTRA FASCIA DEGLI ASTEROIDI DOPO VARIE ESPLOSIONI NUCLEARI.

Maurizio: Le esplosioni del mio cuore sono come esplosioni nucleari.

Maestro: È PER LA SALVAGUARDIA DELLE OASI, È PER TUTELARE I NOSTRI FIGLI E FRATELLI CHE SONO

Maurizio: e il nostro virtuale è solo una tavola imbandita.

Maestro: … INTRAPPOLATI QUI.

Maurizio: Si.

Maestro: DOVEVANO SALVARE, FAR PROGREDIRE IL PIANETA, MA SONO STATI AMMALIATI COME ULISSE DALLA MAGA CIRCE

Maurizio: Eh eh eh. Come mi ha scritto Larry. Sballottati sulle onde.                                 

238

Maestro: È MOLTO LUNGA LA STORIA.

Maurizio: Lo so!! Possiamo smettere.

Maestro: SE VUOI POSSIAMO.

Maurizio: Ah ah ah!

Maestro: IO HO MOLTO TEMPO.

Maurizio: Io non ho paura, ma è un’esperienza molto forte parlare con te.

Maestro: LO SO, MA SE VUOI ESSERE UN UOMO SENZA FILI CHE MUOVONO DEVI NON AVERE PAURA DELLA VERITÀ.

Maurizio: E non ho paura della verità. Dai…

Maestro: SE TEMI QUESTO QUANDO ANDREMO

AVANTI CHI TI TERRÀ? NON DEVI SCRIVERE UN LIBRO.

Maurizio: Ok, vuoi dire che passerai in me.

Maestro: QUANDO INIZIO DAL BRODO PRIMORDIALE ALLA ESPLOSIONE DELLE PRIME SUPERNOVE. LA TERRA FU POPOLATA DA ESSERI INTELLIGENTI. ERANO ANDROGINI CON I DUE SESSI. SI AUTO FECONDAVANO, MA LA LORO DIMENSIONE ERA TROPPO DENSA. ALLORA MANDAMMO ALTRI SCIENZIATI PERCHÉ AIUTASSERO L’ANDROGINO A NON SEPARARSI MA QUANDO SBARCARONO DOPO UN PO’ FURONO UBRIACATI DALLA NUOVA PER LORO DIMENSIONE. E COSÌ GLI UOMINI SI ACCOPPIARONO CON IL LATO FEMMINILE E LE DONNE CON IL LATO MASCHILE, INNESCANDO IL PROCESSO DI SEPARAZIONE. ECCO PERCHÉ L’UOMO È                                                         

239

SEMPRE ALLA RICERCA DELLA METÀ PERDUTA.

Maurizio: Ne so qualcosa. La via alchemica…

Maestro: FINE DELLA PRIMA PUNTATA.

Maurizio: me lo ha insegnato. Grazie Maestro.

Maestro: SÌ. A TE UNA SANA VITA                                      

Read Full Post »

Di Maurizio Baiata 6 Marzo 2026

La “Prometheus”, mastodontico vascello spaziale terrestre con a bordo 17 membri di equipaggio, il 21 Dicembre 2093 giungerà in prossimità del sistema planetario che rappresenta la sua meta.

Nella mente del cineasta e produttore britannico Ridley Scott, il nostro mondo sarà arrivato a un tale livello di sviluppo scientifico e intellettuale da consentire all’uomo di percorrere distanze siderali. Il riferimento alla data dalla quale distiamo 86 anni non sembra posto a mero caso, anzi nasconde un senso metafisico positivo, come non sono casuali i “simboli” e le citazioni dalle pitture rupestri alle gigantesche teste olmeche, dalle immagini di “Lawrence D’Arabia” al riff di “Love the One You’re With” di Stephen Stills (cantata da Crosby, Stills & Nash a Woodstock). Sono singole parti di una traccia della quale però non ci è stato dato sapere di più in “Alien: Covenant”, sequel di “Prometheus” uscito nel 2017.

Cineasta dalla mano inadatta alle educande sin da “I Duellanti”, Scott non è un iconoclasta come Ken Russell o Stanley Kubrick, ma ha il coraggio del pioniere e in “Prometheus” catapulta subito lo spettatore negli spettrali tunnel di geostrutture circolari aliene, un anfiteatro di roccia che racchiude il destino del team scientifico che costituisce l’equipaggio della nave spaziale. Scienziati, non missionari, né guerrieri, né gladiatori, entrano in un Colosseo tecnologico che nasconde ciò che non è mai stato rivelato sulla storia e l’origine della civiltà umana, contenuti profondi che a prima vista minano le fondamenta dei nostri credo scientifici e del dogma religioso. Se Kubrick in “2001 nello spazio” lanciò l’ipotesi di un’influenza aliena manifestata in un monolite al cui tocco l’uomo-scimmia di eoni orsono avrebbe iniziato a sviluppare l’intelligenza, Scott percorre un’altra strada.

Il punto non è rappresentato dal legame con il primo e originale “Alien” del 1979, altrimenti guarderemmo a “Prometheus” solo come appassionati di cinema di fantascienza. Piuttosto, come dicono i protagonisti del film, il punto è che abbiamo ricevuto un invito che non possiamo declinare. Cioè, se vogliamo superare le apparenze filmiche tout court, dobbiamo prestare attenzione alle tesi della cosiddetta “archeologia proibita”, a quelle ancora più alternative della Paleoastronautica e persino alle concezioni eretiche che individuano un’influenza genetica aliena sulla creazione dell’essere umano.

Ridley Scott, evidentemente, si è documentato sulla teoria della Panspermia e sugli studi di Zecharia Sitchin. All’autore e ricercatore nato nell’Azerbaijan, vissuto a lungo negli Stati Uniti e scomparso nel 2010, “Prometheus” deve molto, soprattutto nella fonte primaria del plot: la teoria di antichi astronauti (gli Anunnaki) provenienti da altrove e iniziatori dell’Homo Sapiens.

I sostenitori di tale ipotesi non si pongono l’interrogativo “C’è qualcuno là fuori?”, ma si chiedono: “Gli alieni hanno interagito con il nostro pianeta fin dall’inizio dei tempi?”. E la risposta che danno è un tonante “Sì!”. Obiettivo dei loro studi è la ricerca di manufatti, iscrizioni rupestri, qualunque reperto e documentazione che possa comprovare scientificamente la presenza aliena sulla Terra. Sia nei tempi antichi, sia recenti, ma nel secondo caso si rientra in una branca dell’Ufologia che attiene agli Incontri del Secondo e Terzo Tipo, ovvero le interazioni con macchine volanti non terrestri che possano avere lasciato tracce al suolo e influenzato l’ambiente circostante, e i loro occupanti.

La chiave di lettura della paleoastronautica è semplice: esseri extraterrestri intelligenti hanno visitato la Terra e il loro contatto con il nostro pianeta è collegato alle origini e allo sviluppo dell’umanità. La ricerca di manufatti e prove resta uno dei pilastri di quella che potremmo definire “ufologia trascendentale”, un comparto di studi multi-disciplinari i cui interessi e argomenti spaziano così ampiamente da poter essere esplorati solo attraverso la “gnosi” (termine greco per “conoscenza”) che porta alla ricerca della fonte della creazione. Lo scenario concettuale e filosofico della gnosi prevede l’esistenza e la realizzazione di un essere umano illuminato, la cui mente e spirito siano liberi dalle barriere della razionalità.

In “Prometheus” tutto questo accade, rendendola opera di “fantascienza gnostica”, che comprende fatti, informazioni e risposte alle domande, tutte perfettamente a fuoco, sulla possibilità che il genere umano derivi da civiltà avanzate esogene alla Terra. Le ipotesi che si affacciano sono due. O tali civiltà in un passato remotissimo albergavano qui, o venivano da altrove. Oltre a Sitchin, su simili territori si sono avventurati esperti come Erich von Däniken (che ci ha lasciato recentemente), David H. Childress, Robert Bauval, Graham Hancock, Michael Cremo, George A. Tsoukalos, Robert Schoch, Filip Coppens, Peter Fiebag, Christopher Dunn e Maximillien de Lafayette, solo per citarne alcuni. Per l’Italia, vanno ricordati Mauro Biglino e il microbiologo Pietro Buffa. Sull’enigma delle nostre origini, la sceneggiatura di “Prometheus” ribalta le concezioni classiche e accettate, mettendo in discussione sia la teoria di Darwin sia quella Creazionista. Ne potremmo dedurre che vengono inferti colpi mortali ai dogmi delle “due chiese”: l’uno che ci vuole lontani discendenti di una razza di scimmie e l’altro che ci ritiene costruiti a immagine e somiglianza del Buon Dio. Ma sappiamo che non è così. Se in “Prometheus” a prevalere è l’ipotesi aliena, per quanto prepotente essa appaia dal punto di vista evocativo di risposte che solo la fantascienza può dare, su quello metafisico e spirituale il film di Scott lascia aperti altri spiragli, che forse per alcuni appariranno di compromesso, per altri il viatico al prosieguo dell’avventura. Un viatico espresso in un simbolo, quello della croce stretta nelle mani dello scienziato in viaggio nello spazio profondo.

Al loro risveglio, uscendo dalle capsule criogeniche dove avevano riposato per gli anni necessari a raggiungere LV-223, la luna di un sistema planetario identificato su antichissime “mappe rupestri” rinvenute in diverse zone della Terra, i componenti del team scientifico della nave spaziale, sembrano piuttosto mal messi. Non assomigliano per niente ai duri veterani solitamente visti in azione nei film della serie “Alien”, armati sono ai denti e pronti a tutto. No, loro sono scienziati e quella mastodontica astronave è una sorta di raffineria spaziale, non un incrociatore stellare. Un indizio importante, questo, per capire il comportamento dell’equipaggio nelle circostanze che vedremo collocate, passo dopo passo, in un crescendo di mirabile intensità e… in quale genere di scenario storico ci stiamo trovando e quale sia il livello di civiltà raggiunto nell’anno 2090 dall’umanità. Se è possibile un parallelo con “Blade Runner”, non per i contenuti, quanto nel sistema scelto da Ridley Scott per incidere globalmente con la sua arte sulla nostra società, va detto che del capolavoro con Harrison Ford e Rutger Hauer esistono almeno sette versioni diverse. Mettendo a confronto la prima, uscita nelle sale europee nel 1982 (la “International cut” non edulcorata e priva delle scene più crude e violente) con l’ultima, la “Final Cut” del 2007, approvata come ufficiale dal regista, si riaffaccia una frase che risuona sui set cinematografici: “Buona la prima!” a segnalare che il primo ciak è stato il migliore e sarà quella scena ad apparire nel montaggio finale. Se per “Blade Runner” – esprimendo un parere personale – vale il “buona la prima” è possibile che per “Prometheus” valga lo stesso e me lo auguro.

D’altra parte, nel 2093 avrei 142 anni e dubito fortemente di esserci. Se ci fossi significherebbe che uno dei problemi che maggiormente affliggono il genere umano è stato almeno in parte risolto, in barba alla “Noi non ci saremo” cantata dai Nomadi su testo di Guccini. Saremmo divenuti, almeno in termini di durata della vita, molto più longevi e quasi semi-dei. Potendo esserci, se mi si consentisse di vivere per un po’ altrove, sceglierei anziché lo spazio profondo dove le mie molecole si disperderebbero nell’abisso stellare, un paese che si chiama Islanda. Tre le ragioni. Gli Islandesi sembrano abbiano messo la museruola al potere politico e compiono scelte sempre più libere sul piano del loro vivere civile. Secondo: in Islanda è nato il gruppo Rock alieno per eccellenza, i Sigur Ros, il cui passaggio in Terra ha segnato un cambiamento di proporzioni bibliche in campo musicale e non solo. Terzo: Ridley Scott ha ambientato l’inizio di “Prometheus” in un luogo di agghiacciante maestosità, la cascata di Dettifoss, che sgorga nel canyon Jökulsárgljúfur ed è la più grande d’Europa.  

La cover del primo album dei Sigur Ros, “Ágætis Byrjun”

La Musica e l’Acqua sono fondamentali. Mezzi che si offrono all’immaginazione di un regista e di ogni altro artista e uomo di scienza, ma anche al filosofo che ama sconfinare con la mente oltre i limiti della metafisica del pensiero, perché essa possa esercitare tutto il suo impressionante potere, in grado di imbrigliare ogni forza della natura e dell’uomo. L’uomo va, laddove tutto si crea e nulla si distrugge, nel Tempo. Ci vuole tempo per fare grande cinema. In questo caso parliamo di oltre 12 anni, da quando Ridley Scott ebbe l’idea di creare una storia che racchiudesse in sé l’inizio e la fine di “Alien”, il suo capolavoro del 1977, interpretato da Sigourney Weaver. Lo stacco, fra quella prima avventura e gli altri episodi (sequel) omonimi è stato sempre tale da far pensare che il regista sapesse già cosa avrebbe voluto ottenere, ma non aveva i mezzi per farlo, così altri si sono ingegnati e con risultati sicuramente lodevoli hanno creato una saga cinematografica, con la quale “Prometheus” nulla ha a che vedere.

In questo film si danno delle risposte e non sono scontate, come le molte che ho letto nelle “critiche cinematografiche”, la dominante essendo “Film adatto solo per gli appassionati di Alien” e via discorrendo, tali quindi sia da scoraggiare i cinefili che invece si attendevano il capolavoro, sia i neofiti attratti da una campagna che a lungo ha martellato l’immagine di “Prometheus”. Nonostante questa campagna negativa, sembra che al box office il film abbia superato la concorrenza, pur non piacendo al grande pubblico. Inevitabile, data la qualità culturale di questo Paese. Non sappiamo se Scott, ormai ottantacinquenne, abbia approfondito la tematica nel prossimo “The Dog Stars”, ma chi scrive continuerà ad annoverarlo fra i più capaci e coraggiosi cineasti dell’era che stiamo vivendo.    

Read Full Post »

Di Maurizio Baiata – 4 Marzo 2026

Gli occhi incollati al finestrino dell’aereo della Northwest Airline che da Detroit va a Las Vegas, scorrono lentamente immense distese di territori deserti e cerco di scorgere strade, fattorie, capanne, automezzi, campi coltivati. Niente di niente. Solo brulli rilievi montagnosi, spezzati da qualche macchia di verde, rossastra terra riarsa che sembra sabbia, e quando il comandante ci indica che siamo in New Mexico ho un colpo al cuore. Vedo il perché il segreto di Roswell e quello di Aztec e di altri UFO crash è stato possibile. Nulla di quanto accadde in quei lontani anni Quaranta dell’altro secolo poteva accadere altrove. Un copione perfetto. Se una o più macchine volanti aliene dovevano cadere in un posto che avrebbe poi consentito il recupero e la segretezza da parte della maggiore potenza mondiale dell’era moderna, nulla di meglio che il deserto del New Mexico. Perché deserto era e deserto è ancora oggi. Ci avevano messo le loro basi migliori, gli Americani, in questi luoghi e avvicinandoci al Nevada, lo Stato che ospita la base Air Force di Nellis e l’Area 51, lo scenario dall’alto non cambia.

All’arrivo a Detroit, dopo un viaggio interminabile e scomodissimo da Amsterdam, con accanto famiglie aggruppate di vocianti bambini, aiutato solo dallo sciropposo ritmo delle immagini di due film con cuffie a tutto volume, mi attende il check all’Immigration. Sono in fila ed entrano pazientemente con me negli USA centinaia di persone, divise per cittadinanza, quelli con passaporto americano da una parte, i pellegrini dall’altra. “Per quanti giorni ha intenzione di restare negli USA, Mr. Baiata?” – Una settimana, rispondo, e “Qual è lo scopo della sua visita, Mr. Baiata? Turismo o business?” incalza la bionda agente sulla cinquantina che mi scruta. Ho pensato alla risposta per lunghe settimane. Mi ero detto, seguire il consiglio che circola negli ambienti ufologici, ovvero evitare di dire che si sta andando ad un congresso sugli UFO, visto quanto è accaduto a Grant Cameron (visto all’entrata rifiutato in quanto persona sgradita), oppure inventare altro? Rispondo: sono stato invitato come conferenziere all’International UFO Congress di Laughlin, in Nevada e non posso mancare, è molto importante. “Un Congresso sugli UFO? Bene!” risponde la officer mentre passa allo scanner il mio passaporto digitale nuovo di zecca e mi dice “Ora metta il pollice della mano destra su quella macchina”. Eseguo. “Ora si allontani di mezzo metro”. Eseguo, una telecamera fissa la mia immagine da qualche parte. Sullo schermo davanti a sé l’agente controlla. Se qualcosa non va, questo è il momento della verità. “Può andare, benvenuto negli USA, Mr. Baiata”. Sorrido, faccio dieci metri e mi avvio verso il check doganale. Un agente mi si para davanti e fa: “Lei dove è diretto?” – Veramente devo prendere un altro aereo per Las Vegas, rispondo. “Cosa va a fare a Las Vegas?” – Ci resto solo un paio d’ore poi con uno shuttle vado a Laughlin per un congresso sugli UFO. “UFO?? Davvero? Ha nulla da dichiarare?” Mi chiede stupito – In merito agli UFO? replico – “No, no, le sto chiedendo se sta introducendo alcoolici, alimenti, quanti soldi ha con sé?” – Nulla da dichiarare. Ho poche centinaia di dollari per restare solo una settimana. “Bene, le auguro una buona permanenza negli Stati Uniti”.

Sei ore dopo, dopo un viaggio ormai notturno, nel buio in mezzo al nulla, mi lascio lo scintillante panorama di Las Vegas alle spalle. Siamo nel piccolo shuttle guidato da due donne. Elaine, la deliziosa mamma di Paola Harris che mi ha accolto all’aeroporto di Las Vegas e una signora che non dirà una parola durante tutto il trasferimento. Invece, quelle ai sedili anteriori parlano eccome. Vogliono sapere tutto. Vivono a Laughlin e da alcuni anni questa cittadina di sette-ottomila abitanti, con cinque alberghi e un fiume che la percorre tutta, è sede del più importante congresso ufologico del mondo, a parte i raduni di motociclisti che arrivano da ogni dove. Sono talmente stanco che afferro sì e non un quinto di quello che dicono. Quella al volante ad un certo punto fa: “Il mio ex marito una volta verso la metà degli anni Ottanta, mi fece vedere dei documenti che gli erano arrivati, riguardavano il Majestic 12, ma poi sono spariti, gli sono stati trafugati dal cassetto della sua scrivania, in ufficio. E se il vostro governo fa quello che fa il nostro allora ne avete di problemi con queste storie di UFO”.  Laughlin è davanti a me. Il Flamingo Hotel è più alto degli altri. Ce l’ho fatta. Ma questo è solo l’inizio.

La cronaca degli avvenimenti che hanno costellato questi miei cinque giorni all’International UFO Congress di Laughlin, Nevada, è molto impegnativa, ma le colazioni del mattino al buffet del Flamingo sono pazzesche. Bisogna tirare avanti senza interruzioni, ergo mi mangio di tutto per essere bene in forze quando arriva il mio momento di parlare, venerdì 3 Marzo alle 10:30 am, preceduto da George Knapp (il famoso giornalista di Las Vegas specialista di Area 51), seguito da Bill Ryan (ricercatore inglese alle prese da tempo con il caso Serpo) e da Budd Hopkins e da David Jacobs, gli esperti in abduction. Pomeriggio inoltrato, la gigantesca hall del Flamingo Hotel and Casino occupa il piano terra ed è invasa dalle slot machines e dai tavoli di poker e roulette, piena di gente e dal battere incessante di musichette mangiasoldi, un suono irreale fatto di tintinnii e di note multicolori, come le suonerie all’unisono di diecimila cellulari. Sui lati si affacciano negozi, pub, ristoranti e le due “torri” delle stanze. Dominano il rosso e il nero lucido. Alloggio alla California Tower. Paola Harris mi attende nella hall e mi accompagna verso il ristorante a buffet. Passando da uno dei bar incrociamo il primo ricercatore, il britannico Colin Andrews. Colin ha parlato nel pomeriggio. L’ho perso. Peccato, perché la sua lecture prometteva scintille e si dice in giro che sarà l’ultima perché ha deciso il ritiro dalla scena ufologica (Andrews non si è mai ritirato, ha scritto diversi libri e vive con sua moglie Synthia in Connecticut, ma notizie riservate lo danno affetto da morbo di Parkinson, dopo un attacco cardiaco subito nel 2024, N.d.R.). Colin è con altre persone, non c’è modo di approfondire e partirà nella notte. Visita veloce alla hall del Congresso, dove staziona ancora molta gente, siamo a digiuno e ci dirigiamo al buffet. Alla cassa una signora ti affibbia lo scontrino, prezzo fisso e puoi scegliere quello che vuoi. Sono le 20:30 ora locale (il mio viaggio da Roma era iniziato 22 ore prima). Ci uniamo al tavolo con Ryan Wood, Steven Bassett, Scott Ramsey e signora). È il primo impatto con l’ufologia americana. Parliamo di UFO crash, cover-up e questione esopolitica. Paola Harris ha appena intervistato Paul Hellyer e ne vorrebbero sapere di più, ma non la incalzano.

Feb. 25, 1942: Nelle prime ore del 25 Febbraio 1942 un UFO di grandi dimensioni sorvola il cielo di L.A. illuminato dai traccianti della contraerea.

Non si prevede un suo intervento, anche se l’intervista al politico canadese poi sarà uno dei pezzi forti della manifestazione. Allora, sul crash del Maggio ’48 ad Aztec, con recupero del disco e dei corpi, ha fatto luce Ramsey, lasciando aperti vari interrogativi su Frank Scully e il mitico dottor Leo Gebauer, tant’è che approdare a una conclusione rispetto a questo incidente più coperto di Roswell non è facile. Ma ci fu, eccome. E parliamo della “Battaglia di Los Angeles”, quando in una notte del Febbraio 1942 sulla costa californiana arrivò una gigantesca astronave finita nel mirino delle antiaeree. E anche del caso Guardian, che Ryan Wood ha presentato nel suo libro “Majic Eyes Only” e Carp, Ottawa, Canada, nel 1990 fu teatro di un atterraggio UFO ripreso da un ignoto operatore. Ci si chiede se in Canada ci siano basi underground? Sicuro. Il sistema di copertura si estende in tutto il Nord America. Bassett è teso e un po’ scuro in volto. La sua iniziativa della “X Conference” di Washington è in difficoltà. Mancano i fondi e non è facile portare avanti il progetto. Bassett è un lobbysta, un politico gentile, eloquentissimo e torrenziale, ma sovrastante. Sembra sempre voler finire un discorso con “sarebbe meglio che ci andassi io, a parlare con quei signori”. Wood e Ramsey sono diversi, sono “ricercatori puri” e non devono convincere nessuno. Paola è sfinita. Per me è esaltante, invece, è la differenza di orario mi porterebbe a discutere per ore. Ma il ristorante ha chiuso. Ho già perso tre giorni di relazioni, qualcuna importante. Nessuno ha da ridire su questo o quel conferenziere.

Nell’illustrazione, scienziati osservano i corpi degli esseri recuperati ad Aztec, a destra ricostruzione autoptica di una delle EBE.

Il primo giorno tutto dedicato al caso Billy Meier si sono avvicendati: Michael Horn (analisi fotografiche e sui reperti e le prove fisiche prodotti dal contattista svizzero), poi Wendelle Stevens, (con il quale condividiamo il tavolo nella sala espositori) decano dell’ufologia mondiale e miniera inesauribile di informazioni, poi con Christian Frehner del Silver Star Center (la natura dei contatti di Meier, il messaggio dei Pleiadiani). Il secondo giorno, lunedì 27 Febbraio, ha avuto come tema l’antica astronautica, l’archeologia proibita e gli studi di storia alternativa. La data del 2012 sembra stampata nelle menti di molta gente, però durante questa conferenza non la si virà come il “giudizio finale”, l’Armageddon, ma un atto dovuto dalla nostra coscienza a quella cosmica e interplanetaria, per riequilibrare le forze. Sul palco: Bill Stanley, Michael Cremo, Geoff Stray, William Tiller. Mi sono perso anche il giorno dopo, dedicato in gran parte alle tecnologie avanzate e ai Crop Circles, con Robert Cook, Greg Bishop (il caso Paul Bennewitz), Colin Andrews e Nancy Talbott. Come accennato, con Colin un incontro fugace c’è stato e lo stesso è accaduto con Nancy (portavoce del BLT Research Team), alla quale ho detto che prima o poi in Italia deve venire, che abbiamo fatto progressi, che Adriano Forgione ha scritto un gran bel libro in merito ai cerchi nel grano e che ci sono ricercatori che si stanno battendo per fare uscire il tema in maniera corretta e multidisciplinare. Notte pressoché insonne. Scopro con orrore che il jet leg è micidiale e mi preoccupa perché sono qui per lavorare e va combattuta l’aria da rimbambito affetto da nevralgie e squilibri vari. Alle 6:30 a.m. sono al buffet per una prima colazione cui manca solo il caffè espresso all’italiana. Fuori è una giornata grigia, ma non fa niente. Per me è il primo giorno di conferenze. Nella hall poco dopo l’alba, decine di americani già giocano con sguardo vitreo alle slot machines, che non hanno più la manovella, si premono pulsanti e per il resto è tutto uguale. Molti imbracciano “bidoni” vuoti di coca cola e pieni di monetine. “Honey, how are you today?” mi fa la signora alla cassa del buffet. Sette dollari e cinquantatré centesimi. Meglio di così?

Paola Harris accanto a Steven Bassett, durante una delle sedute di presentazione delle iniziative esopolitiche al National Press Club.

Alle 8:30 sono nella exhibitor hall. Mi siedo al nostro tavolo accanto a Wendelle Stevens. Sua figlia mi pratica un massaggio cervicale. La testa non va. Mi rilasso, chiudo gli occhi. Va meglio. Poi mi dice “se non ti passa non preoccuparti, ho questo” e apre una borsa piena di medicinali delle multinazionali farmaceutiche americane. “Ma non sono veleniferi?” bisbiglio. “Prendi qualcosa solo se non ti passa” ribadisce. E in effetti passa. Il primo con cui mi va di parlare è Michael Horn, accomodato accanto a noi. Ha una faccia conosciuta. Super esperto di Meier, ha avuto da ridire e non poco con Paola Harris. Glielo ricordo. Dice che Paola è una brava ricercatrice e che c’è bisogno di chiarirsi. Lo faranno di lì a breve. Con Paola e la mamma Elaine sistemiamo sul tavolo il libro di Corso inedito negli USA e le copie delle riviste “Area 51”. È presto. Wendelle Stevens mi chiede della situazione in Italia. Dico che è complessa, ma che va meglio. Bugia. Ha una quantità enorme di materiale filmato e fotografico sistemato ordinatamente secondo una casistica che solo la sua memoria di ferro può contenere e quella dei mini cd in cui è informatizzata. Davanti al tavolo cominciano a passare persone, che guardano la mia “badge” e mi chiedono “Lei quando parla?”. Dopodomani alle 10:15 se tutto va bene, rispondo. Sul palco, nella immensa hall delle conferenze, ha iniziato la sua lecture Paul Davids, produttore e regista del film “Roswell”. È ora di andarlo ad ascoltare. Paul è un ottimo conferenziere. Usa il power point come molti altri. Chi lo ha visto in azione in Italia l’anno scorso a Riccione per la conferenza “Cosmic Messages” sa che difficilmente dalla sua presentazione si esce con dei dubbi su Roswell e il copione anche stavolta viene rispettato.

Miranda, in una scena di “Picnic ad Hanging Rock”

Oggi è il “Crash and Retrieval Day” e dopo Davids sono attesi Scott Ramsey (Aztec), Don Ledger (Shag Harbour) e Ryan Wood (Majestic 12) e nel pomeriggio avanzato si prevede un panel di esperti in dialogo con il pubblico. La sala è gremita, alcune centinaia di posti ordinati in tavoli da otto persone. Nella penombra mi appare il grande ufologo cinese Sun Shili. Ci salutiamo, non parla inglese, ma il suo spagnolo è eccellente e io ne capisco abbastanza. Paola mi invita al tavolo degli Australiani. Li guida l’ufologa Glennys MacKay, medium ed esperta di contattismo alla quale chiedo subito: “Ma la storia di Hanging Rock è vera o no?”. No, risponde, è una novella. Un tuffo al cuore. Miranda, dove sei ora? Un brusco risveglio, in questa realtà di Laughlin dove poi il mio racconto prenderà una piega inaspettata.

Read Full Post »

Older Posts »