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Di Maurizio Baiata – 4 Marzo 2026

Gli occhi incollati al finestrino dell’aereo della Northwest Airline che da Detroit va a Las Vegas, scorrono lentamente immense distese di territori deserti e cerco di scorgere strade, fattorie, capanne, automezzi, campi coltivati. Niente di niente. Solo brulli rilievi montagnosi, spezzati da qualche macchia di verde, rossastra terra riarsa che sembra sabbia, e quando il comandante ci indica che siamo in New Mexico ho un colpo al cuore. Vedo il perché il segreto di Roswell e quello di Aztec e di altri UFO crash è stato possibile. Nulla di quanto accadde in quei lontani anni Quaranta dell’altro secolo poteva accadere altrove. Un copione perfetto. Se una o più macchine volanti aliene dovevano cadere in un posto che avrebbe poi consentito il recupero e la segretezza da parte della maggiore potenza mondiale dell’era moderna, nulla di meglio che il deserto del New Mexico. Perché deserto era e deserto è ancora oggi. Ci avevano messo le loro basi migliori, gli Americani, in questi luoghi e avvicinandoci al Nevada, lo Stato che ospita la base Air Force di Nellis e l’Area 51, lo scenario dall’alto non cambia.

All’arrivo a Detroit, dopo un viaggio interminabile e scomodissimo da Amsterdam, con accanto famiglie aggruppate di vocianti bambini, aiutato solo dallo sciropposo ritmo delle immagini di due film con cuffie a tutto volume, mi attende il check all’Immigration. Sono in fila ed entrano pazientemente con me negli USA centinaia di persone, divise per cittadinanza, quelli con passaporto americano da una parte, i pellegrini dall’altra. “Per quanti giorni ha intenzione di restare negli USA, Mr. Baiata?” – Una settimana, rispondo, e “Qual è lo scopo della sua visita, Mr. Baiata? Turismo o business?” incalza la bionda agente sulla cinquantina che mi scruta. Ho pensato alla risposta per lunghe settimane. Mi ero detto, seguire il consiglio che circola negli ambienti ufologici, ovvero evitare di dire che si sta andando ad un congresso sugli UFO, visto quanto è accaduto a Grant Cameron (visto all’entrata rifiutato in quanto persona sgradita), oppure inventare altro? Rispondo: sono stato invitato come conferenziere all’International UFO Congress di Laughlin, in Nevada e non posso mancare, è molto importante. “Un Congresso sugli UFO? Bene!” risponde la officer mentre passa allo scanner il mio passaporto digitale nuovo di zecca e mi dice “Ora metta il pollice della mano destra su quella macchina”. Eseguo. “Ora si allontani di mezzo metro”. Eseguo, una telecamera fissa la mia immagine da qualche parte. Sullo schermo davanti a sé l’agente controlla. Se qualcosa non va, questo è il momento della verità. “Può andare, benvenuto negli USA, Mr. Baiata”. Sorrido, faccio dieci metri e mi avvio verso il check doganale. Un agente mi si para davanti e fa: “Lei dove è diretto?” – Veramente devo prendere un altro aereo per Las Vegas, rispondo. “Cosa va a fare a Las Vegas?” – Ci resto solo un paio d’ore poi con uno shuttle vado a Laughlin per un congresso sugli UFO. “UFO?? Davvero? Ha nulla da dichiarare?” Mi chiede stupito – In merito agli UFO? replico – “No, no, le sto chiedendo se sta introducendo alcoolici, alimenti, quanti soldi ha con sé?” – Nulla da dichiarare. Ho poche centinaia di dollari per restare solo una settimana. “Bene, le auguro una buona permanenza negli Stati Uniti”.

Sei ore dopo, dopo un viaggio ormai notturno, nel buio in mezzo al nulla, mi lascio lo scintillante panorama di Las Vegas alle spalle. Siamo nel piccolo shuttle guidato da due donne. Elaine, la deliziosa mamma di Paola Harris che mi ha accolto all’aeroporto di Las Vegas e una signora che non dirà una parola durante tutto il trasferimento. Invece, quelle ai sedili anteriori parlano eccome. Vogliono sapere tutto. Vivono a Laughlin e da alcuni anni questa cittadina di sette-ottomila abitanti, con cinque alberghi e un fiume che la percorre tutta, è sede del più importante congresso ufologico del mondo, a parte i raduni di motociclisti che arrivano da ogni dove. Sono talmente stanco che afferro sì e non un quinto di quello che dicono. Quella al volante ad un certo punto fa: “Il mio ex marito una volta verso la metà degli anni Ottanta, mi fece vedere dei documenti che gli erano arrivati, riguardavano il Majestic 12, ma poi sono spariti, gli sono stati trafugati dal cassetto della sua scrivania, in ufficio. E se il vostro governo fa quello che fa il nostro allora ne avete di problemi con queste storie di UFO”.  Laughlin è davanti a me. Il Flamingo Hotel è più alto degli altri. Ce l’ho fatta. Ma questo è solo l’inizio.

La cronaca degli avvenimenti che hanno costellato questi miei cinque giorni all’International UFO Congress di Laughlin, Nevada, è molto impegnativa, ma le colazioni del mattino al buffet del Flamingo sono pazzesche. Bisogna tirare avanti senza interruzioni, ergo mi mangio di tutto per essere bene in forze quando arriva il mio momento di parlare, venerdì 3 Marzo alle 10:30 am, preceduto da George Knapp (il famoso giornalista di Las Vegas specialista di Area 51), seguito da Bill Ryan (ricercatore inglese alle prese da tempo con il caso Serpo) e da Budd Hopkins e da David Jacobs, gli esperti in abduction. Pomeriggio inoltrato, la gigantesca hall del Flamingo Hotel and Casino occupa il piano terra ed è invasa dalle slot machines e dai tavoli di poker e roulette, piena di gente e dal battere incessante di musichette mangiasoldi, un suono irreale fatto di tintinnii e di note multicolori, come le suonerie all’unisono di diecimila cellulari. Sui lati si affacciano negozi, pub, ristoranti e le due “torri” delle stanze. Dominano il rosso e il nero lucido. Alloggio alla California Tower. Paola Harris mi attende nella hall e mi accompagna verso il ristorante a buffet. Passando da uno dei bar incrociamo il primo ricercatore, il britannico Colin Andrews. Colin ha parlato nel pomeriggio. L’ho perso. Peccato, perché la sua lecture prometteva scintille e si dice in giro che sarà l’ultima perché ha deciso il ritiro dalla scena ufologica (Andrews non si è mai ritirato, ha scritto diversi libri e vive con sua moglie Synthia in Connecticut, ma notizie riservate lo danno affetto da morbo di Parkinson, dopo un attacco cardiaco subito nel 2024, N.d.R.). Colin è con altre persone, non c’è modo di approfondire e partirà nella notte. Visita veloce alla hall del Congresso, dove staziona ancora molta gente, siamo a digiuno e ci dirigiamo al buffet. Alla cassa una signora ti affibbia lo scontrino, prezzo fisso e puoi scegliere quello che vuoi. Sono le 20:30 ora locale (il mio viaggio da Roma era iniziato 22 ore prima). Ci uniamo al tavolo con Ryan Wood, Steven Bassett, Scott Ramsey e signora). È il primo impatto con l’ufologia americana. Parliamo di UFO crash, cover-up e questione esopolitica. Paola Harris ha appena intervistato Paul Hellyer e ne vorrebbero sapere di più, ma non la incalzano.

Feb. 25, 1942: Nelle prime ore del 25 Febbraio 1942 un UFO di grandi dimensioni sorvola il cielo di L.A. illuminato dai traccianti della contraerea.

Non si prevede un suo intervento, anche se l’intervista al politico canadese poi sarà uno dei pezzi forti della manifestazione. Allora, sul crash del Maggio ’48 ad Aztec, con recupero del disco e dei corpi, ha fatto luce Ramsey, lasciando aperti vari interrogativi su Frank Scully e il mitico dottor Leo Gebauer, tant’è che approdare a una conclusione rispetto a questo incidente più coperto di Roswell non è facile. Ma ci fu, eccome. E parliamo della “Battaglia di Los Angeles”, quando in una notte del Febbraio 1942 sulla costa californiana arrivò una gigantesca astronave finita nel mirino delle antiaeree. E anche del caso Guardian, che Ryan Wood ha presentato nel suo libro “Majic Eyes Only” e Carp, Ottawa, Canada, nel 1990 fu teatro di un atterraggio UFO ripreso da un ignoto operatore. Ci si chiede se in Canada ci siano basi underground? Sicuro. Il sistema di copertura si estende in tutto il Nord America. Bassett è teso e un po’ scuro in volto. La sua iniziativa della “X Conference” di Washington è in difficoltà. Mancano i fondi e non è facile portare avanti il progetto. Bassett è un lobbysta, un politico gentile, eloquentissimo e torrenziale, ma sovrastante. Sembra sempre voler finire un discorso con “sarebbe meglio che ci andassi io, a parlare con quei signori”. Wood e Ramsey sono diversi, sono “ricercatori puri” e non devono convincere nessuno. Paola è sfinita. Per me è esaltante, invece, è la differenza di orario mi porterebbe a discutere per ore. Ma il ristorante ha chiuso. Ho già perso tre giorni di relazioni, qualcuna importante. Nessuno ha da ridire su questo o quel conferenziere.

Nell’illustrazione, scienziati osservano i corpi degli esseri recuperati ad Aztec, a destra ricostruzione autoptica di una delle EBE.

Il primo giorno tutto dedicato al caso Billy Meier si sono avvicendati: Michael Horn (analisi fotografiche e sui reperti e le prove fisiche prodotti dal contattista svizzero), poi Wendelle Stevens, (con il quale condividiamo il tavolo nella sala espositori) decano dell’ufologia mondiale e miniera inesauribile di informazioni, poi con Christian Frehner del Silver Star Center (la natura dei contatti di Meier, il messaggio dei Pleiadiani). Il secondo giorno, lunedì 27 Febbraio, ha avuto come tema l’antica astronautica, l’archeologia proibita e gli studi di storia alternativa. La data del 2012 sembra stampata nelle menti di molta gente, però durante questa conferenza non la si virà come il “giudizio finale”, l’Armageddon, ma un atto dovuto dalla nostra coscienza a quella cosmica e interplanetaria, per riequilibrare le forze. Sul palco: Bill Stanley, Michael Cremo, Geoff Stray, William Tiller. Mi sono perso anche il giorno dopo, dedicato in gran parte alle tecnologie avanzate e ai Crop Circles, con Robert Cook, Greg Bishop (il caso Paul Bennewitz), Colin Andrews e Nancy Talbott. Come accennato, con Colin un incontro fugace c’è stato e lo stesso è accaduto con Nancy (portavoce del BLT Research Team), alla quale ho detto che prima o poi in Italia deve venire, che abbiamo fatto progressi, che Adriano Forgione ha scritto un gran bel libro in merito ai cerchi nel grano e che ci sono ricercatori che si stanno battendo per fare uscire il tema in maniera corretta e multidisciplinare. Notte pressoché insonne. Scopro con orrore che il jet leg è micidiale e mi preoccupa perché sono qui per lavorare e va combattuta l’aria da rimbambito affetto da nevralgie e squilibri vari. Alle 6:30 a.m. sono al buffet per una prima colazione cui manca solo il caffè espresso all’italiana. Fuori è una giornata grigia, ma non fa niente. Per me è il primo giorno di conferenze. Nella hall poco dopo l’alba, decine di americani già giocano con sguardo vitreo alle slot machines, che non hanno più la manovella, si premono pulsanti e per il resto è tutto uguale. Molti imbracciano “bidoni” vuoti di coca cola e pieni di monetine. “Honey, how are you today?” mi fa la signora alla cassa del buffet. Sette dollari e cinquantatré centesimi. Meglio di così?

Paola Harris accanto a Steven Bassett, durante una delle sedute di presentazione delle iniziative esopolitiche al National Press Club.

Alle 8:30 sono nella exhibitor hall. Mi siedo al nostro tavolo accanto a Wendelle Stevens. Sua figlia mi pratica un massaggio cervicale. La testa non va. Mi rilasso, chiudo gli occhi. Va meglio. Poi mi dice “se non ti passa non preoccuparti, ho questo” e apre una borsa piena di medicinali delle multinazionali farmaceutiche americane. “Ma non sono veleniferi?” bisbiglio. “Prendi qualcosa solo se non ti passa” ribadisce. E in effetti passa. Il primo con cui mi va di parlare è Michael Horn, accomodato accanto a noi. Ha una faccia conosciuta. Super esperto di Meier, ha avuto da ridire e non poco con Paola Harris. Glielo ricordo. Dice che Paola è una brava ricercatrice e che c’è bisogno di chiarirsi. Lo faranno di lì a breve. Con Paola e la mamma Elaine sistemiamo sul tavolo il libro di Corso inedito negli USA e le copie delle riviste “Area 51”. È presto. Wendelle Stevens mi chiede della situazione in Italia. Dico che è complessa, ma che va meglio. Bugia. Ha una quantità enorme di materiale filmato e fotografico sistemato ordinatamente secondo una casistica che solo la sua memoria di ferro può contenere e quella dei mini cd in cui è informatizzata. Davanti al tavolo cominciano a passare persone, che guardano la mia “badge” e mi chiedono “Lei quando parla?”. Dopodomani alle 10:15 se tutto va bene, rispondo. Sul palco, nella immensa hall delle conferenze, ha iniziato la sua lecture Paul Davids, produttore e regista del film “Roswell”. È ora di andarlo ad ascoltare. Paul è un ottimo conferenziere. Usa il power point come molti altri. Chi lo ha visto in azione in Italia l’anno scorso a Riccione per la conferenza “Cosmic Messages” sa che difficilmente dalla sua presentazione si esce con dei dubbi su Roswell e il copione anche stavolta viene rispettato.

Miranda, in una scena di “Picnic ad Hanging Rock”

Oggi è il “Crash and Retrieval Day” e dopo Davids sono attesi Scott Ramsey (Aztec), Don Ledger (Shag Harbour) e Ryan Wood (Majestic 12) e nel pomeriggio avanzato si prevede un panel di esperti in dialogo con il pubblico. La sala è gremita, alcune centinaia di posti ordinati in tavoli da otto persone. Nella penombra mi appare il grande ufologo cinese Sun Shili. Ci salutiamo, non parla inglese, ma il suo spagnolo è eccellente e io ne capisco abbastanza. Paola mi invita al tavolo degli Australiani. Li guida l’ufologa Glennys MacKay, medium ed esperta di contattismo alla quale chiedo subito: “Ma la storia di Hanging Rock è vera o no?”. No, risponde, è una novella. Un tuffo al cuore. Miranda, dove sei ora? Un brusco risveglio, in questa realtà di Laughlin dove poi il mio racconto prenderà una piega inaspettata.

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Di Maurizio Baiata

22 Febbraio 2026

L’argomento che affronto in questo articolo provoca da sempre lo sdegno degli scettici incalliti e dei debunker nostrani. Costoro cercano di far passare prese di posizione a favore dell’esistenza del fenomeno UFO e di denuncia del sistema di cover-up dei governi, ad esempio quelle dell’ex ministro della Difesa canadese Paul Hellyer, del colonnello Philip Corso, o dell’astronauta Edgar Mitchell, al pari di deliri di individui ai quali la tarda età avrebbe spappolato il cervello. Più sono importanti la figura pubblica e il calibro di persone che si battono per la verità, più contro di loro cresce l’accanimento dei web debunker, i saccenti probiviri dell’ufologia. Per quanto si affannino a starnazzare nel loro gallinaio, non riusciranno a mettere a tacere i Mitchell, gli Hellyer e altri, donne e uomini, che dicono al mondo quello che sanno. Ovvero, che “Gli UFO sono il prodotto di intelligenze sconosciute in possesso di motivazioni e poteri sconosciuti”, definizione del fenomeno UFO a mio avviso consona e puntuale oggi più che mai dato che sembra in atto un’altra, forte e probabilmente ultima fase della guerra segreta, sotterranea, tra opposte fazioni politiche statunitensi desiderose di un posto al sole in caso di divulgazione palese della realtà del fenomeno. La qual cosa non avverrà, se non per volere di osservatori esterni che si saranno anche rotte le scatole di continuare ad assistere a questa assurda pantomima fra rimbecilliti terrestri. Ottimo deterrente per la mancata uscita allo scoperto aliena, della quale non conosciamo non solo i più sbalorditivi mezzi tecnologici, ma soprattutto le ipotetiche intenzioni.

Kenneth Arnold mostra una illustrazione grafica di un oggetto (non discoidale) da lui avvistato.

Non venendone mai a capo, ovviamente, l’enigma UFO resta tale da quasi otto decenni e qualcosa cambierebbe solo se si verificasse la manifestazione di entità esogene al pianeta Terra, allora  le loro ragioni diverrebbero chiare. Si viaggia pertanto su congetture, interrogativi e affermazioni ora eclatanti ora disarmanti, tese a farci cadere le braccia. Prendiamo ad esempio personaggi illustri che si sono espressi in merito. Il 24 Giugno 1947 fu il giorno del primo avvistamento UFO della storia moderna, quello del pilota civile americano Kenneth Arnold, che coniò il termine Flying Saucers, piatti volanti, dopo aver avvistato una formazione di nove oggetti non identificati di forma semidiscoidale sul Monte Rainier, Stato di Washington. Molti anni dopo, nel 2010, l’eminente astrofisico Stephen Hawking asserì che un incontro con esseri extraterrestri sarebbe stato foriero di conseguenze devastanti per un’umanità che dagli alieni dovrebbe tenersi a distanza perché non ne conosciamo la natura, né le intenzioni. Il pensiero di Hawking si basava sull’osservazione del comportamento umano e metteva in guardia dalla minaccia di una civiltà più avanzata che, in caso di contatto volente o nolente, potrebbe causare danni a una razza inferiore. Lungi dal sostenere la realtà degli UFO, la teoria di Hawking si discostava dalla visione del famoso astronomo e cosmologo Carl Sagan (nella foto sotto) che negli anni Settanta attraverso libri e la mitica serie televisiva “Cosmos”, pur proponendo la possibilità di un Universo abitato da miriadi di intelligenze aliene, escludeva che esse fossero capaci di raggiungerci effettuando viaggi interstellari, perché le leggi della fisica non lo consentono.

Se per Sagan la questione UFO era un enigma astratto e per Hawking un potenziale pericolo, il principio della “non interferenza” del visionario e geniale Gene Roddenberry, padre di Star Trek parlò di una “Prima Direttiva” che imporrebbe a qualsiasi civiltà avanzata aliena appartenente alla cosiddetta “Federazione Unita dei Pianeti” di astenersi da contatti con razze meno evolute (come la nostra) di altri pianeti e di non interferire con il loro sviluppo. Solo metafore e fine filosofeggiare? Non proprio, se si considera che la possibilità di un prossimo contatto non è da escludere.  In merito, ha avuto una certa eco il parere di un uomo politico di grande levatura, Paul Hellyer, ex vice primo ministro per due anni nel gabinetto del premier Pierre Trudeau e ministro della Difesa del Canada dal 1963 al 1967.

Per Hellyer, scomparso nell’Agosto 2021, “alcuni UFO sono reali come gli aerei che volano sopra la nostra testa”. Sono bastate queste sue parole per far gridare allo scandalo e stigmatizzare le esternazioni di un anziano ossessionato dagli alieni. A differenza di Hawking, Hellyer sottolineava che le intenzioni malevole degli ET non si sono mai evidenziate e che loro mire di conquistare e distruggere altri pianeti non sono altro che risibili speculazioni. Quindi non solo era convinto che gli extraterrestri hanno pacificamente visitato la Terra fin dai tempi più remoti, ma anche che l’umanità ha raggiunto grandi traguardi tecnologici tramite la retro-ingegneria derivata dai reperti alieni recuperati a partire dall’incidente UFO di Roswell del 1947. Hellyer, nei confronti di Hawking ha alzato il tiro, accusando l’eminente scienziato di fare e diffondere disinformazione paventando la minaccia ET. Teoria alimentata grandemente negli ultimi anni dagli analisti del Pentagono, per i quali in primis non affermano l’importanza della “questione extraterrestre” senza timore del ridicolo e di pesanti ripercussioni alla propria reputazione, in secundis fanno di tutto per remare contro.

Lo spettacolo indecoroso degli ultimi giorni ha visto in ballo i pensieri di due uomini che hanno già sin troppo a lungo gestito le sorti del Paese, forse, ancora più forte del mondo, i presidenti Obama e Trump, i quali hanno entrambe proclamato in pubblico l’esistenza di un problema pressoché insormontabile: nessuno dei due ha disposto e dispone del potere di giudicare se alla realtà del fenomeno UFO è possibile dare una prova definitiva. Sono altri a prendere questa decisione, non i Presidenti. In effetti, il film “Contact” tratto dall’omonimo libro di Sagan e magistralmente interpretato da Jodie Foster nel 1997, alludeva a questi compromessi come a un epitaffio. Nel 2005 durante una conferenza a Toronto, Hellyer prese sulle sue spalle il peso delle nuove istanze del movimento esopolitico, sorto negli anni Novanta per allargare la visuale di una ufologia miope e fossilizzata. Istanze che non significano, come il termine Esopolitica lascerebbe intendere, stabilire chi debba o possa instaurare parametri diplomatici o qualunque tipo di mediazione con eventuali delegazioni aliene, quanto combattere dall’interno del sistema politico mondiale il processo costante di segreta militarizzazione dello spazio. Perché la NASA non è un ente assistenziale, ma un’impresa finanziata con denaro pubblico e fondi neri anche allo scopo di monitorare lo spazio e individuare eventuali intrusi. Dai giorni della Space Defence Initiative (SDI, il programma di “scudo stellare”) di Ronald Reagan, alle bellicose amministrazioni della famiglia Bush e di Obama, l’alibi dell’esistenza di un nemico esterno ha consentito a Washington di sfruttare la paura della gente per gli alieni ostili, similmente allo spettro del “pericolo rosso” della guerra fredda. Citando più volte il Colonnello Philip Corso quale fonte attendibile di informazioni correlate al fenomeno UFO, ben prima di un Grusch, Hellyer dichiarava apertamente che il Pentagono sapeva perfettamente delle EBE (Entità Biologiche Extraterrestri) e che la loro tecnologia era finita nelle mani di apparati di intelligence militare statunitense.

Tutto è stato celato agli occhi delle masse, grazie a un’oculata gestione delle informazioni ai massimi livelli di segretezza, secondo una strategia che il fisico nucleare canadese Stanton Friedman ha denominato “Watergate Cosmico” e che altri, come lo storico Richard Dolan, pongono nell’ottica del mantenimento dello “stato di sicurezza nazionale”. Come si evince dai libri “Il Giorno Dopo Roswell” e “L’Alba di una Nuova Era” – il colonnello Corso riteneva che gli Alieni fossero “il nemico”, come tale da considerare un pericolo incombente per il suo Paese. Hellyer, inascoltato a livello politico, invece aveva proposto un dibattito che avrebbe costretto gli USA e il Canada a mettere in chiaro se esistano le prove di una concreta minaccia da parte extraterrestre, ovvero se gli UFO costituiscano o meno un “target reale” con conseguente strategia difensiva da discutere nelle sedi politiche appropriate. Sin quando la questione resterà appannaggio di strutture militari, purtroppo tale discussione non avrà seguito e l’alibi del nemico esterno potrà prendere forme inimmaginabili, come quella di falsi attacchi alieni dal cosmo.

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di Agata Zizzo, 20 Febbraio 2026

Innanzitutto, un saluto a chi mi legge. Ho avuto occasione di ascoltare alcuni stralci della intervista a Eugenio Siragusa, realizzata e pubblicata da Maurizio Baiata se non erro nel 1998. Eugenio, senza alcun indugio, vi racconta di Giorgio Bongiovanni con severità e con quell’amaro dispiacere che un padre prova verso un figlio smarrito. Sicuramente aveva notato da tempo alcuni atteggiamenti che lo stavano allontanando dalla retta via, orientandolo verso percorsi sbagliati. Usando le sue “Conoscenze” e sfruttando il suo “Dono” per scopi puramente umani e speculativi, Bongiovanni si stava dirigendo verso una realtà prettamente egoistica. Il suo comportamento era ormai all’antitesi degli insegnamenti di Eugenio e dei Fratelli del Cosmo.

Nella foto in basso, Eugenio Siragusa e Giorgio Bongiovanni.

Naturalmente, non ho mai dubitato dell’importanza della sua missione spirituale su questa Terra. Il suo percorso è stato fra i più tortuosi, segnato da ostacoli e tradimenti: un cammino fatto di spine, vipere e “vampiri”. Di questi ultimi, purtroppo, ne ho incontrati molti, specialmente tra coloro che si professavano i suoi “prediletti”. Eugenio Siragusa era un uomo innocente, vittima di accuse infamanti e di un arresto profondamente ingiusto. Quando lo si sente parlare di quei momenti, non si può che sperare che il cielo perdoni chi gli ha fatto del male. A mio parere, questa è un’intervista documentale che tutti dovrebbero ascoltare, per amore della verità e per giustizia nei confronti di Eugenio e di chi ancora oggi segue con umiltà le sue orme. Scelgo di rendere pubblico ciò che raccontò quel giorno, perché, come diceva lui: “La verità non si vende e non si compra”.

Vi racconto brevemente la mia esperienza. Sono catanese e nel 1988, grazie ad alcune conoscenze di mio fratello Lorenzo, incontrai persone che avevano vissuto a stretto contatto con Eugenio. Lo chiamavano “Maestro” ed erano onorati di esserne discepoli; non perché lui si fosse mai attribuito quel titolo, ma per il valore dei suoi insegnamenti su discernimento, giustizia e fratellanza cosmica. Una profondità che pochi concepiscono, travisandone spesso il messaggio.

Nel 1993 mi trasferii in una villa bifamiliare alle pendici dell’Etna, a Nicolosi. Fu lì che conobbi Eugenio ed il caso volle che fossimo vicini di casa. Vivere all’ombra del vulcano non era solo una scelta geografica, ma una vicinanza a una fonte di energia pura che faceva da cornice naturale alla sua presenza. Quando ci incontrammo avevo circa 24 anni; lui era già anziano ma con la verve di un ragazzino. Non dimenticherò mai il suo sorriso e quella luce negli occhi che lo distingueva da tutti i membri della “Fratellanza”, di cui troppi oggi tentano di offrire una vaga imitazione. Non riesco a descrivere l’emozione che provai: non era esaltazione, ma la consapevolezza di chi avessi di fronte. Ricordo la carezza sul mio viso e le sue poche parole dette con una lucidità che noi giovani spesso dimentichiamo. Era un’anima buona, non di questo mondo, con la forza di un leone e la determinazione di chi sa. Frequentando quell’ambiente, mi accorsi subito che i veri nemici erano proprio coloro che lo circondavano e lo frequentavano più assiduamente. Lui ne era pienamente cosciente e ne soffriva molto.

La vera luce è racchiusa in ognuno di noi… farla emergere sarà uno dei nostri compiti verso un’umanità migliore.

Nota: sul canale Youtube di Maurizio Baiata (MAURIZIO BAIATA CHANNEL) presto apparirà l’intervista integrale rilasciata da Eugenio Siragusa a M. Baiata nel 1988.

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di Maurizio Baiata – 19 Febbraio 2026

Condotto da George Noory il programma radiofonico Coast To Coast Am del 12 Luglio 2012, dava voce all’ex agente della CIA Chase Brandon, il quale parlò del suo lavoro presso l’agenzia segreta e aggiunse un particolare non da poco, aveva avuto fra le mani uno scatolone pieno di materiale sull’incidente di Roswell. Sono tanti anni che me ne occupo e sono convinto che la vera storia non stia negli incartamenti, ma nella testa delle persone. E allora mi chiedo perché mai un autore di soggetti e sceneggiature da cui sono stati tratti film di spionaggio di grande successo, quella sera del 2012 dovrebbe aver fatto un outing del genere a George Noory, conduttore di un programma molto seguito negli USA, precedentemente gestito da Art Bell, il quale ci aveva lasciato piuttosto prematuramente.

Qualche tempo prima, Chase Brandon aveva fatto una scoperta sconcertante all’interno della Historical Intelligence Collection (HIC), cioè gli archivi della CIA, a Langley, in Virginia, custode di oltre 20.000 volumi di storia mondiale dei servizi segreti. Lasciato da solo dagli impiegati del palazzo, Brandon aveva avuto accesso agli ambienti per alcuni minuti, un tempo sufficiente per addentrarsi nei corridoi della struttura e, spinto da innata curiosità, aveva raggiunto una stanza laterale dove erano archiviate molte scatole piene di fascicoli. Vi entrò, rovistò fra i ripiani e riuscì a scovare uno scatolone che recava impressa la dicitura “Roswell”. Lo aprì. Conteneva fra fotografie e documenti una grande quantità di materiali cartacei, ma nessun reperto alieno o parti biologiche, roba che comunque non avrebbe dovuto essere alla portata dei suoi occhi. Era una documentazione che riguardava l’incidente di Roswell. Un cervello attivo come quello di un ex operativo CIA aveva subito immaginato che si trattava della “pistola fumante” dell’ufologia, le prove di un incidente risalente a tanti anni prima, ma mai emersa.

Già nella sua prima novella “The Cryptos Conundrum”, Brandon aveva realizzato una trama fantascientifica imperniata sugli UFO e gli Extraterrestri e, in particolare, su Roswell, l’UFO caduto in New Mexico nel 1947. E insomma, un uomo del suo calibro, con oltre 40 anni di esperienza nella comunità dell’intelligence quale specialista delle operazioni, comprese all’istante che non c’erano dubbi: Roswell era stato teatro di un vero e proprio incidente UFO. Ma di più a Noory non disse, né tirò fuori altre informazioni. Questa la sua dichiarazione di allora: “Non ho alcun dubbio… so con certezza che un’astronave extraterrestre si schiantò a Roswell e che l’esercito ne raccolse i resti. Non solo i rottami, ma anche i cadaveri e che tutto questo fu momentaneamente reso pubblico. Questo per me è assodato al cento per cento. Lo affermo con tutto me stesso: a Roswell cadde un’astronave e i corpi furono recuperati”.

Che si tratti di contenuti da soppesare vale nel caso di Brandon, super esperto di Hollywood, degli ambienti altolocati della comunicazione e di tutto ciò che fa spettacolo.Fra i film di cui aveva scritto il soggetto, oltre a “The Bourne Identity”, “La Regola del Sospetto, “Nemico Pubblico””, “L’Ombra del Potere”, “Al vertice della tensione” e “Spy Game”, Brandon è stato consulente tecnico di “Mission Impossible” e “Bad Company”, ma anche autore di commedie quali “Ti presento i miei” e “Mi presenti i tuoi?”, nonché di varie serie televisive, una lunga storia di poliedricità scrittoria tutta alla luce del sole. Uno con una doppia vita, che ricorda quella di Michael Wolf quando trascorse almeno due o tre anni a Roma, in piena Dolce Vita, ospite del Grand Hotel Via Veneto alle spese dei contribuenti americani. Anche Brandon era un autentico VIP, come ha ammesso in un’intervista: “Sono stato un funzionario dell’Agenzia per 30 anni, 25 vissuti sotto copertura… Non è un lavoro o una carriera. È uno stile di vita, una vita basata sull’inganno. Il tuo compito è procurare informazioni e trovare persone che siano disposte a lavorare per te. Non sei un agente, ma un dirigente che reperisce agenti in grado di fornire informazioni”.

Se su di lui quasi nulla si riusciva ad appurare come infiltrato in missioni “undercover” si è sempre sospettato che all’epoca delle dichiarazioni rilasciate a “Coast To Coast” avesse legami ancora attivi con la CIA. Va peraltro ricordato che la questione UFO precipitati e recuperati rappresenta la chiave di volta di tutta la storia ufologica, vecchia o moderna che sia. Su tali casi, avvenuti ovunque ma soprattutto negli USA, le poche conferme sono venute da fonti militari e di intelligence.

Pur ammettendo che non fosse una mossa di pura e semplice disinformazione, la storia riferita da Chase Brandon a Noory non era stata pura e semplice fiction, per questo restava e ancora resta di grande rilevanza. Si sa infatti che la formula del mettere su carta informazioni in chiave non strettamente saggistica viene usata per superare i limiti imposti dall’alto coefficiente di segretezza riguardante tutta la storia degli UFO. L’esempio più eclatante è stato quello del dottor Michael Wolf Kruvant che ha scritto e dato alle stampe “The Catchers of Heaven: A Trilogy”. Un altro è il best seller “Out There” di Howard Blum (Pocket Books, 1990), giornalista del New York Times che in una spy story basata su fatti reali coinvolgenti 17 membri dell’intelligence USA, portò alla luce l’esistenza di strutture militari alle prese con il top secret sugli UFO.

Gli agenti segreti sono esseri umani, ligi al dovere sino alla fine dei loro giorni, quasi mai in vista tanto da poter essere individuati per il loro lavoro nell’ombra, ma i dubbi sussistono. Primo su tutti: perché mai infrangere un patto che ti obbliga per sempre al silenzio? La CIA opera in modo altamente compartimentato sulla base della necessità di sapere, quindi spesso gli agenti non vengono informati o non sono a conoscenza delle missioni degli altri, nonostante siano addestrati a mentire e rubare per conto del governo americano. Considerando il principio del “Trust No One” del colonnello Philip Corso, cioè quello che avevi sempre creduto esserti amico fino al midollo in realtà era un doppiogiochista della peggior specie, allora le cose paiono sotto una luce diversa.

In conclusione, volendo conferire credibilità alle sue asserzioni, nel 2013 cercai di contattare Chase Brandon (nella foto qui in alto) attraverso il suo profilo Facebook. Mi presentai così: “In Italia ho pubblicato il libro di Corso ‘The Day After Roswell’ e il suo diario ‘Dawn of a New Age’. So abbastanza su Roswell per essere convinto della sua realtà. Ciò nonostante, le sue dichiarazioni durante il programma Coast to Coast mi hanno molto colpito. Per questo vorrei esprimerle la mia gratitudine e sincera ammirazione… gradirei ricevere una sua conferma a proposito dei contenuti dell’intervista da lei rilasciata a C2C… Ringraziandola nuovamente per l’attenzione che vorrà prestarmi, Signore. Maurizio Baiata”.

Come previsto, non ricevetti alcuna risposta.

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Di Maurizio Baiata

16 Febbraio 2026

Dopo oltre 35 di appartenenza e osservazione del mondo ufologico internazionale, in relazione ad attività di disinformazione di cui diventano oggetto testimoni e ricercatori coinvolti in casi più o meno importanti, posso affermare che la prassi di tali “tattiche” è da anni e ovunque identica. Questo articolo deriva da informazioni da me raccolte da ambienti dell’intelligence militare statunitense e da un certo numero di testimoni attendibili conosciuti personalmente. Solo una volta, come nel caso del dottor Michael Wolf che, sino alla sua morte avvenuta nel 2000, ebbi modo di sentire più volte telefonicamente, sono stato avvicinato da un agente italiano (giornalista de “Il Messaggero” di Roma, da tempo deceduto), al quale premeva avere conferme di ciò che Wolf aveva rivelato e che di lì a breve non sarebbe stato possibile appurare a causa della grave malattia di Michael. Nonostante spesso le apparenze inducano a non dare ascolto ai rivelatori, attraverso indizi, fughe di notizie, voci incontrollate, anonimato e carenza di prove fisiche sostanziali, va seguito il buon senso per intuire di essere sulla pista giusta.

 

Quattro passi nell’ombra

Dato che questo governo, come qualunque altro dal 1948 a oggi, è inerme nei confronti della questione UFO, sarà anche anacronistico, ma la realtà è che i vertici di Montecitorio non cambieranno le regole: si deve continuare la politica sugli UFO come sempre, mantenendo tutto segreto soprattutto per non disallinearsi dai diktat di USA e NATO. Rivelarne i reali contenuti è impossibile e quindi sparisce tutto. Come? In primo luogo, attuando una campagna di discredito nei confronti dei testimoni. Per questo, i livelli di debunking sono diversi. L’apice è purtroppo rappresentato dalla eliminazione fisica del soggetto da mettere a tacere. In secondo luogo, i servizi di sicurezza devono tenere all’oscuro sia la gente sia chi la rappresenta, ovvero i nostri politici, che non dispongono dei “clearance” che consentono di accedere a carteggi classificati a livelli di segretezza oltre il Top Secret, quindi per loro troppo elevati. Inoltre, vanno disinformati tutti coloro siano attivi in questo campo. Sono persone/testimoni e ricercatori nei cui confronti, per garantirsi il risultato finale, si devono applicare sempre i sistemi della disinformazione, parte integrante del processo di comunicazione. Quindi, da una parte l’intelligence, dall’altra i media. Nel proliferare dei canali e dei siti, a spese dei web forum e dei blog, chiunque abbia accesso a una piattaforma informatica può disinformare creando notizie fasulle, ma non necessariamente bufale tout court. Le news infatti, sulle prime appaiono interessanti proprio perché navigano in seno alla stessa comunità ufologica, ma ben presto ci si trova in mezzo a un misto di informazioni vere e false, il cui obiettivo è dare credibilità al falso mostrando qualcosa di apparentemente vero e verificabile. Così, quasi sempre, cercando la verità ci si blocca di fronte al muro dell’anonimato o dell’assenza della fonte, mentre un’informazione falsa è stata fatta passare per vera. 

La finta Disclosure

Dal 2017 ad oggi, un gran clamore ha caratterizzato la questione, in primis perché il Pentagono ha rilasciato alcuni video che ritraevano oggetti non identificati ripresi a distanza dall’abitacolo di caccia militari, in secondo luogo perché David Grusch e altri whistleblowers hanno aggiunto perplessità su perplessità sulla questione, dichiarando che gli USA hanno tecnologia e biologia a seguito di recuperi di UFO precipitati, ma di più non si può dire se non si vuole essere eliminati. Ne consegue che a meno di un impazzimento del presidente Trump prima della fine di questo suo secondo mandato, altro in merito ufficialmente non sapremo. Scoraggiante affermazione, vediamo perché. Anche ricorrendo al Freedom Information Act, negli USA o laddove in altri Paesi ci si appellasse a decreti simili, Italia inclusa, non otterremmo alcun risultato a causa delle limitazioni di accesso a documentazioni e a dati classificati, basate su disposizioni inerenti la sicurezza nazionale, come l’ordine pubblico, la difesa e il Segreto di Stato. Infatti, Trump ha richiesto, ma non ha ancora visto derubricate le verità sugli assassinii di Stato del secondo dopoguerra americano, né noi sapremmo nulla su Ustica. Per questo, suona strano che il CUN e il Cisu e altre sigle ufologiche italiane ossequino le strutture militari nostrane deputate all’osservazione del fenomeno, anche considerando che esse rendono consultabili i loro archivi informatici, che però sono del tutto inutili a fini concreti. Dal 1972 la nostra Aeronautica Militare (Stato Maggiore Aeronautica – Secondo Reparto) classifica casi di avvistamento UFO addomesticati “a mero uso statistico”, catalogandoli secondo il sistema americano Blue Book: quelli buoni vengono fatti sparire, gli altri possono essere dati in pasto al volgo, cioè noi. Se il fenomeno in Italia è stato ufficialmente seguito dai primi anni Sessanta quando gli avvistamenti aumentarono, o negli anni ‘77-‘78 quando se ne registrarono a centinaia e l’opinione pubblica ne fu allarmata, cosa è stato fatto sapere in merito? Nulla.

Nella mente degli ufologi 

Vittime predestinate di tale meccanismo sono i ricercatori e gli appassionati di ufologia e di misteri che, fuorviati dagli elementi più importanti (cosa, chi, dove, come e quando) e dalle loro conclusioni, perdono di vista la realtà. In caso di fuga di notizie, premesso che la fonte disponga legittimamente di dati riservati, va ricordato che i veri segreti non si custodiscono solo nelle casseforti né sono celati in codici indecifrabili, da Top Secret in su. I veri segreti sono nella testa degli uomini di Intelligence, oggi si direbbe, anche e sempre di più dovuti alla Intelligenza Artificiale. I livelli delle fughe di notizie restano però gli stessi: i più gravi riguardano il segreto di Stato, poi c’è quello militare, quindi quelli industriale e bancario. Le fonti sono quasi sempre anonime o provengono da rivelatori, le famose gole profonde. Così, si fanno filtrare false informazioni ai ricercatori e ai giornalisti che, a loro volta, deontologicamente le passano a personale di fiducia per le verifiche. Il meccanismo sembra contorto, ma è così che lavora l’intelligence informatica, che gioca a carte quasi scoperte e tu senza accorgerti finisci nel pantano della falsa informazione. Se non si cade nel tranello, vengono fatti arrivare altri dati a quel determinato ricercatore che, in seguito, verrà denunciato come autore del falso. Ecco, come si ottiene il risultato di screditare un più consistente settore di ricerca, o di far naufragare un progetto destinato alla divulgazione attraverso i media. Tutto questo infine si applica anche a fasce più ampie di pubblico per acclimatarlo a certe idee in un tempo delimitato. Si testano così le reazioni della gente. Solitamente, una volta impiantata una falsa notizia, non è neanche necessaria una negazione plausibile per smentirla. Le persone ci credono e basta. Per gli ufologi, la disinformazione ha buon gioco solo se non si ha l’umiltà di vagliare, verificare e imparare dai propri errori. Più nella mente dell’ufologo si rafforza la convinzione di avere ragione su tutto, più ci si espone ad azioni di sorveglianza e alle attenzioni dei servizi segreti.

16 Febbraio 2026

Per saperne di più, consultare il mio canale youtube a questo link: https://youtu.be/F3Uvmwyt358

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