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Di Maurizio Baiata

11 Febbraio 2026

Uno degli aspetti più sconcertanti del variegato mondo della New Age, riguarda il business che nel nostro Paese vi ruota intorno. New Age… suggestivo, ma chimerico termine che indica in senso lato uno sventolio di stendardi che inneggiano soprattutto alle potenzialità e allo sviluppo globale dell’individuo.

Quell’essere umano che vive nel mezzo della Nuova Era dell’Acquario, ovvero un cambiamento epocale iniziato con gli hippies degli anni Sessanta, ha le facoltà e il dovere di formarsi e migliorarsi attraverso l’approfondimento di pensieri e la pratica di tecniche le cui radici affondano nella Metafisica e nella Spiritualità.

E il cui obiettivo primario e immediato è il sano e consapevole riequilibrarsi con il mondo circostante, l’adoperarsi per il bene proprio e altrui, in armonia con sé stessi, con il pianeta e con l’Universo. In tal senso le distanze che ci separano dal raggiungimento della cosiddetta “Illuminazione” (Samadhi) non sembrano così incolmabili e, soprattutto, ci si accorge che tutto ciò che è portatore di una crescita interiore diviene anche un vettore per il benessere biologico della persona.

Per questo, nella New Age, sono proposti approcci poliedrici e gli operatori “olistici” – per definizione esperti multidisciplinari – si occupano di tutto ciò che non si ferma davanti ai limiti e non si incardina nella ferraglia della ragione occidentale, ma percorre territori che vanno dalle filosofie orientali alle terapie di guarigione psicofisica e di risveglio coscienziale, dal partecipare alla dinamica della trasformazione planetaria al ricollegarsi allo sciamanesimo, dalla meditazione al Reiki, dalle medicine alternative ai viaggi astrali, dalle tecniche del corpo alle arti marziali soft, sino al Channeling, ovvero lo stabilire contatti con entità canalizzate non esistenti nel nostro piano di realtà conosciuto.

Ci furono giorni in cui The Beatles raggiunsero l’India per andare a trovare il Maharishi.

Finito il tempo che fu

L’interesse per queste materie sembra essere in costante espansione, con somma preoccupazione per la Chiesa Cattolica, per le scienze ortodosse e per i poteri politici che le sostengono. Non è questa la sede giusta per analizzare le ragioni della “messa all’indice” e delle campagne inquisitorie contro le terapie alternative (il caso Di Bella le avrebbe rappresentate all’unisono), giacché il punto in discussione qui è un altro e meno inquietante, anche se in fondo strabiliante.

Le cosiddette Scienze di Frontiera, le ricerche sul Paranormale, la Medianità, o l’Ufologia e persino l’Astrologia – che hanno solide connotazioni storico/scientifiche – sono discipline che, per chi vi si addentri, vanno affrontate con la massima serietà. Va però detto che non solo la distanza che le separa dalle credenze pseudo religiose o pericolose derive settarie sia abissale e che il “giro economico” che le interessa resti di dimensioni irrisorie rispetto a quello della New Age, è facile per il Cicap e affini avere mano libera per assimilare il tutto in un calderone di affari a spese di gente illusa. A meno che non abbiano a che fare con maestri del calibro di Gustavo Adolfo Rol (nella foto in basso), come capitò ad un malcapitato Piero Angela.   

Negli ultimi anni le grandi conferenze sugli UFO a ingresso gratuito sono diventate un lontano ricordo. Gli organizzatori da tempo si trovano costretti a stabilire ingressi a pagamento, anche se a costi contenuti, per poter invitare relatori stranieri o italiani cui vanno riconosciuti gettoni di presenza. Molti si accontenterebbero di vedersi pagate le spese di viaggio e qualche giorno di permanenza nel nostro bel Paese, ma, mentre nessun ufologo (fino a ieri) è una superstar, per i guru della New Age è diverso. Quelli che si muovono dagli USA o dall’Inghilterra e arrivano in Italia non lo fanno per il bene della giusta causa. Loro sono ruote di ingranaggi di affari ben oliati. Che devono portare la buona novella, il messaggio salvifico, per lo Spirito e per l’Anima e questo lo hanno capito anche e soprattutto i guru New Age nostrani. I quali si sono allineati. Sanno che qui non si tratta solo di promuovere la visione astrale dei propri defunti di fresca data o per capire se esiste un mondo nuovo che ci attende nell’ignoto Altrove. Qui si tratta di affidarsi a personaggi che abbiano una credibilità consolidata e che accettino di legare il proprio nome a una macchina che produce alti profitti. Che sia una tre giorni fra le colline umbre circondate da uliveti e vigneti, che sia in una città d’arte come Firenze, di tradizione come Siena o che si debba pagare un pizzo per accedere a distanza alla Fontana di Trevi, la macchina promozionale e organizzativa del tour rende tutto funzionale mettendosi in moto almeno un semestre prima, con un battage che sfrutta internet, i canali youtube, i siti cospirazionisti ora volteggiati allo spirare dei venti del cambiamento e i blog dedicati al settore New age. Nel contempo, si aprono iscrizioni ai corsi e ai seminari intensivi, si lanciano sottoscrizioni, si crea una appartenenza ad un modello di pensiero, ci si registra   alle conferenze e alle visite guidate, previste fra tre, sei, nove, dodici mesi. Si deve ottenere il tutto esaurito anzitempo.

Illuminazione All Inclusive

In Italia, un biglietto di ingresso per assistere a una conferenza ad esempio sulle regressioni ipnotiche alle vite precedenti, può aggirarsi sui 250 euro al giorno, vitto e alloggio esclusi. Raramente vengono offerti, allo stesso prezzo, pacchetti “all inclusive” come accade abitualmente negli USA, dove partecipare a un seminario esperienziale e conoscitivo di un luminare qualsiasi non è a buon mercato, ma con 250 dollari si vive un week end intero di conferenze condotte da vari relatori e sei ospite della struttura alberghiera dove si tiene la manifestazione.

Incredibilmente, data la situazione economica generale e nonostante i prezzi proibitivi, in Italia questi incontri richiamano molta gente che non si fa scrupolo di spendere cifre sui 350 euro per una “tre giorni di full immersion”, senza contare i costi di viaggio, pernottamento, eccetera.

Evidentemente, si tratta di persone che non riescono a sfuggire alla morsa psicologica di una immaginaria fine dei tempi, di nefaste predizioni di guerre nucleari, di tenebre che per tre giorni caleranno sulle nostre vite e che solo abbracciando la luce “divina” potremo evitare, di strani allineamenti del sistema solare che ci ricongiungeranno al centro galattico. Per sapere di che morte dobbiamo morire, o cosa dovremmo fare per affrontare un qualsiasi nuovo Armageddon, si è disposti a pagare caro.  

Il Paese, diventato ricettacolo di tour mondiali degni delle Rock star internazionali, offre anche spazio ai relatori italiani che hanno preso possesso di un territorio vergine, di un pubblico assetato di saggezza, di menti oscurate dalla paura, rese schiave da politiche che dicono: ragazzi, armatevi, non dovete neppure sostenere costi di trasporto strumenti, allestimento palco, tecnici e apparecchiature Sound & Video, servizi d’ordine, logistica, uffici stampa, pubblicità e promotion… pensiamo a tutto noi, ma voi portateci la vostra “verità”, la faremo pagare fior di quattrini e nessuno dirà niente… mentre i saltimbanchi ex ufologi gongolano, l’informazione alternativa che nasce dal sacrificio di una vita, quella che chiede che avvenga davvero la DISCLOSURE UFO”, resta nel buio, quando ancora troppi si lamentano perché i risultati della ricerca devono essere dispensati gratuitamente.  

Come leggere tale bruciante contraddizione se, ad esempio, mettiamo a confronto quanto renda parlare di New Age, anziché di Ufologia e fenomeni di contatto Extraterrestre? Miriadi di persone sono attratte da temi popolari e “commercialmente” remunerativi quali l’al di là, la vita oltre la morte e il contatto con i defunti, che ci dovrebbero riportare sui libri dei padri della Medianità ben più concreti e appartenenti alla nostra vita quotidiana di quanto non si pensi.

Rosemary al patibolo

All’inizio degli anni Duemila vissi, sul palco del Maurizio Costanzo Show un episodio che mi rimase impresso. Rosemary Altea, medium americana famosa in tutto il mondo, dotata di grande carisma e caratterizzata da quella che si definirebbe una forte “personalità magnetica” fu invitata sul palco del teatro Parioli a parlare del suo campo, la comunicazione con i defunti. Rosemary ha il dono della visione psichica, che le consentirebbe anche di conversare con i trapassati in una sorta di channeling diretto, privo di intermediari, seduta stante. Tali entità disincarnate, provenienti da stati dimensionali diversi dal nostro vivere tangibile, le appaiono sotto forma eterica, ma vengono da lei percepite e viste nel loro aspetto fisico. Quindi, alla Altea bastano pochi attimi di concentrazione per sentire e descrivere la presenza di un familiare o di un caro estinto che, collegato in vita a una determinata persona, le è nuovamente accanto in quel momento davanti ad un pubblico affascinato dalla sua capacità mediatrice con l’Aldilà. Nei minuti precedenti la registrazione della seconda puntata del talk show, dietro le quinte Rosemary mi parve a disagio, tesa. Qualcosa sembrava preoccuparla. Le chiesi se andava tutto bene e lei si limitò a sorridermi, mentre la sua manager americana mi rassicurò. Sarebbe andata come sempre, ma così non fu. Non credo ci sia stato alcun concorso del Cicap, ma lo show al Parioli, a un certo punto, prese una piega inaspettata.

Maurizio Costanzo invitò la sensitiva a passare fra le file della platea e ovviamente molte mani si alzarono per chiedere alla Altea un consulto e un contatto con un proprio caro scomparso. Una ragazza si fece avanti e si avvicinò alla medium, che la scrutò e poi, senza esitazioni, disse di vedere accanto alla giovane la figura di un uomo. Emozionatissima, la ragazza la pregò di stabilire una comunicazione e la Altea fece da tramite, dicendole che quell’entità era suo padre, il quale desiderava confortarla e rassicurarla. Una spettacolare messinscena. La Altea era caduta in un puerile tranello. Il padre della ragazza non era affatto morto!

Tornata sul palco, assieme agli altri ospiti, Rosemary Altea più che contrariata era visibilmente scossa e ammutolita. Non ottenendo risposte da lei, Costanzo si rivolse a me e presi le difese della sensitiva americana, sottolineando che con quell’inganno si era cercato di screditare l’intera categoria degli operatori e degli studiosi del paranormale. Ma il rischio che corrono le grandi star della New Age sembra comunque lautamente ricompensato.  

Maurizio Baiata

Per essere aggiornati sulle attività editoriali di M. Baiata si consiglia di seguire il suo canale Youtube: https://www.youtube.com/@mauriziobaiatachannel

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di Maurizio Baiata – 16 Maggio 2025 – Articolo redatto nel Gennaio 2011 e qui aggiornato

STASERA, MERCOLEDI’ 16 LUGLIO 2025, PRIMA E SECONDA PUNTATA DELLA PRIMA STAGIONE DI THE WALKING DEAD, IN ONDA SU CIELO, CH. 26, ORE 21.20

Cinque Dicembre 2010. È sera e tra alcuni minuti andrà in onda via cavo in “prime time” sul canale AMC il sesto e ultimo episodio della prima stagione di “The Walking Dead” (TWD). Non posso perderlo. Primo, perché non ho alternative e non saprei dove andare. Uscire di sera dal motel dove alloggio da due settimane non è una grande idea. Intorno a questo dignitoso albergo della catena Best Western c’è il nulla di cemento di Mesa, contea di Maricopa, Stato dell’Arizona, vasto sobborgo a circa 20 miglia ad est del centro di Phoenix. Siamo nella East Valley dell’area metropolitana della capitale immersa in una valle nel deserto. Mesa è abitata prevalentemente da minoranze etniche che qui significano ispanici e le cui gang sono assi attive. La auto della polizia la pattugliano giorno e notte.

Mappa della zona di Mesa, fra Tempe e Gilbert, nella Grande Valle di Phoenix

Un avamposto urbano desolato e poco rassicurante percorso da stradoni e macchie di terra brulla con ai margini edifici bassi a facciate grigie e mura che si immaginano pericolanti. Considerato lo scenario da catastrofe planetaria, meglio non avventurarsi fuori dal motel, starsene rintanato in stanza ad attendere l’arrivo della cena cinese e prepararsi all’assalto di orde fameliche di zombie della serie televisiva.

Una scena de “La notte dei morti viventi”, il capolavoro di Romero del 1968.

Secondo, perché “The Walking Dead” corona gli incubi preferiti degli appassionati del genere e io sono uno di loro. Sfegatato fan sin dal 1968, quando le livide immagini in bianco e nero de “La Notte dei Morti Viventi” mi inchiodarono allo schermo di un cinema d’essai e intuii la grandezza di George Romero, capostipite e maestro indiscusso di un genere che ancora oggi, come i suoi interpreti-cadaveri, è duro a morire per davvero. Terzo, perché nel motel sono solo, chiuso nella mia stanza e nessuno potrà impedirmi di vedere l’episodio che chiude la prima stagione di un telefilm da infarto che neppure la Hollywood estrema di un crudo western alla Pechinpah, di uno sbilenco noir di Lynch, o un horror grottesco di Raimi, ha mai avuto il coraggio di produrre e proporre sugli schermi Tv.

L’ambientazione della serie voluta dal regista Frank Darabont è un incubo all’aria aperta che nulla lascia all’immaginazione. Il suo realismo è agghiacciante, il ritmo asfissiante, un continuo tira e molla del nodo scorsoio tale da farti attendere l’attacco dei morti viventi come una liberazione ogni volta. E sono loro, i “walkers” a rendere l’azione ancora più sospesa nel tempo e scarnificata, come è giusto, dato che l’apocalisse è già avvenuta e i sopravvissuti, i vivi e i morti che camminano devono vedersela con l’inferno in Terra. È vero, i capolavori di Romero, i claustrofobici “Night of the Living Dead” e il suo derivato di dieci anni dopo “Dawn of the Dead” (indegnamente intitolato “Zombi” nella versione italiana vietata ai minori di 18 anni nel 1978, con la colonna sonora dei Goblin) non sono certo una scampagnata fuori porta, ma in “TWD” le strade sono deserte, solcate da turbinii di vento tossico, affiancate da palazzi abbandonati, dietro i quali si nascondono ex umani dormienti che si risvegliano all’odore della carne di cui si nutrono e dalle loro bocche sventrate escono rantoli terrificanti che preannunciano la tua morte e, ahimé, anche il tuo accesso alla medesima condizione di cadaveri che deambulano e mordono e strappano la carne.

“Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra” è la frase cardine che Romero affida a uno dei protagonisti di “Zombi”, il nero attore Ken Foree, che ricorda il nonno che la ripeteva a mo’ di disperata litania, forse sincretica al culto afro-caraibico della macumba e dei rituali vodoo… Non c’è pace per i vivi che devono confrontarsi purtroppo con gruppi di viventi armati e cattivi, in quanto sopravvissuti allo sterminio globale forse causato da un virus biologico di origine sconosciuta, che una fonte infetta, appunto uno zombi, può trasmettere.

Passato è il tempo pionieristico del Romero cineasta sempre fiero della propria indipendenza da Hollywood e sempre campione di incassi, uno dei pochi profeti di un cinema povero ma intelligente, uno che ha fatto morire due volte miriadi di suoi zombies solo se decapitati o perforati nel cranio e che oggi deve riconoscere che allora aveva avuto ragione: l’inferno in Terra esiste veramente e questo è un pianeta ormai prigioniero del proprio destino e maledetto da chi lo abita, un’umanità priva di anima. Se il primo “La notte dei Morti Viventi” parve immediatamente inaccettabile per i benpensanti, allungandosi come un’ombra sul grande Paese che ancora non aveva digerito l’umiliazione del Vietnam, il monito del regista per un’America meno bigotta, meno razzista e persino pacifista significò anche che non avrebbe mai accettato alcun taglio, o censura ideologica alla sua pellicola. Egualmente, anche a “The Walking Dead” è stato impossibile imporre tagli alle scene più cruente che, guarda caso, vedono protagonisti umani contro umani. Sarebbe sacrilego e scollegato dalle ragioni che hanno decretato il suo enorme successo, non solo di pubblico.

Seguirne le vicende vivendole col fiato sospeso ad ogni scena, coglierne i significati reconditi al di là dell’orrore del sapere che sarà meglio non innamorarsi di Maggie o di Rick, perché gli Stati Uniti sono fatti di centinaia di milioni di esseri tutti diversi gli uni con gli altri, non hanno una coscienza collettiva da scuotere perché reagisca all’apatia e al controllo sociale da sempre dominante tranne che nelle pagine di rivoluzione pacifista del ’68 e di Woodstock. Nel cinema lo ha fatto Romero, nel media televisivo lo fanno i “walkers” di “The Walking Dead”, la più realistica delle metafore che possono descrivere l’uomo di oggi, un involucro svuotato di sentimenti ed emozioni, di discernimento e di empatia, un individuo che, come abbiamo visto con la pandemia Covid, non esita a condannare ogni diverso, da allontanare, relegare in un ghetto e, se non basta, da dare in pasto ad esseri mostruosi che sbucano dal nulla delle coscienze – o da laboratori sotterranei… chissà forse la metafora vi appare eccessiva, ma non importa. Importante sarebbe sapere chi o cosa ha generato il virus pandemico che trasforma gli esseri umani in zombie. Alla fine della prima stagione non lo sappiamo ancora. Ci auguriamo di scoprirlo in tempo per poterlo fermare. E la verità, purtroppo è inimmaginabile sia nella fiction sia nella realtà.

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di Maurizio Baiata – 16 Maggio 2025 – Articolo redatto nel Gennaio 2011 e qui aggiornato

Cinque Dicembre 2010. È sera e tra alcuni minuti andrà in onda via cavo in “prime time” sul canale AMC il sesto e ultimo episodio della prima stagione di “The Walking Dead” (TWD). Non posso perderlo. Primo, perché non ho alternative e non saprei dove andare. Uscire di sera dal motel dove alloggio da due settimane non è una grande idea. Intorno a questo dignitoso albergo della catena Best Western c’è il nulla di cemento di Mesa, contea di Maricopa, Stato dell’Arizona, vasto sobborgo a circa 20 miglia ad est del centro di Phoenix. Siamo nella East Valley dell’area metropolitana della capitale immersa in una valle nel deserto. Mesa è abitata prevalentemente da minoranze etniche che qui significano ispanici e le cui gang sono assi attive. La auto della polizia la pattugliano giorno e notte.

Mappa della zona di Mesa, fra Tempe e Gilbert, nella Grande Valle di Phoenix

Un avamposto urbano desolato e poco rassicurante percorso da stradoni e macchie di terra brulla con ai margini edifici bassi a facciate grigie e mura che si immaginano pericolanti. Considerato lo scenario da catastrofe planetaria, meglio non avventurarsi fuori dal motel, starsene rintanato in stanza ad attendere l’arrivo della cena cinese e prepararsi all’assalto di orde fameliche di zombie della serie televisiva.

Una scena de “La notte dei morti viventi”, il capolavoro di Romero del 1968.

Secondo, perché “The Walking Dead” corona gli incubi preferiti degli appassionati del genere e io sono uno di loro. Sfegatato fan sin dal 1968, quando le livide immagini in bianco e nero de “La Notte dei Morti Viventi” mi inchiodarono allo schermo di un cinema d’essai e intuii la grandezza di George Romero, capostipite e maestro indiscusso di un genere che ancora oggi, come i suoi interpreti-cadaveri, è duro a morire per davvero. Terzo, perché nel motel sono solo, chiuso nella mia stanza e nessuno potrà impedirmi di vedere l’episodio che chiude la prima stagione di un telefilm da infarto che neppure la Hollywood estrema di un crudo western alla Pechinpah, di uno sbilenco noir di Lynch, o un horror grottesco di Raimi, ha mai avuto il coraggio di produrre e proporre sugli schermi Tv.

L’ambientazione della serie voluta dal regista Frank Darabont è un incubo all’aria aperta che nulla lascia all’immaginazione. Il suo realismo è agghiacciante, il ritmo asfissiante, un continuo tira e molla del nodo scorsoio tale da farti attendere l’attacco dei morti viventi come una liberazione ogni volta. E sono loro, i “walkers” a rendere l’azione ancora più sospesa nel tempo e scarnificata, come è giusto, dato che l’apocalisse è già avvenuta e i sopravvissuti, i vivi e i morti che camminano devono vedersela con l’inferno in Terra. È vero, i capolavori di Romero, i claustrofobici “Night of the Living Dead” e il suo derivato di dieci anni dopo “Dawn of the Dead” (indegnamente intitolato “Zombi” nella versione italiana vietata ai minori di 18 anni nel 1978, con la colonna sonora dei Goblin) non sono certo una scampagnata fuori porta, ma in “TWD” le strade sono deserte, solcate da turbinii di vento tossico, affiancate da palazzi abbandonati, dietro i quali si nascondono ex umani dormienti che si risvegliano all’odore della carne di cui si nutrono e dalle loro bocche sventrate escono rantoli terrificanti che preannunciano la tua morte e, ahimé, anche il tuo accesso alla medesima condizione di cadaveri che deambulano e mordono e strappano la carne.

“Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra” è la frase cardine che Romero affida a uno dei protagonisti di “Zombi”, il nero attore Ken Foree, che ricorda il nonno che la ripeteva a mo’ di disperata litania, forse sincretica al culto afro-caraibico della macumba e dei rituali vodoo… Non c’è pace per i vivi che devono confrontarsi purtroppo con gruppi di viventi armati e cattivi, in quanto sopravvissuti allo sterminio globale forse causato da un virus biologico di origine sconosciuta, che una fonte infetta, appunto uno zombi, può trasmettere.

Passato è il tempo pionieristico del Romero cineasta sempre fiero della propria indipendenza da Hollywood e sempre campione di incassi, uno dei pochi profeti di un cinema povero ma intelligente, uno che ha fatto morire due volte miriadi di suoi zombies solo se decapitati o perforati nel cranio e che oggi deve riconoscere che allora aveva avuto ragione: l’inferno in Terra esiste veramente e questo è un pianeta ormai prigioniero del proprio destino e maledetto da chi lo abita, un’umanità priva di anima. Se il primo “La notte dei Morti Viventi” parve immediatamente inaccettabile per i benpensanti, allungandosi come un’ombra sul grande Paese che ancora non aveva digerito l’umiliazione del Vietnam, il monito del regista per un’America meno bigotta, meno razzista e persino pacifista significò anche che non avrebbe mai accettato alcun taglio, o censura ideologica alla sua pellicola. Egualmente, anche a “The Walking Dead” è stato impossibile imporre tagli alle scene più cruente che, guarda caso, vedono protagonisti umani contro umani. Sarebbe sacrilego e scollegato dalle ragioni che hanno decretato il suo enorme successo, non solo di pubblico.

Seguirne le vicende vivendole col fiato sospeso ad ogni scena, coglierne i significati reconditi al di là dell’orrore del sapere che sarà meglio non innamorarsi di Maggie o di Rick, perché gli Stati Uniti sono fatti di centinaia di milioni di esseri tutti diversi gli uni con gli altri, non hanno una coscienza collettiva da scuotere perché reagisca all’apatia e al controllo sociale da sempre dominante tranne che nelle pagine di rivoluzione pacifista del ’68 e di Woodstock. Nel cinema lo ha fatto Romero, nel media televisivo lo fanno i “walkers” di “The Walking Dead”, la più realistica delle metafore che possono descrivere l’uomo di oggi, un involucro svuotato di sentimenti ed emozioni, di discernimento e di empatia, un individuo che, come abbiamo visto con la pandemia Covid, non esita a condannare ogni diverso, da allontanare, relegare in un ghetto e, se non basta, da dare in pasto ad esseri mostruosi che sbucano dal nulla delle coscienze – o da laboratori sotterranei… chissà forse la metafora vi appare eccessiva, ma non importa. Importante sarebbe sapere chi o cosa ha generato il virus pandemico che trasforma gli esseri umani in zombie. Alla fine della prima stagione non lo sappiamo ancora. Ci auguriamo di scoprirlo in tempo per poterlo fermare. E la verità, purtroppo è inimmaginabile sia nella fiction sia nella realtà.

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di Maurizio Baiata – 2 Maggio 2025

Appare assurdo che a decidere le sorti di una nazione, di un intero continente, persino del genere umano, siano apparati occulti che si servono dei militari per portare a compimento i loro progetti di dominio globale. Accade da sempre. Nell’estate del 1947 i plenipotenziari che si assoggettarono al Piano del Generale statunitense George Marshall al fine di risollevare le condizioni dei loro Paesi dissanguati e affamati dalla guerra, accettarono la spartizione dell’Europa (andrebbe detto del vecchio continente), consentendone il disfacimento e la sottomissione delle popolazioni, consegnati poi nelle mani dei vincitori. La storia del Dopoguerra d’Italia lo dice chiaramente. E oggi? I due territori, focolai e nuclei degli attuali conflitti, uno mediorientale, uno europeo, saranno anch’essi spartiti, con il placet dei militari e delle strutture che dalla loro opera di distruzione guadagnano e delle logge e apparati segreti con i quali tutto ciò era stato pianificato. La questione UFO rientra da sempre e perfettamente in quest’ottica. Vediamo come tutto abbia avuto inizio e sia stato orchestrato. Primi anni ’40: constatazione dell’esistenza del fenomeno e di interazioni aliene nei cui confronti nessuno si può opporre, neppure le onnipotenti religioni monoteiste. Seconda metà degli anni ’40: si constata l’apparente supremazia statunitense rispetto ai sovietici nel controllo della questione UFO/Alieni. Anni ’60: viene attuata la copertura totale della questione UFO/ET, da parte di entrambe le superpotenze, usando in primis lo specchietto per le allodole della corsa allo Spazio, che sì consente alla gente di guardare ai cieli, ma certamente non in attesa dell’arrivo dei dischi volanti da Marte.

A destra, il Presidente Harry Truman, con l’Ammiraglio James Forrestal, che fece parte del MJ-12.

Negli USA il meccanismo si mise in moto per volere del Presidente Harry Truman attraverso l’istituzione del gruppo Majestic 12, che disponeva di mezzi illimitati per instaurare un sistema di segretezza assoluta e dava in pasto al mondo un cumulo di menzogne. Lo storico Richard Dolan nel suo “UFO’s and National Security State” così ha inquadrato questo cruciale periodo: “Supponiamo che negli anni ‘40 il presidente Truman sia stato informato dell’esistenza sulla Terra di esseri alieni intelligenti e che una o più delle loro navicelle fosse stata recuperata dai militari. C’è da scommettere che avrebbe tenuto segreta tale conoscenza. Dopo tutto, per un’America che mai ha spartito con il resto del mondo le proprie conquiste tecnologiche in campo nucleare, questo (gli UFO, N.d.R.) avrebbe rappresentato qualcosa di ben più avanzato e potente. Logicamente, secondo la nostra ipotesi, Truman avrebbe raccolto un gruppo di consiglieri per decidere la linea di condotta. Il segreto sull’esistenza di questi consulenti andava mantenuto, anche per il Congresso. Perché non appena il mondo avesse saputo che una tecnologia così impressionante era in possesso americano, sarebbe stato solo questione di tempo prima di doverla condividere. Nel frattempo, era necessario studiare la miriade di implicazioni connesse a tale dirompente divulgazione: se si trattava di esseri amichevoli, oppure ostili; a quale livello avrebbe potuto diffondersi il panico; quanto vulnerabili sarebbero divenuti i comparti industriali o gli interessi finanziari. In tutta certezza, mantenere il segreto sembrava l’opzione più sicura, almeno a breve termine”.

Richard Dolan, con Paola Harris e a sinistra si scorgono Don Schmitt, Alfred Webre e Steve Bassett.

Con la presidenza Eisenhower (1953-1961) il sistema di segretezza si consolidò a tal punto da divenire imbarazzante persino per i vertici di Washington. E divenne ancora più scomodo all’avvento di John Fitzgerald Kennedy, eliminato prima che riuscisse a far valere una politica di trasparenza in un Paese dominato dalle corporation e che il resto del mondo aveva già definito un’economia imperialista. Un’ampia documentazione comprova come fosse nelle intenzioni di Kennedy opporsi alla macchina della segretezza e ai suoi addentellati malavitosi e guerrafondai e, per questo, si rendesse necessaria la sua eliminazione. Il sospetto che questo fu attuato prima che il presidente mettesse realmente mano alla questione UFO è fondato. In ogni caso, se si giunge a uccidere un Presidente degli Stati Uniti, imporre il silenzio a qualunque testimone ufologico appare un gioco da ragazzi, per i servizi segreti. Ci vuole comunque il pelo sullo stomaco, ovvero disprezzare la vita altrui, per sottoporre soggetti che hanno “vissuto esperienze” a un trattamento che li costringa almeno a “dimenticare”. E viene da chiedersi quali siano i denominatori comuni caratterizzanti gli individui che compiono questi crimini: in qualche modo associabili ai “Men in Black” della storia ufologica, se il loro identikit non è possibile, esiste un modello psicopatologico cui appartengono, o per il quale vengono scelti? Hanno un background etnico, un credo religioso, o una visione politica, che giustificano nei recessi della loro coscienza (se ne hanno una) tali loro attività? Dagli anni ‘50 ad oggi chiunque si sia alternato sui gradini più alti delle piramidi del potere politico, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Gran Bretagna all’Italia, dalla Cina al Canada, che fosse conservatore o liberale, ebreo o musulmano, animista o satanista, comunque per questo chiunque gli UFO e la questione aliena andavano messi a tacere. La segretezza, soleva dire il colonnello Philip Corso, “è deplorevole ma necessaria” e non mi si venga a dire che a prendere le decisioni e a portare avanti un gioco tanto perverso siano imprecisati sistemi “burocratici” sovranazionali. Affermarlo nasconde un fine: quello di sviare la nostra attenzione dalla verità. Il “j’accuse” va fatto in primis nei confronti delle persone nella catena di comando al cui vertice esecutivo stazionano gli apparati militari. Punto primo. Un testimone scomodo non viene sequestrato e cementato nelle fondamenta di un palazzo in costruzione per ordine di semplici “passacarte”. No. E neppure un Presidente USA crivellato dai colpi di più killer, fra i quali – forse – lo stesso suo autista al volante di quella Lincoln nera.

A impartire gli ordini ci vogliono gruppi super potenti come il Majestic 12, e assassini di professione che li eseguono portando a termine la missione. Porranno in evidenza un capro espiatorio, come Lee Harvey Oswald o, nel caso dei testimoni UFO, inventeranno trame talmente assurde da essere spiegate solo prosaicamente: morte accidentale o suicidio, come nel caso dell’ammiraglio Forrestal, fatto passare per un allucinato affetto da turbe psichiche. I burocrati non si sporcano le mani. Loro sono intoccabili, lavorano per il bene del popolo e dispongono di una rete di complicità che include ambienti e personaggi politici che per l’opinione pubblica hanno le mani pulite e dei quali si conoscono identità, lo stato di famiglia e gli incarichi che svolgono. I burocrati, possono apparire alla luce del sole, ma agiscono nella totale segretezza. Quindi, i veri responsabili del cover-up sugli UFO non siedono a Washington o a Palazzo Chigi, ma sono altri individui, marionette mosse da fili invisibili. Punto secondo. A mia memoria, nessun organo (o singolo soggetto) rappresentativo di un potere politico o industriale, è in grado di operare autorevolmente in campo ufologico senza avere al suo servizio i veri terminali, i “killer della divulgazione della verità”. Costoro sono inquirenti e studiosi della materia, che fungono da parafulmine e agiscono in un mondo dove dominano inganni e doppi giochi, siedono a tavoli attorno ai quali pasteggiano bari e spie, alti ufficiali e guru spiritualisti, scienziati e giornalisti famosi e, ovviamente, diffamatori di professione.

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di Maurizio Baiata (articolo aggiornato da un originale co-firmato da Adriano Forgione)

IL VIDEO COMPLETO “GLI UFO FILES SEGRETI DEL KGB” È SUL MAURIZIO BAIATA CHANNEL

In merito all’autenticità dei filmati inseriti nel programma della TNT “The KGB Secret UFO Files” non possiamo affermare che i filmati sono autentici, né che la nostra ricerca sia stata infondata. Ci siamo attenuti alla più obiettiva esposizione giornalistica dei fatti, riportando il parere degli esperti internazionali che avevano avuto l’opportunità di esaminare le diverse scene, sottolineando la necessità di approfondire lo studio di un materiale tanto clamoroso.

La copertina del n. 22 di Notiziario UFO, pubblicato nel Novembre 98.

È stata nostra cura presentare i filmati in pubblico solo in occasione di convegni ufologici (a Cagliari e a Pisa), esponendone gli aspetti più controversi e lasciando al pubblico la totale libertà di giudizio, indipendentemente dal dibattito in corso. Sinora, nessuno ha provato né che i filmati siano falsi, né che siano autentici. Fra gli esperti coinvolti dalla produzione della TNT il tecnico cine-fotografico russo Sergei Goncharov, a giudicare dai marchi, i codici e le scritte impressi in testa alla pellicola (16 millimetri, colore, tipo A-2), le pellicole corrisponderebbero ad un girato risalente al marzo 1969 e proverrebbero dagli Archivi del KGB. Ovviamente, disponendo di pellicole originali sovietiche della fine anni Sessanta sarebbe stato agevole produrre simili filmati con le attuali tecniche video. Ma, stranamente, nessuno si è fatto avanti per contestare l’analisi di Goncharov. Di notevole importanza risultano le riprese aeree che mostrano UFO che si fondono e gli scramble tra i caccia Mig e gli oggetti sigariformi ripresi dalle Gun Cameras.

La cover del n. 2 del Gennaio 1999 di Notiziario UFO dedicata ai filmati aerei del KGB.

Il nostro parere è che tali materiali del KGB, presentati dalla statunitense TNT, un network culturale associato alla potentissima CNN di Ted Turner – facciano parte di una strategia dell’intelligence, un misto di informazione e disinformazione avviato da molti anni attraverso i media. Un esperimento sociologico, condotto attraverso un affidabile mezzo televisivo, coinvolgente un ampio campione di popolazione. L’impatto psicologico della notizia di un UFO precipitato nella ex Unione Sovietica, sarebbe di minore portata di una Roswell e chiamerebbe in causa i Russi, anziché gli Americani. Dunque qualcuno, ovvero la regia nascosta di una simile messinscena, avvalendosi di un team ben preparato in campo ufologico, potrebbe aver architettato gli eventi utilizzando materiale sovietico d’archivio e/o ricostruendo la situazione in un set cinematografico. È già avvenuto, a torto o a ragione, come con i documenti MJ-12, i filmati autoptici di Santilli, il caso Guardian, l’intervista o interrogatorio dell’Alieno, il video di Las Lomas… Ma allora, dove sono gli autori del falso? Spariti nel nulla, nonostante l’enorme pubblicità che ne avrebbero ottenuto.

L’articolo originale proposto in queste pagine e apparso su Notiziario del Febbraio 99.

Abbiamo interpellato i produttori del documentario TNT ponendo loro una serie di importanti quesiti. Le risposte si sono rivelate insoddisfacenti. Qui possiamo riferire in sintesi le dichiarazioni dei diversi ricercatori internazionali da noi interpellati. Due le ipotesi ancora preliminari. La prima: forse, una così dirompente fase di “UFO Glasnost” russa è giunta inattesa e ha colto impreparati la maggioranza dei ricercatori. La seconda: se questo materiale mostra realmente ciò che potrebbe essere accaduto a Sverdlovsk nel 1969, ed è davvero uscito da un archivio segreto del KGB, allora potremmo attenderci l’entrata in scena di altri personaggi, non necessariamente russi, ma collegati agli apparati di spionaggio internazionale, pronti a tuonare contro tali filmati.

COSA NE PENSANO GLI ESPERTI DA NOI INTERPELLATI

Michael Lindemann (USA): sono personalmente convinto, basandomi su diverse fonti di cui non posso fare i nomi ora, che il filmato è interamente una fabbricazione. Credo (anche se non posso provarlo) che la produzione lo sapesse sin dall’inizio e potrebbe aver realizzato il footage dal nulla.

Boris Shurinov (Russia): È un falso organizzato dagli Americani per screditare l’ufologia russa. Posso provare che la fibbia dei cinturoni dei militari non corrisponde a quelle allora di ordinanza, e che i certificati di morte dei tre medici sono stati falsificati.

Anton Anfalov: dispongo di una serie di dettagli in merito all’evento, ma non sono comprovabili. Se fosse una contraffazione, è comunque molto vicina ad una verità tenuta celata dal KGB, dai militari russi e dal Governo. Se è un falso premeditato, è stato realizzato per screditare sia un possibile vero UFO crash avvenuto nelle vicinanze, sia tutti gli altri UFO crash russi.

Antonio Huneeus (Cile): dispongo di elementi sufficienti a farmi oggi dichiarare che per me si tratta di un grandioso falso.

Alex Hefman (USA, ex URSS): ho tutte le prove che si tratta di un falso.

Michael Wolf (USA): l’incidente accadde esattamente nel periodo descritto nel documentario, noi ne fummo informati.  Il filmato è di origine sovietica e per me è autentico. Ma le testimonianze sono dubbie. La strategia è far vedere due cose buone e una fasulla.

Michael Hesemann (Germania): il materiale è falso, si vede che la scena del recupero è un set cinematografico e sostengo pienamente le idee di Shurinov.

Gildas Bourdais (Francia): Mi riservo un parere dopo aver ottenuto migliori risultati di analisi, ma propendo per il falso.

Candida Mammoliti (Svizzera Italiana): il fatto stesso che il programma sia presentato da Roger Moore dimostra che si tratta di un’operazione commerciale priva di fondamento.

Stanton Friedman (Canada): ho ricevuto una telefonata da persona rimasta anonima, che afferma di disporre delle prove della contraffazione. Non posso aggiungere altro a quanto dichiarato nel corso dell’intervista fattami dalla TNT, vale a dire che il materiale resta per me valevole di ulteriori analisi.

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