
Di Maurizio Baiata – 9 Settembre 2026
Premessa
L’articolo che qui potete leggere dalle sue pagine originali, fu pubblicato come cover story del numero di Novembre 1983 del mitico periodico “La Follia di New York”, fondato nel 1893. L’ho scritto durante una pausa dal mio lavoro in redazione al Progresso Italo Americano e il Direttore de “La Follia” mi incaricò di stilare un ritratto del grande campione del mondo di boxe Ray “Boom Boom” Mancini, allora all’apice della carriera. Il mio stile di scrittura risentiva molto della prosa fluviale stile “Rolling Stone” per me affascinante. Era un momento cruciale della vita e della carriera di Ray “Boom Boom” Mancini, allora re indiscusso dei pesi leggeri WBA. Aveva conquistato il titolo nel Maggio 1982 contro Arturo Frias e rappresentava il simbolo del riscatto della classe operaia e della comunità italoamericana. Ray aveva difeso vittoriosamente il titolo nel Settembre 1983 contro Orlando Romero, un match entusiasmante da cui scaturva la necessità di raccontare Mancini sul piano umano, soprattutto perché la carriera di Mancini aveva subito un brutto stop un anno prima, in seguito alle tragiche conseguenze del suo match contro Duk Koo Kim, il 13 novembre 1982 sul ring del Caesars Palace di Paradise, in Nevada. Al quattordicesimo round, dopo un combattimento durissimo, Mancini colpì Kim con un gancio destro devastante che mandò il suo avversario al tappeto. Il coreano entrò in coma a causa di un trauma cranico e morì quattro giorni dopo. La madre di Kim si tolse la vita pochi mesi dopo, così come l’arbitro dell’incontro, Richard Green, che si suicidò il primo luglio 1983. Arrivavo quindi a quella intervista con l’incoscienza dei miei anni – anche se ne avevo già 32 – che mi diceva di cancellare quel ricordo. Ray portava ancora il peso psicologico della morte di Kim, ma era un “fighter”, un combattente e quello era il mestiere che il destino gli aveva riservato.



Ritiro al Grossinger, la “Mecca” dei campioni di boxe
Mancini lo intervistai di nuovo alla vigilia del suo secondo incontro contro il giamaicano Livingstone Bramble, che gli aveva strappato il titolo. La location era il Grossinger’s Resort, imponente struttura che si ergeva a Liberty, nell’Upstate New York, sulle Catskill Mountains. Lo raggiunsi a bordo di un pullman con a bordo la crema dei giornalisti sportivi americani, firme di Sports Illustrated, del New York Times e del Daily News, e nessuno di loro avrebbe scommesso dieci centesimi su di lui, nonostante lo ammirassero, aveva infatti sconfitto in due round Bobby Chacon e il fortissimo Alexis Arguello.


Ray amava allenarsi lontano da tutto e al Grossinger aveva stabilito il suo quartier generale dove era giunto nell’inverno dell’84, deciso a riprendersi il titolo mondiale dei pesi leggeri perso nel primo incontro a Buffalo qualche mese prima per KO tecnico alla quattordicesima ripresa. Bramble era un osso durissimo, superiore per allungo, tenuta, freddezza nel portare spietatamente i colpi a qualunque distanza. Una macchina da guerra e il secondo match che si sarebbe disputato a Reno, in Nevada il successivo febbraio era da… dentro o fuori e fine della storia. L’entourage di Ray sperava in un miracolo. In quei mesi, Bramble non gli aveva risparmiato insulti e prese in giro, che Mancini aveva a malapena digerito, ossessionato dal ricordo della sconfitta e infastidito da una leggera abrasione alla palpebra sinistra che poi lo avrebbe un po’ condizionato sul ring. L’incontro durò 15 round. Nessuno dei due riuscì a stendere l’avversario, ma Bramble era stato superiore e aveva vinto ai punti. Mancini, a soli 23 anni, annunciò il suo primo ritiro ufficiale dalle scene. Il suo cuore non avrebbe retto altri colpi e altre sofferenze sul ring. Quella al Grossinger non fu una vera intervista. Fu un breve incontro durante una pausa di lavoro, fra le flessioni e le pose per i fotografi, insomma giusto un saluto e poche parole, sull’Italia, su New York e sulla famiglia che lo aveva sempre sostenuto.


Il ritratto che emerge dal mio articolo, che qui vi sottopongo riproducendo le pagine originali de “La Follia”, credo fotografi uno dei pugili più umani e generosi della storia della boxe, incapace di negarsi ai giornalisti, specialmente a quelli che rappresentavano le sue radici italiane. Ray “Boom Boom” Mancini oggi ha 65 anni.

Nota: Nell’apertura dell’articolo, viene citata una frase di un famoso scrittore e arbitro di pugilato statunitense, il cui vero nome era Nat Fleischer.


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