di Maurizio Baiata
18 Luglio 2026
La questione delle “ricadute tecnologiche” dell’incidente di Roswell emersa dal libro del colonnello Philip J. Corso “The Day After Roswell” (“Roswell il Giorno Dopo”, seconda edizione italiana, Verdechiaro 2018) innescò una reazione a catena che coinvolse agguerriti giornalisti investigativi e i vertici di società americane legate al mondo della comunicazione. Prima fra tutte, la compagnia telefonica Bell. Lo confermò lo stesso Colonnello Corso, per il quale il vero ruolo della American Computer Company (ACC) di Cranston, New Jersey, rappresentava solo la prima “spina nel fianco” dell’establishment politico-industriale americano. “C’è dell’altro, ma per il momento preferisco non rilasciare dichiarazioni e credo comunque che dalle pagine del mio libro si possa già desumere una quantità di materiale molto interessante”.
Intanto, un capitolo di “The Day After Roswell” è dedicato alla questione del “chip – circuito integrato e agli sviluppi delle prime ricerche sui semiconduttori attraverso la miniaturizzazione, sino all’attuale stato dell’arte dell’informatica moderna (dal 1947 al 1980 si sono avuti i massimi progressi). Ma, secondo Corso, all’epoca fu essenziale il coinvolgimento degli scienziati impegnati ad Alamogordo con l’Esercito e dei ricercatori dei laboratori Bell. Corso partecipò quindi a riunioni con il Generale Nathan Twining, gli scienziati Hermann Oberth, Wernher von Braun e Hans Kholer, nonché Vannevar Bush, componente di spicco del Majestic-12.

La ACC e la Bell Telephone Company
A seguito delle prime sperimentazioni di retroingegneria, l’intrico di circuiti scoperti sullo scafo alieno recuperato a Roswell fece ipotizzare una sorta di “sistema nervoso” dello scafo, capace di emettere segnali e trasmettere comandi proprio come l’apparato neurologico umano. Ne derivò l’invenzione del Transistor, che per Corso non fu un miracolo, anche se, rispetto alla struttura dell’astronave aliena e al suo funzionamento non venne fatto alcun progresso, giacché a suo dire la “macchina” funzionava in simbiosi con il corpo stesso dell’EBE che era a bordo. E, su questo, l’impasse dei tecnici e dei super esperti della R&D (Research & Development) dell’Intelligence del Pentagono, dell’Air Technical Department di Wright-Patterson e di tutti i laboratori, segreti o meno e connessi a queste sperimentazioni, sarebbe stata a lungo totale.

La Bell Telephone Company, società di telecomunicazioni fondata da Alexander Graham Bell e antesignana della AT&T-American Telephone & Telegraph Company, è stata fra le aziende che nei primi anni Sessanta furono interpellate da Corso. A seguire, ne avrebbe egualmente usufruito la American Computer Company (ACC). Jack Shulman, il presidente della ACC, ai primi di Settembre del 1997 dichiarava via Internet di non poter rispondere a ciò che si affermava nel libro del Colonnello Corso, ovvero il coinvolgimento della ACC nell’industrializzazione dei microchip, in quanto per lui si trattava di rivelazioni totalmente inaspettate. Pur non avendone preso le distanze, la American Computer non ha mai confermato né smentito la sostanza delle rivelazioni di Corso su Roswell, la nave spaziale e soprattutto i Laboratori della Bell.

Così parlò Philip Corso
Nel virgolettato, tratto da una mia intervista al colonnello, apprendiamo le caratteristiche principali del “funzionamento” sinergico fra la E.B.E. e la struttura della sua macchina volante.
«Nella nostra atmosfera un UFO subisce un’influenza, a causa della struttura atomica che lo circonda. L’oggetto produce ed emana un alone di plasma al suo esterno e, come ha detto Herman Oberth, avendo una struttura esterna elettromagnetica, l’oggetto attraversa l’aria del nostro mondo e raccoglie la propria energia – usando le parole di Einstein “lo spazio è una struttura fatta di atomi che raccoglie gli atomi dallo spazio”. Questa influenza si esplica sullo scafo per un tempo più lungo rispetto al corpo degli occupanti. Ritengo che il nostro mondo rappresenti una grande fonte di energia elettromagnetica per le astronavi. L’extraterrestre è leggermente diverso.

I loro corpi, dal punto di vista cellulare sono composti come quelli umani. Ma la loro struttura è protetta da un contesto metallico, che consente la sopravvivenza nello spazio, perché lo spazio brillante emette energia, colpendo costantemente lo scafo, creandovi dei buchi. Diciamo che la struttura corporea ha una forza maggiore, che durerà per alcuni anni in più. Si tratta di una struttura quasi biologica, nella quale l’extraterrestre è inserito, ma con un po’ più di forza rispetto alle necessità degli esseri che, va ricordato, sono clonatori, sono esseri che hanno costruito quelle macchine appositamente prevedendovi l’inserimento dei cloni. La stessa nave è una sorta di macchina biologica, per via della sua struttura atomica e cellulare, ed è creata con maggiore forza per offrire maggiore resistenza e proteggere gli esseri. Quando uno di essi visita il nostro mondo indossa una pellicola che aderisce perfettamente al corpo, una combinazione di volo fatta di un materiale simile all’epidermide. Tale protezione noi l’abbiamo trovata. La pelle e la protezione sono allineate atomicamente al fine di respingere le radiazioni e gli effetti nocivi, come i raggi cosmici. Inoltre, non respirando aria, un essere che giunga ancora vivo nel nostro mondo, dovrà indossare un tipo di elmetto e non potendo parlare, perché non ha corde vocali, avrà un intensificatore di trasmissione del pensiero, qualcosa che forse gli consente di comunicare.»


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