Di Maurizio Baiata – 1 Giugno 2026
Nel Dicembre 2008 usciva nelle sale italiane, in contemporanea mondiale, “Ultimatum alla Terra” (“The Day Earth Stood Still”) diretto da Scott Derrickson, remake della omonima pellicola di Robert Wise del 1951. Lo vidi, in compagnia di Adriano Forgione, sprofondato in una comoda poltrona di una saletta dell’Anica a Roma. Era una proiezione in anteprima per un pubblico selezionato fra giornalisti di spettacolo, ufologi di varia levatura, c’era persino il mio vecchio collega e critico musicale Dario Salvatori, quello sempre vestito a colori sgargianti. Appena spente le luci, un addetto alla sicurezza passò accanto alle file degli spettatori scrutando con un visore a infrarossi ad evitare che qualcuno riprendesse anche un solo fotogramma.

In tempi in cui la tecnologia cinematografica già usufruiva della computer grafica, non ancora della intelligenza artificiale e tutto doveva emozionare, spettacolarizzare, rendere rapido, squassante e soprattutto illogico. Rispetto ai tempi dilatati, sofferti e didascalici della narrazione di Wise, mente in bianco e nero seguita a distanza ravvicinata dal Pentagono, al nuovo “Ultimatum alla Terra” interpretato da Keanu Reeves, mancava la maestosa discesa del disco volante e il poetico atterraggio sullo spiazzo davanti la Casa Bianca, ma poco male, il micidiale “Mars Attacks” aveva tolto ogni speranza già una dozzina di anni prima.
Il Presidente è un filo telefonico
Nell’“Ultimatum” di Derrickson c’è nuovamente una donna, la scienziata interpretata da Jennifer Connelly che nel ruolo originale di Patricia Neal interagisce con l’alieno Klaatu. Ne percepisce il valore morale, superiore a quello dei comuni terrestri. Non si sa da quale pianeta provenga, ma partito da 400 milioni di chilometri fuori dal nostro sistema solare, ha raggiunto la Terra. Klaatu rappresenta la Confederazione Galattica, unione interplanetaria che ha eliminato le guerre affidando il controllo della sicurezza a potentissimi robot distruttori, come Gort. Nel film c’è una fase preparatoria, che ci fa intuire che non siamo soli nell’Universo e che il Contatto, quando avverrà, ci lascerà a bocca aperta, mozzerà il fiato degli allibratori di Wall Street, farà crollare le economie, metterà in discussione il potere, quello ufficiale, che è sempre Washington ad amministrare, ma senza poter gestire la situazione. Infatti, il Presidente USA mai si vedrà, è un filo telefonico, al quale Kathy Bates-Segretario di Stato si avvinghia fino alla fine, inutilmente. “Lack of power” si direbbe, assenza di autorità e capace di affrontare la questione solo con le armi. “Prima spari e poi chiedi chi sei” e infatti questo accade. Non ci sono balsami per il cuore. C’è persino un papa Ratzinger benedicente, presenza furtiva giustificata dalla filosofia dell’accoglienza cosmica in nome di un credo dogmatico.

Klaatu e il torreggiante Gort rappresentano un sistema di controllo e non sono in missione di pace. Klaatu è un essere puro, nato da clonazione, ma lo strano, obliquo e irrisolto che ci controlla è già fra di noi sotto le spoglie umane di un anziano cinese, del quale nulla si saprà neppure nel finale. Il nostro destino appare invece chiaro già nella parte centrale della pellicola: all’impossibilità di perdonare l’uomo per quanto egli compie su questo pianeta, si oppone la fermezza della punizione taumaturgica che ci attende. Tanto, non ne siamo consapevoli, nessuno lo è di nulla in questa vicenda. Neanche Klaatu, energia di luce che si installa in un involucro biologico e il cui processo di umanizzazione non si completerà, perché la sua frequenza si compenetra con la Sfera, non con la carne.
Una pellicola a paradigma galattico
D’altra parte, il film non parla di un contatto programmato e gestibile come in “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”. Manca anche il tramite, la scala pentatonica di Kodàly che ci fa riconoscere agli Alieni come degni di un incontro. La musica scelta da Derrickson è effettistica, non ha significati ed è priva di struttura. Il che non corrisponde al progetto di “trasmissione spaziale” annunciato dalla Twentieth Century Fox al fine di entrare nella Storia trasmettendo il primo film, per intero, nello spazio profondo. “L’idea è di dimostrare agli Alieni che la Terra accetta l’idea di visitatori dallo spazio” aveva dichiarato Jim Lewis, Direttore esecutivo della Deep Space Communications Network, compagnia composta da un gruppo di ingegneri radiotelevisivi ed esperti della comunicazione. Come dire, una pellicola a paradigma galattico: in coincidenza con l’uscita nelle sale, tutte le immagini furono inviate con un’antenna parabolica di cinque metri verso una possibile civiltà orbitante intorno al sistema stellare di Alpha Centauri, i cui abitanti avranno potuto vederlo prima del 2012, un’apocalisse mai verificatasi. Chissà se lo hanno mai visto. Filosoficamente, il film non scende nella spirale interiore, sale sulla superiore mostrandoci che il solo essere degno di entrarci è l’Alieno Klaatu/Reeves. In questo, nel suo addio alla Terra, se ne tornerà a casa più morto che vivo… brutta esperienza, in fondo.

Gli scienziati del Caltech
Da un punto di vista scientifico la pellicola però fa riflettere. Invitati al campus del California Institute of Technology per una conferenza stampa con dibattito pre-proiezione con la fisica delle particelle Maria Spiropulu, l’astrofisico statunitense Sean Michael Carroll e l’ingegnere e specialista di robotica Joel Burdick, Keanu Reeves e il regista Scott Derrickson sono stati applauditi per le buone intenzioni. Ormai la scienza sembra obbligata ad accettare l’idea che non siamo soli e, in ragione del disgregarsi delle proprie certezze potrebbe guardare alla questione del Contatto non più con il solito sarcastico miserere. In effetti, il monito originale di Klaatu (mediato prima agli scienziati) nel famoso discorso rivolto ai terrestri, nella rivisitazione di Derrickson non c’è. Si capisce solo che gli Americani hanno altro a cui pensare e glielo puoi spiegare in tutte le salse, tanto non ti prestano ascolto. Egualmente, è difficile cogliere le parole “Klaatu Barada Nikto” (“Sono ferito, aiutami, ma non distruggere”) che il robot Gort pronunciava nel film di Wise, una sorta di litania d’uso comune negli anni Cinquanta, mentre ora sono un sussurro di Klaatu ferito che ordina a Gort di “non intervenire”.

Appena usciti dalla anteprima, Dario Salvatori disse a voce anche piuttosto alta: “Che moralismo! Vinciamo sempre noi!”. Non mi sembrò affatto una battuta opportuna. Da “Ultimatum alla Terra” i terrestri non escono affatto vincitori… le inarrestabili cavallette robot (nanotecnologie letali) hanno fatto piazza pulita di flora, fauna e cemento e quindi, se un monito c’è, è che per i controllori di un’ipotetica Federazione interplanetaria siamo impotenti di fronte alla punizione celeste. Per questo è più giusto lasciare a casa il sogno del primo “Ultimatum alla Terra” del 1951, prima di andare a vedere il nuovo Spielberg di “Day of Disclosure” con la consapevolezza e il disincanto dei giorni nostri.


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