di Maurizio Baiata – 8 Maggio 2026
Bob Lazar è stato il primo “insider”, oggi diremmo “whistleblower”, a rivelare di aver lavorato alla retroingegneria di un disco volante, che aveva soprannominato “Sport Model”, ovvero a tecnologie presumibilmente extraterrestri nella S-4, una struttura top secret facente parte della installazione nota come Area 51. Lo fece nel mese di Marzo parlandone per la prima volta a John Lear, pilota ed ex agente CIA, contattandolo dopo aver iniziato lavorare al sito S-4 e quindi accompagnandolo nel deserto con altri amici per osservare i test di volo segreti di tali velivoli. L’incontro con George Knapp, giornalista investigativo della KLAS-TV, avvenne tramite Lear. Knapp si accordò con Lazar per un’intervista in TV e Bob apparve per la prima volta in televisione il 15 Maggio 1989 sotto lo pseudonimo di “Dennis” e in ombra per proteggere la sua identità. Lazar uscì totalmente allo scoperto in una successiva intervista con Knapp nel Novembre del 1989. In effetti, non fosse stato per Lazar, molti di noi non sarebbero stati a conoscenza delle sperimentazioni e dei test militari da molto tempo condotti nella segretezza più completa di questa installazione nel bel mezzo del nulla del Papoose Lake, in Nevada. Con il suo coraggioso “outing” Lazar fece storia, esponendosi personalmente e pagandolo assai caro rispetto ad un mondo di silenzio e di omertà che non è più lecito ritenere solamente folklore ufologico.


Nel 2018 il regista e giornalista investigativo Jeremy Corbell ha pubblicato “Bob Lazar: Area 51 & Flying Saucers”, un documentario che dettagliava l’operato di Lazar nella sezione S-4, cioè lo studio del sistema propulsivo di quello che aveva definito “Sport Model”, uno scafo alieno pressoché intatto custodito nei sotterranei della base. Un anno dopo, ospite della trasmissione radiofonica “The Joe Rogan Experience” Lazar aggiunse qualcosa in più sulla tecnologia e sul funzionamento di quell’oggetto, specificando che “Non c’è alcun cablaggio che colleghi i sottocomponenti. Devono solo trovarsi nelle immediate vicinanze. È una cosa quasi magica.” Inoltre, riferì di aver scoperto che un isotopo stabile dell’elemento 115 (il Moscovio, numero atomico 115 ufficialmente riconosciuto nel 2015) era stato usato come combustibile per il sistema di propulsione di un velivolo la cui struttura “centrale” era dotata di tre “sedute” troppo piccole per poter ospitare un essere umano.

All’inizio dello scorso Aprile, è stato rilasciato il film documentario “S-4: THE BOB LAZAR STORY” diretto da Luigi Vendittelli, canadese di famiglia italiana alla sua prima prova documentaristica, e da Christopher Matteau. Un’ora e cinquantaquattro minuti che ripercorrono la straordinaria vicenda umana e scientifica di Lazar, resa per immagini computerizzate grazie alla CGI e la realtà virtuale, che ricreano fedelmente l’interno della S-4 e lo Sport Model. È dunque lo stesso Lazar a ricostruire la sua vicenda, a partire dagli inizi, quando un ragazzo geniale ed incompreso si dimostrò capace di montare propulsori aeronautici su ordigni terrestri a quattro ruote, auto civili come la Honda Civic e la Chevrolet Corvette, dotate di motori a reazione e da impiegare come “dragster” nelle gare di accelerazione.

Di lì a poco, il suo nome fu notato dai cacciatori di talenti che procuravano personale per il campo di ricerche nucleari, il cui capofila era Edward Teller, fisico teorico ungherese naturalizzato statunitense, noto come il “padre della bomba” all’idrogeno e fra i maggiori scienziati del Progetto Manhattan. Va da sé che la selezione dei tecnici da inserire nei ranghi della EGG (Edgerton, Germeshausen, and Grier, Inc.), azienda appaltatrice per la Difesa Americana alle dipendenze del Dipartimento Energia, non andava troppo per il sottile. Da subito, Lazar comprese il significato di quanto poi si tramutò in un lavoro in assoluta segretezza e da sviluppare in solitudine all’interno della Nellis Air Force Base, in Nevada. All’installazione si perveniva su trasporti aerei della Janet Airlines, privi di insegne, che decollavano dall’aeroporto McCarran di Las Vegas.
È fuori di dubbio che Lazar sia stato fra i tecnici che studiarono come funzionava quella tecnologia aliena. Il documentario di Vendittelli lo testimonia. Luigi è nato a Montreal, Canada, da una famiglia originaria di San Vittore del Lazio emigrata nel Nord America negli anni Sessanta. Luigi si interessò agli UFO sin da bambino e lo indagò per decenni a titolo personale, ma la svolta avvenne incontrando Bob Lazar, da cui nacque un’amicizia, approfondita proprio nel periodo di lockdown da covid. Fu in quegli anni che i due gettarono le basi del progetto documentaristico. Grazie alla completa disponibilità di Lazar, ricordi risalenti alla prima metà degli anni Ottanta, sarebbero stati resi tangibili a partire da una millimetrica ricostruzione ambientale della S-4, utilizzando tecniche in 3D descrittive degli hangar e del laboratorio di propulsione e basandosi sulle specifiche tecniche fornite da Lazar sull’Elemento 115 e sul sistema gravitazionale che renderebbe lo Sport Model in grado di affrontare viaggi interstellari.

Ciò che colpisce maggiormente di questo documentario, al di là dell’approccio alla figura umana di Lazar, è il fatto che alla sua uscita segua di poco un momento in cui il processo di declassificazione di documentazioni UFO, preannunciato più volte dal presidente USA Donald Trump e confermato da testate quotidiane come Washington Post e New York Post, da venerdì 8 maggio 2026, sembra finalmente concretizzarsi. Premesso che a mio avviso si tratterebbe di uno stillicidio programmato, non vedo come tali rivelazioni potrebbero preparare l’opinione pubblica mondiale alla realtà della presenza aliena. Sembrerebbe più una manovra politica per salvare la faccia, piuttosto che l’ammissione finale di quanto sono stati bugiardi sino ad oggi. Non concordo neppure con gli atteggiamenti positivisti italiani e/o americani, vedasi della deputata Anna Paulina Luna o del giornalista documentarista Jeremy Corbell, ancora disponibili a sottoporsi alla tortura della goccia. Ma invece, se si vuole comprendere come stanno veramente le cose, darei attenzione soprattutto a “S-4: THE BOB LAZAR STORY”, documentario disponibile su piattaforme come Prime Video e Apple TV. Avendolo visto e rivisto, mi convince un aspetto che a molti non andrà giù, alla prova dei fatti, vengono sconfessati completamente coloro i quali considerano Bob Lazar un truffatore. Molti hanno cittadinanza italiana, ma non sono figli di emigrati italiani nel Nord America. Ne riparleremo presto.
Appena pubblicato sul Maurizio Baiata Channel si può vedere “AREA 51: IL MISTERO”, primo volume di “Secrets of the Black World”, il bellissimo documentario dell’antropologo tedesco Michael Hesemann dedicato ai segreti della famosa installazione segreta statunitense.


Semplicemente FANTASTICO!!!
Un abbraccio forte, Lou