Gli inediti retroscena di un debunking ai danni dell’anziano colonnello… e quello che accadde a Laughlin dove nel 2006 dovevo parlare di lui…
Di Maurizio Baiata – 29 Marzo 2026
La presenza del colonnello Philip Corso in Italia confermò quanto già sapevamo: la verità può venire fuori solo se a raccontarla è un suo autentico protagonista. Nelle due visite al nostro Paese nel ’97 e nel ’98 Corso chiarì una volta per tutte che il problema nodale della questione UFO/ET era costituito da un’impenetrabile cortina di segretezza e che, per gli ufologi, sfidarla significava confrontarsi con lo stesso potere di cui avevano fatto parte i militari che sino ad allora avevano avuto il coraggio di parlare. Se Philip Corso lo aveva dimostrato, bisognava adesso riconoscere che aveva ragione chi vedeva la questione ufologica mondiale alla luce delle rivelazioni di militari americani che coraggiosamente si erano esposti, come Robert Orell Dean, ex sergente maggiore della Nato e come Wendelle Stevens, ex colonnello dell’USAF a lungo operativo nel Blue Book. E avevano pagato pesantemente di persona.

A partire dal 1947, per interminabili decenni, l’ufologia mondiale si era aggrappata alla raccolta delle prove fisiche per sorreggere il teorema dell’esistenza del fenomeno UFO e delle intelligenze esogene al pianeta Terra che ne costituirebbero la matrice. Uno stato di fatto che cinquant’anni dopo sarebbe radicalmente cambiato se il mondo avesse dato credito a un veterano dell’intelligence dell’esercito americano pluridecorato e tutto d’un pezzo: il tenente colonnello Philip James Corso. Ma di lui si accorsero esclusivamente gli Stati Uniti e fra le nazioni europee, in primis l’Italia. Philip Corso era nato a Brownsville, Pennsylvania, il 22 Maggio 1915 da genitori di origine italiana, Antonio Corso (1886-1959) e Josephine Ferrere Corso (1894-1979). Morto a Jupiter, Florida, il 16 Luglio 1998 a causa di un attacco cardiaco, Philip aveva scelto la terra di origine della sua famiglia come proscenio di una straordinaria storia che era giunto il momento di divulgare. Per questo, insieme alla giornalista italoamericana Paola Harris, gli fummo sempre accanto durante le sue folgoranti apparizioni televisive, le numerose interviste e sul palco dei congressi di Montesilvano e San Marino.

In azione a Montesilvano
La prima volta, nel 1997, ci si accorge subito che non scherza affatto. Conferma punto per punto la sostanza delle informazioni di “The Day After Roswell”, il suo atto di accusa nei confronti del cover-up voluto e gestito proprio da quelle strutture che per decenni aveva fedelmente servito. Delle organizzazioni ufologiche italiane più famose, ancorché “nuts & bolts” e perennemente prone in attesa di riconoscimenti ufficiali dallo Stato, il CUN si fece spettatore interessato e incline ad accettare la testimonianza di Corso, mentre sull’esempio di colleghi americani mainstream, il Cisu tentò di demolirne la credibilità, senza riuscirvi. Nessuno era in grado di contestare il suo lavoro al Pentagono nei primi anni Sessanta, o a Fort Riley nel ’47. La posizione di Corso era inattaccabile: per la Difesa degli Stati Uniti gli Extra Terrestri avevano rappresentato un nemico reale (seppure non dichiarato) e come tale costituivano un problema che, essendo inspiegabile, non era divulgabile. Per questo, la questione UFO era stata gestita nella massima segretezza grazie anche al determinante ruolo svolto da Corso.
Il colonnello aveva nel cassetto altri due memoriali dattiloscritti che desiderava vedere pubblicati, “The Day After Dallas” dedicato all’assassinio di JFK e “The American That Ruled Rome”. Il secondo portava alla luce scottanti retroscena della situazione italiana negli anni 1943 -1946 quando Corso fu tra gli alti ufficiali americani al vertice dell’intelligence degli Alleati nella cosiddetta “Roma città aperta”. Aveva visto in diretta il bombardamento di Cassino, aveva torturato i “malfattori comunisti” per ottenere informazioni, aveva rapporti diretti con i più alti prelati vaticanensi, aveva rapporti con De Gasperi… era uno che non si faceva intimorire da nessuno e che la Gestapo temeva più di altri.

Va da sé che le sue visite in Italia, da noi coordinate, non passarono inosservate da parte della stampa e dei media: nel convegno “Il Contatto”, evento svoltosi nel weekend del 1-2 Novembre 1977 nel grande salone del Grand Hotel Mediterraneo davanti a 600 persone Corso era l’ospite d’onore, insieme a figure di spicco dell’ufologia mondiale, fra i quali Sir Desmond Leslie (che vediamo con Corso nella foto sotto), Carlos Diaz, Bill Hamilton III. Fu allora che da fonti rimaste ignote ci giunsero avvertimenti il cui tenore era: va bene che facciate venire in Italia questi personaggi stranieri inclini a parlare di cose riguardanti gli UFO, ma è meglio non andiate oltre e, soprattutto, lasciate perdere le questioni italiane interne. In effetti, oltre ci saremmo andati un paio di anni dopo con Michael Wolf, ma questa è un’altra storia.

A chi credere, dunque?
Corso si congedò dalla US Army Intelligence lasciando il servizio al Pentagono nel 1963 con i gradi di tenente colonnello. Con il suo superiore, Generale Arthur Trudeau, l’accordo era che non avrebbe mai dovuto rivelare nulla delle proprie attività di coordinamento della sezione Research & Development della Divisione Tecnologia Straniera della U.S. Army. Fra di esse, soprattutto quelle legate all’incidente di Roswell. Tenne fede alla parola data sino alla morte di Trudeau nel 1991, dopo di che mise mano alla raccolta di memorie e note realizzandone un manoscritto, la cui stesura sotto dettatura lo impegnò per oltre due anni dando vita a un dattiloscritto di oltre 150 pagine intitolato “Dawn of A New Age”. Il contenuto del diario avrebbe fornito alla editrice Simon & Schuster tutti gli elementi per pubblicare “The Day After Roswell”, il libro che negli USA uscì nel Luglio 1997, pressoché in concomitanza del corposo dossier “Roswell Case Closed” con cui l’Esercito USA chiudeva il caso suggellando la propria versione definitiva. Secondo il Pentagono, nel 1947 nel deserto del New Mexico non era avvenuto alcun UFO crash e tantomeno era stato recuperato un disco volante con il suo equipaggio di piccoli esseri alieni e non umani.
Per il rapporto ufficiale, ad alimentare la leggenda di un UFO precipitato fu solo un loro pallone sonda contenente manichini, i crash test dummies usati nei test di caduta da grandi altezze. A chi credere dunque, alla storia testimoniata da Corso dei misteri alieni del Pentagono, oppure al tomo firmato dalla U.S. Army che ne negava qualunque evidenza? Al colonnello in pensione integerrimo servitore della patria, desideroso di ripulirsi la coscienza e di lasciare ai nipoti un tangibile ricordo grazie alle royalties del libro che finalmente raccontava la sua storia? Oppure, ai suoi datori di lavoro? I due volumi si fronteggiarono sugli scaffali delle librerie in concomitanza con il cinquantesimo anniversario dell’incidente di Roswell. Come vendite, il pubblico premiò il memoriale del Colonnello. Vi si leggeva che nei primi anni Sessanta alle dipendenze di Trudeau, fu lui a selezionare una parte degli strani materiali e a consegnarli a diverse industrie perché, al riparo da occhi indiscreti, ne carpissero i segreti e li utilizzassero per avvantaggiarsi tecnologicamente, trasformandoli in dispositivi d’arma impiegabili su qualsiasi nemico, terrestre o extraterrestre. Fu un processo complesso di retroingegneria che, senza apparire nel budget ufficiale della Foreign Technology Division, a detta di Corso avrebbe ottenuto parziali, ma importanti risultati, rendendo possibile lo sviluppo dei circuiti integrati, delle fibre ottiche, il laser, le fibre super-tenaci e i visori notturni.

Ufologi, utili idioti
Le rivelazioni di Corso non erano la “pistola fumante” agognata dagli ufologi, molti dei quali lo attaccarono a più riprese per nulla convinti della loro veridicità. Senza prove fisiche dei materiali e/o di documentazioni, ad esempio che avesse avuto per le mani un frammento che avrebbe generato il “memory metal” o un referto autoptico di una E.B.E., o una fotografia o uno spezzone di pellicola e neppure la testimonianza di un suo pari grado o un sottoposto. Tutto era basato solo sulla sua parola. Questo bastò per subire gli attacchi di una schiera di studiosi mainstream che non diedero alcuna importanza né al suo formidabile curriculum militare né alla sua integrità professionale. Rispetto al metodico rilascio addomesticato delle informazioni ufologiche, per loro quella entrata in scena a sorpresa era stata troppo improvvisa, aveva chiamato in causa il governo USA dando fastidio alle sue appendici occulte e ai suoi comparti finanziario-industriali e strutture militari che agiscono secondo le direttive (questo Corso lo ha sostenuto e ha fatto anche i nomi) del gruppo supersegreto Majestic 12. Se si fosse limitato ad affermare “ho visto un alieno in una cassa a Fort Riley” poco male, sarebbe stato il parto della mente di un vanesio militare avanti con l’età. Invece, giurare in un affidavit ufficiale che per oltre un anno al Pentagono certi reperti di Roswell erano stati selezionati e quindi distribuiti ad aziende appaltatrici della U.S. Army spiazzava tutti, persino i ricercatori da sempre schierati contro il cover-up su Roswell.
D’altra parte, Corso considerava gli ufologi degli “utili idioti” che non facevano altro che dilaniarsi tra loro per futili questioni metodologiche, afflitti da sindromi di rivalità congenite e facilmente corruttibili per una briciola di notorietà. Dalle strutture di intelligence delle quali Corso aveva fatto parte, gli ufologi venivano usati e foraggiati con mezze verità, ingannati e depistati, prova ne sia che non avevano (e non hanno) mai ottenuto alcun risultato concreto nella guerra al segreto sulla questione UFO/ET. Se agli occhi di almeno una metà dell’opinione pubblica americana il muro di gomma di Washington su Roswell, gli UFO crash e sul fenomeno UFO appariva lesivo dei diritti costituzionali e in spregio della giusta informazione, il segreto aveva tenuto bene e aveva garantito la faccia pulita del sistema. In effetti, fu proprio Corso a sottolineare che la segretezza era un male deplorevole, ma necessario. Cos’altro attendersi da un uomo che ne aveva fatto un inalienabile principio di vita al servizio del proprio Paese?
Un vecchio, ma indomabile leone
Fra gli interrogativi posti dagli ufologi due emergevano e, stranamente, sembravano volgere a favore di Corso: se era così scottante, come mai la pubblicazione di “The Day After Roswell” in America non era stata bloccata? E perché la sua testimonianza non era stata ufficialmente smentita, né ridimensionata dal Pentagono? In risposta alla seconda domanda basti considerare che nessuna struttura di intelligence mondiale dice la verità se si tratta di faccende coperte da segreto di Stato e la questione UFO lo è. Ne consegue che un portavoce ufficiale del Pentagono mai si sarebbe azzardato a riconoscere la benché minima importanza al libro di Corso. Si scelse di ignorarlo totalmente. Alla prima, invece, le risposte scaturivano dalla natura stessa del libro edito dalla Simon & Schuster, un “instant best seller” i cui contenuti sia nella lussuosa prima edizione in brossura, sia nelle successive uscite paperback (tascabile) non corrispondevano affatto al diario originale “Dawn of a New Age”, il dattiloscritto corredato da disegni, grafici e fotografie in bianco e nero a suo tempo consegnato dal suo autore alla casa editrice. Redatto fra il 1961 e il 1963, il figlio Philip Corso Jr. così lo descriveva: “Sono 176 pagine, una parte scritte di pugno da mio padre, una parte dattiloscritte. Manca del tutto ogni accenno alla Hollywood, contiene solo gli appunti e le note originali, vale a dire quello che realmente la gente avrebbe voluto leggere, integrali e non editate” (dalla relazione di Phil Corso Jr. all’International UFO Congress di Laughlin del 2007).

Nelle clausole contrattuali, si faceva obbligo all’editore di sottoporre all’autore la stesura finale prima che il libro andasse in stampa, ma questo non avvenne. La Simon & Schuster si garantì piena libertà di editing andando oltre gli accordi presi con il colonnello. L’editrice infatti affidò la cura del volume al giornalista William Birnes, il cui nome appare come co-autore a pié di copertina, il quale realizzò una versione profondamente alterata nei contenuti e nella forma, con capitoli integralmente inventati e, rispetto all’originale, con una foliazione doppia che superava le 360 pagine, senza contare le appendici documentali incluse per volere del colonnello. Laddove il diario di Corso era asciutto, essenziale, tecnico ed efficace, ora ogni pagina grondava dello stile immaginifico e spettacolare di Birnes, ottimo “editor” senz’altro, il quale però aveva realizzato un romanzo, pieno di episodi, luoghi e personaggi ignoti al colonnello, di passaggi retorici e sensazionalistici tesi a far presa sul grande pubblico e non destinati alla ristretta comunità ufologica. Era come se al vecchio leone chiuso nella gabbia dello zoo si fosse detto di rinunciare anche alla propria criniera. L’aspetto più evidente del pesante rimaneggiamento di Birnes sta nei primi capitoli in cui vengono ricostruiti i giorni dell’incidente di Roswell fra il 2 e il 5 Luglio 1947 come se vi avesse fisicamente preso parte, mentre il Maggiore Philip Corso era di stanza a Fort Riley, in Kansas. In definitiva, malgrado ne avesse approvato il titolo, Corso immediatamente disconobbe “The Day After Roswell” come sua opera e a nulla valsero le sue rimostranze. Ovviamente, per non compromettere ulteriormente i già tesi rapporti con la Simon & Schuster, Corso non poté rendere noto tutto ciò pubblicamente pertanto la sua conseguente querelle con la major editoriale americana fu solo formale e non gli portò alcun riconoscimento, né sul piano economico né in quello della reputazione. Per sovrappiù, alla scomparsa di Corso, Bill Birnes fu immesso quale socio nella Corso Holdings, formata da Philip Corso Jr. e dall’avvocato William Kent. Da tale struttura sarebbe arrivata la citazione del tribunale di Los Angeles, della quale parlo più avanti.
Il parere del grande Gordon Creighton
A riprova di quanto appena riportato, c’è un articolo di Gordon Creighton (http://www.fsr.org.uk/GCreighton.htm), diplomatico britannico, autorevole ufologo e direttore della storica Flying Saucer Review (morto 95enne nel 2003). Dal pezzo, pubblicato sul Volume 45/1 del 2000 con il titolo “Who’s Monkeying with Colonel Corso’s Book?” (Chi sta giocando con il libro del colonnello Corso?) vale questo stralcio: Poco prima della sua morte, il Colonnello Corso prese parte al congresso UFO di San Marino, in Italia, dove incontrò Desmond Leslie (pilota e scrittore inglese, co-autore di George Adamski, n.d.R.) e con lui ebbe modo di conversare a lungo. Desmond Leslie mi ha personalmente riferito che Corso era su tutte le furie con il signor Birnes, tanto da avergli fatto causa. La ragione? La versione andata in stampa a cura di Birnes stravolgeva completamente quella che Corso aveva scritto(!)… Vorrei aggiungere un ultimo punto: nella mia nota sul Colonello Corso a pagina 15 del fascicolo 44/3 della FSR ho citato un rapporto del MUFON Journal del Luglio 1998 riguardante il fatto che il C.A.U.S. (Citizens Against UFO Secrecy) aveva reso noto che il colonnello Corso non solo ha dichiarato nel suo libro di aver aperto una cassa a Fort Riley e di aver visto al suo interno una piccola entità con mani dotate di quattro dita, ma che successivamente aveva dichiarato sotto giuramento che tale sua affermazione corrispondeva al vero. Le prove dunque evidenziavano molto chiaramente che il Colonnello Corso sapeva di cosa stava parlando. Sembra improbabile che una tale manomissione presente nel suo libro avrebbe incontrato la sua approvazione.

Con il termine “manomissione” Creighton si riferisce al fatto che “nel Giugno 1998 (solo un mese prima che Corso morisse, ovviamente senza poter sollevare eccezioni) gli editori (Pocket Books / Simon and Schuster) pubblicavano una versione tascabile del libro al prezzo di $ 6,99 USA e a £ 6,99 nel Regno Unito. Lo strillo di copertina diceva “edizione aggiornata con nuovo materiale sensazionale”. Un nostro lettore l’ha acquistata, controllata e confrontata con l’originale, riscontrandovi a pagina 34 un solo “cambiamento”! Invece di “strane mani con quattro dita” c’era scritto “Strane mani con sei dita”. Facile dedurne che qualcuno ha avuto modo di giocare con i contenuti del libro, per ragioni a noi ignote. E quale ne potrebbe essere lo scopo, se non quello di fornire maggiore credibilità al filmato di Santilli, di per sé assai sospetto, emerso negli ultimi anni, che presenta la presunta dissezione di un corpo alieno dotato di sei dita?”
In Italia “The Day After Roswell” apparve una prima volta nel 1998, per la Futuro Edizioni con il titolo “Il Giorno Dopo Roswell” in allegato alla rivista “Notiziario UFO”. Nel 2017, grazie a una sinergia fra le case editrici Verdechiaro e Nexus, ne ho curato la nuova edizione intitolata “Roswell – Il Giorno Dopo” ampiamente rivista e corretta, eliminando dal testo gli abbellimenti letterari apportati da William Birnes. Il diario “Dawn of a New Age” vide invece la luce in Italia come “L’Alba di una Nuova Era” in prima edizione della Pendragon nel 2003 e in seconda, riveduta e ampliata, per la X-Publishing nel 2017.

Intimidazione andata a vuoto
Nel 2006 sono negli USA, su invito degli organizzatori dell’International UFO Congress Convention and Film Festival di Laughlin, Nevada, che si tiene dal 26 Febbraio al 4 Marzo. La mia relazione al clou della manifestazione è prevista il penultimo giorno, subito la presentazione di George Knapp, famoso giornalista di Las Vegas.
Il tre Marzo, alle ore 8 e 15 a.m. scambio alcune parole nel backstage con George Knapp, quindi delineo gli ultimi dettagli tecnici del mio intervento con Nicole, la figlia del direttore del Congresso, Bob Brown. Tutto ok. Knapp mi dice: “Anche io ho intervistato il colonnello. Sono curioso di ascoltarti”. Reciproco. Mi sistemo di lato nella sala gremita e seguo la relazione di Knapp, funambolica, precisa, degna del miglior giornalismo investigativo statunitense. Conoscendo i tempi stretti, esco dalla sala. Toilette. Fra una decina di minuti devo essere sul palco. Noto nella hall Bob Brown al telefono, parla animatamente con qualcuno: “Sì, Maurizio è qui, c’è un agente che ha detto che deve seguirlo”. Mi volto. Un uomo della sicurezza interna dell’albergo, non più alto di uno e settanta, massiccio e armato di tutto punto, mi squadra e fa: “Lei è Maurizio Baiata?” – Sissignore, rispondo. “Follow me!” (mi segua). Brown è ancora al telefono. Cosa devo fare? Gli chiedo. “Fai come dice l’agente. Io non posso farci niente, non so di cosa si tratta, non me lo ha voluto dire”. L’agente è truce in viso. Mi ripete: “Follow Me”. Obbedisco. Mi indica di camminare davanti a lui e di avviarmi verso l’ascensore. Mi guardo intorno, la hall d’ingresso alla sala conferenze è quasi deserta. Attendiamo l’apertura della porta dell’ascensore. Al suo arrivo, ne escono diverse persone. Faccio per entrare, ma l’agente mi blocca: “Attenda qui”. L’ascensore riparte vuoto. L’agente parla al walkie talkie: “Siamo al piano, ditemi quando”. La cosa mi piace sempre meno. Le porte dell’ascensore si riaprono, ascensore vuoto.

“Entri pure” dice l’agente che al walkie talkie comunica: “Stiamo arrivando”. Penso: e quando arriviamo che succede? In quanti saranno ad accogliermi? Ho fatto qualcosa di male quando vivevo a New York negli Ottanta? Le tasse le avevo pagate. Che vogliono da me? L’ascensore scende di due o tre piani. Si ferma e le porte si spalancano su un corridoio vuoto. Siamo nel seminterrato. “Mi preceda, in quella direzione”. Mi incammino, corridoi vuoti, lavanderia, ambienti anonimi. Mi dice di fermarmi e di attendere davanti a una porta. Bussa e apre un agente di polizia. “Questo è il Constable… – un poliziotto di Los Angeles di cui non afferro il nome – ha qualcosa che la riguarda”. “Lei è Maurizio Baiata?” mi chiede il poliziotto – Sì. “Prenda visione di questo”. Mi porge un fascicolo di una ventina di pagine con un’intestazione inequivocabile. Un atto giudiziario. Mi dice: “Lei riceve una citazione del giudice distrettuale di Los Angeles”. Viene dalla società che rappresenta gli eredi del colonnello Corso. Ora non resta altro che quel pubblico ufficiale mi dichiari in arresto, che devo stare in silenzio e che devo seguirlo chissà dove. Ma non è così. Scruto la seconda e terza pagina del documento e chiedo se devo firmare qualcosa. “No, signor Baiata, era mio dovere consegnarle personalmente la citazione e ora è libero di tornare alla sua conferenza”. Gli stringo la mano e lo ringrazio. L’agente della sicurezza dice “Follow me” e andiamo a riprendere lo stesso ascensore. Nella hall mi attendono Bob Brown, Paola Harris bianca come un lenzuolo e l’avvocato Daniel Sheehan. Andiamo nella stanza degli incontri per gli addotti. Ci sediamo. C’è anche Teri, la musa del Congresso, moglie di Bob, ed è terrorizzata. Sono trascorsi venti minuti. Immagino che sul palco la loro figliola Nikki abbia intrattenuto i settecento presenti raccontando barzellette.

Porgo il documento a Daniel Sheehan che lo scorre rapidamente e poi mi dice: “Maurizio non devi preoccuparti, si tratta solo di un’intimidazione, un tentativo di farti paura, per non parlare”. Ma come, se viene dal tribunale di Los Angeles non è importante e poi di quale reato vengo accusato? “Qui dicono che hai infranto il copyright sulla pubblicazione in Italia del libro di Corso Dawn of a New Age, ma c’è allegato il contratto, come sono andate le cose?”. Lo spiego, a mio avviso non abbiamo infranto alcun contratto, ma sono molto rinfrancato. Non mi hanno sequestrato nelle cantine di un hotel nel deserto del Nevada e non mi hanno portato fuori in un sacco di plastica nera.

Va tutto bene, chiariremo tutto dall’Italia, dico. Bob Brown però è infuriato: “Maurizio, non solo hanno minacciato te, hanno minacciato anche la nostra Conferenza! Ora la vedranno!” Sheehan tranquillizza gli animi. Paola si sta riprendendo. Il pubblico in sala rumoreggia da un po’. Ci precipitiamo nel retropalco, passando per i corridoi interni. Tutto pronto. Bob Brown mi presenta. Spiega quello che è successo sventolando la citazione. E rivela un aspetto che ha appena notato. Il fax dal quale è partita la denuncia appartiene al numero di telefono della redazione del mensile “UFO Magazine” diretto da Bill Birnes, il co-autore del libro “The Day After Roswell”. Bob calca la mano e il pubblico applaude. “Noi non ci siamo mai fatti intimorire” – dice – Diversi anni fa avevamo invitato Maurizio una prima volta ma lui ha declinato. Ora finalmente è qui con noi ed evidentemente a qualcuno questa cosa non andava bene”. E conclude: “Ora abbiamo la prova che l’eredità di Corso è nelle mani di persone che non vogliono che si divulghi la verità, ma è il momento di ascoltare Maurizio Baiata”.



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