Di Maurizio Baiata
20 Marzo 2026
“Picnic a Hanging Rock”, il film del regista australiano Peter Weir uscito nel 1975, rappresenta un caso cinematografico a cui in molti hanno dato il crisma del racconto di un Incontro Ravvicinato del Quarto Tipo, un episodio di Contatto e Rapimento Alieno coinvolgente esseri umani. Inoltre, questa è una mia licenza tutta autorale, va a collocarsi accanto alla esperienza di avvistamento di UFO da me vissuta a Cobà, nello Yucatan, tanti anni fa (vedi link a piede di articolo) e cerco di delinearne qui le ragioni.

Attenendosi alla stesura ufficiale del libro omonimo della scrittrice australiana Joan Lindsay, la pellicola di Weir tratta della misteriosa sparizione di alcune allieve dell’Appleyard College avvenuta nel giorno di San Valentino, 14 Febbraio 1900, nel corso di una escursione alle pendici della formazione rocciosa di Hanging Rock, che si erge a 70 Km da Melbourne, Contea di Macedon, Stato di Victoria in Australia. Il regista de “L’attimo Fuggente” e “La Grande Onda” – solo per citare due fra i suoi titoli che mi hanno maggiormente colpito – adattò cinematograficamente la sceneggiatura dalla novella della Lindsay pubblicata nel 1967 e uscita per i tipi della palermitana Sellerio in prima edizione nel 1993. Una componente fondamentale del film è la colonna sonora, in cui spicca la melodia di Gheorghe Zamfir per flauto di pan e organo che completa l’atmosfera inquietante, pur magica e legata all’Assoluto, che permea tutto Picnic a Hanging Rock. Stando a quanto esprimeva l’autrice nella premessa del libro, “Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per proprio conto. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nel 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza”. In questo convengo con la Lindsay. Ritengo infatti che risolvere un mistero impenetrabile basato su fatti probabilmente accaduti davvero e successivamente ampiamente romanzati, a distanza di 67 anni restava impossibile.

Collocando la vicenda nell’Australia ancora vittoriana e colonia britannica da meno di due secoli, nel libro la Lindsay sfoggiava un linguaggio very british, mentre Weir riusciva abilmente a creare un ipnotico mix fra giallo e leggende e tradizioni degli aborigeni. Nel 1900 dunque, su una natura ancora incontaminata incombe la presenza di una roccia sempre vissuta sacralmente – non quanto Ayers Rock peraltro – da un’etnia nativa già deprivata di tutto, ma non della propria identità ancestrale e in grado di comunicare telepaticamente e che non aveva dimenticato la storia di remoti contatti con esseri divini venuti dalle stelle, i Wondina, mitologici spiriti creatori effigiati nell’arte rupestre degli aborigeni delle regioni del Nord Australia. Ciò che va sottolineato è il “senso”, la percezione che si ha nell’assistere al misterioso evolversi della vicenda senza soluzione proposta dal visionario film di Weir. Delle quattro ragazze (Miranda, Irma, Marion ed Edith) che, durante un picnic con le loro compagne e tre istitutrici del loro collegio, sospinte da un richiamo ancestrale si inerpicarono sulla roccia, due in realtà fecero ritorno, Edith totalmente traumatizzata e sconvolta sin dalle prime fasi della salita verso il minaccioso costone roccioso, la seconda, Irma Leopold ritrovata una settimana dopo l’accaduto, con una ferita sulla fronte e completamente dimentica di tutto.

La professoressa di Matematica, la signorina Greta McCraw e le altre due giovanette Miranda e Marion scomparvero per sempre. Quando giunsero sino alla sommità della roccia, qualcosa accadde. Escluso, come all’epoca venne proposto, un loro orrendo destino privo di qualunque accento fiabesco, forse vennero prese a bordo di un oggetto volante, forse furono inghiottite in un’altra dimensione, ma sta di fatto che tutto riporta ai modelli ripetitivi delle abduction aliene. In primis, il missing time, o tempo mancante, o ancora vuoto temporale, che le ragazze vivono adagiandosi in trance e poi addormentandosi su una piattaforma della roccia, poi gli orologi della comitiva bloccati da un potente campo magnetico, o varrebbero persino l’ipotesi di un tunnel dimensionale o componenti di ordine psicologico che il film sfiora però non può approfondire. Il cardine resta l’inquietante Hanging Rock, con le sue gole e squarci e il suo proiettarsi verso l’infinto. In chiave prettamente metaforica, il mistero di Hanging Rock ricorda la Devil’s Tower del Wyoming di Spielberg. Per via del numero TRE che si ripete. In tre arrivano sulla cima di Hanging Rock. Tre sono i protagonisti della scalata verso la vetta della Devil’s Tower, ma solo due arriveranno alla base dove si verificherà l’incontro con l’astronave madre e solo uno avrà la possibilità di scegliere e di andare con “loro”. Tre, ancora tornando alla mia esperienza, erano gli amici romani che una notte di 35 anni fa videro misteriose luci inabissarsi e riemergere dallo specchio d’acqua di Coba. Qualcosa torna, seppure molto resta avvolto nel mistero, inducendoci a ritenere che i fenomeni di contatto alieno rappresentano un potente tramite che consente di avvicinarci al mistero della Creazione, della Vita e della Morte e del Tempo che non esiste, ma scorre inesorabile, soprattutto ora, nel comporre queste pagine elettroniche che hanno segnato una tappa fondamentale della mia vita.

NOTE
Per vedere il video della mia esperienza di avvistamento a Cobà: https://www.youtube.com/watch?v=bw35bXnAKEo&t=1s
Va inoltre detto che, su suggerimento dell’editore, fu proprio la Lindsay ad escludere dalla prima pubblicazione il capitolo 18, tolto quindi dalla sua stesura originale per ragioni di opportunità. Una omissione piuttosto rivelatrice della quale mi sto occupando da tempo.
Infine, consiglio la lettura del libro australiano “The Murders At Hanging Rock”, ove l’autrice Yvonne Rousseau propone cinque diverse soluzioni all’enigma.


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