Di Maurizio Baiata 6 Marzo 2026
La “Prometheus”, mastodontico vascello spaziale terrestre con a bordo 17 membri di equipaggio, il 21 Dicembre 2093 giungerà in prossimità del sistema planetario che rappresenta la sua meta.
Nella mente del cineasta e produttore britannico Ridley Scott, il nostro mondo sarà arrivato a un tale livello di sviluppo scientifico e intellettuale da consentire all’uomo di percorrere distanze siderali. Il riferimento alla data dalla quale distiamo 86 anni non sembra posto a mero caso, anzi nasconde un senso metafisico positivo, come non sono casuali i “simboli” e le citazioni dalle pitture rupestri alle gigantesche teste olmeche, dalle immagini di “Lawrence D’Arabia” al riff di “Love the One You’re With” di Stephen Stills (cantata da Crosby, Stills & Nash a Woodstock). Sono singole parti di una traccia della quale però non ci è stato dato sapere di più in “Alien: Covenant”, sequel di “Prometheus” uscito nel 2017.
Cineasta dalla mano inadatta alle educande sin da “I Duellanti”, Scott non è un iconoclasta come Ken Russell o Stanley Kubrick, ma ha il coraggio del pioniere e in “Prometheus” catapulta subito lo spettatore negli spettrali tunnel di geostrutture circolari aliene, un anfiteatro di roccia che racchiude il destino del team scientifico che costituisce l’equipaggio della nave spaziale. Scienziati, non missionari, né guerrieri, né gladiatori, entrano in un Colosseo tecnologico che nasconde ciò che non è mai stato rivelato sulla storia e l’origine della civiltà umana, contenuti profondi che a prima vista minano le fondamenta dei nostri credo scientifici e del dogma religioso. Se Kubrick in “2001 nello spazio” lanciò l’ipotesi di un’influenza aliena manifestata in un monolite al cui tocco l’uomo-scimmia di eoni orsono avrebbe iniziato a sviluppare l’intelligenza, Scott percorre un’altra strada.

Il punto non è rappresentato dal legame con il primo e originale “Alien” del 1979, altrimenti guarderemmo a “Prometheus” solo come appassionati di cinema di fantascienza. Piuttosto, come dicono i protagonisti del film, il punto è che abbiamo ricevuto un invito che non possiamo declinare. Cioè, se vogliamo superare le apparenze filmiche tout court, dobbiamo prestare attenzione alle tesi della cosiddetta “archeologia proibita”, a quelle ancora più alternative della Paleoastronautica e persino alle concezioni eretiche che individuano un’influenza genetica aliena sulla creazione dell’essere umano.
Ridley Scott, evidentemente, si è documentato sulla teoria della Panspermia e sugli studi di Zecharia Sitchin. All’autore e ricercatore nato nell’Azerbaijan, vissuto a lungo negli Stati Uniti e scomparso nel 2010, “Prometheus” deve molto, soprattutto nella fonte primaria del plot: la teoria di antichi astronauti (gli Anunnaki) provenienti da altrove e iniziatori dell’Homo Sapiens.
I sostenitori di tale ipotesi non si pongono l’interrogativo “C’è qualcuno là fuori?”, ma si chiedono: “Gli alieni hanno interagito con il nostro pianeta fin dall’inizio dei tempi?”. E la risposta che danno è un tonante “Sì!”. Obiettivo dei loro studi è la ricerca di manufatti, iscrizioni rupestri, qualunque reperto e documentazione che possa comprovare scientificamente la presenza aliena sulla Terra. Sia nei tempi antichi, sia recenti, ma nel secondo caso si rientra in una branca dell’Ufologia che attiene agli Incontri del Secondo e Terzo Tipo, ovvero le interazioni con macchine volanti non terrestri che possano avere lasciato tracce al suolo e influenzato l’ambiente circostante, e i loro occupanti.
La chiave di lettura della paleoastronautica è semplice: esseri extraterrestri intelligenti hanno visitato la Terra e il loro contatto con il nostro pianeta è collegato alle origini e allo sviluppo dell’umanità. La ricerca di manufatti e prove resta uno dei pilastri di quella che potremmo definire “ufologia trascendentale”, un comparto di studi multi-disciplinari i cui interessi e argomenti spaziano così ampiamente da poter essere esplorati solo attraverso la “gnosi” (termine greco per “conoscenza”) che porta alla ricerca della fonte della creazione. Lo scenario concettuale e filosofico della gnosi prevede l’esistenza e la realizzazione di un essere umano illuminato, la cui mente e spirito siano liberi dalle barriere della razionalità.

In “Prometheus” tutto questo accade, rendendola opera di “fantascienza gnostica”, che comprende fatti, informazioni e risposte alle domande, tutte perfettamente a fuoco, sulla possibilità che il genere umano derivi da civiltà avanzate esogene alla Terra. Le ipotesi che si affacciano sono due. O tali civiltà in un passato remotissimo albergavano qui, o venivano da altrove. Oltre a Sitchin, su simili territori si sono avventurati esperti come Erich von Däniken (che ci ha lasciato recentemente), David H. Childress, Robert Bauval, Graham Hancock, Michael Cremo, George A. Tsoukalos, Robert Schoch, Filip Coppens, Peter Fiebag, Christopher Dunn e Maximillien de Lafayette, solo per citarne alcuni. Per l’Italia, vanno ricordati Mauro Biglino e il microbiologo Pietro Buffa. Sull’enigma delle nostre origini, la sceneggiatura di “Prometheus” ribalta le concezioni classiche e accettate, mettendo in discussione sia la teoria di Darwin sia quella Creazionista. Ne potremmo dedurre che vengono inferti colpi mortali ai dogmi delle “due chiese”: l’uno che ci vuole lontani discendenti di una razza di scimmie e l’altro che ci ritiene costruiti a immagine e somiglianza del Buon Dio. Ma sappiamo che non è così. Se in “Prometheus” a prevalere è l’ipotesi aliena, per quanto prepotente essa appaia dal punto di vista evocativo di risposte che solo la fantascienza può dare, su quello metafisico e spirituale il film di Scott lascia aperti altri spiragli, che forse per alcuni appariranno di compromesso, per altri il viatico al prosieguo dell’avventura. Un viatico espresso in un simbolo, quello della croce stretta nelle mani dello scienziato in viaggio nello spazio profondo.

Al loro risveglio, uscendo dalle capsule criogeniche dove avevano riposato per gli anni necessari a raggiungere LV-223, la luna di un sistema planetario identificato su antichissime “mappe rupestri” rinvenute in diverse zone della Terra, i componenti del team scientifico della nave spaziale, sembrano piuttosto mal messi. Non assomigliano per niente ai duri veterani solitamente visti in azione nei film della serie “Alien”, armati sono ai denti e pronti a tutto. No, loro sono scienziati e quella mastodontica astronave è una sorta di raffineria spaziale, non un incrociatore stellare. Un indizio importante, questo, per capire il comportamento dell’equipaggio nelle circostanze che vedremo collocate, passo dopo passo, in un crescendo di mirabile intensità e… in quale genere di scenario storico ci stiamo trovando e quale sia il livello di civiltà raggiunto nell’anno 2090 dall’umanità. Se è possibile un parallelo con “Blade Runner”, non per i contenuti, quanto nel sistema scelto da Ridley Scott per incidere globalmente con la sua arte sulla nostra società, va detto che del capolavoro con Harrison Ford e Rutger Hauer esistono almeno sette versioni diverse. Mettendo a confronto la prima, uscita nelle sale europee nel 1982 (la “International cut” non edulcorata e priva delle scene più crude e violente) con l’ultima, la “Final Cut” del 2007, approvata come ufficiale dal regista, si riaffaccia una frase che risuona sui set cinematografici: “Buona la prima!” a segnalare che il primo ciak è stato il migliore e sarà quella scena ad apparire nel montaggio finale. Se per “Blade Runner” – esprimendo un parere personale – vale il “buona la prima” è possibile che per “Prometheus” valga lo stesso e me lo auguro.

D’altra parte, nel 2093 avrei 142 anni e dubito fortemente di esserci. Se ci fossi significherebbe che uno dei problemi che maggiormente affliggono il genere umano è stato almeno in parte risolto, in barba alla “Noi non ci saremo” cantata dai Nomadi su testo di Guccini. Saremmo divenuti, almeno in termini di durata della vita, molto più longevi e quasi semi-dei. Potendo esserci, se mi si consentisse di vivere per un po’ altrove, sceglierei anziché lo spazio profondo dove le mie molecole si disperderebbero nell’abisso stellare, un paese che si chiama Islanda. Tre le ragioni. Gli Islandesi sembrano abbiano messo la museruola al potere politico e compiono scelte sempre più libere sul piano del loro vivere civile. Secondo: in Islanda è nato il gruppo Rock alieno per eccellenza, i Sigur Ros, il cui passaggio in Terra ha segnato un cambiamento di proporzioni bibliche in campo musicale e non solo. Terzo: Ridley Scott ha ambientato l’inizio di “Prometheus” in un luogo di agghiacciante maestosità, la cascata di Dettifoss, che sgorga nel canyon Jökulsárgljúfur ed è la più grande d’Europa.

La Musica e l’Acqua sono fondamentali. Mezzi che si offrono all’immaginazione di un regista e di ogni altro artista e uomo di scienza, ma anche al filosofo che ama sconfinare con la mente oltre i limiti della metafisica del pensiero, perché essa possa esercitare tutto il suo impressionante potere, in grado di imbrigliare ogni forza della natura e dell’uomo. L’uomo va, laddove tutto si crea e nulla si distrugge, nel Tempo. Ci vuole tempo per fare grande cinema. In questo caso parliamo di oltre 12 anni, da quando Ridley Scott ebbe l’idea di creare una storia che racchiudesse in sé l’inizio e la fine di “Alien”, il suo capolavoro del 1977, interpretato da Sigourney Weaver. Lo stacco, fra quella prima avventura e gli altri episodi (sequel) omonimi è stato sempre tale da far pensare che il regista sapesse già cosa avrebbe voluto ottenere, ma non aveva i mezzi per farlo, così altri si sono ingegnati e con risultati sicuramente lodevoli hanno creato una saga cinematografica, con la quale “Prometheus” nulla ha a che vedere.
In questo film si danno delle risposte e non sono scontate, come le molte che ho letto nelle “critiche cinematografiche”, la dominante essendo “Film adatto solo per gli appassionati di Alien” e via discorrendo, tali quindi sia da scoraggiare i cinefili che invece si attendevano il capolavoro, sia i neofiti attratti da una campagna che a lungo ha martellato l’immagine di “Prometheus”. Nonostante questa campagna negativa, sembra che al box office il film abbia superato la concorrenza, pur non piacendo al grande pubblico. Inevitabile, data la qualità culturale di questo Paese. Non sappiamo se Scott, ormai ottantacinquenne, abbia approfondito la tematica nel prossimo “The Dog Stars”, ma chi scrive continuerà ad annoverarlo fra i più capaci e coraggiosi cineasti dell’era che stiamo vivendo.


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