Di Maurizio Baiata – 4 Marzo 2026
Gli occhi incollati al finestrino dell’aereo della Northwest Airline che da Detroit va a Las Vegas, scorrono lentamente immense distese di territori deserti e cerco di scorgere strade, fattorie, capanne, automezzi, campi coltivati. Niente di niente. Solo brulli rilievi montagnosi, spezzati da qualche macchia di verde, rossastra terra riarsa che sembra sabbia, e quando il comandante ci indica che siamo in New Mexico ho un colpo al cuore. Vedo il perché il segreto di Roswell e quello di Aztec e di altri UFO crash è stato possibile. Nulla di quanto accadde in quei lontani anni Quaranta dell’altro secolo poteva accadere altrove. Un copione perfetto. Se una o più macchine volanti aliene dovevano cadere in un posto che avrebbe poi consentito il recupero e la segretezza da parte della maggiore potenza mondiale dell’era moderna, nulla di meglio che il deserto del New Mexico. Perché deserto era e deserto è ancora oggi. Ci avevano messo le loro basi migliori, gli Americani, in questi luoghi e avvicinandoci al Nevada, lo Stato che ospita la base Air Force di Nellis e l’Area 51, lo scenario dall’alto non cambia.

All’arrivo a Detroit, dopo un viaggio interminabile e scomodissimo da Amsterdam, con accanto famiglie aggruppate di vocianti bambini, aiutato solo dallo sciropposo ritmo delle immagini di due film con cuffie a tutto volume, mi attende il check all’Immigration. Sono in fila ed entrano pazientemente con me negli USA centinaia di persone, divise per cittadinanza, quelli con passaporto americano da una parte, i pellegrini dall’altra. “Per quanti giorni ha intenzione di restare negli USA, Mr. Baiata?” – Una settimana, rispondo, e “Qual è lo scopo della sua visita, Mr. Baiata? Turismo o business?” incalza la bionda agente sulla cinquantina che mi scruta. Ho pensato alla risposta per lunghe settimane. Mi ero detto, seguire il consiglio che circola negli ambienti ufologici, ovvero evitare di dire che si sta andando ad un congresso sugli UFO, visto quanto è accaduto a Grant Cameron (visto all’entrata rifiutato in quanto persona sgradita), oppure inventare altro? Rispondo: sono stato invitato come conferenziere all’International UFO Congress di Laughlin, in Nevada e non posso mancare, è molto importante. “Un Congresso sugli UFO? Bene!” risponde la officer mentre passa allo scanner il mio passaporto digitale nuovo di zecca e mi dice “Ora metta il pollice della mano destra su quella macchina”. Eseguo. “Ora si allontani di mezzo metro”. Eseguo, una telecamera fissa la mia immagine da qualche parte. Sullo schermo davanti a sé l’agente controlla. Se qualcosa non va, questo è il momento della verità. “Può andare, benvenuto negli USA, Mr. Baiata”. Sorrido, faccio dieci metri e mi avvio verso il check doganale. Un agente mi si para davanti e fa: “Lei dove è diretto?” – Veramente devo prendere un altro aereo per Las Vegas, rispondo. “Cosa va a fare a Las Vegas?” – Ci resto solo un paio d’ore poi con uno shuttle vado a Laughlin per un congresso sugli UFO. “UFO?? Davvero? Ha nulla da dichiarare?” Mi chiede stupito – In merito agli UFO? replico – “No, no, le sto chiedendo se sta introducendo alcoolici, alimenti, quanti soldi ha con sé?” – Nulla da dichiarare. Ho poche centinaia di dollari per restare solo una settimana. “Bene, le auguro una buona permanenza negli Stati Uniti”.

Sei ore dopo, dopo un viaggio ormai notturno, nel buio in mezzo al nulla, mi lascio lo scintillante panorama di Las Vegas alle spalle. Siamo nel piccolo shuttle guidato da due donne. Elaine, la deliziosa mamma di Paola Harris che mi ha accolto all’aeroporto di Las Vegas e una signora che non dirà una parola durante tutto il trasferimento. Invece, quelle ai sedili anteriori parlano eccome. Vogliono sapere tutto. Vivono a Laughlin e da alcuni anni questa cittadina di sette-ottomila abitanti, con cinque alberghi e un fiume che la percorre tutta, è sede del più importante congresso ufologico del mondo, a parte i raduni di motociclisti che arrivano da ogni dove. Sono talmente stanco che afferro sì e non un quinto di quello che dicono. Quella al volante ad un certo punto fa: “Il mio ex marito una volta verso la metà degli anni Ottanta, mi fece vedere dei documenti che gli erano arrivati, riguardavano il Majestic 12, ma poi sono spariti, gli sono stati trafugati dal cassetto della sua scrivania, in ufficio. E se il vostro governo fa quello che fa il nostro allora ne avete di problemi con queste storie di UFO”. Laughlin è davanti a me. Il Flamingo Hotel è più alto degli altri. Ce l’ho fatta. Ma questo è solo l’inizio.

La cronaca degli avvenimenti che hanno costellato questi miei cinque giorni all’International UFO Congress di Laughlin, Nevada, è molto impegnativa, ma le colazioni del mattino al buffet del Flamingo sono pazzesche. Bisogna tirare avanti senza interruzioni, ergo mi mangio di tutto per essere bene in forze quando arriva il mio momento di parlare, venerdì 3 Marzo alle 10:30 am, preceduto da George Knapp (il famoso giornalista di Las Vegas specialista di Area 51), seguito da Bill Ryan (ricercatore inglese alle prese da tempo con il caso Serpo) e da Budd Hopkins e da David Jacobs, gli esperti in abduction. Pomeriggio inoltrato, la gigantesca hall del Flamingo Hotel and Casino occupa il piano terra ed è invasa dalle slot machines e dai tavoli di poker e roulette, piena di gente e dal battere incessante di musichette mangiasoldi, un suono irreale fatto di tintinnii e di note multicolori, come le suonerie all’unisono di diecimila cellulari. Sui lati si affacciano negozi, pub, ristoranti e le due “torri” delle stanze. Dominano il rosso e il nero lucido. Alloggio alla California Tower. Paola Harris mi attende nella hall e mi accompagna verso il ristorante a buffet. Passando da uno dei bar incrociamo il primo ricercatore, il britannico Colin Andrews. Colin ha parlato nel pomeriggio. L’ho perso. Peccato, perché la sua lecture prometteva scintille e si dice in giro che sarà l’ultima perché ha deciso il ritiro dalla scena ufologica (Andrews non si è mai ritirato, ha scritto diversi libri e vive con sua moglie Synthia in Connecticut, ma notizie riservate lo danno affetto da morbo di Parkinson, dopo un attacco cardiaco subito nel 2024, N.d.R.). Colin è con altre persone, non c’è modo di approfondire e partirà nella notte. Visita veloce alla hall del Congresso, dove staziona ancora molta gente, siamo a digiuno e ci dirigiamo al buffet. Alla cassa una signora ti affibbia lo scontrino, prezzo fisso e puoi scegliere quello che vuoi. Sono le 20:30 ora locale (il mio viaggio da Roma era iniziato 22 ore prima). Ci uniamo al tavolo con Ryan Wood, Steven Bassett, Scott Ramsey e signora). È il primo impatto con l’ufologia americana. Parliamo di UFO crash, cover-up e questione esopolitica. Paola Harris ha appena intervistato Paul Hellyer e ne vorrebbero sapere di più, ma non la incalzano.

Non si prevede un suo intervento, anche se l’intervista al politico canadese poi sarà uno dei pezzi forti della manifestazione. Allora, sul crash del Maggio ’48 ad Aztec, con recupero del disco e dei corpi, ha fatto luce Ramsey, lasciando aperti vari interrogativi su Frank Scully e il mitico dottor Leo Gebauer, tant’è che approdare a una conclusione rispetto a questo incidente più coperto di Roswell non è facile. Ma ci fu, eccome. E parliamo della “Battaglia di Los Angeles”, quando in una notte del Febbraio 1942 sulla costa californiana arrivò una gigantesca astronave finita nel mirino delle antiaeree. E anche del caso Guardian, che Ryan Wood ha presentato nel suo libro “Majic Eyes Only” e Carp, Ottawa, Canada, nel 1990 fu teatro di un atterraggio UFO ripreso da un ignoto operatore. Ci si chiede se in Canada ci siano basi underground? Sicuro. Il sistema di copertura si estende in tutto il Nord America. Bassett è teso e un po’ scuro in volto. La sua iniziativa della “X Conference” di Washington è in difficoltà. Mancano i fondi e non è facile portare avanti il progetto. Bassett è un lobbysta, un politico gentile, eloquentissimo e torrenziale, ma sovrastante. Sembra sempre voler finire un discorso con “sarebbe meglio che ci andassi io, a parlare con quei signori”. Wood e Ramsey sono diversi, sono “ricercatori puri” e non devono convincere nessuno. Paola è sfinita. Per me è esaltante, invece, è la differenza di orario mi porterebbe a discutere per ore. Ma il ristorante ha chiuso. Ho già perso tre giorni di relazioni, qualcuna importante. Nessuno ha da ridire su questo o quel conferenziere.

Il primo giorno tutto dedicato al caso Billy Meier si sono avvicendati: Michael Horn (analisi fotografiche e sui reperti e le prove fisiche prodotti dal contattista svizzero), poi Wendelle Stevens, (con il quale condividiamo il tavolo nella sala espositori) decano dell’ufologia mondiale e miniera inesauribile di informazioni, poi con Christian Frehner del Silver Star Center (la natura dei contatti di Meier, il messaggio dei Pleiadiani). Il secondo giorno, lunedì 27 Febbraio, ha avuto come tema l’antica astronautica, l’archeologia proibita e gli studi di storia alternativa. La data del 2012 sembra stampata nelle menti di molta gente, però durante questa conferenza non la si virà come il “giudizio finale”, l’Armageddon, ma un atto dovuto dalla nostra coscienza a quella cosmica e interplanetaria, per riequilibrare le forze. Sul palco: Bill Stanley, Michael Cremo, Geoff Stray, William Tiller. Mi sono perso anche il giorno dopo, dedicato in gran parte alle tecnologie avanzate e ai Crop Circles, con Robert Cook, Greg Bishop (il caso Paul Bennewitz), Colin Andrews e Nancy Talbott. Come accennato, con Colin un incontro fugace c’è stato e lo stesso è accaduto con Nancy (portavoce del BLT Research Team), alla quale ho detto che prima o poi in Italia deve venire, che abbiamo fatto progressi, che Adriano Forgione ha scritto un gran bel libro in merito ai cerchi nel grano e che ci sono ricercatori che si stanno battendo per fare uscire il tema in maniera corretta e multidisciplinare. Notte pressoché insonne. Scopro con orrore che il jet leg è micidiale e mi preoccupa perché sono qui per lavorare e va combattuta l’aria da rimbambito affetto da nevralgie e squilibri vari. Alle 6:30 a.m. sono al buffet per una prima colazione cui manca solo il caffè espresso all’italiana. Fuori è una giornata grigia, ma non fa niente. Per me è il primo giorno di conferenze. Nella hall poco dopo l’alba, decine di americani già giocano con sguardo vitreo alle slot machines, che non hanno più la manovella, si premono pulsanti e per il resto è tutto uguale. Molti imbracciano “bidoni” vuoti di coca cola e pieni di monetine. “Honey, how are you today?” mi fa la signora alla cassa del buffet. Sette dollari e cinquantatré centesimi. Meglio di così?

Alle 8:30 sono nella exhibitor hall. Mi siedo al nostro tavolo accanto a Wendelle Stevens. Sua figlia mi pratica un massaggio cervicale. La testa non va. Mi rilasso, chiudo gli occhi. Va meglio. Poi mi dice “se non ti passa non preoccuparti, ho questo” e apre una borsa piena di medicinali delle multinazionali farmaceutiche americane. “Ma non sono veleniferi?” bisbiglio. “Prendi qualcosa solo se non ti passa” ribadisce. E in effetti passa. Il primo con cui mi va di parlare è Michael Horn, accomodato accanto a noi. Ha una faccia conosciuta. Super esperto di Meier, ha avuto da ridire e non poco con Paola Harris. Glielo ricordo. Dice che Paola è una brava ricercatrice e che c’è bisogno di chiarirsi. Lo faranno di lì a breve. Con Paola e la mamma Elaine sistemiamo sul tavolo il libro di Corso inedito negli USA e le copie delle riviste “Area 51”. È presto. Wendelle Stevens mi chiede della situazione in Italia. Dico che è complessa, ma che va meglio. Bugia. Ha una quantità enorme di materiale filmato e fotografico sistemato ordinatamente secondo una casistica che solo la sua memoria di ferro può contenere e quella dei mini cd in cui è informatizzata. Davanti al tavolo cominciano a passare persone, che guardano la mia “badge” e mi chiedono “Lei quando parla?”. Dopodomani alle 10:15 se tutto va bene, rispondo. Sul palco, nella immensa hall delle conferenze, ha iniziato la sua lecture Paul Davids, produttore e regista del film “Roswell”. È ora di andarlo ad ascoltare. Paul è un ottimo conferenziere. Usa il power point come molti altri. Chi lo ha visto in azione in Italia l’anno scorso a Riccione per la conferenza “Cosmic Messages” sa che difficilmente dalla sua presentazione si esce con dei dubbi su Roswell e il copione anche stavolta viene rispettato.

Oggi è il “Crash and Retrieval Day” e dopo Davids sono attesi Scott Ramsey (Aztec), Don Ledger (Shag Harbour) e Ryan Wood (Majestic 12) e nel pomeriggio avanzato si prevede un panel di esperti in dialogo con il pubblico. La sala è gremita, alcune centinaia di posti ordinati in tavoli da otto persone. Nella penombra mi appare il grande ufologo cinese Sun Shili. Ci salutiamo, non parla inglese, ma il suo spagnolo è eccellente e io ne capisco abbastanza. Paola mi invita al tavolo degli Australiani. Li guida l’ufologa Glennys MacKay, medium ed esperta di contattismo alla quale chiedo subito: “Ma la storia di Hanging Rock è vera o no?”. No, risponde, è una novella. Un tuffo al cuore. Miranda, dove sei ora? Un brusco risveglio, in questa realtà di Laughlin dove poi il mio racconto prenderà una piega inaspettata.


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