di Maurizio Baiata – 16 Maggio 2025 – Articolo redatto nel Gennaio 2011 e qui aggiornato
Cinque Dicembre 2010. È sera e tra alcuni minuti andrà in onda via cavo in “prime time” sul canale AMC il sesto e ultimo episodio della prima stagione di “The Walking Dead” (TWD). Non posso perderlo. Primo, perché non ho alternative e non saprei dove andare. Uscire di sera dal motel dove alloggio da due settimane non è una grande idea. Intorno a questo dignitoso albergo della catena Best Western c’è il nulla di cemento di Mesa, contea di Maricopa, Stato dell’Arizona, vasto sobborgo a circa 20 miglia ad est del centro di Phoenix. Siamo nella East Valley dell’area metropolitana della capitale immersa in una valle nel deserto. Mesa è abitata prevalentemente da minoranze etniche che qui significano ispanici e le cui gang sono assi attive. La auto della polizia la pattugliano giorno e notte.

Un avamposto urbano desolato e poco rassicurante percorso da stradoni e macchie di terra brulla con ai margini edifici bassi a facciate grigie e mura che si immaginano pericolanti. Considerato lo scenario da catastrofe planetaria, meglio non avventurarsi fuori dal motel, starsene rintanato in stanza ad attendere l’arrivo della cena cinese e prepararsi all’assalto di orde fameliche di zombie della serie televisiva.

Secondo, perché “The Walking Dead” corona gli incubi preferiti degli appassionati del genere e io sono uno di loro. Sfegatato fan sin dal 1968, quando le livide immagini in bianco e nero de “La Notte dei Morti Viventi” mi inchiodarono allo schermo di un cinema d’essai e intuii la grandezza di George Romero, capostipite e maestro indiscusso di un genere che ancora oggi, come i suoi interpreti-cadaveri, è duro a morire per davvero. Terzo, perché nel motel sono solo, chiuso nella mia stanza e nessuno potrà impedirmi di vedere l’episodio che chiude la prima stagione di un telefilm da infarto che neppure la Hollywood estrema di un crudo western alla Pechinpah, di uno sbilenco noir di Lynch, o un horror grottesco di Raimi, ha mai avuto il coraggio di produrre e proporre sugli schermi Tv.

L’ambientazione della serie voluta dal regista Frank Darabont è un incubo all’aria aperta che nulla lascia all’immaginazione. Il suo realismo è agghiacciante, il ritmo asfissiante, un continuo tira e molla del nodo scorsoio tale da farti attendere l’attacco dei morti viventi come una liberazione ogni volta. E sono loro, i “walkers” a rendere l’azione ancora più sospesa nel tempo e scarnificata, come è giusto, dato che l’apocalisse è già avvenuta e i sopravvissuti, i vivi e i morti che camminano devono vedersela con l’inferno in Terra. È vero, i capolavori di Romero, i claustrofobici “Night of the Living Dead” e il suo derivato di dieci anni dopo “Dawn of the Dead” (indegnamente intitolato “Zombi” nella versione italiana vietata ai minori di 18 anni nel 1978, con la colonna sonora dei Goblin) non sono certo una scampagnata fuori porta, ma in “TWD” le strade sono deserte, solcate da turbinii di vento tossico, affiancate da palazzi abbandonati, dietro i quali si nascondono ex umani dormienti che si risvegliano all’odore della carne di cui si nutrono e dalle loro bocche sventrate escono rantoli terrificanti che preannunciano la tua morte e, ahimé, anche il tuo accesso alla medesima condizione di cadaveri che deambulano e mordono e strappano la carne.

“Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra” è la frase cardine che Romero affida a uno dei protagonisti di “Zombi”, il nero attore Ken Foree, che ricorda il nonno che la ripeteva a mo’ di disperata litania, forse sincretica al culto afro-caraibico della macumba e dei rituali vodoo… Non c’è pace per i vivi che devono confrontarsi purtroppo con gruppi di viventi armati e cattivi, in quanto sopravvissuti allo sterminio globale forse causato da un virus biologico di origine sconosciuta, che una fonte infetta, appunto uno zombi, può trasmettere.

Passato è il tempo pionieristico del Romero cineasta sempre fiero della propria indipendenza da Hollywood e sempre campione di incassi, uno dei pochi profeti di un cinema povero ma intelligente, uno che ha fatto morire due volte miriadi di suoi zombies solo se decapitati o perforati nel cranio e che oggi deve riconoscere che allora aveva avuto ragione: l’inferno in Terra esiste veramente e questo è un pianeta ormai prigioniero del proprio destino e maledetto da chi lo abita, un’umanità priva di anima. Se il primo “La notte dei Morti Viventi” parve immediatamente inaccettabile per i benpensanti, allungandosi come un’ombra sul grande Paese che ancora non aveva digerito l’umiliazione del Vietnam, il monito del regista per un’America meno bigotta, meno razzista e persino pacifista significò anche che non avrebbe mai accettato alcun taglio, o censura ideologica alla sua pellicola. Egualmente, anche a “The Walking Dead” è stato impossibile imporre tagli alle scene più cruente che, guarda caso, vedono protagonisti umani contro umani. Sarebbe sacrilego e scollegato dalle ragioni che hanno decretato il suo enorme successo, non solo di pubblico.

Seguirne le vicende vivendole col fiato sospeso ad ogni scena, coglierne i significati reconditi al di là dell’orrore del sapere che sarà meglio non innamorarsi di Maggie o di Rick, perché gli Stati Uniti sono fatti di centinaia di milioni di esseri tutti diversi gli uni con gli altri, non hanno una coscienza collettiva da scuotere perché reagisca all’apatia e al controllo sociale da sempre dominante tranne che nelle pagine di rivoluzione pacifista del ’68 e di Woodstock. Nel cinema lo ha fatto Romero, nel media televisivo lo fanno i “walkers” di “The Walking Dead”, la più realistica delle metafore che possono descrivere l’uomo di oggi, un involucro svuotato di sentimenti ed emozioni, di discernimento e di empatia, un individuo che, come abbiamo visto con la pandemia Covid, non esita a condannare ogni diverso, da allontanare, relegare in un ghetto e, se non basta, da dare in pasto ad esseri mostruosi che sbucano dal nulla delle coscienze – o da laboratori sotterranei… chissà forse la metafora vi appare eccessiva, ma non importa. Importante sarebbe sapere chi o cosa ha generato il virus pandemico che trasforma gli esseri umani in zombie. Alla fine della prima stagione non lo sappiamo ancora. Ci auguriamo di scoprirlo in tempo per poterlo fermare. E la verità, purtroppo è inimmaginabile sia nella fiction sia nella realtà.


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